domenica 5 aprile 2009

L'esistenzialismo è un umanismo o un anestetico?

Sinora nessuna reazione sul buon Sartre, tranne l'eccellente proposta di Biuso di leggere, dopo Sartre, la "Lettera sull'umanismo"di Heidegger, che si pone in maniera antitetica o complementare, lo vedremo, alla tesi sartriana.

sabato 28 marzo 2009

Il pidocchiu arrinisciuto e il vegetariano reincarnato

Cari cenacolanti
Cos'è l'autenticità? E' questo il tema su cui ci siamo confrontati martedì scorso, stimolati dalla vicenda di Ivan Il'ič che si accorge, purtroppo solo alla fine, di avere vissuto una vita solo "apparente". Condenserei così il messaggio che ci ha lasciato il genio di Tolstoy con questo splendido libro: l'uomo è un animale arrivato, un "pidocchiu arrinisciutu", che ha la volgarità ed il provincialismo di un "nuovo ricco".
Semplificando molto possiamo dire che, in questi giorni, si sono confontate due scuole di pensiero:
- quella che potremmo ricondurre ad Augusto, secondo cui autentico è cio che si mostra in modo veritiero, ossia corrispondente a ciò che davvero è;
- quella che, per comodità, riconduciamo ad Alberto Spatola, secondo il quale se vogliamo definire l'autenticità in relazione ad esseri umani non possiamo non introdurre criteri di valore condivisibili ed essenziali.
Ma il confronto ha avuto varie ed interesanti sfumature ed i contributi sono stati tutti appassionati ed interessanti.
Quando poi Giovanni la Fiura ha letto un brano di Heidegger sull'essere e sul suo divenire, abbiamo capito che non possiamo definire l'autenticità senza cercare di capire prima qual è l'essenza dell'uomo e senza occuparci dell'essere.
Insomma, quasi senza volerlo, abbiamo toccato un nodo essenziale della ricerca filosofica, risolto il quale le risposte a tutte le altre nostre domande esistenziali - compresa quella: ma i vegetariani si reincarnano? o l'altra, che sembra oggi veramente un rebus irrisolvibile: come mai Fini è diventato così simpatico - ci sembreranno di una semplicità sconcertante.
E' parsa, a questo punto, davvero opportuna la proposta di Francesco Palazzo, di commentare, alla prossima cenetta, il saggio di Sartre "L'esistenzialismo è un umanismo" (Francesco l'ha trovato alla Feltrinelli, ed Mursia € 12,00).Il testo è semplice da leggere ed anche breve. Nel post precedente a questo trovate una recensione.
Intanto vi trascrivo brani estratti dal libro che ci aiutano già a capire il contenuto del libro stesso e un po' anche Sartre e l'esistenzialismo.

Però prima mi piace introdurre il tema dell'esistenzialismo con due illuminanti "visioni" che, più che dalla speculazione filosofica, traggono la loro bellezza dall'intuizione artistica e dalla fede e che sono, a mio parere, esitenzialiste, Sartriane ed Heideggeriane nel senso più bello e poetico:

"......perchè una realtà non ci fu data e non c'è; ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere; e non sarà mai una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile..." (L. Pirandello).
"Alcuni uomini vedono le cose per quello che sono state e ne spiegano perchè. Io sogno cose che ancora devono venire e dico: perchè no" (Robert F Kennedy)

A martedì sette aprile, ore 20,.30 per chi cena con noi, ore 21 per gli altri. Ecco alcuni brani dal testo che commenteremo.
Ciao. Pietro

"L'uomo, secondo la concezione esistenzialistica, non è definibile in quanto all'inizio non è niente. Sarà solo in seguito, e sarà quale si sarà fatto. [...] L'uomo è soltanto....... quale si concepisce dopo l'esistenza e quale si vuole dopo questo slancio verso l'esistere: l'uomo non è altro che ciò che si fa. Questo è il principio primo dell'esistenzialismo. Ed è anche quello che si chiama la soggettività e che ci vien rimproverata con questo termine. Ma che cosa vogliamo dire noi, con questo, se non che l'uomo ha una dignità più grande che non la pietra o il tavolo? Perchè noi vogliamo dire che l'uomo in primo luogo esiste, ossia che egli è in primo luogo ciò che si slancia verso un avvenire e ciò che ha coscienza di progettarsi verso l'avvenire.
L'uomo è, dapprima, un progetto che vive se stesso soggettivamente, invece di essere muschio, putridume o cavolfiore; niente esiste prima di questo progetto; niente esiste nel cielo intelligibile; l'uomo sarà innanzitutto quello che avrà progettato di essere. [...]
Ma, se veramente l'esistenza precede l'essenza, l'uomo è responsabile di quello che è. Così il primo passo dell'esistenzialismo è di mettere ogni uomo in possesso di quello che egli è e di far cadere su di lui la responsabilità totale della sua esistenza. E, quando diciamo che l'uomo è responsabile di se stesso, non intendiamo che l'uomo sia responsabile della sua stretta individualità, ma che egli è responsabile di tutti gli uomini. La parola "soggettivismo" ha due significati e su questa duplicità giocano i nostri avversari. Soggettivismo vuol dire, da una parte, scelta del soggetto individuale per se stesso e, dall'altra, impossibilità per l'uomo di oltrepassare la soggettività umana. Questo secondo è il senso profondo dell'esistenzialismo. Quando diciamo che l'uomo sceglie, intendiamo che ciascuno di noi si sceglie, ma, con questo, vogliamo anche dire che ciascuno di noi, scegliendosi, sceglie per tutti gli uomini. Infatti, non c'è uno solo dei nostri atti che, creando l'uomo che vogliamo essere, non crei nello stesso tempo una immagine dell'uomo quale noi giudichiamo debba essere. Scegliere d'essere questo piuttosto che quello è affermare, nello stesso tempo, il valore della nostra scelta, giacché non possiamo mai scegliere il male; ciò che scegliamo è sempre il bene e nulla può essere bene per noi senza esserlo per tutti. Se l'esistenza, d'altra parte, precede l'essenza e noi vogliamo esistere nello stesso tempo in cui formiamo la nostra immagine, questa immagine è valida per tutti e per tutta intera la nostra epoca. Così la nostra responsabilità è molto più grande di quello che potremmo supporre, poiché essa coinvolge l'umanità intera.[...]
L'esistenzialista, invece, dice che il vile si fa vile, che l'eroe si fa eroe; c'è sempre una possibilità per il vile di non essere più vile e per l'eroe di cessare d'essere un eroe. Quello che conta è l'impegno totale, e non solo un caso particolare, un'azione particolare a impegnarvi totalmente".
(da L'esistenzialismo è un umanismo, Mursia, pagg. 34-38, 66-67)

martedì 24 marzo 2009

Jean-Paul Sartre. L’esistenzialismo è un umanismo

Jean-Paul Sartre. L’esistenzialismo è un umanismo (tit. or. L'Existentialisme est un humanisme, 1945). VI edizione Mursia, Milano 1990, pp. 128, € 8,30.
Se io ricordo bene il testo dell'opera è molto meno delle 128 pagine del libro, tra l'altro, se ricordo sempre bene, scritto in caratteri molto grandi. Perciò possiamo leggerlo senz'altro tutto per martedì 7 aprile. Sotto riporto una breve descrizione dell'opera presa da un sito di filosofia.


Il saggio del 1946 “L’ esistenzialismo è un umanismo” è la versione leggermente modificata della conferenza che J.P. Sartre aveva tenuto nell’ottobre del 1945 davanti al pubblico parigino del Club Maintenant. La conferenza aveva anzitutto lo scopo di reagire alle accuse e ai fraintendimenti più grossolani che circolavano, sia negli ambienti di destra che in quelli di sinistra, intorno all’esistenzialismo in genere, divenuto tema di moda negli ambienti culturali, e intorno al cosiddetto ”esistenzialismo ateo” dello stesso Sartre. Gli avversari di diversa tendenza lo presentavano come una dottrina dell’assurdo e del vuoto, materialista e diabolica secondo gli uni, contemplativa e pessimistica secondo gli altri. Una concezione che, privilegiando gli aspetti peggiori dell’uomo e trascurando la solidarietà umana, fa dell’esistenzialismo una dottrina anti-umanistica. A queste critiche Sartre risponde ribaltando completamente il giudizio degli avversari. Egli infatti rivendica il carattere umanistico della propria filosofia, sostenendo che l’esistenzialismo pone al centro della sua attenzione l’incondizionata libertà dell’uomo che è, al tempo stesso, assoluta responsabilità del soggetto e delle sue scelte. Sartre esclude sia la tesi dell’esistenza di un Dio artefice che ha creato l’uomo in conformità ad un prototipo ideale prefissato, sia la versione laica di questa convinzione, ossia la tesi di una natura umana dotata di prerogative specifiche – e pertanto universale, immutabile e altrettanto prefissata. La tesi essenziale dell’esistenzialismo sartriano è pertanto quella secondo cui l’esistenza precede l’essenza; la conseguenza di ciò è che non vi sono principi a priori che possano stabilire il significato del vivere dell’uomo, il quale è totalmente responsabile di fronte alla vita. L’uomo è privo di fondamenti, non ha valori predeterminati a cui riferire la propria condotta e deve pertanto assumersi la piena responsabilità delle sue azioni e deve costruire da sé i principi del suo comportamento. L’assenza di Dio (e di ogni altro fondamento o valore) obbliga l’uomo a creare da sé i propri fini e i propri significati. In conclusione, il significato della filosofia sartriana può essere così riassunto: l’uomo non è nient’altro che ciò che fa di se stesso. Egli non ha una natura che preceda la sua azione e che è capace di condizionare la sua azione; in altre parole non c’è determinismo e l’uomo è totalmente libero, ma questa sua assoluta libertà è al tempo stesso una condanna, giacché gli impone in ogni istante di inventare e re-inventare se stesso. L’essere dell’uomo è totalmente nelle mani dell’uomo stesso. La sua essenza emergerà solo attraverso i progetti e le scelte che egli saprà realizzare.

Un Crudele Esperimento - IV


Die Rodung – Ad estirpanda


Facciamo un altro salto indietro nel tempo, sempre in quel “fecondo” piano parallelo dove a vincere la II guerra mondiale, e poi, a breve distanza, anche la terza, sono stati i Nazisti. In questo breve resoconto impareremo come, a volte, eventi storici che si svolgono in modo molto differente tra un piano e l'altro, e che si sviluppano nelle imprevedibili ramificazioni del Tempo, non producono poi effetti così diversi. Può essere interessante chiedersi come mai...


Nel 1943 Adolf Hitler, concentrando le sue armate sul fronte russo, è riuscito a fare arretrare le truppe di Stalin ben oltre gli Urali e, conquistando gran parte della Siberia, ha sospinto gli eserciti dei soviet fino ad una limitata regione presso le coste del pacifico.

