lunedì 1 febbraio 2010

La religione di Avatar? È nata in Piemonte



Nell'incredibile film di J. Cameron è rappresentata una grande contrapposizione: quella di un mondo tecnologico e metallico, ma in realtà rozzo e sensibile solo al profitto e, sull'altra sponda, quella di un popolo che vive in un pianeta fantastico. I Na'vi credono nella ricchezza e nella diversità della Vita, nello sviluppo della Coscienza capace di comunicare con l'intera esistenza attraverso le altre specie viventi.

Cosa che tra l'altro ha fatto preoccupare il Vaticano dicendo che è un film che confonde sulle “vere Verità”, quindi da non vedere. Addirittura in Cina è proibito, seppur sembra che tra i giovani circolino molte Copie piratate.

I commenti a questo film saranno tanto numerosi quanti coloro che l'hanno visto, essendo un'opera destinata a lasciare una impronta storica nella storia del cinema, e non solo.

Tra i tanti commenti, mi piace riportare qui quello di Massimo Introvigne che, per sua collocazione sicuramente non fa parte di movimenti spirituali innovatori. Vedete un po' voi....


La religione di Avatar? È nata in Piemonte di Massimo Introvigne

I Na'vi, i pacifici abitanti del pianeta Pandora sono attaccati da mercenari terrestri al soldo di una multinazionale; un'ovvia metafora di tutti i "diversi": e il messaggio è che i "diversi" sono sempre e comunque migliori di noi.

Ma il fatto - come hanno notato molti critici cristiani negli Stati Uniti - è che la superiorità morale dei Na'vi deriva dalla loro religione, che lo spettatore è indotto ad ammirare e condividere. Questa religione è superiore a quelle dei terrestri, insegna il film, perché non divide ma unisce. Perché non è dualista, ma monista, non distingue fra Creatore e creature e venera Eywa, la Madre o il Tutto, una sorte di mente collettiva dell'universo che lo rivela come una rete fittissima di interconnessioni.

Tutto è collegato con tutto, e le sciamane Na'vi compiono prodigi, guarigioni comprese, perché riescono a penetrare in queste linee di collegamento e ad entrare in sintonia con Eywa. Il nome classico di questa religione - non usato nel film di Cameron - è panteismo: ma si tratta di un panteismo rivisitato in salsa ecologistica e New Age. Il riferimento al New Age è ovvio, e convince di più dell'ipotesi - che in India è arrivata fino alla prime pagine dei quotidiani - di vedere nella religione dei Na'vi una variante neppure troppo modificata dell'induismo. L'espressione "New Age" indica tuttavia un genere, non una specie. I gruppi New Age sono moltissimi, e abbastanza diversi tra loro.

Chi ha qualche familiarità con questo mondo di fronte ad Avatar non può fare a meno di notare che il gruppo New Age che si avvicina di più alle idee dei Na'vi non sta negli Stati Uniti ma in Italia, in provincia di Torino. È Damanhur, il centro "acquariano" fondata nel 1976 in Valchiusella da Oberto Airaudi, famosa per il suo grande tempio sotterraneo e che, per quanto i suoi "cittadini" - come preferiscono farsi chiamare - non amino questa etichetta rappresenta la più grande comunità New Age del mondo. L'ipotesi secondo cui Cameron potrebbe essersi ispirato a Damanhur non è peregrina. Libri e video in inglese su Damanhur sono molto diffusi nel circuito New Age americano, e la storia del tempio sotterraneo che la comunità è riuscita incredibilmente a tenere segreto fino al 1992 ha affascinato anche i grandi quotidiani.

Le somiglianze sono sorprendenti. Come il tempio sotterraneo di Damanhur, il centro del potere e della spiritualità dei Na'vi è nascosto: in un enorme albero. Come i damanhuriani, i Na'vi hanno una loro lingua sacra, il cui uso sia nel film di Cameron sia a Damanhur in Valchiusella aiuta a segnare la differenza con chi non fa parte della comunità. Sia i Na'vi sia i cittadini di Damanhur sottolineano il valore dell'appartenenza un "popolo" che non è solo etnica ma iniziatica e - come dimostra il caso stesso del protagonista del film - volontaria. I damanhuriani si salutano, riconoscendo la comunione profonda che regna fra loro, con le parole "Con te", non con il consueto buongiorno; lo stesso fanno i Na'vi dicendo "Ti vedo". A Damanhur ogni fedele stabilisce uno speciale legame - bilaterale - con un animale, di cui prende il nome. Tra i Na'vi ogni guerriero o guerriera diventa tale scegliendo un animale alato da cavalcare ed essendone nel contempo scelto. Il cittadino di Damanhur, scrive il fondatore Airaudi, diventa "goccia cosciente di sé e di tutte le altre gocce formanti il mare dell'Essere". I Na'vi sarebbero d'accordo. Sia i Na'vi sia i damanhuriani credono panteisticamente in un grande Tutto dove ogni manifestazione della natura e della vita è in collegamento con tutte le altre. Come i Na'vi, i damanhuriani cercano di interagire con queste connessioni - anche attraverso l'uso di speciali simboli - ottenendone, o così dicono, risultati anche in campo terapeutico.

Si capisce - negli Stati Uniti e altrove - la diffidenza delle Chiese e comunità cristiane, per cui il panteismo e la negazione della differenza ontologica fra il Creatore e il creato sono nemici secolari che oggi ritornano con il New Age. Ma finora non sono stati in molti a vedere l'origine di questa nuova religione hollywoodiana molto vicino a casa nostra, in Valchiusella.






martedì 3 novembre 2009

I Tre Filosofi

Questa breve nota si potrebbe intitolare anche: "Ho smesso di ridere", poichè pensavo che gli altri filosofi si fossero addormentati nel lungo sonno estivo, passando poi direttamente al letargo invernale. Ma, come ci spiega la storiella, anche io potrei avere il naso sporco...


I tre filosofi

" Tre filosofi, dopo aver a lungo discusso di logica, si addormentano sotto un albero. Mentre dormono, tre uccellini depositano un piccolo escremento sulla fronte di ciascuno dei tre filosofi. Dopo alcune ore, quando gli escrementi si sono asciugati a dovere, i tre filosofi si svegliano. Guardandosi l'un l'altro, iniziano improvvisamente a ridere. Infatti ciascuno di essi vede l'escremento sulla fronte dei due compagni e, poiché i filosofi non sono santi, ride delle disgrazie altrui credendo di esserne immune. Tuttavia, dopo alcuni istanti, il più filosofo dei tre smette di ridere perché si rende conto di avere anche lui un escremento sulla fronte. Egli giunge a questa conclusione solo col ragionamento, senza tastarsi la fronte.

Qual è il ragionamento?
Perché egli è più filosofo degli altri? "


La soluzione, naturalmente a suo tempo, dopo che ciascuno avrà dato la sua.

lunedì 13 luglio 2009

L'ARTE DI VIVERE SENZA VERITA'


L’arte di vivere senza verità ( titolo rubato ad un articolo di Michel Foucault
apparso su Repubblica)


“conosciamo il falso del mondo,
non quello che è vero.
Eppure a quel pensiamo
sapendo che non sapremo”
(Fernando Pessoa)

Franz Kafka diceva che “la verità non è divisibile, perciò non può conoscere se stessa; chi vuole riconoscerla deve essere menzogna”.
La verità! La realtà oggettiva!.... anche gli scienziati, dopo le acquisizioni della Fisica quantistica, ci pensano molto meno.
Ma ciò significa che noi non la dobbiamo continuare a cercare? Certo che la cercheremo sempre e sempre di più, solo che forse dobbiamo cambiare strumenti: rinunciare a servirci della sola ragione e farci accompagnare da altri strumenti disponibili che spesso invece utilizziamo come mezzi alternativi di indagine intellettuale e apparentemente finalizzati a soddisfare altri bisogni. Strumenti che, a mio parere, hanno la loro dignità pari a quella della ragione stessa, anzi………la ragione, il cui primato per quasi quattro secoli è stato indiscusso, deve accettare il fatto di essere strutturata per non superare certi confini (e se li allarga i confini se ne vedrà presentare altri e poi altri ancora……). Sconfinare è compito dell’intuizione, della sfera emotiva, dei sentimenti, del mondo del possibile e dell’auspicabile. Inoltrarsi nell’Oltre, con la Musica, la Poesia, l’Arte, la Religione (ma anche con la Scienza, quando è momento creativo per formulare ipotesi) è atto intuitivo libero e personale che pretende in ultima analisi un atto di fiducia nelle nostre capacità non controllate dalla sola ragione ma anche e soprattutto……..dalla nostra coscienza ? dalla nostra anima ? dal nostro spirito ?
Sconfinare: che parola abusata e mal giudicata!
Sconfinare per me è volare libero col pensiero, come l’aquila che mai vola a stormi, ma anche come la gru che non vola mai da sola perché, volando a stormi, realizza l’esigenza di condividere la meta e il percorso relativo. La condivisione: altra esigenza a cui l’uomo non può rinunciare ed ecco il bisogno di amicizia, di amore, di solidarietà, di empatia, di appartenenza.
Continuando a citare Kafka, la difficoltà dell’uomo è “comprendere quale fortuna sia che il terreno su cui poggia non possa essere più grande dei due piedi che lo coprono”. Infatti io credo che il poter volare nell’Oltre, avendone solo sentimento e immaginazione, permette all’uomo di diversificarsi dall’ “essere angelo” per essere individuo, persona che può decidere fra il male ed il bene, persona che può credersi e forse sapersi libero. Condizione, la libertà, che gli consente di essere in grado di assumersi responsabilità, qualità questa che insieme alla libertà ci avvicina al divino più di mille altre!
D’altra parte, se si crede solo alla ragione, il rischio è lo scetticismo e il nichilismo, comunque l’inquietudine della coscienza; se ci si affida invece alla sfera non razionale della nostra coscienza ecco che si possono aprire delle prospettive altre e la parola “affidarsi” potrebbe assumere un significato nobile e mai confortevole però perché la propria coscienza non può consentire che la fiducia sia irresponsabile, non è come un corso d’acqua su cui ci si può lasciare andare ma è come le rapide dai molti percorsi tumultuosi che si devono scegliere e affrontare, badando a non essere travolti.
La verità forse esiste ma comunque è una meta nel terreno dello sconfinamento nell’Oltre e che forse ci può portare a credere di poter sopravvivere anche all’Universo.
Tutto ciò sento che mi conduce alla ricerca dell’Armonia del Mondo o, se volete, di Dio.
Ecco, leggendo il bel testo di Rosario, dove le parole verità, confine, sconfinamento, Oltre etc…… abbondano, sono stato sollecitato a queste considerazioni perché mi è difficile essere disponibile a vivere senza vie d’uscita.
“…..ma i viventi compiono
tutti l’errore di tracciar troppo netti confini.”

(Rainer Maria Rilke)

ARMANDO

mercoledì 17 giugno 2009

UNO ≠ MOLTI ?

Uno, due o diecimila?

Cosa scegli: Platone o Nietzsche, Dalì o Van Gogh, Leopardi o Bukowski? (Uno, nessuno, centomila….)

Esiste vera contraddizione tra i dualismi? Cosa ci fa distinguere l'accettabile dall'inaccettabile?

Potrebbe darsi che la nostra prospettiva temporale (e temporanea), bi-oculare, bi-lobotomica, simmetrica ma al contempo coniugata, ci rende difficile (o impossibile) il percepire una dimensione frattalizzata e onnipresente, nella quale siamo immersi incoscientemente e costretti a scegliere tra apparenti oppost, che potrebbero essere invero dei misteriosi collaboratori?

Ma come possiamo conoscere meglio quella che chiamiamo realtà, e darne risposte profonde, se prima non conosciamo meglio noi stessi, come siamo fatti, come percepiamo, con il corpo, con la mente, … (con l’anima)…. ?

Metterei nel calderone della discussione sia qualcosa di molto fisico, che i suggerimenti di uno dei grandi maestri dell’antichissima meditazione orientale. Mischiando il tutto con qualche risultato delle mie personali ricerche. Cominciamo da queste ultime.

Dentro di noi vi sono (almeno!) due personaggi ben diversi tra loro. E’ possibile vederli fisicamente sfruttando, ad esempio come ho fatto io, con tecniche fotografiche digitalizzate, la separazione della (a)-simmetria dei volti umani. Infatti ciò che consideriamo un volto unico rivela differenze ben evidenti tra l’emisfero destro e quello sinistro. Chi ha coraggio può fare questo esperimento con se stesso o con i propri amici, e vi assicuro che ci vuole fegato per guardarsi ed osservarsi in questo modo.

Chi avesse ancora più coraggio, potrebbe fare un lavoro interiore di identificazione separata, e scoprire che si tratta di due personaggi ben distinti, non raramente in competizione o in vera e propria lotta tra loro. Una metà potrebbe essere donna, l’altra un uomo. Uno potrebbe essere grasso, l’altro smilzo. Una allegra e sbarazzina, l’altra triste e riflessiva. Una raffinata, l’altra "porcellina" (!). Provate a immaginare tutte le altre qualità opposte (giovane-vecchio, intelligente-stupido, sapiente-ignorante, materialista-metafisico, stanco-energico… e così via). A volte si vede proprio bene che i due personaggi sono mooooolto differenti. Con un apposito lavoro, ciascuno potrebbe scoprire dove, nel profondo, risiede l’origine di un disturbo cronico. La persona che ingrassa potrebbe sapere chi è il “grassone” dentro di lui, e chi sta male potrebbe scoprire chi -dentro di lui- ha il mal di testa, di cuore o di fegato. E la persona, in stato di rilassamento profondo, può confermare quello che è il suo sentire, in modo libero, e se si sente donna piuttosto che uomo, ammetterlo. Se si sente aggressivo, piuttosto che pacato, ammetterlo. E così via. I suoi opposti interiori si intregrerebbero, imparerebbero ad ascoltarsi, a darsi spazio e fiducia recirpoca, e la smetterebbero di farsi una inutile guerra quotidiana.

Ma tutto questo è normalmente considerato come pura follia, esagerazione, condizionamento culturale, moda. Eccetera, eccetera.

Chi, allora, prevale dentro di noi? Solo uno: il più forte; gli altri personaggi della nostra interiorità subiscono. Qundi soffrono.

Eccovi allora un esempio fisico, una mia foto suddivisa in due e ricomposta in due visi differenti, questa volta perfettamente simmetrici. L’altro esempio appartiene alla mia attuale compagna, Dafne. Le metto qui a disposizione di tutti perché mi appartengono, senza incorrere in problemi legali. Ma in realtà ne ho una casistica ben vasta, e posso assicurare che alcune sono ben più sorprendenti (o sconcertanti?) di queste .


Io credo di conoscere bene i due personaggi oggi viventi, Francesco e Dafne, ma per conoscere meglio i quattro che sono integrati nei due, ho dovuto compiere un lavoro, che non può dirsi mai completo. Perché sconfinato è, l’essere umano.

Adesso però, proprio perchè lo vedo, posso dire di conoscere meglio John, nobiluomo alto e smilzo, che visse nell’Inghilterra del medio evo, frequentando una corte reale ostile alle libertà. Rifiutò quell’ambiente, e per questo, per le sue impudenze-imprudenze, fu ucciso dopo un lungo inseguimento, durato anni. Comprendo allora le sue paure.

Conosco meglio Juan, contadino e rivoluzionario, basso e tarchiato, poeta-cantautore, che visse nella Bolivia di fine ottocento. Si ribellò al potere dei padroni del luogo, e visse imboscato, lasciando tutto quel che aveva, quel poco che aveva, per la causa rivoluzionaria. Faceva attentati dinamitardi alle carrozze dei nobili, e diffondeva idee che incitavano le classi più deboli a ribellarsi ai ricchi. Non aveva paura di nulla (io sì !) Morì giovane, per un attacco di febbre infettiva, e i suoi compagni impiegarono molte settimane prima di recuperare la sua salma, che trovarono ancora come dormiente nel misero giaciglio che si era costruito sugli alberi. Comprendo allora il suo coraggio.

Ma "io" sono un individuo pauroso o coraggioso? Quando l'uno, quando l'altro?

Conosco meglio la mia Dafne ed il suo “Francoise” interiore, signorotto francese del rinascimento, ricco e raffinato, ma molto spigoloso e spesso egoista, privo di scrupoli; e conosco adesso la sua “Concita”, donna spagnola del ‘700, amante delle belle case e degli arredi particolari, energica e solare, allegra e fondamentalmente buona.


Fantasie? Immaginazioni? Autosuggestioni? Fate voi.

Ognuno pensa e fa quel che gli pare, e non pensa e non fa quel che non gli pare.

Certo è che tanti filosofi dell’antichità, ancora oggi per tanti versi osannati, parlavano di metempsicosi come fosse normale. E a quel tempo lo era: ma da onesti ed illuministi intellettuali del nostro tempo “post-occidentale”, oggi non ne conosciamo più il perché, né quale sia stato il percorso interiore (al di là di quello storico ufficiale) per cui l’umanità ha abbandonato alcune idee, e ne ha abbracciate altre che "contraddicevano" le precedenti, nella certezza che le une negano le altre.

Noi preferiamo considerarci "unici" e identici, anche se gli opposti posson ben "nascondersi" (fino ad un certo punto) dentro di noi, mancandoci il coraggio di scovarli ed ammetterli come facenti parte del nostro essere. In questo caso la nostra mente, per me solo apparentemente razionale, rifiuta queste idee come superate, e le teme. Limitatamente a queste idee, un grande filosofo dell'antichità classica può divenire "inaffidabile", non si considera neppure quel che afferma.

Lasciamo stare, quindi, di quando poi Platone parla di Atlantide, e Nietsche di un Superuomo che nessuna ha mai visto, se non nei fumetti.

Ma al di là di tutte le “fantasie” possibili ed immaginabili, tu che mi leggi, pensi davvero di essere “UNO”, “UNA”?

Perché tu possa considerare anche altre possibilità, ti porto allora i bellissimi versi di Lao-Tze, perché, diversamente da me, un Maestro possiede la chiave per entrare nel profondo del cuore di ogni uomo. E di elevare le possibilità di elaborazione e di immaginazione di ciascuno.

"Io", anzi noi, vorremmo solo che l’Uomo conquistasse nuove parti di sé, senza timori o pregiudizi.

Anche io ne ho: mi sforzo solo di vincerli.


TAO TE CHING

Il Tao che può essere detto

non è l'eterno Tao,

il nome che può essere nominato

non è l'eterno nome.

Senza nome è il principio

del Cielo e della Terra,

quando ha nome è la madre

delle diecimila creature.

Perciò chi non ha mai desideri

ne contempla l'arcano,

chi è soltanto capace di desiderare

ne contempla il termine.

Queste due visioni hanno la stessa origine

anche se diverso nome

ed insieme sono detti mistero,

mistero del mistero,

porta di tutti gli arcani.

Sotto il cielo tutti

sanno che il bello è bello,

da qui il brutto,

sanno che il bene è bene,

da qui il male.

E' così che

essere e non-essere si danno nascita fra loro,

facile e difficile si danno compimento fra loro,

lungo e corto si danno misura fra loro,

alto e basso si fanno dislivello fra loro,

tono e nota si danno armonia fra loro,

il prima e il dopo si fanno seguito fra loro.

Per questo il saggio

attua l'insegnamento non detto.

Le diecimila creature sorgono

ed egli non le rifiuta.

Le fa vivere, ma non le considera come sue.

Opera, ma nulla si aspetta in cambio.

Compiuta l'opera egli non permane

e proprio perché non permane

nulla gli può essere tolto.

Lao-Tse (VI sec. a.c.)

sabato 6 giugno 2009

Platone o Nietzsche?

Per non fare languire il blog, come consiglia Alberto, ripropongo la mia e-mail che ho scritto in risposta a quella di Pietro.......auspicando dei commenti .....
Caro Pietro e cari cenecolanti attivi,
dopo l’ultima e-mail di Pietro non mi riconosco più fra i “platoniani”, almeno come lui prova a delinearli.
Cerco di chiarire: intanto non mi piace la distinzione spaziale di partire dall’alto (Platone) e partire dal basso (Nietzche); è un modo di affrontare la questione che presuppone scale di valori legate ai concetti radicati in noi occidentali: tipo i cieli - gli inferi. Ma andiamo all’argomento: io penso che tutte e due le visioni partano dalla consapevolezza di essere intanto carne e sangue (sono visioni elaborate da uomini di carne e di sangue!) e poi, solo poi, in quanto figli evoluti della Natura madre, dalla capacità di farci, per quello che ancora ne sappiamo solo noi nell’Universo, le domande: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, perché andiamo e come facciamo per andare. Ora questa “libertà” (facoltà che ci accomuna potenzialmente tutti come specie), di porre domande e di agire conseguentemente alle risposte che più o meno timidamente riusciamo a dare, permette di schierarci su fronti diversi fino ad estremizzarne (nettamente ?) i contorni. Il punto che mi preme chiarire è: in questo “libero” cercare c’è “in natura” l’idea archetipica di “qualcosa-di-altro-che-materia” di cui possiamo avere sentimento, a cui possiamo aspirare e con cui ci possiamo confrontare? Questa prospettiva, per me, nasce con noi come parte della Natura che ci ha generato, Natura in cui è compresa la “materia” (natura madre) e il “senso”, la direzione (natura in fieri, forza in divenire, energia di senso o come la si vuole chiamare) . Se questo vuole dire essere con Platone, per me va bene. In questo modo mi differenzio da coloro che pensano che tutto è materia regolata dal caso, pensa! anche il frutto di intuizioni come la Musica, la Poesia, la Scienza (intesa come pura speculazione intellettuale), la Filosofia e quant’altro ci avvicina alle idee di Libertà, Amore, Giustizia, Bene, Bello etc……E non me ne volete se torno alle “nuove” frontiere della Scienza i cui risultati speculativi dicono che non possiamo conoscere la realtà se non con approssimazione perché se si cerca di determinarne l’aspetto materiale (per es. la posizione nello spazio) ci sfugge l’aspetto non materiale (per es. l’energia) e viceversa. Risultati che fanno dire a Werner Heisemberg, uno dei padri della Fisica contemporanea:”…..dopo l’esperienza della fisica moderna, il nostro atteggiamento verso concetti come intelletto o anima umana o vita o Dio sarà diverso da quello del XIX secolo, poiché questi concetti appartengono al linguaggio naturale ed hanno perciò immediata connessione con la realtà. È vero che ci apparirà anche subito chiaro che questi concetti non sono ben definiti nel senso scientifico e che la loro applicazione può condurre a varie contraddizioni; ma noi sappiamo tuttavia che essi toccano la realtà. Può essere utile a questo proposito ricordare che perfino nella parte più precisa della scienza, nella matematica, noi non possiamo fare a meno di servirci di concetti che implicano delle contraddizioni. È ben noto, ad esempio, che il concetto di infinito conduce a contraddizioni che sono analizzate; eppure sarebbe praticamente impossibile costruire, senza questo concetto, le più importanti parti della matematica.”
Questo significa il riconoscimento di un dualismo legittimo ma che dualismo non è (generato dalla “relazione o interazione”come causa necessaria dell’essere) che è insito nell’Universo a cui non possiamo (mai?) accedere se non con approssimazione (osservazione da un lato e intuizione dall’altro) e la cui sintesi (perché la sintesi porta poi il dualismo all’unità) è riconoscimento di un mistero (eterno?) che per me è comunque Natura in quanto conseguenza di un “soffio di senso” primordiale (Dio?).
Scusate la poca chiarezza di esposizione ma è la prima volta che provo a esplicitare queste argomentazioni non facili con cui mi cimento da tempo per dare senso alla “mia vita insieme a voi”.
Con affetto e stima
Armando
P.S.
Anch’io vi lascio una citazione che di “un non filosofo” però: “Egli (l’uomo) è un cittadino libero e sicuro della terra, poiché è legato a una catena che è lunga quanto basta per dargli libero accesso a tutti gli spazi della terra, e tuttavia lunga solo quel tanto per cui nulla può trascinarlo oltre i confini della terra. Ma al tempo stesso egli è anche un cittadino libero e sicuro del cielo, poiché è legato anche a una catena celeste, regolata in modo simile. Così, se vuole scendere sulla terra lo strozza il collare del cielo, se vuole salire in cielo quello della terra. E ciò nonostante egli ha tutte le possibilità e lo sente, anzi rifiuta di ricondurre addirittura il tutto a un errore commesso nel primo incatenamento.” (Franz Kafka)

venerdì 24 aprile 2009

La Luce dei Tantra

In questo dialogo ipotetico ed affascinante tra Nietzsche e Platone , così come lo rappresenta in modo anche divertente Luca Grecchi in “Vivere o Morire” , una cosa è subito chiara: la diversità di vedute tra i due grandi filosofi riguarda anche e soprattutto il tema dell’anima. Chi e cosa è l’uomo per Platone o per N., ? E’ evidente che il dualismo (metafisico) di Platone conduce ad una visione dell’uomo completamente diversa da quella “mondana”, eroica e “greca”, nel senso dei miti dell’antica Grecia, di N.-
In che modo si configura la libertà dell’uomo in questa abissale differenza di pensiero ? E’ l’uomo più libero se, come vuole N. è al di là di ogni possibile ed inutile metafisica? E’ al di là del bene e del male ? E’ più vincolato l’uomo se, con Platone, si intravedono nelle “Idee” del Bene , Bello, Giusto et similia , dei vincoli morali condizionanti al di qua ed al di là di questa stessa esistenza terrena? Certamente è possibile che una pre-comprensione , un pregiudizio ci porti ad affossare un pensatore o l’altro, secondo quella smania di libertà che ogni uomo giustamente rivendica e che non vuole paletti di alcun genere. – Potremmo forse dire: meglio Nietzsche o Sarte o tutti quei pensatori che ci liberano da ogni ancoraggio metafisico vincolante.- Ci può aiutare, a mio modesto parere, una riflessione su quella affermazione delle scuole sivaitiche secondo cui l’Io è libertà ( così Abhinavagupta nel Tantraloka,- La luce dei Tantra), e lo è tanto più riesce ad andare al di là del “Velo di Maya” delle apparenze e della pura fenomenicità, per cogliere le manifestazioni nascoste di ciò che può essere una sorta di energia divina, forse colta a volte, nella tradizione culturale dell’occidente, dalla intuizione poetica ed artistica in tutte le sue migliori espressioni.- In buona sostanza o attraverso la pratica meditativa orientale, nelle sue varie declinazioni, o attraverso gli slanci della migliore attività artistica presente nella storia dell’Occidente, ma anche attraverso le vie della tradizione mistica occidentale ( S. Giovanni Delacroix), l’uomo, ogni uomo, può intuire che l’eventuale presenza di “principi causali ideici extramondani” (Dio?) non necessariamente costituisce una limitazione della propria libertà, ma addirittura può ampliarla.- La filosofia occidentale, a partire da Platone, ha forse la presunzione di essere l'unica via possibile, (quella caratterizzata dalle argomentazioni e dal dialogo dialettico), per arrivare ad una conclusione positiva in tema di metafisica, ma in realtà sembra a me che la via dell'arte o della contemplazione siano più facilmente percorribili.