In una regione boschiva circondata dalle immense e fredde tundre, inaspettatamente il Fuhrer trova delle misteriose evidenze.
Presso le rive del Fiume Tunguska, in Siberia centrale, i generali tedeschi in ricognizione avevano segnalato la presenza di una vastissima regione in cui milioni di alberi erano morti carbonizzati, forse a causa di un’enorme esplosione, trovandosi caduti a terra tutti orientati nella medesima direzione. Si trattava evidentemente di un evento istantaneo, una esplosione di una potenza tale che le armi conosciute non potevano aver creato.

Hitler impazzisce dall’esaltazione, vuole che si torturino i prigionieri per conoscere la natura e l’ubicazione esatta delle armi segrete in possesso dei generali sovietici.
Nulla da fare, decine di ufficiali muoiono sotto atroci torture e vessazioni, giurando di non saperne nulla. Effettivamente, arriva una conferma indiretta: da una datazione approssimativa fatta analizzando le tracce di carbonio dei tronchi morti, si scopre che l’evento è retrodato più o meno all’inizio del secolo. Forse neanche gli Zar ne sapevano nulla.

Nella zona erano anche stati trovati rari frammenti di una lega metallica sconosciuta, fatta in larga misura da elementi molto rari sulla terra, come iridio, cromo, tungsteno, molibdeno, platino, oro, vanadio.
Hitler intuisce che vi può essere lo zampino extraterrestre e, dopo una lunga serie di tentativi, riesce a far analizzare attentamente i residui dei terreni circostanti, in cui si trovano abbondanti isotopi di piombo, uranio e plutonio. Riesce a fa decifrare, in parte, alcuni microscopici frammenti di tecnologiche trovate, ove vi sono i codici di calcolo per realizzare la fissione nucleare.
Con una fulminea mossa, riesce in poco tempo a fabbricare la prima bomba atomica, ed a far fuori subito gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Hitler si accorge che la potenza degli ordigni nucleari fabbricati, sono di mille volte inferiori all’esplosione calcolata di Tuguska, ma è più che sufficiente a scatenare la distruzione. Roosvelt muore sotto le macerie di Washington, rasa al suolo dai venti nucleari. In Europa, non ha neppure bisogno di sganciare bombe H: evita la contaminazione di territori troppo vicini a sé, anche perché questi stati si arrendono immediatamente. Affida al Giappone il facile compito di annientare le armate residue e le ultime sacche di resistenza sovietica in siberia orientale. Egli nel frattempo si dedica con gusto ad invadere e conquistare la Cina, usando come armi tattiche dei missili U2 modificati in gittate terra-terra e dotati dei nuovi “optional” nucleari.
Stalin e Churchill, fuggiti dai loro rispettivi paesi poco prima della disfatta, vengono catturati ed impiccati pubblicamente, al termine di una fastosa parata militare internazionale svolta nell’immensa piazza del Kremlino. Le bandiere sventolanti del Reich sono milioni, e i cori festosi che inneggiano al nuovo Capo Supremo del pianeta sono rotti solo dal rombare dei cacciabombardieri, che in formazione svettano sulle teste di schiere di generali dal sorriso inebriato.
Mai il desiderio umano di grandezza e potenza fu talmente soddisfatto, quel memorabile giorno.

Hitler, per quanto all’apice del suo successo, in quel momento storico non riuscirà però a stabilire dei contatti veri e propri con forze extraterrestri, come avrebbe desiderato. Per avere delle novità, dovrà aspettare i primi anni 70, un decennio prima della sua morte. Riesce comunque a stabilire un nuovo ordine mondiale, all’insegna della svastica e dei suoi temibili metodi dittatoriali e xenofobi.

Già dagli anni ‘50, i tecnocrati militari del Reich si pongono subito degli obiettivi di ricerca militare e sociale, per adeguare il proprio livello di conoscenze alle esigenze di controllo del pianeta intero. Sono interessati ad effettuare esperimenti sulla specie umana che travalicano di gran lunga quelli realizzati nei lager germanici dei primi anni ’40. In America, ad esempio il panorama umano sopravvissuto alle contaminazioni nucleari si rivela molto interessante. Non si non si può pensare di perderne il livello di complessità, il quale va comunque controllato al massimo ed amministrato secondo i principi voluti da Hilter.
Bisogna creare dei nuovi lager anche lì, ma senza filo spinato. Bisogna sfruttare le conoscenze già acquisite e praticate dagli americani in fatto di business, conciliandole con l’intento primario di eliminare definitivamente i giudei dalla faccia della Terra. E lì ce ne sono tanti: e molti hanno occupato posizioni significative nei potentati economici e politici. Come estirparli?

Da questo panorama hanno origine i crudeli esperimenti di cui andiamo sommariamente a raccontare. Prima però, vi è un altro particolare storico di cui si deve parlare, e che si intreccia col precedente: riguarda ciò che accade in Italia. Anche qui le cose vanno in modo abbastanza diverso da come ci si potrebbe aspettare.
Hitler e i suoi più fidati consiglieri non vedono di buon occhio Benito Mussolini, innanzitutto perché egli si è pubblicamente vantato di una vittoria non sua. Lo sbarco in Sicilia delle forze alleate infatti è stato fermato tra la Lucania ed il Lazio, solo grazie ad un massiccio intervento della Wermacht, della Luftwafe e dei rinforzi tedeschi, dopo che le esigue truppe messe in campo dal governo fascista erano state disfatte in Sicilia ed in Calabria. Hilter pensa che Winston Churchill aveva avuto ragione nel dire che: «L'Italia è il ventre molle dell'Asse». A suo tempo, l’esercito dei 160.000 uomini guidati da Eisenhower dopo lo sbarco in Sicilia, era stato annientato già nei primi mesi del 1944: le truppe alleate oltre i tre quarti erano perite sotto il fuoco incrociato dei nazisti, ed i sopravvissuti internati nei campi della gelida Polonia, mandati ai lavori forzati nelle nuove ed immense fabbriche militari sorte nella zona di Cracovia.

La seconda colpa che il Fuhrer addebita a Benito Mussolini è quella di aver stilato, nel ’29, i Patti Lateranensi, contenenti un Trattato con cui il Duce aveva imprudentemente riconosciuto l'indipendenza e la sovranità del papato, autorizzandolo a fondare lo Stato Vaticano. Ancor di più, attraverso una Convenzione Finanziaria molto vantaggiosa per lo stato ecclesiastico, Mussolini si era tirato indietro dalle spoliazioni degli enti ecclesiastici. Aveva riconosciuto l'esenzione, al Vaticano, dalle tasse e dai dazi sulle merci importate ed il risarcimento di 750 milioni di lire (* pari a circa 3 miliardi di €uro attuali) e di ulteriori titoli di Stato consolidate al 5 per cento al portatore, per un valore nominale di un miliardo di lire (* pari a circa 4 miliardi di €uro attuali), per i “danni finanziari subiti dallo Stato pontificio” in seguito alla fine del potere temporale.

Hitler riconosce nel famoso motto “libera Chiesa in libero Stato” una beffa: si accorge che la libertà sta prevalentemente dalla parte del Papa, verificandosi un asservimento del governo fascista -sia economico che politico- ai solleciti pontifici. Un fatto intollerabile. 
Ma per pareggiare i conti, Hitler ha atteso furbamente la vittoria sulle Forze Alleate angloamericane. Chiusi i campi di battaglia, riarmati e ricomposti i propri eserciti, Hitler con la scusa di una parata ordina l’invasione massiccia delle più importanti città italiane. Roma è posta sotto assedio. In una calda notte dell’Agosto del 1948, Mussolini viene arrestato insieme al suo stato maggiore in gran segreto, e tradotto in Germania. Qui, insieme ai maggiori gerarchi fascisti, Benito Mussolini compare davanti ad un tribunale militare segreto. Per tutti la condanna è unanime: pena di morte con immediata esecuzione. I mezzi di stampa parleranno di un malore e di una morte per infarto; dei gerarchi fascisti si saprà solo dopo anni. Alcuni di essi si salveranno, a patto di collaborare strettamente con Hitler nei suoi nuovi progetti. Innanzitutto fare piazza pulita del Vaticano, ed impossessarsi dei tesori e degli oggetti magici più importanti, custoditi nei sotterranei della Basilica di San Pietro ed in altre località segrete. Per trovarli Hitler oltrepassa le mura vaticane, fa catturare il corpo di guardie svizzere che vengono tenute in ostaggio. Entra personalmente negli appartamenti pontifici e costringe Papa Pio XII, sotto la minaccia di una strage, a consegnargli una serie di oggetti molto particolari, di cui i suoi profeti o “veggenti” conoscono molto bene l’importanza.
Proprio nel momento in cui Hitler sta per decidere di far portar via i tesori e le opere d’arte più importanti e di fare incendiare tutta la cittadella vaticana, ha un incontro decisivo con due personaggi che si prestano al gioco di oscuri consiglieri. Questi sono un alto prelato cattolico, a suo tempo misteriosamente scomunicato dal papa, ed un rabbino di origine giordana perseguitato dagli Ebrei ed espatriato in Austria durante la guerra. 

Essi lo guidano ad una importante intuizione e risoluzione: i sionisti possono essere capillarmente cancellati dalla faccia della terra proprio con l’aiuto della chiesa cattolica. Di fronte alle evidenze storiche, Hitler riconosce che gli odi religiosi sono più efferati di quelli puramente razziali, con i quali condividono comunque una originale radice filosofico-religiosa.

L’idea attuativa che si fa avanti è drastica, perversa quanto sconvolgente: ricostituire la santa inquisizione affidandola ad un papa asservito, attraverso una religione riveduta e corretta dai filosofi fanatici del Reich. Ciò servirà ad eliminare capillarmente tutti gli ebrei, i comunisti, gli islamici e, progressivamente, i rappresentanti di tutte le altre religioni delle altre aree del globo. In questo modo il Terzo Reich avrà velocemente ed efficacemente un unico ossequio “religioso” praticato in tutto il mondo, che rinsalderà ed unificherà i vari popoli della Terra sotto il nascente governo mondiale. Hitler sa che questa operazione è impossibile senza prima avere fisicamente eliminato o convertito i vertici ecclesiastici, e i capi delle possibili fazioni che si opporranno. Ad eliminare tutti gli altri, penserà la Nuova Inquisizione, capeggiata da uomini fidati.

Hitler però non si fida totalmente dei suoi consiglieri, e preferisce dare il via all’operazione tramite alcuni ulteriori crudeli esperimenti. In America, in Europa, in Africa del nord e in Medio Oriente verranno creati degli immensi lager, ai margini di città delimitate e sorvegliate a vista da uomini armati. Sconfinate baraccopoli sorgeranno ai margini delle città, servendo a ricreare dei tuguri ghettizzati dove ebrei, cattolici e musulmani si affronteranno in bande armate, scannandosi tra loro a colpi di macete, di mortaio, di esplosivo. Sarà molto facile schierarli gli uni contro gli altri. I continui attentati daranno pretesto all’inquisizione di agire liberamente, imprigionando, torturando e dando al rogo chiunque ne venga ritenuto meritevole.