giovedì 16 aprile 2009

Un'angoscia esagerata

Cari cenacolanti sempre in cerca del significato dell'esistenza
martedì scorso abbiamo commentato il libro di Sartre "l'esistenzialismo è un umanismo", tratto da una famosa conferenza del filosofo francese, che poi si è subito pentito di avere permesso la pubblicazione di un testo così "comprensibile" che ha consentito a tutti di rendersi conto della sua incapacità di articolare in maniera attendibile certe sue pur giuste intuizioni.
Ma perchè per fare buona figura i filosofi hanno bisogno di scrivere difficile e di esprimere tesi estreme? Che l'uomo abbia la responsabilità di lavorare alla sua autoedificazione a prescindere dall'esistenza o meno di Dio lo sappiamo pure noi, ma perchè esagerare come fa lui pretendendo che, in questo lavoro, l'uomo è completamente libero, che le resistenze non contano, che il risultato dipende solo da noi, che siamo responsabili anche delle nostre passioni e paure, etc?
Un mio amico diceva, invece, giustamente, che ognuno gioca a scopa con le carte che gli distribuisce il cartante. Ed in effetti uno non si può autoedificare le carte col pennarello. Se uno volesse fare scopa con una carta autocostruita gli altri giocatori protesterebbero.....
Insomma ha senso negare che l'uomo incontra ostacoli, come le malattie o il matrimonio, al libero dispiegamento delle proprie potenzialità? Ed a proposito di questa difficile dinamica esistenziale cambiamento-conservazione, attiva anche all'interno del rapporto di coppia, mi piace citare un grande filosofo esistenzialista anonimo che scriveva: una donna sposa un uomo sperando che cambi, e lui non cambierà. Un uomo sposa una donna sperando che non cambi e lei cambierà.
E tuttavia le tesi di Sartre ci hanno intrigato e coinvolto, Armando se ne è detto affascinato, Alberto e Maria pure ma con qualche riserva "scientifica": Maria ha fatto notare che non è vero che quando nasciamo siamo nulla, come pretende Sartre, perchè ci ritroviamo in una famiglia e tra persone che ci trasmettono, proprio quando siamo più plasmabili, nevrosi o positività, idee e pregiudizi. Sulla stessa linea Alberto, che pur essendo stato - come molti altri "sessantottini" - innamorato di Sarte, oggi deve sottolineare che c'è un aspetto deterministico nell'uomo, a cominciare dal suo patrimonio genetico e dalla propria storia individuale, che Sartre pretende di ignorare quando afferma che l'uomo piò inventarsi ex novo ogni giorno.
Ed a proposito dell'angoscia implicata da questa libertà - una libertà che Sartre pretenderebbe assoluta - Augusto ha sottolineato: "ragazzi, non scherziamo: non stiamo parlando di un'' angoscetta da quattro soldi, tipo un'inquietudine positiva perchè creativa, quì stiamo parlando dell'assurdismo cosmico: per Sartre niente ha senso, nel mondo non c'è un significato nascosto da trovare, una verità nascosta da disvelare, non c'è assolutamente nulla, il senso e la verità li dobbiamo costruire ed inventare di sana pianta noi, ognuno per se stesso e poi anche come proposta agli altri. Altro che inquietudine creativa, il nulla sartriano fa venire davvero non solo la nausea, ma anche l'agorafobia (paura degli spazi vuoti) ed altri disturbi psicosomatici come la diarrea e gli attacchi di panico, a parte che dove troviamo tutto questo tempo per autocostruire noi stessi di sana pianta con tutto quello che abbiamo da fare per sbarcare il lunario ogni giorno?
Sicchè l'Augusto ha proposto, come contrappunto all'angoscia Sartriana di cui ci siamo imbevuti, di leggere per la prossima volta un libro pubblicato da poco nel quale Platone e Nietzsche si confrontano sui temi dell'esistenza in forma leggera, ironica e per nulla nauseante.
Altri hanno suggerito il testo segnalato da Alberto Biuso: Lettera sull'umanismo di Heidegger, Adelphi, 1987, che però.è stato considerato dagli esperti troppo difficile per il livello intellettuale medio dei presenti (sicchè molti di noi lo stanno comprando per leggerlo di nascosto nella speranza di scoprire che sono più intelligenti della media).
Un altra fazione di cenacolanti anarchico-insurrezionalisti, insofferenti della leadership di Augusto, ha proposto "le Favole di Margherita" della Hack , ma Alberto Spatola ha vergognosamente negato di averlo letto ed apprezzato sicchè ha avuto buon gioco Augusto che ha ricordato che, per regolamento, non si possono adottare libri che nessuno dei presenti ha mai letto.
Ci siamo lasciati, dunque, con un interrogativo esistenziale irrisolto: Alberto Spatola è responsabile della sua viltà come sostiene Sartre oppure possiamo giustificare il suo rifiuto di darsi in pasto ai famelici cenacolanti che effettivamente, se non gradissero il libro da lui "garantito" ne divorerebbero la reputazione come hanno fatto con quella di Armando (il quale non viene più chiamato per nome ma additato come "quello della tristezza del pensiero") ?
Riporto sotto i dati del testo scelto per martedi 21 aprile ed auguro a tutti
Buona Pasqua
Pietro
Autore: Grecchi Luca
Editore: Di Girolamo
Genere: filosofia occidentale moderna
Argomento: platone, nietzsche, friedrich
Collana: Gratis et amore hominis
Pagine: 160
ISBN: 8887778264
ISBN-13: 9788887778267
Data pubblicazione: 2008
Giovanissimo talento innamorato della filosofia classica (Carmelo Vigna), "pensatore a suo modo classico" (Mario Vegetti), "rondine di una nuova auspicabile primavera filosofica" (Costanzo Preve), Luca Grecchi lascia qui sullo sfondo i suoi consueti studi sulla filosofia greca antica e sull'umanesimo metafisico, per impegnarsi in un'opera di fantasia, di contenuto indubbiamente filosofico, ma che possiamo definire letteraria. Questo libro propone infatti un immaginario incontro fra Platone e Nietzsche, reso possibile dal terzo personaggio sulla scena: il tempo. L'incontro - che ha come tema di fondo, appunto, la ricerca del senso della esistenza umana - si svolge in cinque giorni. Platone e Nietzsche parlano di temi biografici, dell'amore, di metafisica, di politica e della morte. Un testo, dunque, che - pur se iscritto nel genere divertissement - sollecita a riflettere in modo appassionato sui contenuti eterni della condizione umana.

domenica 5 aprile 2009

L'esistenzialismo è un umanismo o un anestetico?

Sinora nessuna reazione sul buon Sartre, tranne l'eccellente proposta di Biuso di leggere, dopo Sartre, la "Lettera sull'umanismo"di Heidegger, che si pone in maniera antitetica o complementare, lo vedremo, alla tesi sartriana.

sabato 28 marzo 2009

Il pidocchiu arrinisciuto e il vegetariano reincarnato

Cari cenacolanti
Cos'è l'autenticità? E' questo il tema su cui ci siamo confrontati martedì scorso, stimolati dalla vicenda di Ivan Il'ič che si accorge, purtroppo solo alla fine, di avere vissuto una vita solo "apparente". Condenserei così il messaggio che ci ha lasciato il genio di Tolstoy con questo splendido libro: l'uomo è un animale arrivato, un "pidocchiu arrinisciutu", che ha la volgarità ed il provincialismo di un "nuovo ricco".
Semplificando molto possiamo dire che, in questi giorni, si sono confontate due scuole di pensiero:
- quella che potremmo ricondurre ad Augusto, secondo cui autentico è cio che si mostra in modo veritiero, ossia corrispondente a ciò che davvero è;
- quella che, per comodità, riconduciamo ad Alberto Spatola, secondo il quale se vogliamo definire l'autenticità in relazione ad esseri umani non possiamo non introdurre criteri di valore condivisibili ed essenziali.
Ma il confronto ha avuto varie ed interesanti sfumature ed i contributi sono stati tutti appassionati ed interessanti.
Quando poi Giovanni la Fiura ha letto un brano di Heidegger sull'essere e sul suo divenire, abbiamo capito che non possiamo definire l'autenticità senza cercare di capire prima qual è l'essenza dell'uomo e senza occuparci dell'essere.
Insomma, quasi senza volerlo, abbiamo toccato un nodo essenziale della ricerca filosofica, risolto il quale le risposte a tutte le altre nostre domande esistenziali - compresa quella: ma i vegetariani si reincarnano? o l'altra, che sembra oggi veramente un rebus irrisolvibile: come mai Fini è diventato così simpatico - ci sembreranno di una semplicità sconcertante.
E' parsa, a questo punto, davvero opportuna la proposta di Francesco Palazzo, di commentare, alla prossima cenetta, il saggio di Sartre "L'esistenzialismo è un umanismo" (Francesco l'ha trovato alla Feltrinelli, ed Mursia € 12,00).Il testo è semplice da leggere ed anche breve. Nel post precedente a questo trovate una recensione.
Intanto vi trascrivo brani estratti dal libro che ci aiutano già a capire il contenuto del libro stesso e un po' anche Sartre e l'esistenzialismo.

Però prima mi piace introdurre il tema dell'esistenzialismo con due illuminanti "visioni" che, più che dalla speculazione filosofica, traggono la loro bellezza dall'intuizione artistica e dalla fede e che sono, a mio parere, esitenzialiste, Sartriane ed Heideggeriane nel senso più bello e poetico:

"......perchè una realtà non ci fu data e non c'è; ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere; e non sarà mai una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile..." (L. Pirandello).
"Alcuni uomini vedono le cose per quello che sono state e ne spiegano perchè. Io sogno cose che ancora devono venire e dico: perchè no" (Robert F Kennedy)

A martedì sette aprile, ore 20,.30 per chi cena con noi, ore 21 per gli altri. Ecco alcuni brani dal testo che commenteremo.
Ciao. Pietro

"L'uomo, secondo la concezione esistenzialistica, non è definibile in quanto all'inizio non è niente. Sarà solo in seguito, e sarà quale si sarà fatto. [...] L'uomo è soltanto....... quale si concepisce dopo l'esistenza e quale si vuole dopo questo slancio verso l'esistere: l'uomo non è altro che ciò che si fa. Questo è il principio primo dell'esistenzialismo. Ed è anche quello che si chiama la soggettività e che ci vien rimproverata con questo termine. Ma che cosa vogliamo dire noi, con questo, se non che l'uomo ha una dignità più grande che non la pietra o il tavolo? Perchè noi vogliamo dire che l'uomo in primo luogo esiste, ossia che egli è in primo luogo ciò che si slancia verso un avvenire e ciò che ha coscienza di progettarsi verso l'avvenire.
L'uomo è, dapprima, un progetto che vive se stesso soggettivamente, invece di essere muschio, putridume o cavolfiore; niente esiste prima di questo progetto; niente esiste nel cielo intelligibile; l'uomo sarà innanzitutto quello che avrà progettato di essere. [...]
Ma, se veramente l'esistenza precede l'essenza, l'uomo è responsabile di quello che è. Così il primo passo dell'esistenzialismo è di mettere ogni uomo in possesso di quello che egli è e di far cadere su di lui la responsabilità totale della sua esistenza. E, quando diciamo che l'uomo è responsabile di se stesso, non intendiamo che l'uomo sia responsabile della sua stretta individualità, ma che egli è responsabile di tutti gli uomini. La parola "soggettivismo" ha due significati e su questa duplicità giocano i nostri avversari. Soggettivismo vuol dire, da una parte, scelta del soggetto individuale per se stesso e, dall'altra, impossibilità per l'uomo di oltrepassare la soggettività umana. Questo secondo è il senso profondo dell'esistenzialismo. Quando diciamo che l'uomo sceglie, intendiamo che ciascuno di noi si sceglie, ma, con questo, vogliamo anche dire che ciascuno di noi, scegliendosi, sceglie per tutti gli uomini. Infatti, non c'è uno solo dei nostri atti che, creando l'uomo che vogliamo essere, non crei nello stesso tempo una immagine dell'uomo quale noi giudichiamo debba essere. Scegliere d'essere questo piuttosto che quello è affermare, nello stesso tempo, il valore della nostra scelta, giacché non possiamo mai scegliere il male; ciò che scegliamo è sempre il bene e nulla può essere bene per noi senza esserlo per tutti. Se l'esistenza, d'altra parte, precede l'essenza e noi vogliamo esistere nello stesso tempo in cui formiamo la nostra immagine, questa immagine è valida per tutti e per tutta intera la nostra epoca. Così la nostra responsabilità è molto più grande di quello che potremmo supporre, poiché essa coinvolge l'umanità intera.[...]
L'esistenzialista, invece, dice che il vile si fa vile, che l'eroe si fa eroe; c'è sempre una possibilità per il vile di non essere più vile e per l'eroe di cessare d'essere un eroe. Quello che conta è l'impegno totale, e non solo un caso particolare, un'azione particolare a impegnarvi totalmente".
(da L'esistenzialismo è un umanismo, Mursia, pagg. 34-38, 66-67)

martedì 24 marzo 2009

Jean-Paul Sartre. L’esistenzialismo è un umanismo

Jean-Paul Sartre. L’esistenzialismo è un umanismo (tit. or. L'Existentialisme est un humanisme, 1945). VI edizione Mursia, Milano 1990, pp. 128, € 8,30.
Se io ricordo bene il testo dell'opera è molto meno delle 128 pagine del libro, tra l'altro, se ricordo sempre bene, scritto in caratteri molto grandi. Perciò possiamo leggerlo senz'altro tutto per martedì 7 aprile. Sotto riporto una breve descrizione dell'opera presa da un sito di filosofia.


Il saggio del 1946 “L’ esistenzialismo è un umanismo” è la versione leggermente modificata della conferenza che J.P. Sartre aveva tenuto nell’ottobre del 1945 davanti al pubblico parigino del Club Maintenant. La conferenza aveva anzitutto lo scopo di reagire alle accuse e ai fraintendimenti più grossolani che circolavano, sia negli ambienti di destra che in quelli di sinistra, intorno all’esistenzialismo in genere, divenuto tema di moda negli ambienti culturali, e intorno al cosiddetto ”esistenzialismo ateo” dello stesso Sartre. Gli avversari di diversa tendenza lo presentavano come una dottrina dell’assurdo e del vuoto, materialista e diabolica secondo gli uni, contemplativa e pessimistica secondo gli altri. Una concezione che, privilegiando gli aspetti peggiori dell’uomo e trascurando la solidarietà umana, fa dell’esistenzialismo una dottrina anti-umanistica. A queste critiche Sartre risponde ribaltando completamente il giudizio degli avversari. Egli infatti rivendica il carattere umanistico della propria filosofia, sostenendo che l’esistenzialismo pone al centro della sua attenzione l’incondizionata libertà dell’uomo che è, al tempo stesso, assoluta responsabilità del soggetto e delle sue scelte. Sartre esclude sia la tesi dell’esistenza di un Dio artefice che ha creato l’uomo in conformità ad un prototipo ideale prefissato, sia la versione laica di questa convinzione, ossia la tesi di una natura umana dotata di prerogative specifiche – e pertanto universale, immutabile e altrettanto prefissata. La tesi essenziale dell’esistenzialismo sartriano è pertanto quella secondo cui l’esistenza precede l’essenza; la conseguenza di ciò è che non vi sono principi a priori che possano stabilire il significato del vivere dell’uomo, il quale è totalmente responsabile di fronte alla vita. L’uomo è privo di fondamenti, non ha valori predeterminati a cui riferire la propria condotta e deve pertanto assumersi la piena responsabilità delle sue azioni e deve costruire da sé i principi del suo comportamento. L’assenza di Dio (e di ogni altro fondamento o valore) obbliga l’uomo a creare da sé i propri fini e i propri significati. In conclusione, il significato della filosofia sartriana può essere così riassunto: l’uomo non è nient’altro che ciò che fa di se stesso. Egli non ha una natura che preceda la sua azione e che è capace di condizionare la sua azione; in altre parole non c’è determinismo e l’uomo è totalmente libero, ma questa sua assoluta libertà è al tempo stesso una condanna, giacché gli impone in ogni istante di inventare e re-inventare se stesso. L’essere dell’uomo è totalmente nelle mani dell’uomo stesso. La sua essenza emergerà solo attraverso i progetti e le scelte che egli saprà realizzare.

Un Crudele Esperimento - IV


Die Rodung – Ad estirpanda


Facciamo un altro salto indietro nel tempo, sempre in quel “fecondo” piano parallelo dove a vincere la II guerra mondiale, e poi, a breve distanza, anche la terza, sono stati i Nazisti. In questo breve resoconto impareremo come, a volte, eventi storici che si svolgono in modo molto differente tra un piano e l'altro, e che si sviluppano nelle imprevedibili ramificazioni del Tempo, non producono poi effetti così diversi. Può essere interessante chiedersi come mai...


Nel 1943 Adolf Hitler, concentrando le sue armate sul fronte russo, è riuscito a fare arretrare le truppe di Stalin ben oltre gli Urali e, conquistando gran parte della Siberia, ha sospinto gli eserciti dei soviet fino ad una limitata regione presso le coste del pacifico.

In una regione boschiva circondata dalle immense e fredde tundre, inaspettatamente il Fuhrer trova delle misteriose evidenze.
Presso le rive del Fiume Tunguska, in Siberia centrale, i generali tedeschi in ricognizione avevano segnalato la presenza di una vastissima regione in cui milioni di alberi erano morti carbonizzati, forse a causa di un’enorme esplosione, trovandosi caduti a terra tutti orientati nella medesima direzione. Si trattava evidentemente di un evento istantaneo, una esplosione di una potenza tale che le armi conosciute non potevano aver creato.

Hitler impazzisce dall’esaltazione, vuole che si torturino i prigionieri per conoscere la natura e l’ubicazione esatta delle armi segrete in possesso dei generali sovietici.
Nulla da fare, decine di ufficiali muoiono sotto atroci torture e vessazioni, giurando di non saperne nulla. Effettivamente, arriva una conferma indiretta: da una datazione approssimativa fatta analizzando le tracce di carbonio dei tronchi morti, si scopre che l’evento è retrodato più o meno all’inizio del secolo. Forse neanche gli Zar ne sapevano nulla.

Nella zona erano anche stati trovati rari frammenti di una lega metallica sconosciuta, fatta in larga misura da elementi molto rari sulla terra, come iridio, cromo, tungsteno, molibdeno, platino, oro, vanadio.
Hitler intuisce che vi può essere lo zampino extraterrestre e, dopo una lunga serie di tentativi, riesce a far analizzare attentamente i residui dei terreni circostanti, in cui si trovano abbondanti isotopi di piombo, uranio e plutonio. Riesce a fa decifrare, in parte, alcuni microscopici frammenti di tecnologiche trovate, ove vi sono i codici di calcolo per realizzare la fissione nucleare.
Con una fulminea mossa, riesce in poco tempo a fabbricare la prima bomba atomica, ed a far fuori subito gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Hitler si accorge che la potenza degli ordigni nucleari fabbricati, sono di mille volte inferiori all’esplosione calcolata di Tuguska, ma è più che sufficiente a scatenare la distruzione. Roosvelt muore sotto le macerie di Washington, rasa al suolo dai venti nucleari. In Europa, non ha neppure bisogno di sganciare bombe H: evita la contaminazione di territori troppo vicini a sé, anche perché questi stati si arrendono immediatamente. Affida al Giappone il facile compito di annientare le armate residue e le ultime sacche di resistenza sovietica in siberia orientale. Egli nel frattempo si dedica con gusto ad invadere e conquistare la Cina, usando come armi tattiche dei missili U2 modificati in gittate terra-terra e dotati dei nuovi “optional” nucleari.
Stalin e Churchill, fuggiti dai loro rispettivi paesi poco prima della disfatta, vengono catturati ed impiccati pubblicamente, al termine di una fastosa parata militare internazionale svolta nell’immensa piazza del Kremlino. Le bandiere sventolanti del Reich sono milioni, e i cori festosi che inneggiano al nuovo Capo Supremo del pianeta sono rotti solo dal rombare dei cacciabombardieri, che in formazione svettano sulle teste di schiere di generali dal sorriso inebriato.
Mai il desiderio umano di grandezza e potenza fu talmente soddisfatto, quel memorabile giorno.

Hitler, per quanto all’apice del suo successo, in quel momento storico non riuscirà però a stabilire dei contatti veri e propri con forze extraterrestri, come avrebbe desiderato. Per avere delle novità, dovrà aspettare i primi anni 70, un decennio prima della sua morte. Riesce comunque a stabilire un nuovo ordine mondiale, all’insegna della svastica e dei suoi temibili metodi dittatoriali e xenofobi.

Già dagli anni ‘50, i tecnocrati militari del Reich si pongono subito degli obiettivi di ricerca militare e sociale, per adeguare il proprio livello di conoscenze alle esigenze di controllo del pianeta intero. Sono interessati ad effettuare esperimenti sulla specie umana che travalicano di gran lunga quelli realizzati nei lager germanici dei primi anni ’40. In America, ad esempio il panorama umano sopravvissuto alle contaminazioni nucleari si rivela molto interessante. Non si non si può pensare di perderne il livello di complessità, il quale va comunque controllato al massimo ed amministrato secondo i principi voluti da Hilter.
Bisogna creare dei nuovi lager anche lì, ma senza filo spinato. Bisogna sfruttare le conoscenze già acquisite e praticate dagli americani in fatto di business, conciliandole con l’intento primario di eliminare definitivamente i giudei dalla faccia della Terra. E lì ce ne sono tanti: e molti hanno occupato posizioni significative nei potentati economici e politici. Come estirparli?

Da questo panorama hanno origine i crudeli esperimenti di cui andiamo sommariamente a raccontare. Prima però, vi è un altro particolare storico di cui si deve parlare, e che si intreccia col precedente: riguarda ciò che accade in Italia. Anche qui le cose vanno in modo abbastanza diverso da come ci si potrebbe aspettare.
Hitler e i suoi più fidati consiglieri non vedono di buon occhio Benito Mussolini, innanzitutto perché egli si è pubblicamente vantato di una vittoria non sua. Lo sbarco in Sicilia delle forze alleate infatti è stato fermato tra la Lucania ed il Lazio, solo grazie ad un massiccio intervento della Wermacht, della Luftwafe e dei rinforzi tedeschi, dopo che le esigue truppe messe in campo dal governo fascista erano state disfatte in Sicilia ed in Calabria. Hilter pensa che Winston Churchill aveva avuto ragione nel dire che: «L'Italia è il ventre molle dell'Asse». A suo tempo, l’esercito dei 160.000 uomini guidati da Eisenhower dopo lo sbarco in Sicilia, era stato annientato già nei primi mesi del 1944: le truppe alleate oltre i tre quarti erano perite sotto il fuoco incrociato dei nazisti, ed i sopravvissuti internati nei campi della gelida Polonia, mandati ai lavori forzati nelle nuove ed immense fabbriche militari sorte nella zona di Cracovia.

La seconda colpa che il Fuhrer addebita a Benito Mussolini è quella di aver stilato, nel ’29, i Patti Lateranensi, contenenti un Trattato con cui il Duce aveva imprudentemente riconosciuto l'indipendenza e la sovranità del papato, autorizzandolo a fondare lo Stato Vaticano. Ancor di più, attraverso una Convenzione Finanziaria molto vantaggiosa per lo stato ecclesiastico, Mussolini si era tirato indietro dalle spoliazioni degli enti ecclesiastici. Aveva riconosciuto l'esenzione, al Vaticano, dalle tasse e dai dazi sulle merci importate ed il risarcimento di 750 milioni di lire (* pari a circa 3 miliardi di €uro attuali) e di ulteriori titoli di Stato consolidate al 5 per cento al portatore, per un valore nominale di un miliardo di lire (* pari a circa 4 miliardi di €uro attuali), per i “danni finanziari subiti dallo Stato pontificio” in seguito alla fine del potere temporale.

Hitler riconosce nel famoso motto “libera Chiesa in libero Stato” una beffa: si accorge che la libertà sta prevalentemente dalla parte del Papa, verificandosi un asservimento del governo fascista -sia economico che politico- ai solleciti pontifici. Un fatto intollerabile. 
Ma per pareggiare i conti, Hitler ha atteso furbamente la vittoria sulle Forze Alleate angloamericane. Chiusi i campi di battaglia, riarmati e ricomposti i propri eserciti, Hitler con la scusa di una parata ordina l’invasione massiccia delle più importanti città italiane. Roma è posta sotto assedio. In una calda notte dell’Agosto del 1948, Mussolini viene arrestato insieme al suo stato maggiore in gran segreto, e tradotto in Germania. Qui, insieme ai maggiori gerarchi fascisti, Benito Mussolini compare davanti ad un tribunale militare segreto. Per tutti la condanna è unanime: pena di morte con immediata esecuzione. I mezzi di stampa parleranno di un malore e di una morte per infarto; dei gerarchi fascisti si saprà solo dopo anni. Alcuni di essi si salveranno, a patto di collaborare strettamente con Hitler nei suoi nuovi progetti. Innanzitutto fare piazza pulita del Vaticano, ed impossessarsi dei tesori e degli oggetti magici più importanti, custoditi nei sotterranei della Basilica di San Pietro ed in altre località segrete. Per trovarli Hitler oltrepassa le mura vaticane, fa catturare il corpo di guardie svizzere che vengono tenute in ostaggio. Entra personalmente negli appartamenti pontifici e costringe Papa Pio XII, sotto la minaccia di una strage, a consegnargli una serie di oggetti molto particolari, di cui i suoi profeti o “veggenti” conoscono molto bene l’importanza.
Proprio nel momento in cui Hitler sta per decidere di far portar via i tesori e le opere d’arte più importanti e di fare incendiare tutta la cittadella vaticana, ha un incontro decisivo con due personaggi che si prestano al gioco di oscuri consiglieri. Questi sono un alto prelato cattolico, a suo tempo misteriosamente scomunicato dal papa, ed un rabbino di origine giordana perseguitato dagli Ebrei ed espatriato in Austria durante la guerra. 

Essi lo guidano ad una importante intuizione e risoluzione: i sionisti possono essere capillarmente cancellati dalla faccia della terra proprio con l’aiuto della chiesa cattolica. Di fronte alle evidenze storiche, Hitler riconosce che gli odi religiosi sono più efferati di quelli puramente razziali, con i quali condividono comunque una originale radice filosofico-religiosa.