Viene fondata una nuova religione ufficiale, il nazional-cattolicesimo, a partire da una base relativamente semplice e sbrigativa: cioé “riaggiustando” i dieci comandamenti e innalzandoli a sedici. Per far ciò, Hitler destituisce Pio XII concedendogli un salvacondotto verso il Brasile e, col consenso di un Vaticano in parte terrorizzato ma in parte complice, insedia un nuovo papa, Teutone I, austriaco di nascita. Egli è naturalmente un papa spietato, intenzionato com’è a rivedere ed aggiornare tutte le dottrine della fede. Del resto non sarebbe la prima volta nella storia, anzi. 
La Nuova Inquisizione avrà sede a Vienna, ove in gran parte i tesori vaticani sono stati trasportati e custoditi.

Nel nuovo regime nel frattempo stabilitosi in Italia, verrà ricordato in futuro come fondamentale il contributo politico dello statista Luigio Andreini meritevole di aver incarnato, in un paese così difficile e restio ad accettare le imposizioni dall’alto, il ruolo di raffinatissimo mediatore. Verso la fine degli anni ’50, l’onorevole Andreini rinsalda le fila di un nuovo partito collegato alla nuova Inquisizione. Il terrore seminato in altri paesi, in Italia potrà essere smorzato se si accetta uno storico “compromesso” tra le parti. Ovviamente si tratta di un compromesso relativamente finto, in cui si cerca di dare a ciascuna delle parti estreme la sensazione di un controllo territoriale. Nel meridione il controllo verrà dato alle Sacre Mafie Unite, che sotto un unico stemma, torneranno a ritrovarsi nel segreto degli incappucciati, in un esaltante stile “massonico e neo-cospiratore”.
Nella regione padana la sensazione di controllo del territorio verrà offerta alle masse operaie filo-partigiane, nella coscienza che Hitler ha acquisito di non poter annientare una intera popolazione che ha maturato un notevole grado di complessità, risultando ben salda intorno a dei principi propri. Conviene ingannare, piuttosto che distruggere. 
Andreini farà leva sui valori di libertà e giustizia, promettendo ai residenti Italiani del Reich dei trattamenti di favore con scopi sperimentali, non concessi in altre regioni del mondo. Le prime elezioni nazionali, si rivelano essere un plebiscito. Col 95 % deil voto popolare, Andreini viene acclamato Presidente della Regione Italiana del III° Reich, con l’avallo di Hitler. Storiche, le foto che ritraggono un Fuhrer ancora smagliante, mentre stringe la mano a Papa Teutone I in tunica nera, ed accanto a lui un Luigio stanco ed emozionato, vagamente smagrito e un po’ ricurvo su di sé ma anche sodisfatto, con le sue orecchie piccole eppure evidenti, ed un riso enigmatico che suscita un senso di sarcasmo.

Tutto questo è servito a motivare e costruire l’instaurazione dell’unico controllo possibile sulla vita civile e politica dell’Italia nazista: la nuova Inquisizione. Avendo già ben funzionato per secoli fino a tempi recenti, essa avrà pieno potere e libertà di azione nei confronti dei terroristi, ma anche degli infedeli al revisionismo catto-nazista.
I primi ad essere presi di mira? Ovviamente sono i nemici più temibili: Ebrei ed Islamici. Teoricamente accomunati da un'unica fede verso un unico Dio, ma separati da un abisso di tradizioni e conoscenze differenti.

Riguardo agli Ebrei, la giusta punizione è una nuova invasione della Terra Santa, con la scusa di una nuova crociata che deve strappare al giudaismo il primato del Sepolcro di Cristo, e soprattutto dell’Arca dell’Alleanza, oggetto magico di inestimabile valore e potere.
In breve tempo la Palestina, la Cisgiordania e la Siria e il Medio-Oriente intero vengono invasi e conquistati. Gli ebrei e gli abitanti di fede islamica vengono messi insieme ad ammazzarsi tra loro, in immensi lager-ghetto, grandi quanto città, e confinate da fili spinati con lame taglientissime e campi minati. Da questi inferni nessuno può uscire vivo, ma la gente potrà (e quindi dovrà) riprodursi all’infinito, essendo vietati e non reperibili gli strumenti e le conoscenze per la contraccezione. Le vittime più appetitose della ferocia nazista, che rimane dietro le quinte, sono proprio i bambini ed i ragazzi, destinati a nascere e crescere inconsapevolmente in una malvivenza atavica, per poi finire massacrati sotto i colpi e gli agguati delle fazioni avversari o i roghi purificatori dell'inquisizione.
In un ambiente in cui non esistono ospedali affidabili, chi rimane ferito è trasportato nelle sale operatorie create dal regime, dove lo aspetta un dolore atroce, fino ad una lentissima, inesorabile morte. Le cure palliative che vengono somminstrate non servono certo salvare la vita del malcapitato, ma solo prolungarne le sofferenze attraverso uno stillicidio perpetrato con gusto sadico, in nome della sacralità della vita biologica: agli emissari dei nazisti non manca di certo il senso dell'ironia. Ed è per questo che quando un ragazzino rimane ferito, i parenti cercano di nasconderlo in casa di amici fidati, prima che gli inquisitori lo trovino.

In quanto agli islamici, invece, la situazione è più complessa, perché riguarda enormi masse di popolazioni sparse su territori vastissimi e sconfinati: non è certo possibile annientarle. Hitler, dando ascolto ancora una volta agli strateghi suoi consiglieri, escogita un piano brillante. Porta ad insediamento un altro astro nascente della politica italiana, Alberto Crisca, dapprima nel protettorato libico, con l’intento di estenderlo in breve tempo verso l’Egitto e il Golfo Persico da un lato, e verso Tunisia, Algeria e Marocco dall’altro. La manovra riesce pienamente, utilizzando le opportune strategie che prevedono l’uso combinato delle credenze religiose dell'Islam (opportunamente ritoccate) e della forza per controllare le masse. Il Vertice Nazista ha individuato la figura adatta a compiere questa operazione, essendo i gerarchi nazisti assai meno abili a comunicare col mondo arabo, per comprensibili motivi legati alle proprie caratteristiche di origine. Crisca invece, formidabile arrivista ed italiano ben dotato di grandi capacità adattive e mediatrici , dimostra ben presto i suoi denti da squalo, la sua originalità e spregiudicatezza. Riesce a farsi nominare gran sultano d’oriente, e pone la sua sede privilegiata in una sontuosa reggia fatta costruire appositamente nella zona residenziale di Tripoli. Da qui inizia a manovrare il mondo dell’Islam diventando un venerato e temuto Imam. Questo, in buona sintesi , il panorama nel cosiddetto mondo occidentale.


Vediamo ora cosa è successo dopo soli 50 anni di esperimenti.

In quasi tutto il mondo il Nazismo si è affermato con la forza, militare o inquisitoria, con un costo in vite umane altissimo. Si stima trattarsi di alcune decine di milioni di morti. Le statistiche ufficiali non offriranno mai proporzioni precise, ma gli storici del periodo a fatica ricostruiscono la seguente situazione: soltanto il 20% delle vittime è dovuto alle azioni belliche tra eserciti contrapposti durante le fasi di conquista dei restanti paesi da parte dei nazisti. Il 50% è invece perito in guerriglie locali, fomentate dai servizi segreti nazisti per fare in modo che scomode masse di disperati si annientino tra loro, un po’ con le poche e rudimentali armi, considerate di scarto dagli eserciti maggiori, un po’ attraverso la fame, le malattie (in parte veicolate appositamente) e la mancanza di soccorsi alle popolazioni ghettizzate. Il rimanente 30% è stato purificato dall'inquisizione.

In Italia invece, paese caro al Fuhrer per motivi occulti che egli non si sogna di rivelare, il popolo non ha sostanzialmente risolto i propri conflitti post-bellici, nonostante l'assenza dei lager.
La gente continua scontrarsi politicamente e socialmente, a formare fazioni, bande gruppi, squadre, schieramenti, che non hanno nessun altro scopo se non quello di affermare se stesse con la forza. Nessun principio però vince o viene applicato in pieno. Le persone si odiano, ed ovunque vedono nemici. Hanno solo paura di finire arrostite pubblicamente, dopo indicibili torture. Ma si sa anche che, per evitarlo, basterà abiurare pubblicamente, e tornare a far finta di frequentare diligentemente i luoghi di culto. Grandi cattedrali costruite in vetro e cemento, ove la croce con un uomo inchiodato sopra non è mai stata abolita: è stata solo leggermente ruotata e dotata di piccole protuberanze alle punte. La scritta INRI è stata fatta scomparire, perché nessun fedele fosse portato a cercare di scoprire chi erano i Nazhar, temibili rivoluzionari.

Questo apparente disordine, fa in realtà comodo al nuovo regime mondiale nazista, che non è stupido, ed impiega la forza diretta solo ove è necessaria per vincere. 
La stessa forza che in Italia ed in America non è costretto ad usare, sia perché essa viene dal popolo e su di esso si ritorce. Ma soprattutto perché la massa dei fedeli spensa di rappresentare-nonostante tutto- un popolo progredito e cosciente di obbedire ad una legge che considera divina, al di là di ogni apparente evidenza. E’ l’unica legge che le persone ritengono di potere moralmente accettare, poiché rappresenta l’ideale di un uomo che ha offerto la propria vita per salvare l’Umanità. Da ciò discende il pensato comune che l’uomo sia assolto dalla responsabilità delle proprie azioni sin dall’inizio della propria esistenza. I singoli e le masse devono perciò soltanto limitarsi a far apparire pubblicamente la propria sottomissione al potere temporale catto-nazista, anche se la legge medesima viene continuamente violata da “ignoti”. Del resto, ciascuno può essere un ignoto, quando gli è consentito.

Hitler aveva fatto centro, era stato consigliato bene. La scelta politica -apparentemente contraddittoria per la feroce dittatura nazista- di lasciare pressoché immutata una situazione storicamente stratificata da secoli, aveva prodotto il risultato desiderato: la massa obbediva, anche se il singolo si sentiva libero. Ognuno in cuor suo era convinto che la sua anima era stata già salvata, ancor prima di nascere. Quindi era teoricamente libero di accettare qualunque cosa facesse, o accadesse per causa di altri.
E, soprattutto, il principio di fede rimaneva vero, indipendentemente da chi e da come lo proponesse, essendo esso espressione materiale e indiscutibile della divina volontà. Nel mondo dominato dal Nazismo, questo sistema poteva politicamente funzionare per il fatto che i prelati del nazional-cattolicesimo erano sottomessi al Fuhrer, e non il contrario.