L’idea attuativa che si fa avanti è drastica, perversa quanto sconvolgente: ricostituire la santa inquisizione affidandola ad un papa asservito, attraverso una religione riveduta e corretta dai filosofi fanatici del Reich. Ciò servirà ad eliminare capillarmente tutti gli ebrei, i comunisti, gli islamici e, progressivamente, i rappresentanti di tutte le altre religioni delle altre aree del globo. In questo modo il Terzo Reich avrà velocemente ed efficacemente un unico ossequio “religioso” praticato in tutto il mondo, che rinsalderà ed unificherà i vari popoli della Terra sotto il nascente governo mondiale. Hitler sa che questa operazione è impossibile senza prima avere fisicamente eliminato o convertito i vertici ecclesiastici, e i capi delle possibili fazioni che si opporranno. Ad eliminare tutti gli altri, penserà la Nuova Inquisizione, capeggiata da uomini fidati.

Hitler però non si fida totalmente dei suoi consiglieri, e preferisce dare il via all’operazione tramite alcuni ulteriori crudeli esperimenti. In America, in Europa, in Africa del nord e in Medio Oriente verranno creati degli immensi lager, ai margini di città delimitate e sorvegliate a vista da uomini armati. Sconfinate baraccopoli sorgeranno ai margini delle città, servendo a ricreare dei tuguri ghettizzati dove ebrei, cattolici e musulmani si affronteranno in bande armate, scannandosi tra loro a colpi di macete, di mortaio, di esplosivo. Sarà molto facile schierarli gli uni contro gli altri. I continui attentati daranno pretesto all’inquisizione di agire liberamente, imprigionando, torturando e dando al rogo chiunque ne venga ritenuto meritevole.

Viene fondata una nuova religione ufficiale, il nazional-cattolicesimo, a partire da una base relativamente semplice e sbrigativa: cioé “riaggiustando” i dieci comandamenti e innalzandoli a sedici. Per far ciò, Hitler destituisce Pio XII concedendogli un salvacondotto verso il Brasile e, col consenso di un Vaticano in parte terrorizzato ma in parte complice, insedia un nuovo papa, Teutone I, austriaco di nascita. Egli è naturalmente un papa spietato, intenzionato com’è a rivedere ed aggiornare tutte le dottrine della fede. Del resto non sarebbe la prima volta nella storia, anzi. 
La Nuova Inquisizione avrà sede a Vienna, ove in gran parte i tesori vaticani sono stati trasportati e custoditi.

Nel nuovo regime nel frattempo stabilitosi in Italia, verrà ricordato in futuro come fondamentale il contributo politico dello statista Luigio Andreini meritevole di aver incarnato, in un paese così difficile e restio ad accettare le imposizioni dall’alto, il ruolo di raffinatissimo mediatore. Verso la fine degli anni ’50, l’onorevole Andreini rinsalda le fila di un nuovo partito collegato alla nuova Inquisizione. Il terrore seminato in altri paesi, in Italia potrà essere smorzato se si accetta uno storico “compromesso” tra le parti. Ovviamente si tratta di un compromesso relativamente finto, in cui si cerca di dare a ciascuna delle parti estreme la sensazione di un controllo territoriale. Nel meridione il controllo verrà dato alle Sacre Mafie Unite, che sotto un unico stemma, torneranno a ritrovarsi nel segreto degli incappucciati, in un esaltante stile “massonico e neo-cospiratore”.
Nella regione padana la sensazione di controllo del territorio verrà offerta alle masse operaie filo-partigiane, nella coscienza che Hitler ha acquisito di non poter annientare una intera popolazione che ha maturato un notevole grado di complessità, risultando ben salda intorno a dei principi propri. Conviene ingannare, piuttosto che distruggere. 
Andreini farà leva sui valori di libertà e giustizia, promettendo ai residenti Italiani del Reich dei trattamenti di favore con scopi sperimentali, non concessi in altre regioni del mondo. Le prime elezioni nazionali, si rivelano essere un plebiscito. Col 95 % deil voto popolare, Andreini viene acclamato Presidente della Regione Italiana del III° Reich, con l’avallo di Hitler. Storiche, le foto che ritraggono un Fuhrer ancora smagliante, mentre stringe la mano a Papa Teutone I in tunica nera, ed accanto a lui un Luigio stanco ed emozionato, vagamente smagrito e un po’ ricurvo su di sé ma anche sodisfatto, con le sue orecchie piccole eppure evidenti, ed un riso enigmatico che suscita un senso di sarcasmo.

Tutto questo è servito a motivare e costruire l’instaurazione dell’unico controllo possibile sulla vita civile e politica dell’Italia nazista: la nuova Inquisizione. Avendo già ben funzionato per secoli fino a tempi recenti, essa avrà pieno potere e libertà di azione nei confronti dei terroristi, ma anche degli infedeli al revisionismo catto-nazista.
I primi ad essere presi di mira? Ovviamente sono i nemici più temibili: Ebrei ed Islamici. Teoricamente accomunati da un'unica fede verso un unico Dio, ma separati da un abisso di tradizioni e conoscenze differenti.

Riguardo agli Ebrei, la giusta punizione è una nuova invasione della Terra Santa, con la scusa di una nuova crociata che deve strappare al giudaismo il primato del Sepolcro di Cristo, e soprattutto dell’Arca dell’Alleanza, oggetto magico di inestimabile valore e potere.
In breve tempo la Palestina, la Cisgiordania e la Siria e il Medio-Oriente intero vengono invasi e conquistati. Gli ebrei e gli abitanti di fede islamica vengono messi insieme ad ammazzarsi tra loro, in immensi lager-ghetto, grandi quanto città, e confinate da fili spinati con lame taglientissime e campi minati. Da questi inferni nessuno può uscire vivo, ma la gente potrà (e quindi dovrà) riprodursi all’infinito, essendo vietati e non reperibili gli strumenti e le conoscenze per la contraccezione. Le vittime più appetitose della ferocia nazista, che rimane dietro le quinte, sono proprio i bambini ed i ragazzi, destinati a nascere e crescere inconsapevolmente in una malvivenza atavica, per poi finire massacrati sotto i colpi e gli agguati delle fazioni avversari o i roghi purificatori dell'inquisizione.
In un ambiente in cui non esistono ospedali affidabili, chi rimane ferito è trasportato nelle sale operatorie create dal regime, dove lo aspetta un dolore atroce, fino ad una lentissima, inesorabile morte. Le cure palliative che vengono somminstrate non servono certo salvare la vita del malcapitato, ma solo prolungarne le sofferenze attraverso uno stillicidio perpetrato con gusto sadico, in nome della sacralità della vita biologica: agli emissari dei nazisti non manca di certo il senso dell'ironia. Ed è per questo che quando un ragazzino rimane ferito, i parenti cercano di nasconderlo in casa di amici fidati, prima che gli inquisitori lo trovino.

In quanto agli islamici, invece, la situazione è più complessa, perché riguarda enormi masse di popolazioni sparse su territori vastissimi e sconfinati: non è certo possibile annientarle. Hitler, dando ascolto ancora una volta agli strateghi suoi consiglieri, escogita un piano brillante. Porta ad insediamento un altro astro nascente della politica italiana, Alberto Crisca, dapprima nel protettorato libico, con l’intento di estenderlo in breve tempo verso l’Egitto e il Golfo Persico da un lato, e verso Tunisia, Algeria e Marocco dall’altro. La manovra riesce pienamente, utilizzando le opportune strategie che prevedono l’uso combinato delle credenze religiose dell'Islam (opportunamente ritoccate) e della forza per controllare le masse. Il Vertice Nazista ha individuato la figura adatta a compiere questa operazione, essendo i gerarchi nazisti assai meno abili a comunicare col mondo arabo, per comprensibili motivi legati alle proprie caratteristiche di origine. Crisca invece, formidabile arrivista ed italiano ben dotato di grandi capacità adattive e mediatrici , dimostra ben presto i suoi denti da squalo, la sua originalità e spregiudicatezza. Riesce a farsi nominare gran sultano d’oriente, e pone la sua sede privilegiata in una sontuosa reggia fatta costruire appositamente nella zona residenziale di Tripoli. Da qui inizia a manovrare il mondo dell’Islam diventando un venerato e temuto Imam. Questo, in buona sintesi , il panorama nel cosiddetto mondo occidentale.


Vediamo ora cosa è successo dopo soli 50 anni di esperimenti.

In quasi tutto il mondo il Nazismo si è affermato con la forza, militare o inquisitoria, con un costo in vite umane altissimo. Si stima trattarsi di alcune decine di milioni di morti. Le statistiche ufficiali non offriranno mai proporzioni precise, ma gli storici del periodo a fatica ricostruiscono la seguente situazione: soltanto il 20% delle vittime è dovuto alle azioni belliche tra eserciti contrapposti durante le fasi di conquista dei restanti paesi da parte dei nazisti. Il 50% è invece perito in guerriglie locali, fomentate dai servizi segreti nazisti per fare in modo che scomode masse di disperati si annientino tra loro, un po’ con le poche e rudimentali armi, considerate di scarto dagli eserciti maggiori, un po’ attraverso la fame, le malattie (in parte veicolate appositamente) e la mancanza di soccorsi alle popolazioni ghettizzate. Il rimanente 30% è stato purificato dall'inquisizione.

In Italia invece, paese caro al Fuhrer per motivi occulti che egli non si sogna di rivelare, il popolo non ha sostanzialmente risolto i propri conflitti post-bellici, nonostante l'assenza dei lager.
La gente continua scontrarsi politicamente e socialmente, a formare fazioni, bande gruppi, squadre, schieramenti, che non hanno nessun altro scopo se non quello di affermare se stesse con la forza. Nessun principio però vince o viene applicato in pieno. Le persone si odiano, ed ovunque vedono nemici. Hanno solo paura di finire arrostite pubblicamente, dopo indicibili torture. Ma si sa anche che, per evitarlo, basterà abiurare pubblicamente, e tornare a far finta di frequentare diligentemente i luoghi di culto. Grandi cattedrali costruite in vetro e cemento, ove la croce con un uomo inchiodato sopra non è mai stata abolita: è stata solo leggermente ruotata e dotata di piccole protuberanze alle punte. La scritta INRI è stata fatta scomparire, perché nessun fedele fosse portato a cercare di scoprire chi erano i Nazhar, temibili rivoluzionari.

Questo apparente disordine, fa in realtà comodo al nuovo regime mondiale nazista, che non è stupido, ed impiega la forza diretta solo ove è necessaria per vincere. 
La stessa forza che in Italia ed in America non è costretto ad usare, sia perché essa viene dal popolo e su di esso si ritorce. Ma soprattutto perché la massa dei fedeli spensa di rappresentare-nonostante tutto- un popolo progredito e cosciente di obbedire ad una legge che considera divina, al di là di ogni apparente evidenza. E’ l’unica legge che le persone ritengono di potere moralmente accettare, poiché rappresenta l’ideale di un uomo che ha offerto la propria vita per salvare l’Umanità. Da ciò discende il pensato comune che l’uomo sia assolto dalla responsabilità delle proprie azioni sin dall’inizio della propria esistenza. I singoli e le masse devono perciò soltanto limitarsi a far apparire pubblicamente la propria sottomissione al potere temporale catto-nazista, anche se la legge medesima viene continuamente violata da “ignoti”. Del resto, ciascuno può essere un ignoto, quando gli è consentito.

Hitler aveva fatto centro, era stato consigliato bene. La scelta politica -apparentemente contraddittoria per la feroce dittatura nazista- di lasciare pressoché immutata una situazione storicamente stratificata da secoli, aveva prodotto il risultato desiderato: la massa obbediva, anche se il singolo si sentiva libero. Ognuno in cuor suo era convinto che la sua anima era stata già salvata, ancor prima di nascere. Quindi era teoricamente libero di accettare qualunque cosa facesse, o accadesse per causa di altri.
E, soprattutto, il principio di fede rimaneva vero, indipendentemente da chi e da come lo proponesse, essendo esso espressione materiale e indiscutibile della divina volontà. Nel mondo dominato dal Nazismo, questo sistema poteva politicamente funzionare per il fatto che i prelati del nazional-cattolicesimo erano sottomessi al Fuhrer, e non il contrario.

Adolf Hitler, vicino alla morte, più volte si chiederà quale fine toccherà a questo perverso sistema, nel momento in cui verrà a mancare il suo potere assoluto. L’unica risposta che riuscirà a dare in confidenza alle persone più vicine a lui, coloro che lo assisteranno nel trapasso, sarà che i soggetti più dotati di potere in assoluto nella regione mediterranea sono proprio quelle che fanno parte della casta sacerdotale nazional-cattolica, detenendo conoscenze di alto livello, spregiudicatezza, denaro, ed controllo della forza di dominio delle masse, esercitata attraverso la persuasione o il rogo. Sa bene che Crisca e Andreini sono in realtà dei fantocci manovrabili e ricattabili, tanto da lui quanto dalla casta sacerdotale cattonazista. In questo complesso intreccio di complicità, le persone che ne fanno parte sono troppo legate ai propri vantaggi e all’uso indiscriminato del potere per abbandonarli, ed Hitler sa bene che allorquando il potere militare nazista si sarà allentato, essi saranno in grado di acquisire il controllo orizzontale del Mediterraneo, tutto il nord-Africa, dalla Spagna all’Italia, fino al Medio Oriente e ai Balcani.
Il Fuhrer immagina che i suoi successori tenteranno a tutti i costi di mantenere saldo un potere che, invece, saranno lentamente destinati a perdere.

Un veggente, cui Hitler era molto legato per i consigli offerti prima delle battaglie più importanti, gli aveva già in parte predetto che una più grande minaccia sarebbe arrivata dall’alto. In una Galassia come la nostra, il potere sulla Terra non poteva essere mantenuto a lungo dai suoi abitanti. Prima o poi sarebbe intervenuto direttamente il Signore di Nibiru, l’unico Dio che a tutti i costi voleva essere adorato in modo esclusivo dagli umani, privandoli della libertà di scegliere e di pensare altre divinità.

-“Io sono un dio geloso”, aveva detto molti millenni prima- facendo scolpire le sue perentorie affermazioni nelle Tavole della Legge fatte in pietra, i cui significati erano stati interpretati nel tempo non sempre fedelmente. Al Fuhrer era stato svelato che le tavole di pietra erano state imposte ad una umanità sconfitta e soggiogata, dopo la distruzione di più antiche tavole fatte di cristallo color smeraldo. In queste l’Uomo aveva scolpito e tramandato le proprie conoscenze maturate nella culla di civiltà scomparse, ben più antiche di quelle conosciute.
Tradendosi attraverso la propria gelosia -qualità ahimé piuttosto vicina al mondo umano- il Signore di Nibiru aveva in realtà rivelato (ai vedenti e agli udenti con sensi propri) di non essere l’unico dio, ma uno dei tantissimi che è possibile riconoscere nel vastissimo ecosistema delle divinità esistenti: un mondo spirituale che si estende senza limiti visibili, tanto in lungo e in largo, quanto in alto e in basso. Hitler e pochi altri sapevano tutto questo, ma non si erano mai serviti di queste conoscenze se non per scopi di predominio materiale, rifiutando per loro principio qualsiasi pratica di fede o di culto verso il mondo divino.

Ma a quel tempo, non avrebbero potuto assolutamente immaginare gli esiti del trionfante ritorno della Divinità venuta letteralmente dal cielo, cui i terrestri avrebbero assistito sbigottiti appena pochi decenni dopo.

domenica 15 marzo 2009

Il kamikaze è autentico?

Cari praticanti FilosofiIl romanzo di Tolstoj ci ha coinvolto in riflessioni importanti sul senso della vita e della morte. Fortunato IVAN IL'IC: grazie ad una stupida malattia che, invece, ai nostri giorni la medicina avrebbe irrimediabilmente guarito, ha potuto comodamente accorgersi della falsità della sua vita ed intravedere la luce della verità, sia pure in zona Cesarini. Ma allora si moriva anche per un mal di denti. Purtroppo, con i progressi della scienza che allunga sempre di più la vita e ed allontana la malattia e la morte, certe illuminanti agonie saranno sempre più rare e conseguire l'illuminazione sarà sempre più complicato. Ma noi cenacolanti non abbiamo bisogno di dolori e sventure per filosofare perchè ci lasciamo ispirare anche dalla gioia, dall'arte e dalla contemplazione del bello. E' stato davvero interessante riflettere sul rischio dell'inautenticità che incombe sulle nostre precarie esistenze, talmente interessante che abbiamo deciso di dedicare all'argomento la prossima cenetta. E' un esperimento nuovo, non porteremo un libro da commentare ma le nostre riflessioni sul tema dell'autenticità, al limite supportate dalla lettura di poche righe di un testo che ci ha ispirato. Intanto, sul nostro Blog possiamo trarre utili spunti dai contributi di alcuni di noi. In particolare mi sembrerebbe utile - senza voler nulla togliere agli altri - partire dal contributo di Alberto Spatola: "Il brillante e lo zircone" sulle maschere che indossiamo nelle relazioni con gli altri, sui giudizi di valore che condizionano anche il nostro sentirci più o meno autentici. E' importante delineare bene le coordinate del problema dato che martedì scorso ad un certo punto, impostando il discorso secondo certi presupposti, è venuto fuori che anche il ladro se ruba bene, il mafioso che rispetta il codice mafioso di cui è impregnato sin nelle budella, il Kamikaze se sa farsi esplodere nel momento più opportuno, realizzerebbero nella propria vita quell'autenticità di cui andiamo discorrendo.Giustamente Augusto ha sottolineato che così facciamo il gioco di che ha interesse a far credere che non c'è differenza tra chi paga il pizzo e chi si rifiuta, tra chi vive nella legalità e nella solidarietà e chi si vende l'anima per un po' di potere. Augusto ci ha entusiasmato meno quando ha aggiunto: "al limite concederei che anche il Kamikaze, se in buona fede, può vivere una sua dimensione di autenticità, ma solo se ha il coraggio di confrontarsi con gli altri, di venire alle nostre cenette con i suoi attrezzi di morte accettando di mettere in discussione le proprie opinioni e di argomentarle filosoficamente. Le nostre cenette sono aperte a tutti e sono accettate anche le posizioni più estreme ". Appuntamento, quindi a martedì 24 marzo: dire che sarà una cenetta vivace e scoppientante è dire poco....Pietro

mercoledì 11 marzo 2009

Il brillante e lo zircone







Il brillante e lo zircone

Cari amici filosofi e filosofanti, ieri sera sul finire della discussione riguardante la morte di Ivan Ilic è venuto fuori, quasi naturalmente, un interessante discorso sulla autenticità , discorso che è a mio avviso molto interessante anche per le risonanze psicologiche che ha e le deduzioni filosofiche che può suscitare.

Ma cosa vuol dire “autentico”? , per i greci autentico deriva da autore: αυθεντικός, da 'authentes'='autore'. E’ facile allora capire che diciamo autentico un capolavoro o un’opera d’arte , se è effettivamente attribuibile ad un determinato autore, se un Rembrandt è davvero di Rembrandt.




Anche delle meraviglie della natura possiamo dire se sono autentiche , ad esempio un brillante è autentico , uno zircone no. E’ come se la Natura fosse in questo caso l’autore, e il brillante è davvero una meraviglia della natura , lo zircone no. Capite che già stiamo esprimendo , sia pur indirettamente , dei giudizi “di valore”: Il vero Rembrandt vale un sacco , il falso si vende a poco. Il brillante è costoso , lo zircone è a buon mercato. Per cui ricaviamo, da queste brevi riflessioni sul concetto di autenticità riferito alle cose materiali, che è implicito un giudizio “valoriale” nel concetto di autenticità riferito a beni concreti.

Ma cosa succede quando dalla materia , sia pur nobile e preziosa o artigianale, si passa alle persone ? Quand’è che una persona si definisce autentica? Qui tutto si fa molto più difficile perché non è chiaro quale sia l’originale ( della persona ) e chi l’autore ( se c’è). Possiamo dire che alle volte e storicamente succede che alcune identità personali siano fasulle : ricordate il caso Bruneri o Cannella ? Cioè quel caso in cui una persona diceva di essere un’altra e ci vollero anni per smascherare l’impostore ? Ma in questo caso il problema dell’identità ha ancora a che fare con la “persona fisica” , con qualcosa cioè che può avere una risposta certa , attraverso ad esempio l’esame del DNA . Quindi in medicina legale si può risalire alla persona autentica , a colui che , ad esempio, sia l’autore di un delitto.

Ma se il problema dell’identità non è più vincolato a qualcosa di materiale , tutto diventa più difficile ed interessante nel contempo. Ci aiuta a capire qualcosa Tolstoi ed il suo Ivan Ilic. Non è che Ilic non sia autentico quanto alla sua identità personale fisica , ma sul finire della sua vita ed ormai prossimo alla morte , scopre “ l’inautenticità “ del vivere e della sua storia personale. Pirandello maestro di filosofia oltre che di drammaturgia, in epoca più recente e moderna rispetto a Tolstoi , dice cose simili. L’uomo spesso è prigioniero di riti e convenzioni , che sono radicalmente “inautentici”, e di cui è schiavo. Si pensi al “Fu Mattia Pascal”.

Ma allora come definire l’autenticità di una persona? E’ pur vero infatti che ci sono delle persone che sentiamo come “autentiche”, “schiette”, non mascherate , e ce ne sono altre che invece ci sembrano “finte”, “costruite”, “posticce”. Proviamo a dare alcune risposte: una possibilità è che l’autenticità si dia quando si è coerenti con la propria coscienza e con i propri principi. Credo sia ciò che Augusto Cavadi abbia sostenuto nell’ultimo incontro filosofico: la coscienza ed i principi personali , se sono rispecchiati nella condotta di vita, fondano l’autenticità delle persone.

Ciò è sicuramente condivisibile in parte , ma pone alcuni problemi ulteriori: se la coscienza è falsata da visioni della vita che non siano facilmente accettabili nel contesto societario, che tipo di autenticità avremo ? Ad esempio si è parlato dei kamikaze che in perfetta sintonia con la loro coscienza ed i loro principi, si lasciano esplodere: sono autentici kamikaze, ma è questo il tipo di autenticità su cui stiamo riflettendo?. Quando parliamo di autenticità non sotto intendiamo sempre anche un barlume di giudizio etico e valoriale? Altrimenti il concetto di autenticità sarebbe solo identificato in quello della coerenza tra ciò che si è e ciò che si pensa.

Un ladro coerente che teorizzi il furto e che lo attui è un ladro verace. Un politico coerente che prenda in giro la gente e teorizzi il latrocinio con demagogia, o la presunta libertà dell’informazione, sarebbe autentico, mentre è solo coerente con i propri imbrogli. Ma tutti avvertiamo una sorta di avversione verso tale pervicace coerenza. Credo pertanto che per pervenire ad una comprensione più profonda ed adeguata della autenticità dobbiamo gioco forza cercare dei punti di riferimento, extra coscientiam , al di là della coscienza.

O meglio riconoscere che la coscienza non può essere autoreferenziale, ma è sempre “coscienza di….”qualcosa che viene intuito al di fuori di sé….. In sostanza è difficile definire la coscienza se non si riconosce anche un suo essere votata in qualche modo al “trascendente” ( uso questo termine molto laicamente e solo intendo la possibilità della nostra mente di andare al di là di se stessa).

Secoli di storia della filosofia vertono su questi punti: la conoscenza, la possibilità del conoscere, l’immanenza o la trascendenza della conoscenza stessa, e tuttavia non ho un delirio improvviso che mi spinga a voler dare una risposta definitiva a tante belle questioni secolari. Ma, vivendo anche una dimensione “pratica” della filosofia ( se ne discute tanto nelle nostre cene di questa praticità ), non posso non notare che l’autenticità (in realtà solo coerenza) del kamikaze e del ladro vero ladro, o del politico imbroglione autenticamente imbroglione, “urtano” la mia coscienza, e preferisco avversare tutto ciò.

Non posso fare a meno di riferirmi alle regole del contesto sociale, alla “legalità” per esempio, al rispetto di alcuni principi salvaguardia del vivere “civile”. Ed anche se c’è chi, giustamente, come Gianni Rigamonti ( ricordando Pascal) nota che il concetto di legalità è condizionato storicamente e dai confini delle nazioni, tuttavia vi sono dei codici di comportamento che da sempre sanzionano, ad esempio, l’omicidio ( tranne il caso della legittima difesa), o che sanzionano le offese alla dignità personale, specie dei minori.

Pertanto è davvero improbabile pensare ad una autenticità autoreferenziale e solamente basata sulla coscienza, ma semmai che sia fondata su una “coscienza di…” valori in qualche modo intuibili da tutti e pertanto condivisibili. Ciò , a mio modesto parere, pone le basi non di una metafisica posticcia ed appesa “come un salame”( uso questa felice metafora espressa da un amico) nell’aere, o di un iperuranio sede delle idee di giustizia et similia, ma della possibile intuizione da parte di tutti di qualcosa che contemporaneamente ha a che fare con l’essere (dei filosofi),e con i concetti di bene, bello e valore, e (per le persone che hanno una fede) anche con una sia pur molto oscura idea del divino, che poi ognuno sviluppa secondo la propria storia di vita e tradizione

In sostanza saremo autentici se, sì ascoltiamo la nostra coscienza, ma non in modo autoreferenziale ( alla Sartre per intenderci), ma con una umana e profonda intuizione di……ciò che sono l’essere, il bene , i valori. E così facendo potremmo essere non degli zirconi (mi lascio andare ad un’immagine poetica) ma come dei brillanti che riflettono per l'appunto la luce dell’essere, del bene, dei valori.

sabato 28 febbraio 2009

La morte di Ivan Il'ič

La morte di Ivan Il'ič (in russo Смерть Ивана Ильича, Smert' Ivana Ilyicha), pubblicato per la prima volta nel 1886 è un racconto di Lev Nikolaevič Tolstoj. È una delle opere più celebrate di Tolstoj, influenzata dalla crisi spirituale dell'autore, che lo porterà a convertirsi al cristianesimo. Tema centrale della storia è quello dell'uomo di fronte all'inevitabilità della morte.

Trama

In un ufficio del Tribunale di San Pietroburgo, alcuni magistrati stanno accalorandosi su un importante caso giudiziario. Uno di loro, disinteressato alla discussione, sfoglia il giornale. All'improvviso vede il necrologio di un collega, Ivan Il'ič Golovin, che tutti sapevano essere gravemente malato. Dopo una serie di ipotesi su chi potrà occupare il posto lasciato vacante e vaghi propositi di andare a visitare il defunto, i giudici tornano al loro lavoro, sotto sotto contenti di essere ancora vivi. Il giudice che aveva letto la notizia, amico di Ivan Il'ič fin dai tempi dell'Università, dopo pranzo si reca a fargli visita. L'incontro con la moglie e i figli del defunto non è particolarmente cordiale ed è più che altro la soddisfazione di un obbligo morale. Adempiutolo, il giudice si reca a casa di un collega, per giocare a carte. La storia della vita del giudice Ivan Il'ič Golovin, consigliere della Corte d'Appello di San Pietroburgo "era la più semplice, la più comune e la più terribile". Figlio di un alto funzionario del governo, "membro inutile di numerose inutili istituzioni", aveva studiato giurisprudenza e ed era diventato giudice istruttore di una remota provincia. Dopo diversi anni era riuscito ad ottenere il trasferimento nella capitale, con conseguente promozione ed aumento di stipendio. Proprio mentre sta arredando la nuova casa a San Pietroburgo, però, cade dalla scala su cui era salito per mostrare al tappezziere come fissare le tende e sbatte col fianco sulla maniglia della finestra. Sul momento sembra una cosa da nulla, ma con l'andar del tempo inizia a manifestarsi un malessere proprio in corrispondenza del punto in cui la maniglia l'aveva colpito. Il dolore cresce costantemente ed evolve in una misteriosa malattia, a cui i medici non sanno dare un nome e per cui nessuno riesce a trovare un rimedio. Ivan Il'ič si trova ben presto di fronte ad un male incurabile, ormai chiaramente in stadio terminale. Una sorda disperazione prende il protagonista, che non riesce a capire il significato della sua mortalità. Aveva sempre saputo, certo, di essere un mortale, però la concreta prospettiva di dover morire lo inquieta. Cerca di pensare ad altro, si butta nel lavoro, ma senza risultati, "lei" si riaffaccia di continuo alla sua mente. Durante la malattia, si forma l'idea che, se non avesse vissuto una vita giusta, la sofferenza e la morte avrebbero avuto un senso. Ma lui era sempre vissuto onestamente, e tutto questo non si spiegava. Inizia ad odiare i familiari, la loro pretesa che lui sia solo ammalato e non moribondo, il loro superficiale tentativo di evitare il tema della sua morte. L'unico conforto gli viene dal servo Gerasim, un ragazzo di origini contadine, l'unico a non avere paura della morte e l'unico, in definitiva, a mostrargli compassione. Ivan inizia a domandarsi se avesse, in realtà, vissuto giustamente. Negli ultimi giorni, il protagonista inizia a tracciare un confine tra la vita artificiale, sempre condotta da lui e dalla sua famiglia, dominata dall'interesse, dal timore per la morte e dall'occultamento del vero significato dell'esistenza e la vita vera, quella di Gerasim, dominata dalla compassione. Verso la fine, una "strana forza" lo colpisce al petto, al fianco, gli mozza il respiro. Ivan Il'ič si sente risucchiato nel buco nero della morte, in fondo a cui, però, scorge una luce. Scopre che la sua vita non era stata come avrebbe dovuto essere, ma a questo si poteva ancora porre rimedio. Sente che il figlio gli bacia la mano, vede la moglie in lacrime. Non li odia più, ma prova pietà per loro. Un sollievo lo pervade, mentre si accorge di non aver più paura della morte, perché la morte non c'è più, sostituita dalla luce. Esclama ad alta voce "Che gioia!". In mezzo ad un respiro, Ivan muore.
Interpretazioni

Il racconto è stato scritto poco dopo la conversione dell'autore. In effetti nella vicenda sono presenti diverse tematiche religiose, come la luce in fondo al buio. Il cristianesimo di Tolstoj era incentrato sulla figura di Cristo e l'esempio evangelico, più che sull'adesione ad una chiesa istituzionalizzata ed ai suoi riti. Ne è esempio anche un episodio dell'agonia di Ivan Il'ič. Pochi giorni prima di morire, questi si confessa e si comunica su insistenza della moglie. Se all'inizio il rito sembra ridargli la speranza, le parole della moglie, sicura del fatto che ora si sentisse meglio, lo fanno ripiombare ben presto nella disperazione. Nel racconto non c'è poi alcuna indicazione di una vita oltre la morte. Alcuni vedono nella fine del racconto il dono della fine della sofferenza. Per un'altra interpretazione la conquista di Ivan Il'ič consiste nella libertà data dalla verità ossia, nel suo caso, l'aver preso consapevolezza della falsità della sua vita, cosa che gli consente di vivere un momento di amore disinteressato e di provare compassione per la moglie e il figlio.

domenica 15 febbraio 2009

sul testamento biologico in discussione in Parlamento


Quì di seguito ho scelto e parafrasato (forse molto?) alcuni concetti che Vito Mancuso ha riportato in un suo articolo venerdì 13 febbraio su “La Repubblica”)..... a me queste frasi sembrano interessanti e a voi?
Armando
......................................................................................................................................
Se il cristiano cattolico pensa che la vita è un dono di Dio, come può poi aspettarsi che Dio decida che uso si debba fare del dono……….. non sarebbe un dono ma una concessione in comodato !?!?

L’autodeterminazione è legittimata dal concetto di libertà , mai da quello dell’obbedienza.

Solo la libertà può generare amore, mai l’obbedienza.

La Chiesa (e di conseguenza gli atei devoti) vuole dirci come agire non tenendo conto che il buon cristiano, secondo i Vangeli canonici e non, dovrebbe agire secondo coscienza!

Una società laica e democratica su certi argomenti dovrebbe decidere rispettando tutte le morali in proposito!

martedì 3 febbraio 2009

Il caso Englaro

In attesa che Socrate (il consulente filosofico arrestato ad Atene) venga liberato, sia pur su cauzione, provo a ravvivare l'interesse per questo Blog , chiosando un pò sul caso Englaro. Perchè una vicenda così intima , straziente e privata è diventata un polpettone mediatico così esteso nei media ? Non sarebbe una vicenda cui può partecipare di diritto e principalmente chi la vive in prima persona ? ( escludo Eluana perchè non è più in grado di partecipare)- ma certamente è giusto che esprima un parere decisivo chi vive la vicenda da dentro e quindi la famiglia. A che titolo io o tu possiamo esprimere un parere decisivo ? A questa prima domanda una parziale risposta può darsi a favore solo di un parere espresso anche da chi gestisce il Servizio Sanitario Nazionale, dagli operatori coinvolti sino al Ministro del Welfare. Questo perchè occorre una struttura sanitaria per porre fine ai giorni di vita di Eluana. E' giusto allora che anche chi sia coinvolto per ragioni professionali dia un proprio parere in quanto parte in causa sia pur per ragioni professionali. Si pone allora lo spinoso problema se staccare la spina di apparecchiature complesse quali sono quelle dei reparti di rianimazione sia etico oppure no. A mio modesto avviso per pronunziarsi sugli aspetti etici di questa operazione ( il distacco della energia elettrica dall'apparecchio tipo polmone di acciaio ) non pone problemi bioetici qualora sia venuta meno ciò che gli antichi trattati di medicina legale definivano "vita". Tali trattati , che non cito per non appesantire l'intervento, definivano il fenomeno vita come caratterizzato dalla persistenza del cd. " tripode vitale " , cioè della triade formata dal battito cardiaco, dagli atti della respirazione e dalla coscienza. Il caso di Eluana si complica perchè persistono (artificialmente) battito e respiro, in assenza di coscienza. Ma per capire che staccare la spina in questo caso non è eutanasia , ma solo il por fine ad una sorta di luciferino accanimento terapeutico, basta osservare che se non ci fossero le complicate macchine moderne , Eluana potrebbe (teoricamente ) sopravvivere solo se un ipotetico rianimatore instancabile stesse per anni ed anni di seguito a manovrare con l'Ambu.
Per chi non lo sapesse l'Ambu è quella sorta di pallone ovalare che i rianimatori usano per "ventilare" il paziente che ha difficoltà respiratorie. Praticamente la medicina è vittima dei suoi progressi ed avendo trovato un Ambu meccanico ed artificiale si pone il falso problema se sia giusto cessare di farlo funzionare quando il/la paziente non "si risveglia " più . Non ci vuole molto a capire che dopo un ragionevole lasso di tempo, che si può anche definire , che può essere anche di alcuni giorni, di fronte ad un elettroencefalogramma piatto non ha più alcun senso mantenere in vita una persona "artificialmente". Oltretutto l'apparente atto di bontà o pietas nei confronti del paziente che si vuol rianimare ma non si risveglia , costa energie e risorse strappate ingiustamente a tanti altri pazienti che potrebbero salvarsi e che non trovano posto in rianimazione . E chi lavora nel campo ospedaliero sa quante volte ciò accade. Quindi per me il caso Englaro non è un caso di eutanasia , ma di accanimento terapeutico.
Altra cosa è tuttavia il caso di chi vive una vita di sofferenze e privazioni e opti per l'eutanasia. Anche qui c'è una sofferenza intensa e che tocca per primo chi la vive, ( vedi ad es. il caso Welby ), ma non può dirsi che sia già cessata la vita del soggetto che la vive tra tante difficoltà. Quindi interrompere l'alimentazione elettrica ad apparecchiature particolari di supporto non rappresenta in questo caso un cessare l'accanimento terapeutico, ma una opzione nei confronti dell'eutanasia. Cosa fare in questi casi ? Chi decide ? Chi ha diritto a parlare ? Anche qui la prima parola va data a chi vive il problema e del resto tutta la legislazione sul c.d. "consenso informato" va in questo senso. Faccio un esempio chiarificatore : se un paziente oncologico viene posto di fronte alla scelta chemioterapia si o no , e rifiuta fa una scelta eutanasica ? Credo proprio di no perchè di fronte ad un male ineluttabile si può decidere di non soffrire ulteriormente con cure che alla fin fine possono essere solo palliative. Gli altri operatori che hanno diritto di parola sono di nuovo gli operatori sanitari che obtorto collo possono essere chiamati in causa ad operare in un senso o nell'altro. La mia considerazione è questa : vista la pluralità di pareri dello stato laico e di tutti, si dovrebbe dare la possibilità di astenersi a quegli operatori che non vogliono comunque partecipare ad un atto " terminale " di fine della vita , permettendogli l'obiezione di coscienza. Altresì la c.d eutanasia dovrebbe permettersi solo quando condizioni di vita oramai solamente artificiali non possono più permettere una ripresa autonoma del tripode vitale. Ma tale possibilità dovrebbe comunque prevedere anche la scelta di vivere di chi si trova in condizioni simili. Faccio un esempio : ci sono pazienti che da decenni vivono dentro un polmone di acciaio perchè autonomamente non respirerebbero più. Sono anche coscienti. Vogliono continuare a vivere . Chi ha il coraggio di dirgli che devono morire ? Nella stessa condizione ci può essere chi come Welby non ne può più . Chi può dargli torto ? Uno stato laico e di tutti, deve tener conto di tali diversità di vedute e non può imporre visioni del mondo ad alcuno, nè in un senso nè nell'altro, sia pur lasciando al dialogo ed al dibattito la possibilità a tutti di esprimersi.
Alberto Spatola

domenica 1 febbraio 2009

Arrestato e condannato a morte un consulente filosofico ad Atene

Da notizie di agenzia risulta che stamane hanno arrestato ad Atene uno dei primi e storici consulenti della pratica filosofica. Da quel che se ne sa, i maggiorenti della città lo accusano di corrompere con nuove dottrine i giovani , "sviandoli" dal vero culto alle divinità locali. Strenuo sostenitore di una spiritualità laica e dell'idea di Giustizia , è spalleggiato solo da un gruppo di intellettuali, ma la maggioranza della popolazione sembra non capirlo ed essergli contraria. La cosa strana, in tempi come i nostri, è che non sembra aver chiesto alcun compenso per l'esercizio della pratica stessa , e pare che gli bastasse che i consultanti gli facessero dono di qualche cibarie per sopravvivere! Il reo o presunto tale rischia (incredibile ma vero) la condanna a morte , con un mezzo molto antiquato ,pare una sorta di cicuta. Cosa si può fare per aiutarlo !? Forse discuterne per capire meglio che cosa è questa benedetta pratica filosofica che svia i giovani. Oppure cercare di entrare in contatto con lui attraverso qualche scritto recente.....per ben capire.
Ciao a tutti Alberto

sabato 31 gennaio 2009

L'anima e il suo destino

Per chi non l'avesse visto, Vito Mancuso a Otto e Mezzo. Cliccare su L'anima e il suo destino.

venerdì 30 gennaio 2009

il viandante e la via







peccato che il blog stia languendo!...allora voglio gettare un sasso nello stagno:
quanto di ciò che il poeta Antonio Machado dice in una sua bellissima poesia è condivisibile'?
"viandante, non è la via
che le tue orme, nient’altro;
viandante, non ci son vie,
la via si fa camminando.
La fai tu mentre cammini,
e se volgi indietro l’occhio
vedrai il sentiero che non
ritornerai più a calcare.
Viandante, non ci son vie,

solamente scie sul mare."

martedì 6 gennaio 2009

Da Augusto Cavadi Il dialogo del presidente

* Consorelle e confratelli, grazie a Maria Ales l'anno comincia con pensieri pensati e 'pensierofori' (neologismo sfornato caldo caldo in questo momento...).Tirato per la giacca (metaforica, visto che non amo quelle reali), metto sul piatto telematico il mio contributo.E, seguendo il buon esempio di Socrate - Platone, lo faccio dialogicamente.A.
(Sullo sfondo: rumori di catene, urla soffocate di prigionieri torturati, lamenti fiochi di schiavi agonizzanti).

MARIA:Steiner, Steiner: povero capro espiatorio! Può darsi che Il gruppo gli abbia dato la delega di evidenziare il disagio del cambiamento verso il nuovo assetto, quello esigito da Augusto, per passare finalmente al setting della Filosofia Praticata.AUGUSTO:Il setting della Filosofia Praticata è tale che non puà essere 'esigito' da nessuno. E' come il setting di una cenetta in trattoria: si può invitare qualche amico a cui si tiene particolarmente, non certo imporgli di accettare. Gli unici inviti a cena e a conversare - cui non si può dire di no - sono - a mia conoscenza - quelli dei capimafia: che, appunto, non mi risultano particolarmente fedeli alla Philosophische Praxis achenbachiana.MARIA:Ecco, l'inconscio ti tradisce. Parli delle cenette filosofiche come se tu fossi l'ospite (nel senso di padrone di casa) e gli altri gli ospiti (nel senso di ospitanti). Mi dai, del tutto involontariamente, ragione: qui il leader è indiscusso e individuato, ha già posto alcune regole di lettura con la mail ai cenacolanti e l’ abc spiegato dalla sua viva voce.AUGUSTO:Hai ragione: l'impressione potrebbe essere questa. Cioè errata. Chi ha visto nascere il gruppo sa però che le cose sono andate diversamente. L'idea è partita da Pietro Spalla (una sera d'agosto del 2003, a Norcia) e gli inviti li abbiamo promulgati insieme. Poiché eravamo convocati a casa sua, all'inizio è sembrato ovvio che, se io invitavo, invitavo in quanto maggiordomo incaricato dal signorotto del luogo. A rafforzare la relativa irrilevanza della mia presenza sono poi invalse due sane tradizioni: è Pietro stesso che gestisce organizzativamente gli incontri (dall'acquisto del cibo alla relazione surreale sino al memmento per l'appuntamento successivo); tali incontri si svolgono regolarmente anche quandoè prevista la mia assenza. Quando ho proposto - a voce e per email - quattro paginette sul senso degli incontri, non intendevo proporre né svolte né nuovi corsi, ma solo chiedere a ciascuno di noi la verifica del persistere dell'accordo sul progetto originario. Dunque, se mai, proponevo di non attuare svolte né nuovi corsi surrettiziamente, "all'italiana", ma di decidere consapevolmente (cioè: filosoficamente): se restare fedeli al modello "conversazioni filosofiche per non filosofi" o trasferirci (del tutto legittimamente) verso il modello "seminarii di aggiornamento sulla storia della filosofia per iscritti all'Univesrità della Terza età".MARIA:Rifletterò su ciò che dici e, soprattutto, sul perché dici quello che dici (mi scuserai, ma anch'io ho diritto ai miei sospetti...professionali!). Intanto mi pare onesto esternarti qualche perplessità di riuscire una brava nuova cenacolante.AUGUSTO:Che bello,esterna pure ! Siccome non parliamo di Leopardi o di Steiner, ma di ciò che pensa Maria Ales, siamo già in perfetto setting filosofico-pratico. Non manca nulla: neppure l'onorario (dal momento che ogni volta che ti incontro, le tue mani sorreggono dolci deliziosi.
MARIA: La prima perplessità è che non sia tollerato soltanto un ascolto partecipe.AUGUSTO: Ti giuro su quanto ho di più sacro - le palle di Pietro Spalla - che metterò da parte la solita attrezzatura eredita da nonno Torquemada ed eviterò, contrariamente alle mie abitudini, di estorcere con la tortura i sistemi filosofici che qualcuno dei presenti osasse tentare di mantenere celati...
MARIA: ... poi che ci si possa sentire pressati ad uscire fuori da una propria visione del mondo quando poi la si sia deuteroappresaAUGUSTO: su questo punto avrai ragione, ma non ho capito l'obiezione. Appena ci incontreremo, me la deuterospiegherai...
MARIA: ...e anche - siamo a tre - che si finisca per affidare alle mail quello che non accade nel gruppo il che non è la stessa cosa. Perché un conto sono i commenti di Pietro e un altro le” esternazioni del presidente”.AUGUSTO: Su questo punto è la mia pigrizia, abbondamente rimproveratami da Armando e Pietro, che dovrà rassicurarti: la storia dimostra che già parlo parcamente dentro le riunioni, ancor meno poi scrivo sulle riunioni. Dunque: niente 'esternazioni del presidente' in vista per il 2009. Intanto perché non è prevista la figura istituzionale di un presidente; poi - soprattutto - perchè scrivendo email si metterebbe in concorrenza 'oggettiva' con la verve creativa e l'umorismo nero del Segretario, andando incontro a sconfitta sicura. Platone direbbe: "a torsolo di cattiva effige" (per chi non ha studiato l'italiano aulico del traduttori rinascimentali dei testi greci: "a trunsu ri mala fiura").MARIA: Mi hai quasi convinto, vecchio mio. Sono quaasi commossa, ma resterò vigile: come mi ha insegnato Freud, non fidarti del semplice tenore verbale dei discorsi, specie quando hai motivi per ritenere che provengano da un "Ich" "curtu e malu cavatu". Dunque, non siglo nessuna pace, ma solo una tregua per la befana: alla prossima.

Da Maria Ales, attacco alla presidenza

Cari cenacolanti si cambia, forse diventeremo dei veri filosofanti.
Con quella malavoglia di ascoltarlo direi proprio che a GEORGE STEINER tocchi la indicazione del cambiamento. E dire che alle cenette filosofiche abbiamo avuto dei pensatori ingombranti, difficili da ricavarne un significato che magari arriva connotato alla fine dello studio lettura con un senso rivisto e corretto.
Così l’ arruffato Voltaire veniva colto, poi, con l’ occhio di Alberto quale precursore di psicodramma dove il gruppo dei narranti è il soggetto in movimento.
E Vito Mancuso? Indaffarato a passare ai contemporanei una lettura compatibile dei dogmi della chiesa veniva rivoltato come una calza e poi confermato.
Non da meno Maria Zambrano, classificata filosofa “non troppo ortodossa”, riusciva alla fine ad elicere argomentazioni vivaci.
C’ era insomma una gran buona volontà di prendersi le cose fruibili per il gruppo e per i se ste4ssi di varia configurazione.
Su Steiner ……….il collasso del gruppo , anzi la sua individuazione come capro espiatorio, ripudiato persino dal patron Armando.
Eppure Steiner commuove per la sua ricerca di quella caratteristica di un pensiero che non porti alla tristezza , un pensiero così elevato da non sapere di emozioni e che non sia contaminato da esperienze sensibili. Ma un pensiero così “ adamantino”, non è comunicabile nemmeno sotto lo stretto contatto di pelle dell’ amplesso quando cercare i pensieri del partner è frutto della immedesimazione e della osteggiata commistione tra uno stimolo esterno e la sua elaborazione relazionale. Già perché il pensiero umano è il prodotto di un apprendimento evolutivo che ha le sue radici nella esperienza di scambio con l’ altro su vari livelli e tempi del processo di apprendimento.
Fuori dalla fascinazione l’ adamantino GEORGE fa anche riflettere:
sulla tristezza, forse solo imbarazzo per ritrovarsi tra la aspirazione ad un pensiero così alto da non dovere subire stimoli falsificanti, dunque un pensiero non umano e la condizione di isolamento che arriva dalla convinzione che nessun altro possa penare per te stesso.
Che ne dite di leggere questa solitudine come la riuscita del processo di individuazione che è un punto arrivo fortunato del processo di differenziazione relazionale?
E poi le sue contraddizioni. Ha appena detto che le sensazioni fisiche e il dolore sono soltanto
strumenti per pensare quando afferma con ritrovata sicurezza che l’ atto fisico del respirare è certezza per di esistere “respiro quindi esisto”
Quando esalta la libertà del pensiero folle quale condizione unica di libertà e sincerità afferma una verità psicotica perché un tale pensiero ha limitazioni comunicative estreme ed è causa di alienazione dall’ altro
Ma le sue contraddizioni ne aumentano la simpatia perchè denunciano il grande travaglio di angoscia e insicurezza che lui sostiene e che lo rendono insieme disponibile a ripensamenti. E’ proprio dentro nostalgia e tristezza che c’ è la energia per uscire dall’ isolamento della sua torre eburnea
Perché come Anna disse sbottando “ ma l’ uomo è tutto insieme” così anche Steiner ha il suo lato oscuro, basta non dissociarlo.
Allora può darsi che Il gruppo gli abbia dato la delega di evidenziare il disagio del cambiamento
Verso il nuovo assetto, quello esigito da Augusto, per passare finalmente al settino della Filosofia Praticata.
Qui il leader è indiscusso e individuato ha già posto alcune regole di lettura con la mail ai cenacolanti e l’ abc spiegato dalla sua viva voce.
Io ho qualche perplessità di riuscire una brava nuova cenacolante : la prima che non sia tollerato soltanto un ascolto partecipe; poi che ci si possa sentire pressati ad uscire fuori da una propria visione del mondo quando poi la si sia deuteroappresa; e anche tre che si finisca per affidare alle mail quello che non accade nel gruppo il che non è la stessa cosa. Perché un conto sono i commenti di Pietro e un altro le” esternazioni del presidente”.
Alla prossima con commozione Maria Ales

venerdì 2 gennaio 2009

Una trattativa difficile

Ci troviamo nell’anno 2010, ma non nel nostro futuro normale, bensì nell’ormai noto piano di realtà parallelo dove i Nazisti hanno vinto la II guerra mondiale.
Adolf Hitler, è morto di cancro nel 1984; il potere assoluto è stato formalmente assunto da Heinrich Himler, ma subito ceduto, per le pari precarie condizioni di salute di quest’ultimo, a Joseph Göring, 54 anni, figlio secondogenito del temibile Herman. Joseph ha saputo abilmente fare carriera nel Reich, come si richiede ad un ottimo ariano rampante.
Orbene, gli inetressi contingenti del nuovo Furer sono richiamati dalle preoccupanti segnalazioni di una imminente catastrofe. In quel mondo, dove i nazisti avevano vinto, non c’erano state le conseguenze disastrose dell’inquinamento atmosferico, essendo il potere saldamente detenuto dai dittatori del regime mondiale, e non dalle multinazionali americane, che non erano state neppure fondate. Il moderno capitalismo del profitto era stato stroncato su progredire, e lo sviuppo della società si manteneva entro canoni classicheggianti, costantemente monitorati. Eppure la temperatura globale aveva ugualmente cominciato ad innalzarsi già dai primi anni ’80. Era evidente che qualcosa di inaspettato stava avvenendo, certamente legato alle ciclicità astronomiche. Già dalla fine degli anni ’90 si era compreso che i mutamenti climatici facevano parte da un ciclo molto lungo, giunto ormai alla conclusione. Le condizioni normali si sarebbero invertite in tempi rapidissimi, ed esistevano già fior di rapporti dei servizi segreti in tal senso.