Adolf Hitler, vicino alla morte, più volte si chiederà quale fine toccherà a questo perverso sistema, nel momento in cui verrà a mancare il suo potere assoluto. L’unica risposta che riuscirà a dare in confidenza alle persone più vicine a lui, coloro che lo assisteranno nel trapasso, sarà che i soggetti più dotati di potere in assoluto nella regione mediterranea sono proprio quelle che fanno parte della casta sacerdotale nazional-cattolica, detenendo conoscenze di alto livello, spregiudicatezza, denaro, ed controllo della forza di dominio delle masse, esercitata attraverso la persuasione o il rogo. Sa bene che Crisca e Andreini sono in realtà dei fantocci manovrabili e ricattabili, tanto da lui quanto dalla casta sacerdotale cattonazista. In questo complesso intreccio di complicità, le persone che ne fanno parte sono troppo legate ai propri vantaggi e all’uso indiscriminato del potere per abbandonarli, ed Hitler sa bene che allorquando il potere militare nazista si sarà allentato, essi saranno in grado di acquisire il controllo orizzontale del Mediterraneo, tutto il nord-Africa, dalla Spagna all’Italia, fino al Medio Oriente e ai Balcani.
Il Fuhrer immagina che i suoi successori tenteranno a tutti i costi di mantenere saldo un potere che, invece, saranno lentamente destinati a perdere.

Un veggente, cui Hitler era molto legato per i consigli offerti prima delle battaglie più importanti, gli aveva già in parte predetto che una più grande minaccia sarebbe arrivata dall’alto. In una Galassia come la nostra, il potere sulla Terra non poteva essere mantenuto a lungo dai suoi abitanti. Prima o poi sarebbe intervenuto direttamente il Signore di Nibiru, l’unico Dio che a tutti i costi voleva essere adorato in modo esclusivo dagli umani, privandoli della libertà di scegliere e di pensare altre divinità.

-“Io sono un dio geloso”, aveva detto molti millenni prima- facendo scolpire le sue perentorie affermazioni nelle Tavole della Legge fatte in pietra, i cui significati erano stati interpretati nel tempo non sempre fedelmente. Al Fuhrer era stato svelato che le tavole di pietra erano state imposte ad una umanità sconfitta e soggiogata, dopo la distruzione di più antiche tavole fatte di cristallo color smeraldo. In queste l’Uomo aveva scolpito e tramandato le proprie conoscenze maturate nella culla di civiltà scomparse, ben più antiche di quelle conosciute.
Tradendosi attraverso la propria gelosia -qualità ahimé piuttosto vicina al mondo umano- il Signore di Nibiru aveva in realtà rivelato (ai vedenti e agli udenti con sensi propri) di non essere l’unico dio, ma uno dei tantissimi che è possibile riconoscere nel vastissimo ecosistema delle divinità esistenti: un mondo spirituale che si estende senza limiti visibili, tanto in lungo e in largo, quanto in alto e in basso. Hitler e pochi altri sapevano tutto questo, ma non si erano mai serviti di queste conoscenze se non per scopi di predominio materiale, rifiutando per loro principio qualsiasi pratica di fede o di culto verso il mondo divino.

Ma a quel tempo, non avrebbero potuto assolutamente immaginare gli esiti del trionfante ritorno della Divinità venuta letteralmente dal cielo, cui i terrestri avrebbero assistito sbigottiti appena pochi decenni dopo.

domenica 15 marzo 2009

Il kamikaze è autentico?

Cari praticanti FilosofiIl romanzo di Tolstoj ci ha coinvolto in riflessioni importanti sul senso della vita e della morte. Fortunato IVAN IL'IC: grazie ad una stupida malattia che, invece, ai nostri giorni la medicina avrebbe irrimediabilmente guarito, ha potuto comodamente accorgersi della falsità della sua vita ed intravedere la luce della verità, sia pure in zona Cesarini. Ma allora si moriva anche per un mal di denti. Purtroppo, con i progressi della scienza che allunga sempre di più la vita e ed allontana la malattia e la morte, certe illuminanti agonie saranno sempre più rare e conseguire l'illuminazione sarà sempre più complicato. Ma noi cenacolanti non abbiamo bisogno di dolori e sventure per filosofare perchè ci lasciamo ispirare anche dalla gioia, dall'arte e dalla contemplazione del bello. E' stato davvero interessante riflettere sul rischio dell'inautenticità che incombe sulle nostre precarie esistenze, talmente interessante che abbiamo deciso di dedicare all'argomento la prossima cenetta. E' un esperimento nuovo, non porteremo un libro da commentare ma le nostre riflessioni sul tema dell'autenticità, al limite supportate dalla lettura di poche righe di un testo che ci ha ispirato. Intanto, sul nostro Blog possiamo trarre utili spunti dai contributi di alcuni di noi. In particolare mi sembrerebbe utile - senza voler nulla togliere agli altri - partire dal contributo di Alberto Spatola: "Il brillante e lo zircone" sulle maschere che indossiamo nelle relazioni con gli altri, sui giudizi di valore che condizionano anche il nostro sentirci più o meno autentici. E' importante delineare bene le coordinate del problema dato che martedì scorso ad un certo punto, impostando il discorso secondo certi presupposti, è venuto fuori che anche il ladro se ruba bene, il mafioso che rispetta il codice mafioso di cui è impregnato sin nelle budella, il Kamikaze se sa farsi esplodere nel momento più opportuno, realizzerebbero nella propria vita quell'autenticità di cui andiamo discorrendo.Giustamente Augusto ha sottolineato che così facciamo il gioco di che ha interesse a far credere che non c'è differenza tra chi paga il pizzo e chi si rifiuta, tra chi vive nella legalità e nella solidarietà e chi si vende l'anima per un po' di potere. Augusto ci ha entusiasmato meno quando ha aggiunto: "al limite concederei che anche il Kamikaze, se in buona fede, può vivere una sua dimensione di autenticità, ma solo se ha il coraggio di confrontarsi con gli altri, di venire alle nostre cenette con i suoi attrezzi di morte accettando di mettere in discussione le proprie opinioni e di argomentarle filosoficamente. Le nostre cenette sono aperte a tutti e sono accettate anche le posizioni più estreme ". Appuntamento, quindi a martedì 24 marzo: dire che sarà una cenetta vivace e scoppientante è dire poco....Pietro

mercoledì 11 marzo 2009

Il brillante e lo zircone







Il brillante e lo zircone

Cari amici filosofi e filosofanti, ieri sera sul finire della discussione riguardante la morte di Ivan Ilic è venuto fuori, quasi naturalmente, un interessante discorso sulla autenticità , discorso che è a mio avviso molto interessante anche per le risonanze psicologiche che ha e le deduzioni filosofiche che può suscitare.

Ma cosa vuol dire “autentico”? , per i greci autentico deriva da autore: αυθεντικός, da 'authentes'='autore'. E’ facile allora capire che diciamo autentico un capolavoro o un’opera d’arte , se è effettivamente attribuibile ad un determinato autore, se un Rembrandt è davvero di Rembrandt.




Anche delle meraviglie della natura possiamo dire se sono autentiche , ad esempio un brillante è autentico , uno zircone no. E’ come se la Natura fosse in questo caso l’autore, e il brillante è davvero una meraviglia della natura , lo zircone no. Capite che già stiamo esprimendo , sia pur indirettamente , dei giudizi “di valore”: Il vero Rembrandt vale un sacco , il falso si vende a poco. Il brillante è costoso , lo zircone è a buon mercato. Per cui ricaviamo, da queste brevi riflessioni sul concetto di autenticità riferito alle cose materiali, che è implicito un giudizio “valoriale” nel concetto di autenticità riferito a beni concreti.

Ma cosa succede quando dalla materia , sia pur nobile e preziosa o artigianale, si passa alle persone ? Quand’è che una persona si definisce autentica? Qui tutto si fa molto più difficile perché non è chiaro quale sia l’originale ( della persona ) e chi l’autore ( se c’è). Possiamo dire che alle volte e storicamente succede che alcune identità personali siano fasulle : ricordate il caso Bruneri o Cannella ? Cioè quel caso in cui una persona diceva di essere un’altra e ci vollero anni per smascherare l’impostore ? Ma in questo caso il problema dell’identità ha ancora a che fare con la “persona fisica” , con qualcosa cioè che può avere una risposta certa , attraverso ad esempio l’esame del DNA . Quindi in medicina legale si può risalire alla persona autentica , a colui che , ad esempio, sia l’autore di un delitto.

Ma se il problema dell’identità non è più vincolato a qualcosa di materiale , tutto diventa più difficile ed interessante nel contempo. Ci aiuta a capire qualcosa Tolstoi ed il suo Ivan Ilic. Non è che Ilic non sia autentico quanto alla sua identità personale fisica , ma sul finire della sua vita ed ormai prossimo alla morte , scopre “ l’inautenticità “ del vivere e della sua storia personale. Pirandello maestro di filosofia oltre che di drammaturgia, in epoca più recente e moderna rispetto a Tolstoi , dice cose simili. L’uomo spesso è prigioniero di riti e convenzioni , che sono radicalmente “inautentici”, e di cui è schiavo. Si pensi al “Fu Mattia Pascal”.

Ma allora come definire l’autenticità di una persona? E’ pur vero infatti che ci sono delle persone che sentiamo come “autentiche”, “schiette”, non mascherate , e ce ne sono altre che invece ci sembrano “finte”, “costruite”, “posticce”. Proviamo a dare alcune risposte: una possibilità è che l’autenticità si dia quando si è coerenti con la propria coscienza e con i propri principi. Credo sia ciò che Augusto Cavadi abbia sostenuto nell’ultimo incontro filosofico: la coscienza ed i principi personali , se sono rispecchiati nella condotta di vita, fondano l’autenticità delle persone.

Ciò è sicuramente condivisibile in parte , ma pone alcuni problemi ulteriori: se la coscienza è falsata da visioni della vita che non siano facilmente accettabili nel contesto societario, che tipo di autenticità avremo ? Ad esempio si è parlato dei kamikaze che in perfetta sintonia con la loro coscienza ed i loro principi, si lasciano esplodere: sono autentici kamikaze, ma è questo il tipo di autenticità su cui stiamo riflettendo?. Quando parliamo di autenticità non sotto intendiamo sempre anche un barlume di giudizio etico e valoriale? Altrimenti il concetto di autenticità sarebbe solo identificato in quello della coerenza tra ciò che si è e ciò che si pensa.

Un ladro coerente che teorizzi il furto e che lo attui è un ladro verace. Un politico coerente che prenda in giro la gente e teorizzi il latrocinio con demagogia, o la presunta libertà dell’informazione, sarebbe autentico, mentre è solo coerente con i propri imbrogli. Ma tutti avvertiamo una sorta di avversione verso tale pervicace coerenza. Credo pertanto che per pervenire ad una comprensione più profonda ed adeguata della autenticità dobbiamo gioco forza cercare dei punti di riferimento, extra coscientiam , al di là della coscienza.

O meglio riconoscere che la coscienza non può essere autoreferenziale, ma è sempre “coscienza di….”qualcosa che viene intuito al di fuori di sé….. In sostanza è difficile definire la coscienza se non si riconosce anche un suo essere votata in qualche modo al “trascendente” ( uso questo termine molto laicamente e solo intendo la possibilità della nostra mente di andare al di là di se stessa).