Ma, in quell’uggioso ottobre del 2010 Joseph Göring si trova a prendere una decisione difficile, che si fondava sulle motivazioni nascoste per le quali Hitler aveva avuto la possibilità di battere gli avversari e avere per primo l’esclusiva della bomba H.
Mentre si reca nell’Area 51, Joseph è pensieroso. Sa che lo attende una trattativa difficile. Gli Alieni di Nibiru sono decisi a dare una ulteriore ripulita al mondo, e per far questo hanno già dato le istruzioni per far sì che solo una piccolissima dell’umanità sopravviva alla catastrofe.
Gli tornano in mente, come ogni volta che si trova a dover fronteggiare i potenti alleati cosmici, i miti Sumeri sul diluvio, e le precisissime previsioni dei calendari Maya, gli altrettanto precisi calcoli cosmici degli antichi Egizi, con il loro enigmatici bassorilievi dove erano stati chiaramente rappresentati... A confronto, le falsificazioni che i potentati sionisti volevano affermare, si sono poi rivelate ridicole, e quindi estirpate come meritavano. La potenza Vaticana è stata detronizzata e conquistata; come conseguenza, i segreti dei musei sotterranei sono stati portati alla luce e le verità nascoste dalla Chiesa sono state rivelate a tutti. Si sa bene, adesso, che il Dio del deserto altri non è che un potente essere semidivino, incarnato ed imperante nel sistema solare, ma in grado di viaggiare nel Tempo e ella Galassia. Egli continua a pretendere di essere l’unico “Dio” riconosciuto ed adorato.
Quando era giovane Joseph non poteva di certo immaginarlo. Aveva davvero creduto che il mondo sarebbe stato laico ed ariano. In realtà, l’eliminazione definitiva degli ebrei ha solo cambiato determinati equilibri evolutivi, e il Dio adesso agisce con pieni poteri, pretendendo dall’Umanità costi altissimi. E’ un demonio? No, è una entità divinizzata che sa fare il suo mestiere, e gestisce poteri elevatissimi senza scrupoli.
Göring rivede nella sua mente, ad una ad una, le magiche reliquie più potenti della terra, quelle che sono state ritrovate grazie all’opera incessante di Hitler: la lancia di Longino, la Sindone, L’Arca dell’alleanza, la coppa del Graal. Sa che la svastica adesso domina su tutto il mondo, e che i forzieri Ariani ritrovati negli altopiani dell’Iran sono stati aperti e svelati dai nazisti, in cerca dei poteri occulti. Ma sa anche che tutti questi magici segreti, e le potenze ad essi collegate, sono stati obbligatoriamente ceduti agli Anunnaki, i potenti alieni di Nibiru, in cambio della tecnologia bellica necessaria alla vittoria. Adesso il mondo è sprotetto, questo Göring l’ha capito.
Quando giunge all’Area 51, in pieno deserto americano, è ormai sera. Rivede i temuti ed incredibili bagliori, sulla cima della collina artificiale. Come al solito, le astronavi di Nibiru lo hanno preceduto. Joseph scende dall’auto, e viene accompagnato sulla scalinata principale. La scorta armata è possente, tutti lo salutano militarmente in modo impeccabile. Le armi brandite fanno paura anche a lui, anche se sa di potersi fidare. Gli viene posto sulle spalle il consueto paramento rituale, un elegantissimo mantello di rarissima tigre bianca delle nevi. La corte ed i soldati lo accompagnano fino agli immensi saloni dell’incontro, nel cuore del tempio circolare che è stato realizzato nel palazzo reale della Nuova Eanna, un immensa costruzione adornata con complessi stili di fusione tra quelli zoroastriani, egizi e sumeri. L’evoluzione dei tempi, che consente facili atterraggi alle astronavi Nibiriane, ha permesso di edificare nel deserto ai piedi delle Rocky Mountains un formidabile tronco di piramide di pietra e cristallo, largo 800 metri ed alto 500. I quasi 700 milioni di blocchi megalitici che sono occorsi per edificarlo, sono stati posati nel giro di pochissimo tempo, meno di 2 mesi, grazie alle incredibili tecnologie aliene, che adoperano l’antigravità. Molti dei materiali sono di provenienza extraterrestre, spesso minerali siderali cavati dai meteoriti più grandi che si trovano nella fascia degli asteroidi, relitti di un pianeta fatto esplodere da Nibiriani, proprio perché ribelle.
Questa volta però non si presenterà il Dio in persona, e non si accenderanno i consueti fuochi azzurri che ardono da soli. Egli, il cui vero nome rimane segreto ed impronunciabile (Egli-è-colui-che-è), sarà rappresentato da uno dei membri dell’Alto Consiglio dei Vortici.
Appena entrato del salone riservato, ecco che Göring si vede comparire davanti all'ambasciatore, mentre questi lo stava aspettando seduto nell’immenso divano rosso in pelli animali, costruito per lui su misura. Ogni volta è un tuffo al cuore. Non è simpatico vedere un individuo alto 5 metri e largo 2, come non sono rassicuranti le sue fauci, un po’ rettiliane, un po’ cetacee. Le squame riflettenti non si vedono bene, perché questa volta l’ambasciatore è quasi totalmente ricoperto anche lui da un paramento rituale. Si intravedono appena gli artigli lunghi e pesanti dei suoi pterapodi, coperti da gioelli incredibilmente grandi e brillanti. Anche l’ambasciatore, il cui nome di grado è Zantecptu, è circondato da una fitta schiera di sue guardie del corpo e di splendide cortigiane, sia terrestri che non. Sembrano volerlo sedurre, ma egli le allontana come scacciasse degli insetti fastidiosi. All’arrivo di Göring le cortigiane si allontanano in fretta, senza fiatare.
Viene attivato il sistema di traduzione simultanea, che permette lo scambio tra frequenze udibili e ultracorte. I sibili, altrimenti incomprensibili, che Zantecptu emette molto velocemente per comunicare. Le luci degli ambienti cominciano a variare all’unisono, generando effetti fantastici di radiazioni in parte sconosciute, non rivelate alle tecnologie umane.
Joseph credeva di andare all’incontro per poter trattare una condizione che fosse un minimo vantaggiosa, od almeno onorevole. Invece, senza esitazione, Zantecptu chiede la verifica dell’immediata attivazione dell’esperimento della nuova Arca, che i nazisti hanno dovuto realizzare in fretta e furia. Alcune imbarcazioni di grande mole dovranno resistere, in un apposito grande laboratorio di prova, ad onde alte 150 metri, senza essere travolte, dilaniate ed affondate. Su di esse, alcune specie selezionate del pianeta troveranno posto, all’interno di piccoli bunker metallici, opportunamente sigillati. E’ preferibile questa soluzione a quella dei sommergibili, poiché gli oceani verranno spazzati fino al fondo da immani correnti, e quasi tutte le dorsali vulcaniche sottomarine del pianeta si riattiveranno in brevissimo tempo, contemporaneamente, facendo salire le temperature delle acque in modo insostenibile. Proprio così: tutto questo accadrà già prima del nuovo passaggio di Nibiru attraverso il sistema solare. Ogni 4300 anni, quello che in realtà non è un pianeta esterno, ma una enorme cometa grande in volume 5 volte la Luna, sfreccerà a velocità folle sulla sua orbita eccentrica. Giungerà a breve distanza dal sole, provocando fortissimi disequilibri di masse ed energie, e tirandosi appresso una spaventosa coda di meteoriti di grandissime dimensioni. Questi scompensi saranno in grado di generare sulla terra giganteschi tsunami, piogge meteoriche in grado di trapassare l’atmosfera, inondazioni estesissime ....... terremoti eccezionali, l’insorgenza o la riattivazione di supervulcani, la contaminazione dell’atmosfera da parte di polveri e gas cosmici, sufficientemente tossici ed oscuranti. Dopo lo sterminio, seguirà una piccola glaciazione, della durata media di un migliaio di anni.
I pochissimi sopravvissuti riusciranno poi a ripopolare il pianeta, dopo essere stati per secoli rintanati in caverne di alta montagna, gli unici luoghi relativamente sicuri.
Molte specie, sopravvissute allo sconvolgimento, saranno predate dalla competizione della catena alimentare, e quindi distrutte, estinte. I in questo modo il Pianeta si sarà ripulito dalle perversità umane e delle altre specie parassite, come affermano gli Anunnaki. Ma Göring non è venuto al cospetto di Zantecptu per sentirsi prospettare questa situazione, che era già stata da alcuni anni preannunciata al vertice nazista. Egli è venuto per assistere al crudele esperimento della resistenza delle imbarcazioni. Crudele perché il Dio di Nibiru, a sorpresa, pretende che a bordo di alcune di queste imbarcazioni salgano moglie e figli di Göring medesimo; sarà lui stesso a premere il pulsante ed avviare l’esperimento. E’ un atto di sottomissione totale, la riprova pratica non solo di una fedeltà più volte giurata, ma anche di una verifica conoscitiva sull’abilità di condurre gli esperimenti tecnologici cui i Nibiriani tengono moltissimo. Chi sbaglia paga, e subito, proprio come affermano le Nuove Tavole della Legge che sono state date “dall’alto dei cieli”. Alcune razze umane sono già state sterminate per questo, nel passato recente come nell’antichità. Più che una figura biblica al cospetto di un dio che appare dalle nuvole, Joseph si sente come un nuovo Muzio Scevola che pone la mano sul fuoco. Göring stesso attiverà tra pochi istanti le procedure tecnologiche del lancio delle navicelle acquatiche. Un grande panello di controllo, sospeso dall’alto, viene gli fatto calare davanti e Joseph guarda negli occhi, forse per l’ultima volta, i propri cari mentre vengono sospinti a bordo, cogliendone in ciascuno una smorfia di sofferenza a malapena nascosta. La stessa che egli avverte dentro di sé, senza poter fare nulla per salvarli. Solo l’esattezza dei calcoli dei suoi più fidati ingegneri e dei tecnici scelti possono salvare questi malcapitati prigionieri. L’unico pensiero che lo consola è che i suoi familiari moriranno adesso, oppure all’arrivo di Nibiru, previsto per l’estate del 2012, nel caso in cui le tecnologie non funzioneranno. Questo perché il Dio misterioso ha fatto sapere che punirà tutti coloro che peccheranno di presunzione, sterminandoli come meritano. I sopravvissuti al disastro avranno le memorie cancellate, e saranno posti in un Nuovo Eden-Giardino: questo avverrà a 1200 anni di distanza da quell’evento. Quando la Terra sarà stata decontaminata dai Nibiriani, si darà corso a nuovi esperimenti genetici sulla creazione di razze meritevoli di questo nome, e le razze elette saranno in quel momento ricreate. Razze alleate, al progetto nibiriano di conquista di gran parte dei sistemi solari che si trovano nel loro territorio galattico. Gli Imperi contrapposti a Nibiru sono a conoscenza della situazione, ma nulla possono in questo momento. Il loro intervento è escluso, essendo considerata una missione troppo pericolosa per il vantaggio che ne porterebbe. Si sa infatti che la razza umana è effettivamente deviata, anche se ad opera de Nibiriani e dei loro alleati.
L’esperimento viene avviato, e le gigantesche onde cominciano a propagarsi nell’immenso hangar appositamente costruito e siggillato. Travolgono ogni modello del finto paesaggio; le navicelle scompaiono sotto la schiuma e ogni tanto riemergono, per poi essere sommerse l’istante dopo.

Joseph è scosso da un fremito di terrore, come tutti gli altri che assistono al collaudo.
Nel frattempo, a migliaia di chilometri di distanza, vi sono modeste popolazioni che sono già a conoscenza di quanto sta per accadere. Stanno prendendo le loro precauzioni, cercando dei posti difendibili e delle risorse da utilizzare per la sopravvivenza. Ma questo Göring non lo sa, per lui è imprevedibile.

Centro Africa, settembre 2140° anno orientativo.
Siamo sempre nel medesimo piano parallelo che aveva visto i nazisti vincere il II conflitto mondiale.
Qualcuno è sopravvissuto dal Giappone, emigrando dalle isole prima che fosse troppo tardi. Da lì e da altr rari luoghi del pianeta, sparuti gruppi si sono rifugiati sui versanti del Kilimanjaro, ad altezze non inferiori ai 2000 m.
Il clima si è ristabilito in gran parte, anche se permangono ancora numerose evidenze della glaciazione in corso, che ha portato le dune e le aride savane a ridiventare foreste e verdi praterie. Il cielo è quasi sempre giallo, e piove insistentemente. Anche i fiumi hanno un colore ocra, che spicca serpeggiando tra verdi distese di piante mai viste prima. La nuova umanità conta appena 5000, forse 7000 individui, quasi tutti di razza gialla, qualcuno dalla pelle scura. I bianchi sono morti. Tutti.
I nuovi studiosi adesso si formano in modeste scuole dove si insegna un minimo di conoscenza, di storia, di scienze, di matematica. Però si tramandano i miti di quello che fu il diluvio universale. Un diluvio che travolse il Re del Mondo, il quale fu incapace di realizzare l’Arca che lo avrebbe salvato dalle furie del Dio dei Vortici. Si racconta anche che un altro Dio, in forma di un grande uccello dalle piume dorate, apparve in sogno ad un Uomo Umile, avvertendolo di quanto sarebbe, di lì a poco, accaduto. E quest’uomo, di nome Ziusudra il Modesto, costruì una piccola imbarcazione in legno di cedro, sulle pendici del Monte più alto dell’Africa, e lì si pose ad aspettare l’immane cataclisma, in compagnia di un piccolo popolo che aveva radunato intorno a sé, avendo creduto che la profezia fosse vera.



Da lì è rinato il genere umano, che adesso studia il proprio passato, cercando di comprendere le tracce delle distruzione. I viaggiatori-cercatori non troveranno mai nulla, giacché tutto è stato distrutto prima dalle immense onde, poi dai ghiacci, ed infine sepolto sotto spessi strati di detriti vulcanici e meteoritici. Ed essi potranno solo immaginare ciò che fu, ma mai toccarlo con mano, perché se solo ne trovassero le briciole, queste sarebbero irriconoscibili. Le tracce di un umanità fragile, troppo labili per essere ricordate.
Un giorno non lontano i cercatori verranno in contatto, anzi in conflitto, con altri sparuti gruppi umani, che dopo molti secoli saranno nel frattempo discesi dalle pendici delle Montagne Rocciose, ritrovando le misteriose e maestose rovine dell’Area 51. Sia gli uni che gli altri si interrogheranno sul significato delle enigmatiche tracce, ma nessuno avrà risposta certa, credendo di essere stati i primi uomini nati in questo mondo. Per molti altri secoli ancora i Nibiriani taceranno, e si rifaranno vivi quando sarà il momento giusto, non volendo così contaminare i loro preziosi esperimenti sulla creazione dei popoli e delle razze.
I discendenti dei poveri sopravvissuti racconteranno che i loro avi furono due fratelli, uno nomade, l’altro stanziale, che un giorno si affrontarono a colpi d’ascia lungo le rive del fiume, o presso il limitare di un campo coltivato.
Non si sa ancora quale sarà, questa volta, l’offerta gradita al Dio misterioso, se il sangue dell’agnello o i frutti dei campi. Ma la vittoria deciderà quale sarà il sogno che avrà la possibilità essere realizzato su questa Terra, se quello dettato dal dio distruttore o quello ispirato dall’uccello dalle piume dorate. E l’Uomo avrà ancora una volta incisi, sulla propria pelle e nelle sue pupille, le caratteristiche cicatrici della schiavitù incosciente. Se invece riuscirà a reagire, allora porterà con sé nuovi segni di rinascita, tracce profondamente nascoste della evoluzione verso una nuova forma di un pensiero che si potrebbe chiamare Amore.
Ma non si potrà, in quel momento, sapere ancora se quella parola avrà trovato un posto nelle nuove lingue che saranno create in sostituzione del tedesco, ormai da tanto tempo cancellato.

mercoledì 24 dicembre 2008

Un Blog un pò disabitato

Ormai il Blog è desueto , pochi lo visitano ancor più pochi lasciano traccia con uno scritto. Eppure questo Blog ha conosciuto periodi di dialoghi frizzanti e ricchi di pathos !!! A tutti gli amici filosofi e non Auguri di Buon Natale. Alberto Spatola

giovedì 18 dicembre 2008

Il Processo e la Scelta

L'imputato Armando ha accettato con socratica dignità il processo a cui è stato sottoposto per l'ingiusta accusa di averci afflitto con la "tristezza del pensiero" di Steiner, libro da lui entusiasticamente ed incautamente sponsorizzato.
L'accusa è stata affidata a Maria D'Asaro che ha sottolineato la pretenziosità del libro che dice in modo elegante delle cose risapute e, in alcuni casi, contiene affermazioni false e pericolose come quella che il pensiero "non fa accadere nulla se non se stesso". "Ma cosa sono, allora - ha chiesto indignata Maria - Auschwitz ad Armando se non il prodotto ben concreto di un pensiero per nulla sterile ma capace di diffondersi ed incarnarsi? Maria ha concluso proponendo per Armando una pena corporale a caso che abbia il risultato di inibirne definitivamente le facoltà riproduttive.
Augusto ha, poi, rincarato la dose accusando Armando di avere spacciato il ibro per un testo filosofico mentre il metodo di Steiner, che declama senza argomentare, è oracolare e predicatorio, per nulla filosofico. Augusto ha, quindi, proposto di condannare Armando a leggere il suo ultimo libro: "In verità ci disse altro" ed. Falzea.
Assumendo la difesa di Armando io ho subito eccepito alla spietata richiesta punitiva di Augusto, dicendo che, per l'art. 27 della nostra Costituzione, le pene non possono essere contrarie al senso di umanità e che sarebbe stata, se mai, più adeguata la pena corporale adombrata da Maria. Ho, quindi, lamentato il clima di caccia al mostro che aleggia nel processo e ci impedisce di considerare le attenuanti del caso, tantopiù che alcuni passi del libro sono folgoranti, come quando Steiner scrive che "la Cacciata dall'EDEN è una caduta nel pensiero": bellissima intuizione, qualunque cosa significhi!
Atterrito dalle punizioni prospettate, Armando mi ha immediatamente revocato il mandato ed ha spudoratamente ritrattato: "non è vero che il libro di Steiner è stata una tappa fondamentale della mia evoluzione, come ha sostenuto Pietro pensando di giovare alla mia difesa. Io ho subito capito che il libro è una boiata pazzesca e l'ho proposto solo per vedere se ve ne accorgevate anche voi. Complimenti, ve ne siete accorti subito.... "
I cenacolanti hanno, allora, deciso di assolvere Armando con formula molto ma molto dubitativa.....
Giunto il momento di scegliere il nuovo testo per le nostre cenette, un inquietante silenzio è sceso tra di noi e nessuno ha osato farsi avanti per proporre un testo, lamentando chi un'improvvisa indisposizione chi motivi familiari. Finalmente un cenacolante-delatore, indicando Marcella Aletti, ha alleviato la tensione degli altri dicendo: "ricordo che Marcella aveva proposto di commentare l'utopia di Tommaso Moro..." Marcella, presa in castagna, ha tentato di svicolare: "non è vero, o meglio, diciamo che ho cambiato idea perchè noi di "Addio Pizzo" abbiamo appena scoperto che Tommaso Moro ha pagato il pizzo all'editore per ottenere la pubblicazione della sua Utopia. Al massimo - ha concesso - potrei proporre di leggere il titolo, ma solo come pretesto perchè ognuno possa parlare delle proprie speranze ed utopie sul mondo: la mia utopia, ad esempio, è un mondo senza pizzi e libri di testo" e indicando i resti della cenetta apppena consumata ha aggiunto: " sì, un mondo con la pizza invece del pizzo: perchè nelle nostre cenette filosofiche non ci concentriamo sulla pizza e su ciò che di filosofico possono evocare in noi le sue diverse declinazioni (quattrogusti, rustica, margherita.....)"?
Adriana ha subito approvato: "la cosa più importante è non vincolarci ad un testo: noi, nelle cenette simil-filosofiche di casa mia del mercoledì, siamo rimasti incartati da quattro anni con "il mondo di Sofia" e dopo tutto questo tempo nemmeno ci ricordiamo più chi l'ha proposto; non sappiamo, insomma, con chi prendercela e come uscirne, nè osiamo cambiare testo per paura che ce ne capiti uno ancora più devastante. Il nostro motto di filosofia pratica è, infatti: megghiu u tintu cunusciutu ca u bonu a canusciri".
Dopo che è stata respinta la proposta di scegliere il testo con la tecnica dei bussolotti perchè Armando non ha accettato di farsi bendare per l'estrazione (nonostante l'assoluzione non mi fidavo, mi ha poi confidato, di restare bendato e al buio in mezzo a Voi ...) e quando sembrava che stessimo ormai accettando la riduttiva proposta di "filosofia pratica" di Alberto Spatola di continuare a riunirci solo per parlare del più e del meno, è giunta la coraggiosa proposta di Augusto: "se filosofia pratica dev'essere che lo sia sino in fondo! Sono uno dei coautori del libro: "Filosofia praticata. Su consulenza filosofica e dintorni" edito dalla Di Girolamo di Trapani. Non ho paura di proporlo per le nostre cenette dato che, dopo questo ed altri miei libri del genere, sono stato quasi radiato dalla comunità dei filosofi per avere degradato la filosofia dalle vette delle altisssime speculazioni sull'Essere e sulla Morale a cui era arrivata con Heidegger e Kant ad una filosofia da marciapiede, in cui il primo che passa pretende di fare filosofia a partire dall'ultima delusione del Palermo in campionato o dai propri problemi familiari e di prostata; ormai - ha concluso Augusto - non ho più nulla da perdere, nemmeno la faccia, figuriamoci se mi posso preoccupare per le Vostre possibili critiche al libro..".
Abbiamo, quindi, adottato il testo di Augusto, che inizieremo a commentare martedì 13 gennaio 2009 con l'introduzione e con il secondo capitolo (saltando il primo) che contiene un contributo di Neri Pollastri intitolato: filosofia, nient'altro che filosofia.
Buon Natale e buon anno nuovo a tutti
Pietro Spalla

martedì 16 dicembre 2008


Vi aspetto nel mio studio domani per concludere il commento del libro di Steiner sulla "tristezza del pensiero." Vi ricordo, però, che questa volta sarà presente l'autore (pardon, il fautore), ossia Armando Caccamo, per il quale il libro ha rapppresentato una tappa assolutamente importante della sua evoluzione intellettuale.
Prego pertanto tutti coloro che hanno bassamente approfittato, la volta scorsa, dell'assenza di Armando per demolire il libro di essere questa volta più diplomatici. Spero, in particolare, che Micciancio (per delicatezza non ne faccio il nome) non riproponga la sua sconcertante e assurda tesi secondo la quale quello che fa davvero tristezza è il pensiero che questo libro sia stato pubblicato e ristampato).
Ciao Pietro

mercoledì 26 novembre 2008

Invito per le 18.15 del 1 dicembre 2008

Lunedì 1 dicembre 2008 alle ore 18.15
Salone del Centro studi "Bonelli"

(presso la Chiesa valdese di via Spezio,
all'angolo con la via Emerico Amari,
alle spalle del teatro Politeama)

incontro pubblico sul tema


Ci si può ancora dire cristiani?



a partire dal volume di Augusto Cavadi

In verità ci disse altro. Oltre i fondamentalismi cristiani

(Falzea, Reggio Calabria 2008)

Il dibattito sarà introdotto e moderato da Franco Micela.
Interventi previsti:

Francesca Piazza (filosofa)
Elisabetta Ribet (teologa valdese)

sabato 22 novembre 2008

La triste gioia del pensiero adulto

Cari cenacolanti,
martedì scorso Armando ha cercato di contagiarci con la sua travolgente passione per il nuovo testo che, su sua proposta, abbiamo adottato per le nostre esercitazioni di filosofia pratica: "dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero", di George Steiner.
Grazie al nostro ormai pluriennale allenamento, siamo riusciti a resistere alla tentazione di farci trasportare troppo acriticamente dall'onda delle riflessioni di Steiner. Per esempio, ha felicemente osservato Rosario sul primo capitolo: "e se io provo gioia invece che la tristezza di Steiner constatando che il pensiero non sa darmi risposte definitive"? Ed in effetti sembra che Steiner sottovaluti la gioia che il pensiero può dare per il solo fatto di mettersi - insieme al sentimento e alla volontà, direbbe Augusto - alla ricerca della Verità riuscendo a resistere ad infantili pretese di comodi, semplicistici e definitivi approdi.
La tentazione di un pensiero semplificante è tanta, perchè il pensiero è una creatura viva da poco uscita dalle nebbie dell'indifferenziazione in cui era immersa ed ha avuto appena il tempo di guardarsi attorno: non dovremmo dargli il tempo di crescere e maturare prima di lamentarci dei suoi limiti?
Invece risuono anch'io quando, nelle prime pagine del testo Steiner, evocando Schelling, accenna ad un'inevitabile tristezza di fondo che ci accompagna, che assimila al "rumore di fondo" che permea l'Universo dopo la sua nascita, come residuo arcaico del Big Bang.
Ma questa è una tristezza che accompagna ogni processo di crescita, come una sorta di nostalgia per un'unione perduta che ci proteggeva ma ci lasciava anche dipendenti come bambini. E purtroppo solo i bambini piccoli possono pensare magicamente il mondo, che sentono animato ed unito al proprio mondo interiore. Noi adulti, invece, perduta quell'unità originaria, vediamo il mondo di fronte a noi come un estraneo e abbiamo bisogno di capirne il senso: che compito per un pensiero così giovane, naturalmente ancora preda di suggestioni infantili!
Martedì due dicembre commenteremo i primi cinque capitoli e le prime cinque ragioni steineriane della tristezza del pensiero, sperando di demolirle tutte
Pietro Spalla

mercoledì 12 novembre 2008

La ragioni della tristezza del pensiero

Cari filosofi pratici
l'ultima cenetta è stata un po' una sorta di "messa a punto" degli scopi e sulla funzione dei nostri cenacoli.
Il dibattito è stato molto utile ed è stato bello giungere ad una conclusione condivisa (che è poi quella proposta da Augusto): il testo scelto è solo un pretesto per mettere in gioco noi e le nostre visioni della vita, per imparare ad esercitare il pensiero critico.
Per questo esercizio di filosofia pratica, ha spiegato opportunamente Augusto, andrebbero forse bene anche un film o un brano musicale, che potrebbero suscitare, allo stesso modo di un testo di filosofia, risonanze e riflessioni personali da condividere con gli altri.
Si tratta, anche (a mio parere) di imparare ad ascoltare e a dare spazio agli altri: ricordo un articolo in cui che Umberto Eco rimproverava agli italiani di non essere abituati ai "turni di conversazione": anche se noi, in questo, siamo messi molto meglio di tanti altri, non è male se ogni tanto anche noi ci ricordiamo che il nostro scopo è mettere in comune le nostre piccole realizzazioni personali senza alcun intento di convincere gli altri.
Per chudere con il testo di Voltaire e collegarci, nello stesso tempo, a queste riflessioni sul senso dei nostri iincontri, secondo me è stata utile la lezione che ci è venuta da Candido, che non era abituato a pensare criticamente ma aveva bisogno di prendere in prestito le idee di altri che considerava maestri. Ha imparato, dopo tante vicissitudini, che quello che conta è che il pensiero sia veramente "proprio" e questo è, a mio avviso, il senso della sua scoperta finale quando conclude che è importante imparare a "coltivare il proprio giardino", dove può - faticosamente - fiorire l'individualità e l'unicità di ciascuno.
Quando Candido parlava, scrive Voltaire, aveva il cuore sulle labbra. Però non sapeva elaborare un pensiero personale e indipendente.
Poi ha imparato anche questo.
E allora: non vi sembra che il cammino compiuto da Candido è stato - in effetti - lo stesso cammino di filosofia pratica che ci propone Augusto e che noi ci ripromettiamo di compiere attraverso le nostre cenette?
Forse Candido avrebbe imparato prima ad armonizzare le componenti affettive e razionali della la propria individualità se avesse ascoltato Augusto quando, martedì scorso, ci ha incoraggiato a superare questa (recente) separazione tra cuore e pensiero che contraddistingue gli uomini del nostro tempo. Che culo: per noi non sarà necessario attraversare tutte le peripezie di Candido per giungere a questo risultato, dato che abbiamo la fortuna di avere la palestra delle nostre insostituibili cenette filosofiche.
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Il prossimo Martedì ci faremo interrogare dalle prime pagine del nuovo testo che abbiamo adottato su proposta di Armando: "Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero", edizioni Garzanti, Autore G. Steiner.
Nonostante il titolo, Armando ci assicura, sotto la propia responsabiilità, che il libro non ci farà cambiare idea su tutto quello che abbiamo appena finito di dire sulla bellezza del pensiero.
Speriamo: ascolteremo con vivo interesse (e un po' di apprensione) la relazione di apertura di Armando, curiosi di capire come può incoraggiarci a pensare un testo che si presenta con questo (filosoficamente raggelante) titolo.
Pietro Spalla

martedì 11 novembre 2008

io, il pensiero, Pascal e......Steiner


Cari cenacolanti del martedì (uno si e l’altro no),

invitato dal gruppo a presentare martedì 18 novembre il volume da me proposto come prossima lettura: “Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero” di G. Steiner – ed. Garzanti, ho deciso di condividere con voi prima dell’incontro la (possibile) ragione per la quale ho sentito il bisogno di confrontarmi alle cenette sui contenuti del breve saggio in questione.
Dell’Autore e del testo vi parlerò martedì 18, oggi mi propongo di raccontarvi alcuni frammenti autobiografici: Studente universitario in Chimica pura (indirizzo chimico-fisico) più di quaranta anni fa, non mi accontentavo di pensare che la realtà fosse solo frutto dei risultati di teorie matematico-fisiche pensate razionalmente e verificabili sperimentalmente ma che potesse essere il risultato anche di percorsi che derivavano non da processi del pensiero razionale ma anche dall’irrazionale. Lo studio della fisica relativistica prima e della fisica quantistica poi mi confortavano in questa mia tesi, condivisa peraltro da molti, e la biografia di alcuni scienziati protagonisti delle scoperte cosmologiche e di fisica delle particelle lo confermavano (da Enstein a Pauli e Heisemberg e a molti altri) come pure alcuni miei approcci (molto dilettantistici) alla psicologia analitica (Jung e i suoi archetipi in particolare).
Ecco che fui “intercettato” da Blaise Pascal e dai suoi “Pensieri” ; chi era Pascal lo sapete tutti: un grande scienziato vissuto nel XVII secolo che raccontò nei suoi “pensieri” la sua grande conversione filosofica e religiosa. Vi trascrivo alcuni passi:

“L’uomo non è che una canna, la più debole della natura ma è una canna pensante………un vapore, una goccia d’acqua basterebbe a distruggerlo e anche se ciò avvenisse l’uomo sarebbe ancora più grande rispetto all’Universo perché sa di morire e conosce la superiorità dell’Universo su di lui; l’Universo invece non ne sa nulla………. Tutta la nostra dignità quindi consiste nel pensiero!.......... .l’Universo mi circonda e mi inghiottisce come un punto; mediante il pensiero, io lo comprendo.”