Secoli di storia della filosofia vertono su questi punti: la conoscenza, la possibilità del conoscere, l’immanenza o la trascendenza della conoscenza stessa, e tuttavia non ho un delirio improvviso che mi spinga a voler dare una risposta definitiva a tante belle questioni secolari. Ma, vivendo anche una dimensione “pratica” della filosofia ( se ne discute tanto nelle nostre cene di questa praticità ), non posso non notare che l’autenticità (in realtà solo coerenza) del kamikaze e del ladro vero ladro, o del politico imbroglione autenticamente imbroglione, “urtano” la mia coscienza, e preferisco avversare tutto ciò.

Non posso fare a meno di riferirmi alle regole del contesto sociale, alla “legalità” per esempio, al rispetto di alcuni principi salvaguardia del vivere “civile”. Ed anche se c’è chi, giustamente, come Gianni Rigamonti ( ricordando Pascal) nota che il concetto di legalità è condizionato storicamente e dai confini delle nazioni, tuttavia vi sono dei codici di comportamento che da sempre sanzionano, ad esempio, l’omicidio ( tranne il caso della legittima difesa), o che sanzionano le offese alla dignità personale, specie dei minori.

Pertanto è davvero improbabile pensare ad una autenticità autoreferenziale e solamente basata sulla coscienza, ma semmai che sia fondata su una “coscienza di…” valori in qualche modo intuibili da tutti e pertanto condivisibili. Ciò , a mio modesto parere, pone le basi non di una metafisica posticcia ed appesa “come un salame”( uso questa felice metafora espressa da un amico) nell’aere, o di un iperuranio sede delle idee di giustizia et similia, ma della possibile intuizione da parte di tutti di qualcosa che contemporaneamente ha a che fare con l’essere (dei filosofi),e con i concetti di bene, bello e valore, e (per le persone che hanno una fede) anche con una sia pur molto oscura idea del divino, che poi ognuno sviluppa secondo la propria storia di vita e tradizione

In sostanza saremo autentici se, sì ascoltiamo la nostra coscienza, ma non in modo autoreferenziale ( alla Sartre per intenderci), ma con una umana e profonda intuizione di……ciò che sono l’essere, il bene , i valori. E così facendo potremmo essere non degli zirconi (mi lascio andare ad un’immagine poetica) ma come dei brillanti che riflettono per l'appunto la luce dell’essere, del bene, dei valori.

sabato 28 febbraio 2009

La morte di Ivan Il'ič

La morte di Ivan Il'ič (in russo Смерть Ивана Ильича, Smert' Ivana Ilyicha), pubblicato per la prima volta nel 1886 è un racconto di Lev Nikolaevič Tolstoj. È una delle opere più celebrate di Tolstoj, influenzata dalla crisi spirituale dell'autore, che lo porterà a convertirsi al cristianesimo. Tema centrale della storia è quello dell'uomo di fronte all'inevitabilità della morte.

Trama

In un ufficio del Tribunale di San Pietroburgo, alcuni magistrati stanno accalorandosi su un importante caso giudiziario. Uno di loro, disinteressato alla discussione, sfoglia il giornale. All'improvviso vede il necrologio di un collega, Ivan Il'ič Golovin, che tutti sapevano essere gravemente malato. Dopo una serie di ipotesi su chi potrà occupare il posto lasciato vacante e vaghi propositi di andare a visitare il defunto, i giudici tornano al loro lavoro, sotto sotto contenti di essere ancora vivi. Il giudice che aveva letto la notizia, amico di Ivan Il'ič fin dai tempi dell'Università, dopo pranzo si reca a fargli visita. L'incontro con la moglie e i figli del defunto non è particolarmente cordiale ed è più che altro la soddisfazione di un obbligo morale. Adempiutolo, il giudice si reca a casa di un collega, per giocare a carte. La storia della vita del giudice Ivan Il'ič Golovin, consigliere della Corte d'Appello di San Pietroburgo "era la più semplice, la più comune e la più terribile". Figlio di un alto funzionario del governo, "membro inutile di numerose inutili istituzioni", aveva studiato giurisprudenza e ed era diventato giudice istruttore di una remota provincia. Dopo diversi anni era riuscito ad ottenere il trasferimento nella capitale, con conseguente promozione ed aumento di stipendio. Proprio mentre sta arredando la nuova casa a San Pietroburgo, però, cade dalla scala su cui era salito per mostrare al tappezziere come fissare le tende e sbatte col fianco sulla maniglia della finestra. Sul momento sembra una cosa da nulla, ma con l'andar del tempo inizia a manifestarsi un malessere proprio in corrispondenza del punto in cui la maniglia l'aveva colpito. Il dolore cresce costantemente ed evolve in una misteriosa malattia, a cui i medici non sanno dare un nome e per cui nessuno riesce a trovare un rimedio. Ivan Il'ič si trova ben presto di fronte ad un male incurabile, ormai chiaramente in stadio terminale. Una sorda disperazione prende il protagonista, che non riesce a capire il significato della sua mortalità. Aveva sempre saputo, certo, di essere un mortale, però la concreta prospettiva di dover morire lo inquieta. Cerca di pensare ad altro, si butta nel lavoro, ma senza risultati, "lei" si riaffaccia di continuo alla sua mente. Durante la malattia, si forma l'idea che, se non avesse vissuto una vita giusta, la sofferenza e la morte avrebbero avuto un senso. Ma lui era sempre vissuto onestamente, e tutto questo non si spiegava. Inizia ad odiare i familiari, la loro pretesa che lui sia solo ammalato e non moribondo, il loro superficiale tentativo di evitare il tema della sua morte. L'unico conforto gli viene dal servo Gerasim, un ragazzo di origini contadine, l'unico a non avere paura della morte e l'unico, in definitiva, a mostrargli compassione. Ivan inizia a domandarsi se avesse, in realtà, vissuto giustamente. Negli ultimi giorni, il protagonista inizia a tracciare un confine tra la vita artificiale, sempre condotta da lui e dalla sua famiglia, dominata dall'interesse, dal timore per la morte e dall'occultamento del vero significato dell'esistenza e la vita vera, quella di Gerasim, dominata dalla compassione. Verso la fine, una "strana forza" lo colpisce al petto, al fianco, gli mozza il respiro. Ivan Il'ič si sente risucchiato nel buco nero della morte, in fondo a cui, però, scorge una luce. Scopre che la sua vita non era stata come avrebbe dovuto essere, ma a questo si poteva ancora porre rimedio. Sente che il figlio gli bacia la mano, vede la moglie in lacrime. Non li odia più, ma prova pietà per loro. Un sollievo lo pervade, mentre si accorge di non aver più paura della morte, perché la morte non c'è più, sostituita dalla luce. Esclama ad alta voce "Che gioia!". In mezzo ad un respiro, Ivan muore.
Interpretazioni

Il racconto è stato scritto poco dopo la conversione dell'autore. In effetti nella vicenda sono presenti diverse tematiche religiose, come la luce in fondo al buio. Il cristianesimo di Tolstoj era incentrato sulla figura di Cristo e l'esempio evangelico, più che sull'adesione ad una chiesa istituzionalizzata ed ai suoi riti. Ne è esempio anche un episodio dell'agonia di Ivan Il'ič. Pochi giorni prima di morire, questi si confessa e si comunica su insistenza della moglie. Se all'inizio il rito sembra ridargli la speranza, le parole della moglie, sicura del fatto che ora si sentisse meglio, lo fanno ripiombare ben presto nella disperazione. Nel racconto non c'è poi alcuna indicazione di una vita oltre la morte. Alcuni vedono nella fine del racconto il dono della fine della sofferenza. Per un'altra interpretazione la conquista di Ivan Il'ič consiste nella libertà data dalla verità ossia, nel suo caso, l'aver preso consapevolezza della falsità della sua vita, cosa che gli consente di vivere un momento di amore disinteressato e di provare compassione per la moglie e il figlio.

domenica 15 febbraio 2009

sul testamento biologico in discussione in Parlamento


Quì di seguito ho scelto e parafrasato (forse molto?) alcuni concetti che Vito Mancuso ha riportato in un suo articolo venerdì 13 febbraio su “La Repubblica”)..... a me queste frasi sembrano interessanti e a voi?
Armando
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Se il cristiano cattolico pensa che la vita è un dono di Dio, come può poi aspettarsi che Dio decida che uso si debba fare del dono……….. non sarebbe un dono ma una concessione in comodato !?!?

L’autodeterminazione è legittimata dal concetto di libertà , mai da quello dell’obbedienza.

Solo la libertà può generare amore, mai l’obbedienza.

La Chiesa (e di conseguenza gli atei devoti) vuole dirci come agire non tenendo conto che il buon cristiano, secondo i Vangeli canonici e non, dovrebbe agire secondo coscienza!

Una società laica e democratica su certi argomenti dovrebbe decidere rispettando tutte le morali in proposito!