E ancora,

“Conosciamo la verità non solo con la ragione ma anche col cuore ed è in questo secondo modo che conosciamo i primi principi e inutilmente il ragionamento, che non vi ha parte, s’industria a combatterli……… infatti la conoscenza dei primi principi è più solida di qualunque altra che ci viene dal ragionamento…. I PRINCIPI SI SENTONO, LE PROPOSIZIONI SI DEDUCONO (il maiuscolo è mio!) ed è inutile e ridicolo che la ragione chieda al cuore di dare prove dei primi principi quanto sarebbe ridicolo che il cuore chiedesse alla ragione un sentimento di tutte le proposizioni. Anzi volesse il cielo che non avessimo mai bisogno della ragione e conoscessimo tutto per istinto e per sentimento! Ma la natura ci ha negato questo dono anzi ci ha concesso pochissime conoscenze di questa specie; tutte le altre non si possono acquistare che col ragionamento!”

mi soffermo spesso sul significato di pensiero e quando mi imbattei su Steiner………………..

mi fermo qui, vi ringrazio e……..alla prossima puntata! (martedì 18)……a proposito non ho mai lasciato questo percorso intellettuale cominciato quaranta anni fa e per dirla con un grande giornalista laico del passato : “quaesivi et non inveni”

Armando Caccamo

giovedì 6 novembre 2008

Dal testo alla vita (titolo redazionale) di Augusto Cavadi

Care amiche, cari amici,
a giudicare dalla quantità e dalla qualità (sotto il profilo non solo tecnico, ma anche dell'autenticità esistenziale) degli interventi di ieri sera, non solo non sono 'pentito' di aver sollevato la questione, ma anzi ritengo che dovremmo aiutarci tutti quanti a fare, almeno una volta ogni inizio di anno sociale, una 'messa a punto' collettiva di ciò che siamo e di ciò che intendiamo perseguire insieme. Poiché so benissimo che in questi ambiti le riflessioni non si chiudono mai, e tutti abbiamo da 'ruminare' certe idee forti per assimilarle e rielaborarle creativamente, mi limito a qualche evidenziazione di ciò che mi è sembrato emergere in maniera unanimamente condivisa. Ciò allo scopo di informare - senza volermi sostituire né all'ottimo Pietro né ai frequentatori assidui del nostro blog - gli assenti e, soprattutto, di verificare con chi c'era se ho capito bene o se mi sto illudendo sull'unanimità di questo consenso. Quando Pietro ed Anna, Francesco Palazzo, Giovanni La Fiura, Adriana ed io abbiamo attivato questi appuntamenti quindicinali - estendendo da subito l'invito ad amiche ed amici interessati - eravamo certamente mossi dal piacere di dare un ritmo alla nostra amicizia: in questo le cenette filosofiche hanno raggiunto splendidamente il loro obiettivo, consentendo a molti di noi di non perdere il filo minimale della relazione (come invece purtroppo capita con altri amici con cui, non avendo scadenze periodiche, si finisce col differire gli incontri e con il vedersi due o tre volte all'anno). L'ingresso (su invito personalizzato) di nuove persone che si sono avvicinate perché attratte dalla denominazione "filosofia" è avvenuto, ovviamente, senza particolari filtri né iniziazioni. Ciascuno è entrato nel giro, e - se è tornato - ci è rimasto, perché ha avvertito un secondo obiettivo (oltre l'aria di accoglienza e di cordiale allegria che per fortuna si è instaurata sin dall'inizio e che non è stata apprezzata solo da alcune personalità un po' troppo seriose e permalose): la crescita intellettuale. Leggere testi filosofici è un alimento culturale prezioso anche per chi non fa il filosofo di mestiere: se poi ciò può avvenire con il soccorso di alcuni professori di filosofia e con la possibilità di confrontare le proprie interpretazioni con altri lettori, che cosa chiedere di più dalla vita (se non un "Amaro Lucano")? Ciò che ho voluto mettere in evidenza è che questo secondo obiettivo non è né l'unico né il principale, almeno secondo la mens di noi promotori. Se così fosse, le cenette sarebbero piuttosto dei "seminari di storia della filosofia" e ognuno di noi dovrebbe decidere se gli interessano (la vita di chi come me insegna queste cose è talmente fitta di impegni lavorativi dello stesso genere che la sera del martedì preferirei davvero stravaccarmi sul divano e vedermi la Tv accarezzando con una mano la mogliettina e con l'altra la gattina: in ordine decrescente di affezione). Qualora mi dovessi sobbarcare a questa prestazione professionale, preferirei rimandarla al 2011 (quando dovrei essere in quiescienza dalla scuola) e, soprattutto, riterrei opportuno prepararmi meglio didatticamente: se nelle mie classi si dovesse verificare un tasso di partecipazione 'percepibile' simile a quello delle nostre cenette, lo riterrei francamente un mio fallimento. Ritengo mio dovere inderogabile portare tutti a esprimersi in pubblico: tutti, "non uno di meno". Ancor meno, sei o sette di meno. Ma allora quale sarebbe il terzo obiettivo (non in alternativa ai primi due: spero sia stato chiaro questo passaggio della mia riflessione)? Per quale scopo ho ritenuto e ritengo che valga la pena vincere la stanchezza e la pigrizia con fedeltà asburgica? La realizzazione di un'esperienza di filosofia-in-pratica. Questa mi interessa, sia professionalmente sia umanamente, al punto che ogni prezzo (persino i due euro e cinquanta centesimi che pago come pizzo al padrone di casa per la cenetta...) mi sembra adeguato. Sarei felice che qualcuno di voi si incuriosisse sull'argomento al punto da leggere uno dei tre testi più adatti a chi voglia introdursi nella tematica (in ordine di crescente approfondimento: "Consulenza filosofica" di Davide Miccione con la Xenia di Milano; "Consulente filosofico cercasi" di Neri Pollastri con l'Apogeo di Milano; "Filosofia praticata. Su consulenza filosofica e dintorni" di vari autori - tra cui io - con la Di Girolamo di Trapani). Ma, nel caso che non siate talmente interessati, vorrei evidenziare due caratteristiche di una 'pratica filosofica': mira a coinvolgere la dimensione esperienziale di chi filosofa e, perciò, può accogliere senza difficoltà anche chi è a digiuno di storia della filosofia. Come ha scritto qualcuno, fare della filosofia un "modo di essere" e, perciò, un'opportunità di saggezza per tutti. Cosa comporta tutto questo sul piano organizzativo, metodologico, effettivo? Le conseguenze sono davvero innumerevoli. Per esempio: il testo che si sceglie è così poco importante in sé che potrebbe anche essere sostituito da un film o dal racconto di un episodio di vita da parte di uno dei partecipanti alla "comunità di ricerca" che chieda di confrontarsi concettualmente (non esclusivamente, o prevalentemente, sul versante psicologico-emotivo) con gli altri membri del gruppo. Un'altra possibile conseguenza, nel caso - per noi abituale e preferito, almeno sino ad ora - che si opti per un libro, è che tutte le spiegazioni esegetiche ed interpretative (storiche, letterarie, stilistiche, contenutistiche etc.), per quanto preziose, non dovrebbero diventare prevalenti (e meno che mai esclusive). Se qualcuno di noi che insegna filosofia (come Alberto Biuso, Gianni Rigamonti o io stesso) le offre all'inizio di un ciclo per introdurre quell'autore e quell'opera, dobbiamo essergliene grati: infatti tali indicazioni sono indispensabili. E' utile, poi, che questo professionista della filosofia continui a dare informazioni 'tecniche' on demand nel corso degli altri incontri (ovviamente curando il tono delle risposte perché è facile che chi sia poco preparato su un settore disciplinare si senta un po' intimorito dall'esperto). Ma né noi professori né gli altri, a mio sommesso parere, dovremmo dimenticare che non è questa la ragione fondamentale del nostro incontrarsi. Infatti, se così fosse, si capirebbe perché capiti ogni tanto che qualcuno si lamenti di non seguire degli interventi troppo 'dotti' (anche se in assoluto non lo sono) o dichiari di essere un po' annoiato di rivedersi per la terza volta a discutere del giardino di Candido secondo Voltaire, Calvino o Sciascia. Per Bacco, chi non lo sarebbe? Se Augusto o Pietro o Gianni o Alberto o Francesco prendono spunto, invece, dal giardino di Candido per confrontarsi, con chi del gruppo desidera farlo, su che cosa è per ciascuno di loro, in prima persona, l'equilibrio fra privato e pubblico, fra contemplazione e azione, fra tempi dedicati a sé e ai propri cari e tempi dedicati alla politica mondiale...allora il livello del discorso si fa così vitale - starei per dire, ma nell'accezione più bella, così elementare - da diventare un terreno basilare (un fondamento!) davvero comune con tutti gli altri. Anche i meno preparati/interessati a disquisire su Voltaire e l'Illuminismo... Certo resta il rischio di non sapersi autocontrollare negli spazi che si occupano, ma questo è un limite tecnico che non si registra frequentemente fra noi e che, in ogni caso, può essere facilmente corretto da chi abbia (o da colui al quale viene riconosciuta dal gruppo) la funzione di moderatore. L'essenziale è altrove: mi reco alla cenetta per Voltaire, per Leopardi, per Spinoza o non invece per co-filosofare insieme ad Adriana, ad Anna, ad Armando, a Mario...? Nella prima ipotesi potrei venire quando l'opera non è troppo futile o troppo angosciante o troppo giornalistica o (mi è stato detto anche questo!) troppo 'politica' e troppo poco 'metafisica'...e restare a casa negli altri casi. Nella seconda ipotesi avrebbe senso partecipare anche se Kierkegaard o Feuerbach mi risultassero due palle enormi: tanto i loro 'testi' sono (scusatemi l'allitterazione sfruttatissima negli ambienti degli addetti ai lavori) solo dei 'pretesti'. Vorrò uscire alle 22,30 del martedì dallo studio Spalla avendo avuto l'occasione di riflettere sull'amore, sulla morte, sulla felicità, sulla giustizia...grazie al confronto anche con Platone e Marx, ma soprattutto con Salvatore ed Elisabetta. Non sono del tutto sprovveduto. Come vi ho detto ieri, la stragrande maggioranza dei miei colleghi insegnanti è in totale disaccordo su questa concezione: tentando di attuarla, mi accusano di non star facendo filosofia (ma chiacchiere da salotto, pseudo-terapia di gruppo, assistenza spirituale mascherata ...). Non ho la pretesa di pensare che questo modo 'pratico' (e meticcio) di filosofare sia l'unico degno di tal nome; tanto meno di imporlo a chi non sia d'accordo. Ho solo un desiderio (e riesporvelo è stato il motivo per cui ho approfittato della serata di 'transizione' di ieri): continuare a sperimentarlo con chi ha capito il senso della proposta e - almeno temporaneamente - vi aderisce. E sono stato felice di cogliere (a meno di non essere stato vittima di illusione acustica dovuta alla stanchezza della giornata) una totale adesione a questo taglio dei nostri appuntamenti. Grazie perciò della speranza che mi rafforzate di non finire povero e matto ed anche dei minuti dedicati alla lettura di questi appunti del "giorno dopo".
Con affetto
Augusto

mercoledì 22 ottobre 2008

Perchè mi piace Voltaire



Cari amici filosofi e "filosofanti" , stimolato dalla mail di Armando, vorrei provare ulteriormente a spiegare perchè la lettura del "Candide" mi sta davvero appassionando, dopo tanti anni dalla prima frettolosa lettura,effettuata negli anni del liceo. Per prima cosa rilevo che il Candido-Voltaire si confronta con personaggi vari e molteplici, che, ognuno a modo suo, impersonano pensieri e filosofie diverse riguardo alla vita. C'è Pangloss, che spicca inizialmente su tutti gli altri, perchè rappresenta il pensare filosofico "antico", "sistematico", "forte" all'apparenza, ma sostanzialemente debole. Pangloss non rappresenta solamente il pensiero di Leibniz, e la sua teoria sul migliore dei mondi possibili, ma è in qualche modo il garante della possibilità di un pensiero "metafisico". Tutto ciò che accade a questo mondo, anche le incredibili avventure di "Candide", possono avere per Pangloss (ma Pangloss simboleggia Leibniz, tutti i metafisici, gli uomini di chiesa alla San Tommaso etc . etc. ) una giustificazione ed alla fin fine possomno esitare in un inno di lode a Dio. Pangloss giustifica tutto. Con molta eleganza e direi "delicatezza", Voltaire-Candide non aggredisce la posizione ed il giustificazionismo di Pangloss, ma presenta semplicemente i fatti di vita, le mirabolanti storie del suo eroe Candide. E così facendo, senza stancare il lettore, fa capire che la posizione di Pangloss è quasi insostenibile. Sono tali e tante le disgrazie e le sventure del protagonista, che giustapporre una spiegazione metafisica, come tenta di fare Pangloss, appare davvero un tentativo senza speranza.

A questo punto Voltaire, vero filosofo moderno, opera una svolta copernicana nella storia della filosofia: grazie al suo romanzo filosofico, narra i fatti della vita, fa parlare l'esistenza e la storia del quotidiano, dice come stanno le cose. Ecco dunque una prima differenza fondamentale tra il pensare dei filosofi della classicità ( primo tra tutti Aristotele, sino ad Hegel , etc. etc. ) , ed i filosofi legati alla storia di vita, al contesto, alla esistenza. Candido-Voltaire non dice che Pangloss "ha torto", ma in modo problematico evidenzia la singolarità dei fatti dell'esistenza, nella loro crudezza così diversi dal giustificazionismo leibniziano. Sottolineo che la "critica" volteriana al modo leibniziano di fare filosofia, è di un rispetto e di una ammirazione tali ( certo mista ad elegante ironia ovviamente), che costituisce già di per sè un "caposaldo" etico, sui modi del filosofare. Ma Voltaire, sempre in modo efficace, introduce grazie a Candide , le sue prime controdeduzioni filosofiche rispetto al filosofare iper-razionale e sistematico degli antichi. Semplicemente "narrando" l'amore per Cunegonda di Candide e la sua amicizia per i vari compagni di avventura.

Si noti con meraviglia cosa fa Voltaire, quasi senza che ce ne accorgiamo: rivolto agli antichi e a Leibniz sembra dire: voi parlate e disquisite tantissimo, ma le vostre riflessioni sono lontanissime dai fatti della vita, dalla pancia vuota o piena degli esseri umani, dall'amore sentimentale che unisce Candido a Cunegonda, dall'amicizia franca e stabile che unisce Candide, Martino, Pangloss, la vecchia etc. etc. Voltaire, che sembra apparentemente non avere certezze e caposaldi di natura metafisica, in realtà ci addita con maestria ed eleganza, VALORI umani che finiscono per trascendere persino i fatti di vita: l'amore, l'amicizia, il rispetto democratico, la solidarietà ( basti pensare alla figura "caritatevole" dell'anabattista). Ed anche il "lavorare" il proprio giardino, frase con cui Voltaire conclude il Candido, mi sembra un chiaro voler indicare la necessità del lavoro, come partecipazione responsabile ai fatti di vita.

Ammiro Voltaire grandemente anche perchè le avventure di Candide sono "gruppali". I filosofi del passato, anche nelle opere più dialogiche (Platone per esempio), erano filosofi "monocratici", che, presentavano "una" teoria ed "un" pensiero. Proprio "uno", talvolta evolventesi nel tempo. Dicevano: "è così ". Voltaire invece chiude il Candide con una miscellanea di voci, compresa quella di Pangloss, che stanno l'una accanto all'altra e sono tutte possibili, unite dal vincolo dell'amicizia, ma plurime nell'interpretare la vita. C'è il metafisico P., c'è l'ottimista, c'è chi non c'è più., e ci sono soprattutto l'amore di C. per Gun. e l'amicizia complessiva del gruppo. Ciò riflette straordinariamente la nostra società moderna dove , per fortuna dico io , non prevale un pensiero o una teoria, ma più voci , si spera amichevolmente e democraticamente , formano un coro ( dissonante ? non ha importanza ) di voci.

Concludo: ho voluto paragonare la nostra attività filosofica di gruppo a questa miscellanea di voci diverse, che costituisce spesso il pensare moderno. E se stiamo insieme come gruppo , certamente non è solo per i pensieri ed i dialoghi in comune , ma per le simpatie e/o antipatie che animano ogni fenomeno gruppale. ( per chi vuole approfondire rimando alla psicanalisi dei gruppi) Personalmente coltivo dentro di me , interiormente, molta "devozione " e simpatia per i grandi filosofi del passato, ma poi mi diverto un mare a metterli in crisi, a capire che la vita è spesso misteriosa ed inafferrabile, con una sola ottica o chiave di lettura. Forse l'unica possibilità è dunque quella di convivere pazientemente, nel coro di voci, ed abituarsi a far filosofia come quando si va al mercato e si "abbannia": c'è chi grida, c'è chi ha merce buona e chi cattiva, chi sa vendere e chi no, chi pretende di imporsi quasi a forza, etc., ma tutti in realtà devono rispettare le regole ( anche semplicemente e kantianamente inscritte nella coscienza morale dell'uomo), saper convivere. ( senza pagare il pizzo agli arroganti, e senza calare la testa a chi proprio non ci convince)

P.S. Qualcuno nel gruppo continua ostinatamente ad attribuirmi (quasi come una colpa?) uno sviscerato amore per S. Tommaso: confermo, ma spero si capisca, da quanto ho scritto, che in realtà, per me, anche S. Tommaso va unito al coro di voci che " abbanniano".

riflettendo sul "Candido"



dopo l'incontro di ieri per commentare la prima metà del Candido di Voltaire, mi hanno colpito le riflessioni di Alberto che hanno dato tre chiavi di lettura al romanzo-filosofico dell'illuminista ed ecco come li ho lette io: la prima è sulla Storia che col continuo ripetersi nel tempo (guerre, violenza,inganno, sopraffazione etc..........) sembra incapace di leggere se stessa per non cadere negli stessi errori, la seconda è la rinuncia da parte di chi non vuole (per paura, per scelta?) esserne parte attiva e si trincera nel suo giardino dove cerca di trattenere il solo nucleo familiare limitandosi a coltivare il proprio orticello e la terza è Candido (almeno fino all'ultimo capitolo) col suo peregrinare attraverso gli accadimenti della Storia cercando la coerenza nell'amore, nell'amicizia e soprattutto nell'inseguire la dimensione "gruppale" (termine usato da Alberto) del confronto e della sfida con opinioni e scelte diverse.
Ecco, a me sembra che quest'ultimo aspetto sia il "motore" del romanzo "fantastico" di Voltaire e direi dovrebbe essere il motore della vita di chi non si rassegna ad osservare semplicemente ciò che avviene restando passivo alle conseguenze ma cerca di reagire in un osmosi continua con gli altri relazionandosi sempre e comunque con tutti quelli disposti ad ascoltare e a dire (cosa che richiede una certa fatica).
Questo è tutto, credo che ce ne sia abbastanza per stimolare considerazioni sulla ns. attualità e sugli atteggiamenti che in questi mesi ognuno di noi è chiamato a scegliersi.
Armando Caccamo

venerdì 17 ottobre 2008

Da Maria Ales sul Candido

La mail di Pietro Spalla è arrivata puntuale e stimolante come un invito per me a restare nel tema, nella atmosfera dell’ ultima cenetta filosofica sul Candido di Voltaire.
Aggiungerei alcune notazioni:
1) la prolusione di Gianni Rigamonti è convincente, stringata e chiara, attenta alla critica letteraria che assegna al Candide un posto nella satira sociale. Ma Gianni ci parla anche dell’Autore di cui sottolinea aspetti personali, storici, di costume. Sono pennellate sapienti, rapide e stringate, con le quali ne tratteggia l’area psicorelazionale, il contesto di appartenenza, l’epoca.
Il Candide, dice Gianni, ha un modo di vivere assurdo e un pensiero irrazionale; nello stesso tempo ci informa che è un tedesco, alto per la sua epoca non meno di 1,70 soggetto dunque all’arruolamento militare forzato ( oggi no ma i corazzieri si scelgono).
Il forte rapporto con Federico II, imperatore della Prussia che lo accoglie nel regno non fu duraturo; anche l’ imperatore ha una visone del mondo contrastata dal re padre proprio per la sua inclinazione alle arti, l’ amato flauto, e la repulsione alle arti militari cui venne invece costretto subendo il carcere e rischiando la morte. Dal canto suo Voltaire /Candido sciorina una campionatura di disavventure che pure non ne modificarono le scelte.
2) Circa il ritmo del racconto satirico, la serie di disavventure snocciolate con un ritmo accelerato, senza pause, sottolinea l’ aspetto dell'assurdità del mondo; immaginando che anche la divisione in capitoli sia da considerare un artificio per chiudere una scena dopo l’ altra e non lasciare, almeno nell’ immediato, la possibilità di risonanza emotiva.
Una del gruppo filosofanti ha citato Calvino e le Lezioni americane, un testo molto lontano dalla mia capacità di comprensione, interessandomi per la immagine che una oscillazione del raccontare in onde lunghe e corte possa contenere invece il momento della riflessione.
3) In coda alla cenetta filosofica Francesco Palazzo ha da proporre una sua lettura che ha appena il tempo di accennare, Comincia con il riportare il concetto del “coltivare il proprio orticello”aprendo a possibili altre letture; quella che lui ha scelto utilizza il concetto delle aree relazionali e sociali all’ interno di ciascuna delle quali l’uomo acquisisce funzioni e ruoli definiti. Penso che l’avere consapevolezza delle relazioni interpersonali e sociali, dalla appartenenza al privato del primario gruppo familiare a quella dei vari gruppi sociali, favorisca e in sostanza promuova gli incastri utili nel gruppo allargato e ai vari livelli. E ciò proprio se mi concentro sulla definizione di bisogni temperati, aspettative misurate, scelte consapevoli, progetti condivisi.
Allora leggerei il dedicarsi al proprio orticello o dell’ ulteriore ritorno ai campi di Cincinnato, eroe salvatore della patria, senza il sapore della rinuncia ma come una ulteriore capacità di scelta nella vita.
4) Buon ultimo alla domanda che ho rivolto al gruppo su possibili rappresentazioni teatrali del Candide risponde Internet.
Candide venne rappresentato per la 1° volta nel lavoro di Leonard Bernstein ( 1918 – 90): la fatica nell’azzardo di tradurre in musica per il teatro popolare un capolavoro della lettura polemica illuministica del candide o de l’ Optimisme di Voltaire fu un insuccesso nel 1759 riproposto nel ‘973 e ‘89 con successo)
Candide nel teatro: rappresentazioni attuali al teatro Granchio di Motisi in Toscana con il titolo “ il migliore dei mondi possibili”; al teatro della Tosse a Genova; a Fidenza, come un musical in una piece teatrale “un gioco di teatro nel teatro”
Saluti affettuosi o di compassione per chi è arrivato in fondo
Ciao Maria

giovedì 16 ottobre 2008

Un Crudele Esperimento - II

Siamo nel 2650 d.c., in Giappone. Da alcuni anni è divenuto normale produrre nuove specie viventi, in sostituzione delle vecchie. La modifica sostanziale di quelle esistenti si era già consolidata verso la metà del 2300.
Ogni volta che si producono nuovi umanoidi però, è sempre emozionante come la prima volta.In questo caso, ai nuovi nati si deve chiedere infatti se vogliono continuare la loro esistenza e meno, dichiarando quindi la loro intenzione di riprodurre e proseguire nel tempo la nuova specie.

È il 25 settembre, e da mesi nel nuovo laboratorio situato in un luogo segreto e protetto dell’isola di Hokkaido, si sta lavorando ad un megaprogetto, attraverso il quale sarà possibile creare una specie di nuovi Trans-Umani che abbiano alcune fondamentali caratteristiche, tipiche delle altre specie animali inventate in laboratorio nei 200 anni precedenti. Una di queste è il “dono dell’instancabilità”, che fa leva su una riserva di forza fisica e presenza mentale in grado di auto rinnovarsi in pochi minuti.

I primi esperimenti, come ricorda il direttore del laboratorio, Hyoshiro Makoto, avevano puntato sulle capacità artistiche ed intellettive; egli stesso poteva dirsi fieramente figlio di questi esperimenti, essendo stato generato da un padre ibridato con seme “AAB- kk3450” e da una madre di tipo “6852 FFG 835”, cioè quelli riconosciuti come tra i migliori selezionati fino a quel momento. Le caratteristiche di Hyoshiro sono stupefacenti, la sua capacità di comprensione e sintesi istantanea di problemi complessi, quasi ineguagliabile. La sua sensibilità umana ed affettiva non è da meno, essendo controllabile attraverso una serie di bioapparecchiature microscopiche poste vicino alle mani. I meccanismi di controllo sono stati applicati in modo sottocutaneo, e soltanto lui può attivarli, riconoscendo nel proprio codice genetico la password di accesso per cambiare il proprio stato.