martedì 3 febbraio 2009

Il caso Englaro

In attesa che Socrate (il consulente filosofico arrestato ad Atene) venga liberato, sia pur su cauzione, provo a ravvivare l'interesse per questo Blog , chiosando un pò sul caso Englaro. Perchè una vicenda così intima , straziente e privata è diventata un polpettone mediatico così esteso nei media ? Non sarebbe una vicenda cui può partecipare di diritto e principalmente chi la vive in prima persona ? ( escludo Eluana perchè non è più in grado di partecipare)- ma certamente è giusto che esprima un parere decisivo chi vive la vicenda da dentro e quindi la famiglia. A che titolo io o tu possiamo esprimere un parere decisivo ? A questa prima domanda una parziale risposta può darsi a favore solo di un parere espresso anche da chi gestisce il Servizio Sanitario Nazionale, dagli operatori coinvolti sino al Ministro del Welfare. Questo perchè occorre una struttura sanitaria per porre fine ai giorni di vita di Eluana. E' giusto allora che anche chi sia coinvolto per ragioni professionali dia un proprio parere in quanto parte in causa sia pur per ragioni professionali. Si pone allora lo spinoso problema se staccare la spina di apparecchiature complesse quali sono quelle dei reparti di rianimazione sia etico oppure no. A mio modesto avviso per pronunziarsi sugli aspetti etici di questa operazione ( il distacco della energia elettrica dall'apparecchio tipo polmone di acciaio ) non pone problemi bioetici qualora sia venuta meno ciò che gli antichi trattati di medicina legale definivano "vita". Tali trattati , che non cito per non appesantire l'intervento, definivano il fenomeno vita come caratterizzato dalla persistenza del cd. " tripode vitale " , cioè della triade formata dal battito cardiaco, dagli atti della respirazione e dalla coscienza. Il caso di Eluana si complica perchè persistono (artificialmente) battito e respiro, in assenza di coscienza. Ma per capire che staccare la spina in questo caso non è eutanasia , ma solo il por fine ad una sorta di luciferino accanimento terapeutico, basta osservare che se non ci fossero le complicate macchine moderne , Eluana potrebbe (teoricamente ) sopravvivere solo se un ipotetico rianimatore instancabile stesse per anni ed anni di seguito a manovrare con l'Ambu.
Per chi non lo sapesse l'Ambu è quella sorta di pallone ovalare che i rianimatori usano per "ventilare" il paziente che ha difficoltà respiratorie. Praticamente la medicina è vittima dei suoi progressi ed avendo trovato un Ambu meccanico ed artificiale si pone il falso problema se sia giusto cessare di farlo funzionare quando il/la paziente non "si risveglia " più . Non ci vuole molto a capire che dopo un ragionevole lasso di tempo, che si può anche definire , che può essere anche di alcuni giorni, di fronte ad un elettroencefalogramma piatto non ha più alcun senso mantenere in vita una persona "artificialmente". Oltretutto l'apparente atto di bontà o pietas nei confronti del paziente che si vuol rianimare ma non si risveglia , costa energie e risorse strappate ingiustamente a tanti altri pazienti che potrebbero salvarsi e che non trovano posto in rianimazione . E chi lavora nel campo ospedaliero sa quante volte ciò accade. Quindi per me il caso Englaro non è un caso di eutanasia , ma di accanimento terapeutico.
Altra cosa è tuttavia il caso di chi vive una vita di sofferenze e privazioni e opti per l'eutanasia. Anche qui c'è una sofferenza intensa e che tocca per primo chi la vive, ( vedi ad es. il caso Welby ), ma non può dirsi che sia già cessata la vita del soggetto che la vive tra tante difficoltà. Quindi interrompere l'alimentazione elettrica ad apparecchiature particolari di supporto non rappresenta in questo caso un cessare l'accanimento terapeutico, ma una opzione nei confronti dell'eutanasia. Cosa fare in questi casi ? Chi decide ? Chi ha diritto a parlare ? Anche qui la prima parola va data a chi vive il problema e del resto tutta la legislazione sul c.d. "consenso informato" va in questo senso. Faccio un esempio chiarificatore : se un paziente oncologico viene posto di fronte alla scelta chemioterapia si o no , e rifiuta fa una scelta eutanasica ? Credo proprio di no perchè di fronte ad un male ineluttabile si può decidere di non soffrire ulteriormente con cure che alla fin fine possono essere solo palliative. Gli altri operatori che hanno diritto di parola sono di nuovo gli operatori sanitari che obtorto collo possono essere chiamati in causa ad operare in un senso o nell'altro. La mia considerazione è questa : vista la pluralità di pareri dello stato laico e di tutti, si dovrebbe dare la possibilità di astenersi a quegli operatori che non vogliono comunque partecipare ad un atto " terminale " di fine della vita , permettendogli l'obiezione di coscienza. Altresì la c.d eutanasia dovrebbe permettersi solo quando condizioni di vita oramai solamente artificiali non possono più permettere una ripresa autonoma del tripode vitale. Ma tale possibilità dovrebbe comunque prevedere anche la scelta di vivere di chi si trova in condizioni simili. Faccio un esempio : ci sono pazienti che da decenni vivono dentro un polmone di acciaio perchè autonomamente non respirerebbero più. Sono anche coscienti. Vogliono continuare a vivere . Chi ha il coraggio di dirgli che devono morire ? Nella stessa condizione ci può essere chi come Welby non ne può più . Chi può dargli torto ? Uno stato laico e di tutti, deve tener conto di tali diversità di vedute e non può imporre visioni del mondo ad alcuno, nè in un senso nè nell'altro, sia pur lasciando al dialogo ed al dibattito la possibilità a tutti di esprimersi.
Alberto Spatola

domenica 1 febbraio 2009

Arrestato e condannato a morte un consulente filosofico ad Atene

Da notizie di agenzia risulta che stamane hanno arrestato ad Atene uno dei primi e storici consulenti della pratica filosofica. Da quel che se ne sa, i maggiorenti della città lo accusano di corrompere con nuove dottrine i giovani , "sviandoli" dal vero culto alle divinità locali. Strenuo sostenitore di una spiritualità laica e dell'idea di Giustizia , è spalleggiato solo da un gruppo di intellettuali, ma la maggioranza della popolazione sembra non capirlo ed essergli contraria. La cosa strana, in tempi come i nostri, è che non sembra aver chiesto alcun compenso per l'esercizio della pratica stessa , e pare che gli bastasse che i consultanti gli facessero dono di qualche cibarie per sopravvivere! Il reo o presunto tale rischia (incredibile ma vero) la condanna a morte , con un mezzo molto antiquato ,pare una sorta di cicuta. Cosa si può fare per aiutarlo !? Forse discuterne per capire meglio che cosa è questa benedetta pratica filosofica che svia i giovani. Oppure cercare di entrare in contatto con lui attraverso qualche scritto recente.....per ben capire.
Ciao a tutti Alberto

sabato 31 gennaio 2009

L'anima e il suo destino

Per chi non l'avesse visto, Vito Mancuso a Otto e Mezzo. Cliccare su L'anima e il suo destino.

venerdì 30 gennaio 2009

il viandante e la via







peccato che il blog stia languendo!...allora voglio gettare un sasso nello stagno:
quanto di ciò che il poeta Antonio Machado dice in una sua bellissima poesia è condivisibile'?
"viandante, non è la via
che le tue orme, nient’altro;
viandante, non ci son vie,
la via si fa camminando.
La fai tu mentre cammini,
e se volgi indietro l’occhio
vedrai il sentiero che non
ritornerai più a calcare.
Viandante, non ci son vie,

solamente scie sul mare."

martedì 6 gennaio 2009

Da Augusto Cavadi Il dialogo del presidente

* Consorelle e confratelli, grazie a Maria Ales l'anno comincia con pensieri pensati e 'pensierofori' (neologismo sfornato caldo caldo in questo momento...).Tirato per la giacca (metaforica, visto che non amo quelle reali), metto sul piatto telematico il mio contributo.E, seguendo il buon esempio di Socrate - Platone, lo faccio dialogicamente.A.
(Sullo sfondo: rumori di catene, urla soffocate di prigionieri torturati, lamenti fiochi di schiavi agonizzanti).

MARIA:Steiner, Steiner: povero capro espiatorio! Può darsi che Il gruppo gli abbia dato la delega di evidenziare il disagio del cambiamento verso il nuovo assetto, quello esigito da Augusto, per passare finalmente al setting della Filosofia Praticata.AUGUSTO:Il setting della Filosofia Praticata è tale che non puà essere 'esigito' da nessuno. E' come il setting di una cenetta in trattoria: si può invitare qualche amico a cui si tiene particolarmente, non certo imporgli di accettare. Gli unici inviti a cena e a conversare - cui non si può dire di no - sono - a mia conoscenza - quelli dei capimafia: che, appunto, non mi risultano particolarmente fedeli alla Philosophische Praxis achenbachiana.MARIA:Ecco, l'inconscio ti tradisce. Parli delle cenette filosofiche come se tu fossi l'ospite (nel senso di padrone di casa) e gli altri gli ospiti (nel senso di ospitanti). Mi dai, del tutto involontariamente, ragione: qui il leader è indiscusso e individuato, ha già posto alcune regole di lettura con la mail ai cenacolanti e l’ abc spiegato dalla sua viva voce.AUGUSTO:Hai ragione: l'impressione potrebbe essere questa. Cioè errata. Chi ha visto nascere il gruppo sa però che le cose sono andate diversamente. L'idea è partita da Pietro Spalla (una sera d'agosto del 2003, a Norcia) e gli inviti li abbiamo promulgati insieme. Poiché eravamo convocati a casa sua, all'inizio è sembrato ovvio che, se io invitavo, invitavo in quanto maggiordomo incaricato dal signorotto del luogo. A rafforzare la relativa irrilevanza della mia presenza sono poi invalse due sane tradizioni: è Pietro stesso che gestisce organizzativamente gli incontri (dall'acquisto del cibo alla relazione surreale sino al memmento per l'appuntamento successivo); tali incontri si svolgono regolarmente anche quandoè prevista la mia assenza. Quando ho proposto - a voce e per email - quattro paginette sul senso degli incontri, non intendevo proporre né svolte né nuovi corsi, ma solo chiedere a ciascuno di noi la verifica del persistere dell'accordo sul progetto originario. Dunque, se mai, proponevo di non attuare svolte né nuovi corsi surrettiziamente, "all'italiana", ma di decidere consapevolmente (cioè: filosoficamente): se restare fedeli al modello "conversazioni filosofiche per non filosofi" o trasferirci (del tutto legittimamente) verso il modello "seminarii di aggiornamento sulla storia della filosofia per iscritti all'Univesrità della Terza età".MARIA:Rifletterò su ciò che dici e, soprattutto, sul perché dici quello che dici (mi scuserai, ma anch'io ho diritto ai miei sospetti...professionali!). Intanto mi pare onesto esternarti qualche perplessità di riuscire una brava nuova cenacolante.AUGUSTO:Che bello,esterna pure ! Siccome non parliamo di Leopardi o di Steiner, ma di ciò che pensa Maria Ales, siamo già in perfetto setting filosofico-pratico. Non manca nulla: neppure l'onorario (dal momento che ogni volta che ti incontro, le tue mani sorreggono dolci deliziosi.
MARIA: La prima perplessità è che non sia tollerato soltanto un ascolto partecipe.AUGUSTO: Ti giuro su quanto ho di più sacro - le palle di Pietro Spalla - che metterò da parte la solita attrezzatura eredita da nonno Torquemada ed eviterò, contrariamente alle mie abitudini, di estorcere con la tortura i sistemi filosofici che qualcuno dei presenti osasse tentare di mantenere celati...
MARIA: ... poi che ci si possa sentire pressati ad uscire fuori da una propria visione del mondo quando poi la si sia deuteroappresaAUGUSTO: su questo punto avrai ragione, ma non ho capito l'obiezione. Appena ci incontreremo, me la deuterospiegherai...
MARIA: ...e anche - siamo a tre - che si finisca per affidare alle mail quello che non accade nel gruppo il che non è la stessa cosa. Perché un conto sono i commenti di Pietro e un altro le” esternazioni del presidente”.AUGUSTO: Su questo punto è la mia pigrizia, abbondamente rimproveratami da Armando e Pietro, che dovrà rassicurarti: la storia dimostra che già parlo parcamente dentro le riunioni, ancor meno poi scrivo sulle riunioni. Dunque: niente 'esternazioni del presidente' in vista per il 2009. Intanto perché non è prevista la figura istituzionale di un presidente; poi - soprattutto - perchè scrivendo email si metterebbe in concorrenza 'oggettiva' con la verve creativa e l'umorismo nero del Segretario, andando incontro a sconfitta sicura. Platone direbbe: "a torsolo di cattiva effige" (per chi non ha studiato l'italiano aulico del traduttori rinascimentali dei testi greci: "a trunsu ri mala fiura").MARIA: Mi hai quasi convinto, vecchio mio. Sono quaasi commossa, ma resterò vigile: come mi ha insegnato Freud, non fidarti del semplice tenore verbale dei discorsi, specie quando hai motivi per ritenere che provengano da un "Ich" "curtu e malu cavatu". Dunque, non siglo nessuna pace, ma solo una tregua per la befana: alla prossima.

Da Maria Ales, attacco alla presidenza

Cari cenacolanti si cambia, forse diventeremo dei veri filosofanti.
Con quella malavoglia di ascoltarlo direi proprio che a GEORGE STEINER tocchi la indicazione del cambiamento. E dire che alle cenette filosofiche abbiamo avuto dei pensatori ingombranti, difficili da ricavarne un significato che magari arriva connotato alla fine dello studio lettura con un senso rivisto e corretto.
Così l’ arruffato Voltaire veniva colto, poi, con l’ occhio di Alberto quale precursore di psicodramma dove il gruppo dei narranti è il soggetto in movimento.
E Vito Mancuso? Indaffarato a passare ai contemporanei una lettura compatibile dei dogmi della chiesa veniva rivoltato come una calza e poi confermato.
Non da meno Maria Zambrano, classificata filosofa “non troppo ortodossa”, riusciva alla fine ad elicere argomentazioni vivaci.
C’ era insomma una gran buona volontà di prendersi le cose fruibili per il gruppo e per i se ste4ssi di varia configurazione.
Su Steiner ……….il collasso del gruppo , anzi la sua individuazione come capro espiatorio, ripudiato persino dal patron Armando.
Eppure Steiner commuove per la sua ricerca di quella caratteristica di un pensiero che non porti alla tristezza , un pensiero così elevato da non sapere di emozioni e che non sia contaminato da esperienze sensibili. Ma un pensiero così “ adamantino”, non è comunicabile nemmeno sotto lo stretto contatto di pelle dell’ amplesso quando cercare i pensieri del partner è frutto della immedesimazione e della osteggiata commistione tra uno stimolo esterno e la sua elaborazione relazionale. Già perché il pensiero umano è il prodotto di un apprendimento evolutivo che ha le sue radici nella esperienza di scambio con l’ altro su vari livelli e tempi del processo di apprendimento.
Fuori dalla fascinazione l’ adamantino GEORGE fa anche riflettere:
sulla tristezza, forse solo imbarazzo per ritrovarsi tra la aspirazione ad un pensiero così alto da non dovere subire stimoli falsificanti, dunque un pensiero non umano e la condizione di isolamento che arriva dalla convinzione che nessun altro possa penare per te stesso.
Che ne dite di leggere questa solitudine come la riuscita del processo di individuazione che è un punto arrivo fortunato del processo di differenziazione relazionale?
E poi le sue contraddizioni. Ha appena detto che le sensazioni fisiche e il dolore sono soltanto
strumenti per pensare quando afferma con ritrovata sicurezza che l’ atto fisico del respirare è certezza per di esistere “respiro quindi esisto”
Quando esalta la libertà del pensiero folle quale condizione unica di libertà e sincerità afferma una verità psicotica perché un tale pensiero ha limitazioni comunicative estreme ed è causa di alienazione dall’ altro
Ma le sue contraddizioni ne aumentano la simpatia perchè denunciano il grande travaglio di angoscia e insicurezza che lui sostiene e che lo rendono insieme disponibile a ripensamenti. E’ proprio dentro nostalgia e tristezza che c’ è la energia per uscire dall’ isolamento della sua torre eburnea
Perché come Anna disse sbottando “ ma l’ uomo è tutto insieme” così anche Steiner ha il suo lato oscuro, basta non dissociarlo.
Allora può darsi che Il gruppo gli abbia dato la delega di evidenziare il disagio del cambiamento
Verso il nuovo assetto, quello esigito da Augusto, per passare finalmente al settino della Filosofia Praticata.
Qui il leader è indiscusso e individuato ha già posto alcune regole di lettura con la mail ai cenacolanti e l’ abc spiegato dalla sua viva voce.
Io ho qualche perplessità di riuscire una brava nuova cenacolante : la prima che non sia tollerato soltanto un ascolto partecipe; poi che ci si possa sentire pressati ad uscire fuori da una propria visione del mondo quando poi la si sia deuteroappresa; e anche tre che si finisca per affidare alle mail quello che non accade nel gruppo il che non è la stessa cosa. Perché un conto sono i commenti di Pietro e un altro le” esternazioni del presidente”.
Alla prossima con commozione Maria Ales

venerdì 2 gennaio 2009

Una trattativa difficile

Ci troviamo nell’anno 2010, ma non nel nostro futuro normale, bensì nell’ormai noto piano di realtà parallelo dove i Nazisti hanno vinto la II guerra mondiale.
Adolf Hitler, è morto di cancro nel 1984; il potere assoluto è stato formalmente assunto da Heinrich Himler, ma subito ceduto, per le pari precarie condizioni di salute di quest’ultimo, a Joseph Göring, 54 anni, figlio secondogenito del temibile Herman. Joseph ha saputo abilmente fare carriera nel Reich, come si richiede ad un ottimo ariano rampante.
Orbene, gli inetressi contingenti del nuovo Furer sono richiamati dalle preoccupanti segnalazioni di una imminente catastrofe. In quel mondo, dove i nazisti avevano vinto, non c’erano state le conseguenze disastrose dell’inquinamento atmosferico, essendo il potere saldamente detenuto dai dittatori del regime mondiale, e non dalle multinazionali americane, che non erano state neppure fondate. Il moderno capitalismo del profitto era stato stroncato su progredire, e lo sviuppo della società si manteneva entro canoni classicheggianti, costantemente monitorati. Eppure la temperatura globale aveva ugualmente cominciato ad innalzarsi già dai primi anni ’80. Era evidente che qualcosa di inaspettato stava avvenendo, certamente legato alle ciclicità astronomiche. Già dalla fine degli anni ’90 si era compreso che i mutamenti climatici facevano parte da un ciclo molto lungo, giunto ormai alla conclusione. Le condizioni normali si sarebbero invertite in tempi rapidissimi, ed esistevano già fior di rapporti dei servizi segreti in tal senso.