A Hyoshiro basta sfiorarsi i polsi o gli avambracci dove lui sa, per cambiare in brevissimo tempo il proprio stato intimo, comunicativo o di percezione. Così, se è arrabbiato, gli basterà fare dei movimenti non solo per calmarsi, ma proprio per dimenticare e superare la sua condizione istantanea, rimettendosi in sesto. Se vuole essere più attento ed affettuoso verso i propri cari, gli basterà compiere intenzionalmente un determinato gesto, poiché le microghiandole di cui è dotato, metteranno in circolo sanguigno le sostanze necessarie, appositamente studiate per quell’effetto.
Hyoshiro ricorda ancora, quasi sorridendo, quando gli umani di alcuni secoli prima andavano nelle farmacie ad imbottirsi di sostanze velenose e tossiche, pur di togliersi un banale mal di testa.
Queste cose adesso le si guarda solo negli spettacoli comici, o nei remix dell’epoca. Però, doveva essere carino, trovarsi lì. Gli umani del 2650 hanno superato qualsiasi condizione di malattia, e sono padroni del loro destino. Decidono di nascere, di restare fin che vogliono e, quando è il momento giusto, anche di morire, concedendosi una pausa di relax sufficientemente lunga prima di riprendere la propria missione sulla Terra con un trasferimento bio-genetico. La consapevolezza, nel trasferimento della propria coscienza individuale, è assicurata. Ogni volta che le esperienze personali devono essere trasferite su un altro corpo, vengono prelevati tutti i cloni genetici e di memoria dell’individuo che, come si sa, non appartengono solo al cervello, ma a tutte le cellule del corpo. Esistono potenti elaboratori bio-tecnici, sovralimentati al plasma di tungsteno ed iridio, in grado di svolgere questa complessa operazione di sintesi, compressione e riduzione all’essenza, delle singole esperienze. Naturalmente è l’individuo che sceglie quali esperienze vorrà ricordare e quali no. Poi il tutto viene conservato in una banca dell’informazione androide mondiale, che possiede le complete garanzie di stoccaggio e controllo delle informazioni vitali. L’individuo sceglie di interrompere la propria vita su quel corpo quando lo desidera, programmando la propria rinascita in un altro luogo e in un tempo prestabilito, scegliendo perfino una coppia di genitori consenzienti, che si ritroveranno grazie ad un complesso appuntamento.

Grazie a questo sistema, pochi hanno scelto di non rivivere più, essendo disincantati e stanchi dell’esistenza. Se avessero voluto, avrebbero anche potuto scegliere di percepire l’esistenza in modo totalmente diverso, con gioia, amore, collegamento esteso agli altri esseri viventi, essendo queste percezioni totalmente controllate dalle sostanze cellulari e plasmatiche in circolo. Eppure essi hanno deciso di terminarsi, e questo per fortuna non è più un problema morale o giuridico, essendo eticamente riconosciuto e delegato all’individuo stesso il proprio diritto alla vita, ma anche a quello della morte e dell’annullamento.

I problemi filosofici degli individui sono stati sciolti, avendo essi la possibilità di ricordare gli stati di premorte e post-morte, così come le esperienze vissute nelle fasi intermedie tra una esistenza e l’altra. Le persone conoscono ed arbitrano il proprio destino in modo totale, nella certezza di porre in essere il desiderio profondo di un creatore supremo, che essi non ricordano di aver mai visto, ma la cui presenza è avvertita a livello subliminale in modo pressoché continuo. Ognuno si sente parte di un Tutto in modo chiaro, e questo Tutto viene spesso indicato metaforicamente come “il Grande Amore”. Così, esistono una serie di storielle e barzellette che giocano sull’equivoco del “mio grande amore”, utilizzate ad esempio quando un ragazzo vorrebbe per la prima volta dichiarare il proprio interesse verso una ragazza, e magari non trova il coraggio di farlo.

In questo mondo la riproduzione è naturale, ma selezionata. Ogni particolare del proprio futuro, e di quello dei figli è programmato dall’individuo non in senso casuale, ma in modo saggio, attento ed amorevole. Questo accade perché gli umani hanno imparato a fidarsi completamente gli uni degli altri, e quindi ciascuno accoglie ed elabora, in modo onesto e privo di pregiudizi, migliaia di consigli altrui, prima di decidere.

Può sembrare paradossale, ma questa civiltà è frutto di un crudele esperimento.

Infatti, si è sviluppata in un piano esistenziale diverso, in un mondo parallelo ove i nazisti avevano vinto la seconda guerra mondiale. Non ve ne era stata una terza, perché per oltre un secolo e mezzo il mondo dovette marciare in modo monotematico, ma non monoteistico. Già verso la fine del nel 2100 si avvertirono i primi cedimenti governativi, i quali indicavano chiaramente che l’esperienza del nazismo, in quanto forma autoritaria e suicida verso alcune razze, era finita. Al tramonto dell’Autorità assoluta, gli esperimenti nel Deserto del Sahara avevano prodotto una razza superiore, in grado di uscire dalla prigionia e prendere il potere, capovolgendo la situazione mondiale in modo relativamente più lento. Forme di inquinamento barbarico non avevano avuto modo di esistere, così come l’energia nucleare non fu mai impiegata a scopi bellici, e neanche tanto a scopi civili, non essendo quel mondo affamato di energia da devolvere agli sprechi.

E soprattutto, essendo l’uomo già da molto tempo privato del dogma filosofico–teologico, ed avendo superato quello politico-sociale post-nazista, poté nei secoli successivi scegliere gli scopi e gli impieghi della tecnologia. Avendo gli umani imparato sulla propria pelle cosa significa morte, distruzione, abbandono, isolamento, genocidio, discriminazione, ma anche e soprattutto egoismo, autocrazia o prigionia, nei secoli successivi essi evitarono gli errori fatti in precedenza. Inoltre, essendo stata la cultura precedente in gran parte perduta, e gli antichi libri bruciati, ne fu creata una totalmente nuova, non meno avvincente ed interessante. I classici non influenzarono le menti, dimostrando che il vuoto genera libertà, ove vi è intelligenza. Il ferro invece genera ruggine e l’ossido corrode, lasciando scheletri che nessuno ha il coraggio di togliere.

Così, nel settembre del 2650, Hyoshiro Makoto si appresta a creare nuovi umanoidi in grado di non stancarsi. Egli sa, come tutti sanno, che di fronte alla possibilità di autodeterminarsi non ha molto senso parlare di anima o di corpo, ma solo di possibili ed infinite sfaccettature dell’esistenza. Entrare ed uscire dalla materia per l’uomo è divenuto naturale, ed anche per tutte gli esseri da lui creati.
Forse un giorno anche Hyoshiro, divenuto ormai vecchio, si interrogherà su un mistero, chiedendosi perché queste possibilità, appena pochi secoli prima, non esistevano. Si chiederà perché la gente soffriva, si ammalava e poi moriva, anche se ovunque nel mondo le religioni confortavano i moribondi e gli ospedali curavano gli ammalati, nel lusso come nella fatiscenza.

Un dubbio sfiorerà allora la sua mente, e sarà la prima volta che ciò sia mai accaduto per lui. Alla penombra della lampada laser blu, poggiata sul tavolo di vetro-titanio, così trasparente da sembrare impalpabile, le sue mani toccheranno la fronte pensierosa e gli occhi saranno chiusi, assorti in questo immenso mistero. Egli avrà una visione, e sognerà che un giorno lontano del tempo passato un dio cattivo aveva privato l’uomo della sua libertà, assegnandogli una serie di destini, tutti apparentemente diversi ma in realtà tutti monotoni.

Sognerà il destino dei manichini, uomini riprodotti incontrollatamente da sé stessi, a partire da un umanoide-prototipo in gran parte lobotomizzato. Così come la specie che lui incarna adesso, non rappresenta più quei manichini, forse intuirà che, a suo tempo, una “nuova” specie umana fu introdotta artificialmente nel pianeta, con caratteri e scopi molto distruttivi, e con una serie di parti mancanti o mal funzionanti, in modo da accrescerne spaventosamente le potenzialità deleterie.

Ma, non riuscendo ad immaginare chi e come abbia mai potuto concepire e realizzare qualcosa di così crudele, scaccerà dalla sua mente questo pensiero, con il suo solito gesto che serve ad annullare le tristezze ed i pensieri negativi. Allora troverà pace, ed il suo corpo, ormai stanco, deciderà di andare a letto. Forse in quel momento comincerà anche a pensare che, essendo all’apice della sua splendente vita, è anche giunto il momento di morire saggiamente, e di lasciare il suo compito ad uno dei tanti giovani collaboratori di cui egli è fiero. E, per darsi pace ed un pizzico di sano ideale, tornerà a ricordare il millenario Impero del Sol Levante, con le infinite schiere dei valorosi che diedero la vita per un ideale più alto, per un mondo migliore. E cancellerà dalla mente il pensiero dei nazisti, che furono solo dei temporanei alleati. Ed i suoi occhi brilleranno, per la commozione che quel sentimento fantastico avrà suscitato in lui. Con emozione vibrante, ricorderà l'anziano Maestro 会気道 quando gli aveva detto: "Sarai libero di combattere solo quando non sarà la tua mano a tenere il bastone. Ma il bastone la tua mano".

E' arrivato il momento di salutare Hyoshiro. Lo lasciamo mentre ancora egli non sa, non ha ancora concepito tutto questo. Lo lasciamo libero di continuare quegli esperimenti che egli conduce nella certezza etica che questi faranno evolvere la specie umana di quel pianeta Terra.
Un pianeta Terra-2, nato in una realtà parallela dove i nazisti avevano vinto, ma poi erano passati come il Tempo e, lentamente, erano stati sepolti, senza la necessità di alcuna distruzione ulteriore.

mercoledì 15 ottobre 2008

Resoconto di Pietro

Cari filosofanti (a tempo perso e per professione). E' stato bello ritrovarsi per ricominciare a pensare insieme, ispirati da Voltaire e dal suo "Candido". Gianni ci ha introdotto al libro contestualizzandolo opportunamente con sintetitci ed efficaci riferimenti storici e filosofici. Secondo Gianni, Leibniz non meritava l'ironia di Voltaire che lo prende in giro in tutto il libro per il suo ingenuo ottimismo dato che ritiene che questo sia "il migliore dei mondi possibili". Ma, come ha fatto notare lo stesso Gianni, non è solo Leibniz il bersaglio delle frecciate umoristiche di Voltaire, che ridicolizza anche la mentalità del periodo e la stupidaggine degli uomini che si procurano inutili e reciproche sofferenze. Dopo alcuni accenni di Armando al "deismo" di Voltaire che crede in un Dio solo creatore ma lontano e indifferente, gli interventi hanno messo in luce la velocità da comiche del film muto con la quale si muovono i personaggi e si succedono gli avvenimenti del libro: personaggi di gomma, ha notato qualcuno, che muoiono e rinascono all'improvviso. Lo stesso Candido - fa notare Mario Spalla - si muove, cade e si rialza, insegnandoci ad andare comunque avanti nonostante tutte le tribolazioni della vita. Candido è, invece egoista secondo Armando e Gianni, quando teorizza che ognuno deve coltivare il proprio giardino senza occuparsi della cosa pubblica. Ma meritano attenzione anche le benevoli interpretazioni di Marcella e Francesco che cercano di vedere, in questo invito a coltivare il proprio giardino, anche un richiamo al pragmatismo, alla necessità che ognuno esegua al meglio il proprio lavoro non per rinchiudersi dentro uno steccato ma per mettere a frutto i propri talenti a beneficio anche degli altri. Simpatico e indovinato il riferimento che Augusto ha fatto al personaggio Forrest Gump come al moderno Candido dell'omonimo film. Ci rivedremo martedì 21 ottobre per commentare la prima metà del libro e anche per approfondire almeno due interessanti domande che mi sembra siano sono venute fuori da questa interessante cenetta:
1) E' ingenuo Candido che rimane candidamente convinto che bisogna comunque credere nei propri sogni (e che la vita ha un senso anche se non sembra) o siamo ingenui noi quando crediamo solo a quello che vediamo forse perchè non riusciamo a vedere al di là del nostro naso?
2) E' possibile che lo scontro tra Voltaire e Leibniz si possa comporre così: Dio effettivamente non ha creato il migliore dei mondi possibli ma solo la sua materia prima lasciando agli uomini la possibilità di plasmarla per realizzarlo?
Pietro Spalla

giovedì 25 settembre 2008

Si ricomincia il 7 ottobre con il Candido di Voltaire

Cari praticanti filosofi, Martedì sette ottobre riprendiamo le nostre cenette filosofiche con il "Candido" di Voltaire. Spero che Gianni Rigamonti ci introdurrà, come sa fare, alla lettura del testo. Sarebbe bene che leggessimo, come primo appproccio, almeno le introduzioni e le primissime pagine del libro (e, se possibile, anche qualcosina sull'autore se non lo conosciamo).Vi ricordo che l'appuntamento è allle 20,30 per chi cena con noi (con preghiera, in tal caso, di avvertirmi) e alle 21 per gli altri Ciao Pietro

lunedì 8 settembre 2008

Un Crudele Esperimento

... All’improvviso ci trovammo in un mondo parallelo, ove la seconda guerra mondiale l’avevano vinta i nazisti. Le icone del Terzo Reich erano presenti ovunque nel pianeta.
Ma vi era un luogo segreto ove questo non accadeva...

Siamo nel deserto del Sahara, dove i carri di Rommel hanno fatto piazza pulita degli avversari, molti anni prima. Adesso siamo agli inizi degli anni ’70 di questo mondo-specchio.
Qui i medici neonazisti, eredi dei loro famosi e crudeli predecessori, stanno studiando le reazioni della psiche umana sotto particolari condizioni che definiamo senz’altro anomale.
Una delle domande a cui si tenta di rispondere è la seguente: se alleviamo un certo numero di esseri umani in condizioni di isolamento rispetto al resto del mondo, e diamo loro una serie di informazioni distorte sulla realtà, essi tenderanno ad accorgersene? E fino a che punto essi utilizzeranno nel loro sviluppo mentale dei codici informativi innati? Lo scopo subdolo è, ovviamente, quello di valutare se alcune razze, considerate inferiori, possono essere schiavizzate senza che se ne accorgano.

Per realizzare questo esperimento viene costruito in pieno deserto -in una località segreta sgomberata dalla presenza umana esterna per un raggio di 700 km- un immenso campo di concentramento, cha ha un perimetro interno di 320 km. A delimitare il “campo”, vi sono otto barriere concentriche, costituite da muri bianchi e lisci, alti ben 35 metri per ogni perimetro successivo, e posti ad una distanza di 15 km l’uno dall’altro, e separati dalla rovente sabbia e sterile del deserto. All’interno viene posta una popolazione-prototipo adatta all’esperimento, descritta più avanti. Ammesso che qualcuno riuscisse a salire sul primo muro, si troverebbe di fronte un spettacolo desolante. Avrebbe la percezione ottica di un deserto infinito ed inospitale, dissezionato da muri di cui non si intravede alcuna fine. Avrebbe la sensazione che, al di fuori del campo non vi sia nessuno, e che vi siano barriere insormontabili, dove non val la pena nemmeno di cercare. Anzi, chi avesse il coraggio di valicarli, perderebbe di certo la vita.
Nel campo vengono poste le strutture e le risorse essenziali e rinnovabili per la sopravvivenza, ed un minimo di attrezzature per fare eventuali creazioni o riparazioni, tipo laboratori semi-attrezzati.
Vi lavorano un certo numero di dipendenti che hanno il compito di allevare dei neonati che sono stati forzatamente strappati ai loro genitori. I dipendenti nazisti hanno l’obbligo di non parlare mai tra loro, per fare in modo che i bambini, crescendo non imparino nessuna lingua per comunicare, ma possano farlo solo a gesti. Naturalmente non vien dato nessun tipo di istruzione o educazione: li si nutre semplicemente, fino al momento in cui, a gesti, gli si impone di divenire autosufficienti, mediamente all’età di 10-12 anni. I ragazzi non vengono mai separati in alcun modo, né per età o sesso o altro, di modo ché tra loro possano interagire liberamente.
Gli originari “allevatori” dei bambini-cavie, sono stati completamente sgomberati dal campo dopo i primi dieci anni di esperimento, quando un numero sufficiente di ragazzi aveva raggiunto l’autosufficienza. I sistemi di controllo sono sostituiti da tecnologie raffinate ed invisibili ai loro occhi, costituiti da telecamere e microfoni spia, a registrazione continua ed in teletrasmissione. Una specie di grande fratello non televisivo, che funziona molto meglio poiché i ragazzi sono ignari dell’esistenza di queste tecnologie.
Alla fine degli anni 90, in quel mondo parallelo dove i nazisti hanno vinto, sinteticamente vengono pubblicati i primi risultati delle ricerche compiute, che sono di seguito illustrati. La ricerca viene dedicata simbolicamente al Furer, per il centenario dalla sua nascita, a poco più di 15 anni dalla sua morte. Qui di seguito, in sintesi i risultati.

I ragazzi crescendo hanno imparato da soli ogni cosa che riguarda l’autosufficienza e la sopravvivenza.
Hanno stabilito tra loro relazioni di supremazia, secondo la priorità del più forte.
La violenza e l’assassinio sono forme di relazione normali tra gli individui.
Lo sviluppo linguistico è limitato a mugugni, che sono accompagnati da gesti espliciti, solo in parte tramandati dagli originari allevatori.
Abbandonati a sé stessi, i ragazzi sono in grado di sopravvivere, ma ignorano le loro origini.
Qualcuno ha tentato di costruire rudimentali scale per scavalcare i muri, ma senza riuscirci, ed in qualche caso facendosi male.
Chi si ammala seriamente è destinato a morire, e non vien accudito o curato dagli altri; non è detto che la sua morte venga accelerata.
La solidarietà è inesistente, ma si creano gruppi e fazioni di interesse per il controllo dei beni, degli spazi e dei territori, sorta di clan pseudofamiliari.
L’amore è inesistente, ed i rapporti sessuali, frequenti sin dalla tenera età, non hanno alcun fine relazionale, ma sono limitati al soddisfacimento della libido.
La nascita dei piccoli è vissuta in gran parte inconsapevolmente, ma le giovani madri tendono a legarsi ai figli in modo viscerale, il che spesso scatena ulteriori conflitti tra gli abitanti del lager. Questo legame madre-figlio non è necessariamente ciò che definiremmo amore.
A oltre 30 anni di distanza dall’inizio dell’esperimento, gli abitanti non hanno compreso il significato e l’utilità di molte delle attrezzature a suo tempo lasciate loro in dotazione. L’agricoltura e l’allevamento vengono praticati in forma rudimentale.

Gli ideatori dell’esperimento avevano inconsciamente disegnato la mappa di questo particolare campo di concentramento secondo strutture concentriche e ripetitive. Senza volerlo, hanno emulato una particolare caratteristica che conduce la mente umana nel labirinto di sé stessa, ove la prigione è fatta di mura create dallo stesso soggetto. Quando l’essere umano vede davanti a sé una struttura di quel genere la “riconosce” come vera, così rafforzandola.Se nell’universo ogni cosa è contenuta in un’altra più grande, ma di natura simile e rispondente (Pianeta > atmosfera > sistema solare > ammasso stellare > galassia > nube cosmica > limite dell’universo apparente…), orbene seguendo questa strana similitudine adesso i pensatori nazisti cominciano ad interrogarsi se, per caso, il pianeta terra non possa rappresentare un lager di cui essi stessi ignorano l’origine ed il significato, visto che questa umanità, per quanto frazionata in razze inferiori e superiori, nel suo insieme non ricorda nulla delle proprie origini. Cominciano a chiedersi se il sistema solare non possa essere stato appositamente creato non da Dio, che probabilmente non esiste o non interviene, ma da misteriosi esseri alieni ben più nazisti di loro. Una prigione autosufficiente, senza sbarre, concentricamente ripiegata su di sé, affinché nessun terrestre pensi di poterla valicare fisicamente senza la benché minima possibilità di tornare indietro vivo. E se quand’anche qualcuno ci riuscisse, non vedrebbe altro che il vuoto interstellare, praticamente invalicabile con il corpo fisico a causa dell’enormità delle distanze.
Adesso questi ricercatori, rosi dal sospetto, stanno cominciando a sviluppare tecnologie e sistemi individuali per ampliare le proprie capacità di percepire, usando sistemi alternativi alla vista. E soprattutto, i loro fisici stanno cominciando a ricercare quella misteriosa dimensione che è il Tempo, per scoprire se questa porta apparentemente blindata non possa essere scardinata in qualche modo.
Nonostante il loro freddo e rigoroso materialismo, i nuovi ideologi del nazismo di questo mondo parallelo al nostro, stanno cominciando a prendere in considerazione la possibilità che l’uomo, come specie, possieda una qualche forma animica, che sia in grado di rafforzare questo stato atavico di prigionia.

A quel tempo, eravamo solo alla fine degli anni ’90.

mercoledì 9 luglio 2008

La gioia del non riflettere

Non mi piaceva questa pagina sul pensiero triste lasciata per ultima, forse per lungo tempo ancora. Parole incompiute, idee abbandonate lì prima di partire in fretta, per le vacanze d’estate.
E non mi piaceva l'dea che la tristezza fosse un marchio per imprimere l'umanità intera.
Ed affinché la vacanza non fosse un vuoto, ma nemmeno un pieno di ruote dentate per la mente, ho immaginato una situazione, ed ho scritto queste parole che dedico a tutti noi, ed a tutti i lettori del blog, nella speranza che possano farsi apprezzare.



Il mondo in un sospiro



L’uomo bianco era forte, aveva eserciti e canne tuonanti.
L’uomo bianco era furbo, aveva scienze e filosofie alle spalle,
e per questo si credeva sapiente.
Aveva un solo dio che portava lontano nel mondo.
Un dio che conquistava gli altri dei, e i loro fedeli.
E tutti superava, con il convincimento o con la forza.

Nella sua ultima comparsa sulla terra,
il figlio incarnato di quell’unico dio era stato ucciso
e per millenni i suoi devoti ne avevano seguito l’effigie
bevendone il sangue e a mangiandone le carni,
senza sapere il perché.

L’uomo bianco era astuto, e trattava il mondo
come uno scacchiere, muovendo sé stesso come una pedina.
A se stesso pensava: ma era mosso, e non lo sapeva.
E l’uomo bianco, varcò l’oceano grande
pensando di essere il primo.
E non volle mai scoprire che millenni prima di lui
Altri avevano già varcato altri oceani come anche quello.
Negò le evidenze, perché voleva essere il primo in ogni cosa.

L’uomo bianco era astuto, ma aveva la tristezza nel pensiero.
Perché egli non pensava, ma giocava a scacchi col mondo.
Dopo aver riflettuto a lungo, invase le terre e i villaggi.
L’uomo bianco disse al capo indiano:
“Vendimi le tue terre!”.

Il capo indiano non era furbo, non era astuto.
Non aveva eserciti né canne tuonanti.
Non aveva l’acqua di fuoco, né il raffreddore.
I maschi e le femmine del suo popolo
non avevano delle piaghe nei genitali,
e le madri non soffrivano per i figli appena nati
e non morivano di parto.

Il popolo indio non possedeva le terre, ma le abitava.
Non possedeva animali o piante, e non possedeva il fiume
che scorre possente. Non possedeva ma accarezzava.
E, sentendosi compagno di ogni forma, chiedeva il permesso
Prima di raccogliere i frutti, o di cacciare la selvaggina.
E prendeva il giusto, e mai qualcosa in più. E ringraziava. Ogni volta.

Il suo popolo aveva molti dei, e non vi era cosa o luogo
Che non avesse il suo piccolo dio, a custodia del sacro che dona la vita.
Così, la moltitudine di dei vivi e presenti ovunque,
erano corpo e braccia del dio maggiore.
E l’acqua del fiume era il limpido sangue, e il letto profondo, le sue vene.
Questa era la carne di colui che gli antichi avi raccontarono
avesse creato il mondo con un soffio verso di sé.

Per l’ultima volta l’uomo bianco ripeté al capo indiano:
“Vendimi le tue terre, ti pagherò bene!”.
Il capo indiano non era astuto, ma ascoltava con pazienza e fermezza.
Quando sentì la giusta risposta nel suo animo, il capo indiano rispose.
E la sua era sentenza, perché gli dei avrebbero reso vera
la cosa giusta, la risposta saggia che essi stessi avevano suggerito.
Il capo indiano non aveva riflettuto, aveva solo dato voce alla Voce
che da sempre è nascosta nel cuore di ogni uomo.
La risposta che l’uomo bianco aveva dimenticato, da tempo immemorabile.

“Come faccio a venderti le terre…” disse l’anziano capo
con la pipa fumante e la pelle di bisonte avvolta sulle spalle.
Parlò con lo sguardo lontano e le piume del falco
tremanti alla brezza, coronando i lunghi capelli d’argento.
“Come faccio a venderti il fiume sacro, e la collina degli dei…
Come faccio a venderti i cavalli e tutti gli animali nostri amici
che abitano questa terra che è così bella e grande.
Questa terra che confini non ha,
Perché l’orizzonte non finisce mai, e oltre ogni orizzonte
vi è una nuova vita per ogni uomo ed ogni forma.
Nuova vita per chi ha desiderio, e timore, e rispetto,
per l’uomo che ricorda che quando prende deve anche dare…
Come faccio a venderti tutte queste cose
Che sono parte di me, ed il mio popolo è parte di loro?
Il tuo oro non basterebbe, né basterebbe tutto l’oro del mondo.
Perché ciò che è vivo no può essere comprato né venduto,
Né mai posseduto da alcuno.

L’uomo bianco era furbo, e sapeva far bene i suoi conti
ma il suo cuore era pieno di rabbia e di disprezzo.
Il suo pensiero era triste perché non vedeva la luce,
né l’orizzonte, né gli dei così nascosti eppure così evidenti.
Egli conosceva solo il possesso, e per quello era andato così lontano.
E negli incubi delle sue notti egli vedeva solo il sangue,
forse perché ne aveva bevuto tanto, ed aveva mangiato troppa carne.

Passarono i giorni, i mesi e gli anni, e il senso delle stagioni fu perduto,
anche in quelle terre così lontane ed estreme.
Anche i figli del popolo dei guerrieri senz’armi
conobbe la distruzione, ed il possesso, e le malattie, e la tristezza.
La tristezza che è figlia del vuoto del pensiero.
I figli del popolo degli indio, ed i figli dell’uomo bianco dimenticarono.
Dimenticano oggi, da dove provienne l’oro che hanno in tasca.
E dimenticarono per sempre ciò che fu scritto ai piedi della collina degli dei.