Ma, in quell’uggioso ottobre del 2010 Joseph Göring si trova a prendere una decisione difficile, che si fondava sulle motivazioni nascoste per le quali Hitler aveva avuto la possibilità di battere gli avversari e avere per primo l’esclusiva della bomba H.
Mentre si reca nell’Area 51, Joseph è pensieroso. Sa che lo attende una trattativa difficile. Gli Alieni di Nibiru sono decisi a dare una ulteriore ripulita al mondo, e per far questo hanno già dato le istruzioni per far sì che solo una piccolissima dell’umanità sopravviva alla catastrofe.
Gli tornano in mente, come ogni volta che si trova a dover fronteggiare i potenti alleati cosmici, i miti Sumeri sul diluvio, e le precisissime previsioni dei calendari Maya, gli altrettanto precisi calcoli cosmici degli antichi Egizi, con il loro enigmatici bassorilievi dove erano stati chiaramente rappresentati... A confronto, le falsificazioni che i potentati sionisti volevano affermare, si sono poi rivelate ridicole, e quindi estirpate come meritavano. La potenza Vaticana è stata detronizzata e conquistata; come conseguenza, i segreti dei musei sotterranei sono stati portati alla luce e le verità nascoste dalla Chiesa sono state rivelate a tutti. Si sa bene, adesso, che il Dio del deserto altri non è che un potente essere semidivino, incarnato ed imperante nel sistema solare, ma in grado di viaggiare nel Tempo e ella Galassia. Egli continua a pretendere di essere l’unico “Dio” riconosciuto ed adorato.
Quando era giovane Joseph non poteva di certo immaginarlo. Aveva davvero creduto che il mondo sarebbe stato laico ed ariano. In realtà, l’eliminazione definitiva degli ebrei ha solo cambiato determinati equilibri evolutivi, e il Dio adesso agisce con pieni poteri, pretendendo dall’Umanità costi altissimi. E’ un demonio? No, è una entità divinizzata che sa fare il suo mestiere, e gestisce poteri elevatissimi senza scrupoli.
Göring rivede nella sua mente, ad una ad una, le magiche reliquie più potenti della terra, quelle che sono state ritrovate grazie all’opera incessante di Hitler: la lancia di Longino, la Sindone, L’Arca dell’alleanza, la coppa del Graal. Sa che la svastica adesso domina su tutto il mondo, e che i forzieri Ariani ritrovati negli altopiani dell’Iran sono stati aperti e svelati dai nazisti, in cerca dei poteri occulti. Ma sa anche che tutti questi magici segreti, e le potenze ad essi collegate, sono stati obbligatoriamente ceduti agli Anunnaki, i potenti alieni di Nibiru, in cambio della tecnologia bellica necessaria alla vittoria. Adesso il mondo è sprotetto, questo Göring l’ha capito.
Quando giunge all’Area 51, in pieno deserto americano, è ormai sera. Rivede i temuti ed incredibili bagliori, sulla cima della collina artificiale. Come al solito, le astronavi di Nibiru lo hanno preceduto. Joseph scende dall’auto, e viene accompagnato sulla scalinata principale. La scorta armata è possente, tutti lo salutano militarmente in modo impeccabile. Le armi brandite fanno paura anche a lui, anche se sa di potersi fidare. Gli viene posto sulle spalle il consueto paramento rituale, un elegantissimo mantello di rarissima tigre bianca delle nevi. La corte ed i soldati lo accompagnano fino agli immensi saloni dell’incontro, nel cuore del tempio circolare che è stato realizzato nel palazzo reale della Nuova Eanna, un immensa costruzione adornata con complessi stili di fusione tra quelli zoroastriani, egizi e sumeri. L’evoluzione dei tempi, che consente facili atterraggi alle astronavi Nibiriane, ha permesso di edificare nel deserto ai piedi delle Rocky Mountains un formidabile tronco di piramide di pietra e cristallo, largo 800 metri ed alto 500. I quasi 700 milioni di blocchi megalitici che sono occorsi per edificarlo, sono stati posati nel giro di pochissimo tempo, meno di 2 mesi, grazie alle incredibili tecnologie aliene, che adoperano l’antigravità. Molti dei materiali sono di provenienza extraterrestre, spesso minerali siderali cavati dai meteoriti più grandi che si trovano nella fascia degli asteroidi, relitti di un pianeta fatto esplodere da Nibiriani, proprio perché ribelle.
Questa volta però non si presenterà il Dio in persona, e non si accenderanno i consueti fuochi azzurri che ardono da soli. Egli, il cui vero nome rimane segreto ed impronunciabile (Egli-è-colui-che-è), sarà rappresentato da uno dei membri dell’Alto Consiglio dei Vortici.
Appena entrato del salone riservato, ecco che Göring si vede comparire davanti all'ambasciatore, mentre questi lo stava aspettando seduto nell’immenso divano rosso in pelli animali, costruito per lui su misura. Ogni volta è un tuffo al cuore. Non è simpatico vedere un individuo alto 5 metri e largo 2, come non sono rassicuranti le sue fauci, un po’ rettiliane, un po’ cetacee. Le squame riflettenti non si vedono bene, perché questa volta l’ambasciatore è quasi totalmente ricoperto anche lui da un paramento rituale. Si intravedono appena gli artigli lunghi e pesanti dei suoi pterapodi, coperti da gioelli incredibilmente grandi e brillanti. Anche l’ambasciatore, il cui nome di grado è Zantecptu, è circondato da una fitta schiera di sue guardie del corpo e di splendide cortigiane, sia terrestri che non. Sembrano volerlo sedurre, ma egli le allontana come scacciasse degli insetti fastidiosi. All’arrivo di Göring le cortigiane si allontanano in fretta, senza fiatare.
Viene attivato il sistema di traduzione simultanea, che permette lo scambio tra frequenze udibili e ultracorte. I sibili, altrimenti incomprensibili, che Zantecptu emette molto velocemente per comunicare. Le luci degli ambienti cominciano a variare all’unisono, generando effetti fantastici di radiazioni in parte sconosciute, non rivelate alle tecnologie umane.
Joseph credeva di andare all’incontro per poter trattare una condizione che fosse un minimo vantaggiosa, od almeno onorevole. Invece, senza esitazione, Zantecptu chiede la verifica dell’immediata attivazione dell’esperimento della nuova Arca, che i nazisti hanno dovuto realizzare in fretta e furia. Alcune imbarcazioni di grande mole dovranno resistere, in un apposito grande laboratorio di prova, ad onde alte 150 metri, senza essere travolte, dilaniate ed affondate. Su di esse, alcune specie selezionate del pianeta troveranno posto, all’interno di piccoli bunker metallici, opportunamente sigillati. E’ preferibile questa soluzione a quella dei sommergibili, poiché gli oceani verranno spazzati fino al fondo da immani correnti, e quasi tutte le dorsali vulcaniche sottomarine del pianeta si riattiveranno in brevissimo tempo, contemporaneamente, facendo salire le temperature delle acque in modo insostenibile. Proprio così: tutto questo accadrà già prima del nuovo passaggio di Nibiru attraverso il sistema solare. Ogni 4300 anni, quello che in realtà non è un pianeta esterno, ma una enorme cometa grande in volume 5 volte la Luna, sfreccerà a velocità folle sulla sua orbita eccentrica. Giungerà a breve distanza dal sole, provocando fortissimi disequilibri di masse ed energie, e tirandosi appresso una spaventosa coda di meteoriti di grandissime dimensioni. Questi scompensi saranno in grado di generare sulla terra giganteschi tsunami, piogge meteoriche in grado di trapassare l’atmosfera, inondazioni estesissime ....... terremoti eccezionali, l’insorgenza o la riattivazione di supervulcani, la contaminazione dell’atmosfera da parte di polveri e gas cosmici, sufficientemente tossici ed oscuranti. Dopo lo sterminio, seguirà una piccola glaciazione, della durata media di un migliaio di anni.
I pochissimi sopravvissuti riusciranno poi a ripopolare il pianeta, dopo essere stati per secoli rintanati in caverne di alta montagna, gli unici luoghi relativamente sicuri.
Molte specie, sopravvissute allo sconvolgimento, saranno predate dalla competizione della catena alimentare, e quindi distrutte, estinte. I in questo modo il Pianeta si sarà ripulito dalle perversità umane e delle altre specie parassite, come affermano gli Anunnaki. Ma Göring non è venuto al cospetto di Zantecptu per sentirsi prospettare questa situazione, che era già stata da alcuni anni preannunciata al vertice nazista. Egli è venuto per assistere al crudele esperimento della resistenza delle imbarcazioni. Crudele perché il Dio di Nibiru, a sorpresa, pretende che a bordo di alcune di queste imbarcazioni salgano moglie e figli di Göring medesimo; sarà lui stesso a premere il pulsante ed avviare l’esperimento. E’ un atto di sottomissione totale, la riprova pratica non solo di una fedeltà più volte giurata, ma anche di una verifica conoscitiva sull’abilità di condurre gli esperimenti tecnologici cui i Nibiriani tengono moltissimo. Chi sbaglia paga, e subito, proprio come affermano le Nuove Tavole della Legge che sono state date “dall’alto dei cieli”. Alcune razze umane sono già state sterminate per questo, nel passato recente come nell’antichità. Più che una figura biblica al cospetto di un dio che appare dalle nuvole, Joseph si sente come un nuovo Muzio Scevola che pone la mano sul fuoco. Göring stesso attiverà tra pochi istanti le procedure tecnologiche del lancio delle navicelle acquatiche. Un grande panello di controllo, sospeso dall’alto, viene gli fatto calare davanti e Joseph guarda negli occhi, forse per l’ultima volta, i propri cari mentre vengono sospinti a bordo, cogliendone in ciascuno una smorfia di sofferenza a malapena nascosta. La stessa che egli avverte dentro di sé, senza poter fare nulla per salvarli. Solo l’esattezza dei calcoli dei suoi più fidati ingegneri e dei tecnici scelti possono salvare questi malcapitati prigionieri. L’unico pensiero che lo consola è che i suoi familiari moriranno adesso, oppure all’arrivo di Nibiru, previsto per l’estate del 2012, nel caso in cui le tecnologie non funzioneranno. Questo perché il Dio misterioso ha fatto sapere che punirà tutti coloro che peccheranno di presunzione, sterminandoli come meritano. I sopravvissuti al disastro avranno le memorie cancellate, e saranno posti in un Nuovo Eden-Giardino: questo avverrà a 1200 anni di distanza da quell’evento. Quando la Terra sarà stata decontaminata dai Nibiriani, si darà corso a nuovi esperimenti genetici sulla creazione di razze meritevoli di questo nome, e le razze elette saranno in quel momento ricreate. Razze alleate, al progetto nibiriano di conquista di gran parte dei sistemi solari che si trovano nel loro territorio galattico. Gli Imperi contrapposti a Nibiru sono a conoscenza della situazione, ma nulla possono in questo momento. Il loro intervento è escluso, essendo considerata una missione troppo pericolosa per il vantaggio che ne porterebbe. Si sa infatti che la razza umana è effettivamente deviata, anche se ad opera de Nibiriani e dei loro alleati.
L’esperimento viene avviato, e le gigantesche onde cominciano a propagarsi nell’immenso hangar appositamente costruito e siggillato. Travolgono ogni modello del finto paesaggio; le navicelle scompaiono sotto la schiuma e ogni tanto riemergono, per poi essere sommerse l’istante dopo.

Joseph è scosso da un fremito di terrore, come tutti gli altri che assistono al collaudo.
Nel frattempo, a migliaia di chilometri di distanza, vi sono modeste popolazioni che sono già a conoscenza di quanto sta per accadere. Stanno prendendo le loro precauzioni, cercando dei posti difendibili e delle risorse da utilizzare per la sopravvivenza. Ma questo Göring non lo sa, per lui è imprevedibile.

Centro Africa, settembre 2140° anno orientativo.
Siamo sempre nel medesimo piano parallelo che aveva visto i nazisti vincere il II conflitto mondiale.
Qualcuno è sopravvissuto dal Giappone, emigrando dalle isole prima che fosse troppo tardi. Da lì e da altr rari luoghi del pianeta, sparuti gruppi si sono rifugiati sui versanti del Kilimanjaro, ad altezze non inferiori ai 2000 m.
Il clima si è ristabilito in gran parte, anche se permangono ancora numerose evidenze della glaciazione in corso, che ha portato le dune e le aride savane a ridiventare foreste e verdi praterie. Il cielo è quasi sempre giallo, e piove insistentemente. Anche i fiumi hanno un colore ocra, che spicca serpeggiando tra verdi distese di piante mai viste prima. La nuova umanità conta appena 5000, forse 7000 individui, quasi tutti di razza gialla, qualcuno dalla pelle scura. I bianchi sono morti. Tutti.
I nuovi studiosi adesso si formano in modeste scuole dove si insegna un minimo di conoscenza, di storia, di scienze, di matematica. Però si tramandano i miti di quello che fu il diluvio universale. Un diluvio che travolse il Re del Mondo, il quale fu incapace di realizzare l’Arca che lo avrebbe salvato dalle furie del Dio dei Vortici. Si racconta anche che un altro Dio, in forma di un grande uccello dalle piume dorate, apparve in sogno ad un Uomo Umile, avvertendolo di quanto sarebbe, di lì a poco, accaduto. E quest’uomo, di nome Ziusudra il Modesto, costruì una piccola imbarcazione in legno di cedro, sulle pendici del Monte più alto dell’Africa, e lì si pose ad aspettare l’immane cataclisma, in compagnia di un piccolo popolo che aveva radunato intorno a sé, avendo creduto che la profezia fosse vera.



Da lì è rinato il genere umano, che adesso studia il proprio passato, cercando di comprendere le tracce delle distruzione. I viaggiatori-cercatori non troveranno mai nulla, giacché tutto è stato distrutto prima dalle immense onde, poi dai ghiacci, ed infine sepolto sotto spessi strati di detriti vulcanici e meteoritici. Ed essi potranno solo immaginare ciò che fu, ma mai toccarlo con mano, perché se solo ne trovassero le briciole, queste sarebbero irriconoscibili. Le tracce di un umanità fragile, troppo labili per essere ricordate.
Un giorno non lontano i cercatori verranno in contatto, anzi in conflitto, con altri sparuti gruppi umani, che dopo molti secoli saranno nel frattempo discesi dalle pendici delle Montagne Rocciose, ritrovando le misteriose e maestose rovine dell’Area 51. Sia gli uni che gli altri si interrogheranno sul significato delle enigmatiche tracce, ma nessuno avrà risposta certa, credendo di essere stati i primi uomini nati in questo mondo. Per molti altri secoli ancora i Nibiriani taceranno, e si rifaranno vivi quando sarà il momento giusto, non volendo così contaminare i loro preziosi esperimenti sulla creazione dei popoli e delle razze.
I discendenti dei poveri sopravvissuti racconteranno che i loro avi furono due fratelli, uno nomade, l’altro stanziale, che un giorno si affrontarono a colpi d’ascia lungo le rive del fiume, o presso il limitare di un campo coltivato.
Non si sa ancora quale sarà, questa volta, l’offerta gradita al Dio misterioso, se il sangue dell’agnello o i frutti dei campi. Ma la vittoria deciderà quale sarà il sogno che avrà la possibilità essere realizzato su questa Terra, se quello dettato dal dio distruttore o quello ispirato dall’uccello dalle piume dorate. E l’Uomo avrà ancora una volta incisi, sulla propria pelle e nelle sue pupille, le caratteristiche cicatrici della schiavitù incosciente. Se invece riuscirà a reagire, allora porterà con sé nuovi segni di rinascita, tracce profondamente nascoste della evoluzione verso una nuova forma di un pensiero che si potrebbe chiamare Amore.
Ma non si potrà, in quel momento, sapere ancora se quella parola avrà trovato un posto nelle nuove lingue che saranno create in sostituzione del tedesco, ormai da tanto tempo cancellato.