“L’albero sacro è morto”,
scrisse l’ultima ragazzina con le piume in fronte.
Scavò con le dita nel fango, prima di fuggire.
E tracciò per l’ultima volta i sacri segni
che l’anziano dai capelli d’argento
le aveva un giorno insegnato.
Col cuore puro vide lontano nel tempo
scorse altri popoli ritrovare i segni
di un futuro antichissimo,
e vide il giorno in cui qualcuno
avrebbe ricominciato a leggere.
A leggere la sacra lingua
degli dei che abitano ogni cosa,
ogni luogo, ogni animale.
Ed anche ogni uomo.
Ogni uomo che conosce
la gioia del non riflettere,
la gioia del pensiero libero
che al tutto si collega,
senza catene
senza legami
ma soltanto
con un filo azzurro,
luminoso,
che oltrepassa le stelle
con il soffio
che il grande dio
espira in ogni istante
nel desiderio
di attraversarmi.

domenica 22 giugno 2008

la tristezza del pensiero


cari cenacolanti, domani ci incontreremo e, oltre che augurarci la "buona estate", decideremo quale testo sarà oggetto di commento dal prossimo autunno. Come sanno coloro che erano presenti all'ultima cenetta, io ho proposto un breve testo di George Steiner sulle "dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero" Garzanti . Indipendentemente dalla scelta che faremo (l'alternativa sembra essere il "Candido" di Voltaire) voglio elencare queste dieci ragioni che mi hanno "intrigato" moltissimo e mi hanno spinto a proporre di commentarle in gruppo:

il pensiero è illimitato
il pensiero è incontrollato
il pensiero è sommamente nostro
il pensiero è ambiguo: non è né vero né falso
il pensiero spreca se stesso
il pensiero spera contro ogni speranza
il pensiero vela almeno quanto rivela
il pensiero ci rende estranei l’un l’altro
il pensiero è poco adattabile agli ideali di giustizia
e di democrazia

il pensiero è straniero a se stesso e all'enormità del mondo

una chiave di lettura?

Il libro di George Steiner tratta del fondo di tristezza ineluttabile che accompagna il passaggio dall'homo all'homo sapiens, di quel velo di malinconia che colora l'esistenza. Quello che si dipana in queste pagine è un pensiero che pensa sé stesso: da un lato porta alle estreme conseguenze il «Penso, dunque sono» di Cartesio, dall'altro è consapevole che il pensiero non potrà mai smettere di pensarsi fino in fondo, che ci è sempre presente e dunque non riusciamo mai ad afferrarlo davvero.

che ne dite?


Grazie e a presto, Armando Caccamo

martedì 17 giugno 2008

Last minutes to paradise

Abbiamo concluso finalmente la discussione sul buon Vito Mancuso, su temi che hanno scaldato gli animi e diviso i cenacolanti in pro e contra "L'anima ed il suo destino ". C'è stato pure chi ha simpaticamente proposto uno scrutinio palese a fine cenacolo, forse influenzato dalle concomitanti competizioni elettorali. Sarà anche che sui temi mistici e teologici , si creano sempre , come in passato, acerrime fazioni , e allora... dagli all'eretico ed all'antieretico. Probabilmente i nostri avi cenacolanti dell'alto medioevo avrebbero preparato la pira e non ci avrebbero pensato due volte a bruciacchiare il povero Vito, ma , per fortuna,viviamo in tempi più liberali e tolleranti, tali da permettere, almeno, una discussione civile e serena. Vorrei però, prima di lasciare nell'oblio il tema trattato, considerare, da credente,a volte un pò scettico , se dopo la lettura del libro di Vito, l'accesso al Paradiso , nell'ottica del credente , sia più facile o difficile. Leggendo il libro di Mancuso si ha la sensazione che per spiritualizzare l'anima occorra tutto un lavoro che è anche culturale e di preparazione , anche sul piano della bontà morale, e che non tutti se lo possano permettere. A questo proposito Pietro suggeriva anche la possibilità di più vite per raggiungere lo scopo. E' come se , per il credente colto e preparato fosse più facile accedere alle alte sfere della bontà divina e paradisiaca. Ora, già viviamo in una società che fa dell'esclusione e della raccomandazione le basi principali per riuscire in qualche modo a sopravvivere, se pure l'accesso al Paradiso diventa un fenomeno di elitè , che speranza ha il povero credente di consolarsi almeno con l'idea che un giorno tutto sarà chiarito e sarà fatta giustizia ? Preferisco pensare che l'andata in Paradiso ( se c'è ) sia facile facile , come un biglietto last minute , a basso costo, necessariamente scontato e popolare. Ho fatto l'esempio , durante la cena , del buon ladrone sul Golgota che , sulla semplice base dell'accettazione di una idea di giustizia (nel caso specifico data dal riconoscimento di un giusto castigo) , senza neppure la V elementare , sembra accedere al Paradiso grazie alla fede nella promessa che gli fa Gesù morente sulla croce ("oggi stesso sarai con me in Paradiso"). Insomma il ladrone verosimilmente incolto e rozzo su un semplice atto di fede e di giustizia si guadagna il Paradiso . Sarà che gli intellettuali hanno perso il contatto con le realtà più semplici ed umili ? E poi che piacere c'è nell'escludere la corporeità dall'idea di resurrezzione e del paradiso ? Una concezione così ascetica e platonizzante del Paradiso,contrasta con secoli di storia del cristianesimo, non solo cattolico ,ma anche riformato. Anche qui , con tutto il rispetto per Platone , mi sembra che la concezione mancusiana del paradiso sia un pò troppo nell'Iperuranio.
Ed ora comunque stop con V.M.

giovedì 5 giugno 2008

Basta con Mancuso!

Cari cenacolanti
colpiti dall'implorazione di Francesco Vitale sul Blog, abbiamo deciso di chiudere con il libro Mancuso, che pure è stato molto stimolante. Per martedì' prossimo dovremo avere letto tutto il libro in modo da finire di commentarlo; poi ci sarà la pausa estiva e riprenderemo a fine settembre o ai primi di ottobre con un nuovo testo (preparatevi una proposta per martedì)
Anche martedì scorso il dibattito è stato vivace, con la psicologa Maria che ha accusato Mancuso di concorrenza sleale perchè usa linguaggi e concetti brevettati dagli psicologi invece di occuparsi solo di cose astratte ed inutili come, secondo lei, dovrebbe fare ogni buon teologo. In particolare a Maria ha dato fastidio che Mancuso ci abbia azzeccato in pieno quando, a proposito del peccato originale, ha parlato di un vago senso di colpa che ci deriva dal fatto stesso di esserci e di occupare uno spazio a scapito degli altri: effettivamente, ha sottolineato Maria, viviamo a spese degli altri, ma queste verità i teologi non devono dirle per non essere scambiati per persone concrete e razionali.
Molto educata e controllata la risposta di Augusto che ha rivendicato il diritto dei teologi di "ragionare" e di occuparsi dellla realtà.
Dopo alcune interessanti riflessioni sul significato che ha per Mancuso il peccato originale (collegato al processo di individualizzazione e, quindi, alla perdità dell'unità originaria ed alla separazione dal tutto accogliente da cui proveniamo) Io ed Armando abbiamo, come al solito, inutilmente cercato di difendere Mancuso dai soliti prevenuti attaccchi di Alberto che deve avere una questione personale con l'autore ed il suo principio ordinatore; "Mancuso non mi incanta - ha spiegato - con questo cerchiobottistico approccio laico e religioso insieme; dietro questa sua pretesa di scientificità ci sono sempre Dio e la salvezza, che possono essere oggetto di fede e non di indagine scientifica."
Anna Gulì ha, poi, cercato di giustiificare le difficoltà che incontra il principio ordinatore nel suo percorso con la fisiologica presenza delle forze di opposizione che alla fine, anche se posssono sembrare struruse per partito preso, svolgono in realtà un ruolo evolutivo fondamentale.
Infine Francesco ha introdotto un interessante concetto relativistico del Principio Ordinatore, che non farà piacere al Papa "non c'è, ha spiegato, un Principio Ordinatore assoluto ed uguale per tutti ma tanti e variegati principi ordinatori, influenzabili dalle mode del momento e sensibili ai diversi contesti spazio-temporali in cui si trovano ad operare. Per esempio - ha continuato - quando io vedo la mia gattina che cresce così splendidamente io riconosco in lei un piccolo principio ordinatore al lavoro, ma spero che anche lei riconosca il mio, molto più importante ed evoluto del suo."
Sarebbbe da approfondire questa versione pluralistica ma anche gerarchica del pricnipio ordinatore ma ci sono nuovi argomenti che premono (tipo paradiso e inferno, ad esempio) e sarà difficle riuscire a trattarli tutti martedìì prossimo, quando si concluderà l'anno scolastico e potremo andare in vacanza.
Pietro Spalla

giovedì 29 maggio 2008

EUGENIO SCALFARI risponde al teologo Vito Mancuso


ieri Scalfari ha risposto a Vito Mancuso in merito ad alcune critiche che questi ha fatto al suo libro: "luomo che non credeva in Dio" di recente pubblicazione, ritengo utile riportarla sul blog....


Repubblica — 28 maggio 2008 pagina 54 sezione: CULTURA
.............Dicevo che tra i miei recensori ce n' è stato uno che ha concentrato la sua attenzione critica sugli aspetti filosofici del mio libro. Diciamo sulla mia filosofia. Si chiama Vito Mancuso. Mi ha dedicato un lungo articolo sul Foglio del 18 maggio. E' filosofo e teologo. Ha scritto libri pregevoli, l' ultimo dei quali s' intitola L' anima e il suo destino che ho letto con vivo interesse. E' di cultura cattolica anche se piuttosto eterodossa. Privilegia la ragione sulla fede, ma non al modo di san Tommaso o almeno non soltanto. Usa molto le categorie ontologiche, direi ammodernando un tipo di pensiero che è più vicino ad Anselmo d' Aosta che al grande Aquinate. A lui desidero rispondere non da scrittore ma piuttosto da filosofo a teologo perché questo tipo di confronto mi interessa e spero interessi anche i miei lettori. * * * Mancuso concorda con me su parecchie questioni. Per esempio sul mio modo di intendere la morale come un istinto biologico mirato alla sopravvivenza della specie. E ancora sulla mia visione dell' amore come elemento dominante della vita alla pari con la volontà di potenza. Infine sulla mia ricerca dei «fondamenti» che determinano le forze primarie e vitali. Ma dissente, Vito Mancuso, su alcuni punti essenziali e mi coglie in difetto di coerenza. Anzitutto su Nietzsche. Secondo lui l' autore di Zarathustra ha demolito la Ragione come grembo primordiale del creato, mettendo al suo posto il corpo il «soma», l' irrazionale-istintuale. Scalfari - scrive Mancuso - è intriso di pensiero illuminista e tutte le sue pagine sono un onesto e cauto esercizio di razionalità, ma d' improvviso abbandona Diderot e Voltaire per Nietzsche. Non è incoerenza questa inattesa giustapposizione di due tesi completamente opposte tra loro? Rispondo con una delle frasi che meglio rappresentano il pensiero nietzschiano: «Bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante». Nietzsche parlava per aforismi e metafore e questa è una delle più profonde e poetiche tra le tante da lui usate. Egli non pensa l' essere alla maniera di Parmenide e delle religioni induiste. Tanto meno lo pensa come Logos. Per lui il grembo primordiale - se posso usare l' immagine di Mancuso - è il caos, il ribollente informe che sfugge alle categorie del tempo e dello spazio. Il caos non è l' essere ma piuttosto un perenne divenire che erutta forme. La stella è già una forma, dotata d' una sua figura, d' una proporzione tra gli elementi chimici e le forze elettromagnetiche che la compongono; una forma in evoluzione, soggetta a regole e leggi proprie; misurabile sia nello spazio sia nel tempo. Volete conoscere la prima di tali regole? E' l' entropia, la degradazione dell' energia potenziale che si traduce in luce e calore secondo i principi della termodinamica. Il caos non è pensabile dalla ragione. Come il nulla. La stella invece è pensabile, misurabile, degradabile, ha un tempo di nascita e un tempo di morte, soggetto alle leggi imposte dalla sua stessa natura, conoscibile attraverso i processi propri del pensiero razionale. Questa del resto è una visione tipicamente spinoziana e Mancuso ricorderà che Nietzsche riconobbe Spinoza come suo maestro e anticipatore del suo pensiero. L' irrazionalismo nietzschiano coincide con la visione caotica dell' informe originario ma cessa nel momento in cui entrano in scena le forme e le leggi che regolano il loro divenire. In questa concezione non c' è posto per il «logos primordiale». Le religioni monoteiste lo trasmettono ai loro fedeli come verità certa mentre si tratta di una verità di fede. Dal punto di vista della ragione vale appunto come un vento di fede, valida soltanto per chi ne sia vivificato e ne derivi tutte le conseguenze induttive e deduttive. Togliete la fede e l' intera costruzione logica che poggia su quella premessa crolla come un castello di carta. Il suo guaio, caro Mancuso, è di scambiare quel vento di fede per verità di ragione. * * * Ci sono nel suo articolo altri punti di dissenso con me: il tema della libertà, il tema dell' anima (che le sta particolarmente a cuore), quello dell' amore in contraddizione (secondo lei) con la volontà di potenza, quello della Trinità di Dio. Fossi in lei, teologo cristiano e anzi cattolico, starei molto attento a infilarmi in quest' ultimo argomento: lei sa meglio di me a quali dispute ha dato luogo il Dio uno e trino. Dispute da Concilio, votazioni su Dio, scomuniche, scissioni, papi e antipapi, episodi cruenti, quanto di più lontano da una teologia libera e feconda di pensiero e di carità. Il tema della libertà, come lei lo pone attraverso le equazioni tra Io e Mondo, è per me assai poco ricevibile. Se Io è eguale a Mondo (lei dice) il risultato dell' equazione è zero nel senso che non c' è residuo; se invece Io è qualche cosa in più di Mondo, da quella sottrazione resta un x e quell' x è la libertà. Debbo dire che pensare la libertà come un elemento residuale, un sovrappiù dell' Io depurato dalle influenze esterne (Mondo) mi suscita un sentimento di sgradevolezza. Nell' immagine corrente la libertà è una forza potente, una «anima mundi» che pervade la vita di ogni persona e di ogni società. O è questo o non è. La libertà come un residuo mi sembra impensabile ed anche mi sembra impensabile un Io depurato dalle interferenze del Mondo, cioè dalla realtà esterna. Non è lei stesso a sostenere (ed io convengo con lei) che una delle caratteristiche fondative della nostra specie è la socievolezza che lei chiama «legge relazionale»? E dunque se la relazione con gli altri è elemento fondativo della specie come è mai possibile concepire l' Io sottraendolo ad uno dei suoi elementi fondativi? Significherebbe snaturarlo non depurarlo; significherebbe distruggerlo e quindi privare l' equazione da lei formulata di uno dei suoi due elementi. E poi: mi sembra strano che un teologo cattolico concepisca la libertà come un residuo quando tutta la dottrina cattolica indica nel libero arbitrio la pietra angolare della sua costruzione. Qui - mi permetta di dirlo - è lei in contraddizione con la sua Chiesa. Ma torniamo alla libertà. Io ritengo che l' istinto fondamentale di ogni entità vivente sia quello della sopravvivenza cioè della forma di ciascun vivente e della durata della sua organizzazione. Tutto il resto ne deriva. In questa visione la libertà è il modo con cui il soggetto utilizza la realtà esterna e le occasioni che essa gli offre per poter sopravvivere. La libertà comporta il rischio di sbagliare, l' errore di scegliere un' occasione che sembra utile alla sopravvivenza e invece non lo è. Quante specie sono perite anzitempo per aver imboccato strade cieche, prive di evoluzione ulteriore? Quanti individui hanno compromesso la loro felicità e la loro fortuna scegliendo «liberamente» l' occasione negativa anziché quella per loro positiva? Il margine di libertà così concepito è molto piccolo, ma comunque è molto maggiore di quanto non sia quello di altre specie viventi. Noi siamo dotati di mente riflessiva e quindi di capacità comparative, cioè di giudizio. Non solo ci sentiamo soggetti ma aggiungiamo al soggetto il predicato. La nostra libertà ha la sua radice proprio in quel punto, situato nel rapporto tra vivere e pensare, tra soggetto e giudizio. * * * Concluderò parlando dell' amore, un tema che mi è molto caro in tutte le sue declinazioni. L' amore, come tutti gli altri nostri sentimenti, deriva dall' istinto di sopravvivenza. C' è l' amore di sé e l' amore per l' altro. Gli animali non hanno questa duplice declinazione; non avendo una mente adeguata a costruire l' Io agiscono soltanto per sopravvivere. Per noi umani è diverso: noi amiamo noi stessi ma amiamo anche gli altri la cui esistenza è necessaria alla nostra sopravvivenza. Di qui nascono la morale e l' egoismo come istinti separati ma alimentati entrambi da quello della sopravvivenza. Non ci sono in questa visione atti morali che possano danneggiare la specie, come lei caro Mancuso sostiene. Intendo: che possano danneggiare l' umanità della specie. Ci possono invece essere e purtroppo ci sono atti egoistici che possono danneggiare l' umanità della specie. L' istinto morale interviene a correggerli, alle volte ci riesce, altre volte no. La nostra vita è fornita di due pedali come una macchina che abbia un acceleratore ed un freno. Tra le tante buone letture in materia, consiglio le massime di La Rochefoucauld: fu un uomo per tanti aspetti detestabile ma aveva un cervello e capacità di giudizio fuori dal comune. Se per caso non le avesse lette le legga ora, caro Mancuso: imparerà o si rinfrescherà con molte cose che la teologia non include nel suo sapere. Non ho bisogno di ripetere che apprezzo molto i suoi scritti. Del resto non avrei dedicato tanto spazio a contestarne alcuni aspetti. - EUGENIO SCALFARI

lunedì 26 maggio 2008

Ordine e Caos


Cari cenacolanti
Martedì commenteremo il quinto capitolo (Salvezza dell'anima) del libro di Mancuso. Spero che il caldo non vi scoraggi e che ci sia anche Donatella Ragusa, magari in geens se vuole (per chi non c'era, mi riferisco al suo anarchico bisogno di non seguire - per il momento - le regole del gruppo).
La volta scorsa, dopo un'acuta ed incomprensibile riflessione di Simonetta sul testo di Mancuso, il nostro bersaglio è stato Dio che, non avendo fatto i conti con Alberto Spatola, pensava ingenualmente di sottrarsi alle inevitabile critiche per le sofferenze dei giusti e degli innocenti facendosi scudo dell'impersonale Principio Ordinatore alla cui cecità - anche nella prospettiva suggerita da Mancuso - sarebbe imputabile tutto il male del mondo.
Ed in effetti, non per prendersela sempre con i poteri forti che manovrano dietro le quinte, ma non può piacerci il modo poco trasparente con cui Dio cerca di mascherare le proprie respondabilità: se proprio il male è, nel progetto divino, indispensabile all'evoluzione del mondo, uno si aspetterebbe che Dio abbia almeno il coraggio di metterci la faccia, invece di fare esporre solo il Princio Ordinatore a cui fa fare tutto il lavoro sporco.
Apprezzabile, infine, il contributo di Camillo che ha cercato di giustificare le difficoltà in cui si muove il Principio Ordinatore in un Universo dominato dal secondo principio della termidonamica, ossia dalla legge dell'Entropia, secondo cui la tendenza costante è, ovunque (e sopratutto sulla mia scrivania) all'aumento del disordine.
A domani
Pietro Spalla

venerdì 16 maggio 2008

La filosofia come cura

ricevo da Augusto e con piacere pubblico
La 'filosofia-in-pratica' NON è una terapia. Può essere però una forma di 'cura' verso di sé e verso gli altri, filosofi o non-filosofi di mestiere?
Sabato 17 maggio alle ore 21,30 Augusto Cavadi ne discuterà presso il Parco letterario "Tomasi di Lampedusa"(Vicolo della Neve, alle spalle di piazza Marina in direzione di via Alloro) con Moreno Montanari (Ancona) autore del recente volume LA FILOSOFIA COME CURA (Unicopli, Milano 2007).
Augusto Cavadi 091.6377018 338.4907853 www.augustocavadi.eu

mercoledì 14 maggio 2008

AMT-1 detto "IL MONOLITO"

Ho dovuto lasciare la cenetta senza aspettarne la conclusione, ma sono stata attentissima (della serie "non studio ma sto attenta in classe"), perchè veramente i contenuti e le riflessioni espresse erano densissimi, a mio avviso, di profondità. Sono uscita con una frase che mi risuonava nell'orecchio, sul pianerottolo, nell'ascensore, nello scivolo (in salita), in strada etc: "ma siamo sicuri che l'uomo sia un'espressione del principio ordinatore?". Prima ancora mi aveva colpito il ripetuto interrogativo di Pietro: " ma se il principio ordinatore è un'entità, questa entropia, questo disordine non può essere un'entità pure essa?... che so satana?". Chiedo scusa se riporto le frasi in modo inesatto, ma cerco di essere il più possibile precisa rispetto quanto detto.

Ecco allora che mi è tornato alla mente un argomento accennato a conclusione della cenetta ancora precedente e trattato un pò di fretta.

Qualcuno aveva detto che nel film di Kubrik "2001Odissea nello spazio"(1968), tratto dal racconto di Clarke "The Sentinel" (1951), la comparsa del monolito data la contemporaneità dell'intuizione di usare un osso per colpire, in quanto segno di intelligenza, poteva essere un segno del principio ordinatore. Avevo obiettato per spirito di verità (se mai è possibile raggiungerla..ahimè), ma ancor di più per allargare la riflessione appena lanciata, che Kubrik fa riferimento ad una delle principali correnti sataniste del nostro tempo e qui cerco di spiegare meglio.

Un paio d'anni fa cimentandomi in una ricerca sul satanismo giovanile ho letto su un testo di M.Introvigne, che è uno degli studiosi contemporanei più accreditati sull'argomento, che il riferimento di Kubrik è alla corrente “occultista”, di M.A. Aquino e del tempio di Set secondo cui ed attraverso cui l’uomo cerca di realizzare la propria volontà, con l’aiuto del “principe delle tenebre, colui che diede all’origine l’intelletto agli uomini”.

Per tranquillità di quanti mi conoscono, dato che la mia ricerca sfociò in una relazione ad un convegno sulla devianza giovanile, organizzato da me, sottolineo che a moderare la sessione in cui parlavo io, ho voluto il cappellano di un carcere minorile siciliano, perchè avvertivo una certa inquietudine a parlarne e ..per non saper nè leggere nè scrivere.. con un sacerdote vicino mi sentivo più tranquilla.
Ma tornando a Kubrik ed al cosceneggiatore Clarke, si ricorderà che il film, chiusa la parentesi "primitiva", si occupa, nella prima parte, del viaggio di uno scienziato alla base americana Clavius, presente sulla luna dove, guarda un pò chi si rivede, è custodito L'ATM-1 "Anomalia Magnetica di Tycho numero 1" (in gergo "il monolito" e chiamato così perchè è stato trovato sotto la superficie del cratere Tycho seguendo delle variazioni anomale del campo magnetico lunare). Su Clavius, ..guarda caso, si è sviluppata un'epidemia e una volta toccato da mani terrestri e dalla luce solare il monolito si "attiva", e secondo un programma stabilito dai suoi misteriosi costruttori lancia un segnale fortissimo verso Giove, attorno cui ruota un altro monolito ATM-2.

Il macello che segue è, secondo me, uno dei più crudeli della storia del cinema e si salva solo l'astronauta che entra nel monolito (ricordate quella scena da video-gioco a velocità fortissima?) avendone in cambio, in un'atmosfera onirica, un'accelerazione dei propri ritmi vitali ed una rinascita.


In occasione della prima, Kubrick proclama: - Se "2001" ha scosso le vostre emozioni, il vostro subconscio, acceso il vostro desiderio di miti, allora avrà avuto successo ( io personalmente ero ragazzina e ricordo ancora quanto fosse scomoda la poltroncina di ferro dell'arena estiva in cui ho preso sonno).

In pochi si sa che dopo il successo del film Clarke ne scrisse il seguito " 2010: Odissea due", subito tradotto in film da Peter Hyams, in cui il monolito che avevamo visto in "2001" orbitare intorno a Giove discende sul pianeta, crea copie di se stesso, si moltiplica, aumentando la massa di Giove fino a raggiungere il livello critico che innesca una reazione a catena trasformando Giove in una nuova stella, che viene battezzata Lucifero.

Non mi permetto di dire altro.
Messaggio privato per Pietro: ho scordato il contributo materiale per la cenetta, rimedierò la prossima volta ... chi disse di ricordare che doveva un pollo ad Esculapio o qualcosa di simile..?

domenica 11 maggio 2008

Anima,Sapere ed Aristocrazia

...per favore un attimo..
Intanto complimenti proprio tanti per le bellissime cose che avete scritto.
Manco un bel pò dal blog, come prima ancora dalle cenette, e se scrivo è per esprimere una sensazione di pelle che spero dia magari un pò più di voglia di scrivere a quanti non l'hanno mai fatto, guadagnandosi così l'eccezionale award proposto da Alberto, con l'implicita speranza che mi venga passato per un'eventuale fotocopia.
Ringrazio per la possibilità datami da Augusto di rimettermi in "carreggiata" lasciando come "compito" per il prossimo incontro un buon "ripasso" di quanto sino ad ora letto del libro di Mancuso, ma non riesco proprio a comprarlo:non riesco a varcare la soglia di una libreria per farlo. Sinceramente comincio a nutrire seri dubbi sulla mia natura umana e la sensazione che ne ho è di essere un vampiro dinanzi ad una collana d'aglio.
Ho ancora dinanzi alla mente gli affettuosi richiami a comprarlo e leggerlo prima di poter esprimere un parere sulle cose dette a commento: sicuramente è una possibilità che mi si incita a voler cogliere ed in particolare la possibilità di essere un'anima per così dire "eletta", tramite l'adeguamento ad una norma condivisa.
Non me ne si voglia ma è quello che ho preso dall'ultimo "conversare" sul libro cui ero presente.
E mentre noi si conversa di anime, un mondo in carne ed ossa, nel tentativo di una convivenza umana possibile, cerca modelli politici tramite svariati e diversi meccanismi "elettorali".
Non ce la faccio a comprarlo il libro, non ce la faccio a leggerlo e se fosse l'interrogazione "chiave" dell'ultimo quadrimestre, rinuncerei "stoicamente" all'anno, "autocandidandomi" a ripetente.
Per me non c'è bisogno per forza di leggere un libro sull'anima per poter parlare di essa, dando per scontato, chiaramente che gli altri però lo abbiano fatto e che ti permettano di farlo.
Ci si sente un pò, è vero, ad una serata di gala in jeans, ma se nessuno nota che non hai il vestito adatto, ti senti a tuo agio come con un G.M.Venturi o un R.Cavalli e di colpo ti senti persona in mezzo alle persone.
Mi torna a tal proposito qualcosa riguardo l' abito con cui si può entrare nel regno dei cieli, mi sembra detta proprio da chi ne è il governatore, ma forse non ci si crede più che costui lo fosse davvero e pensiamo che ne sparasse di grosse e questa con le altre.
Ed allora eccomi qua caparbiamente a dire cosa è per me l'anima: quando soli si è in riva al mare e ci si avverte uniti ad acqua terra e cielo perchè sono lì a farti compagnia accettandoti per come sei o quando anche vedendo le proprie miserie più nere si ha ancora la forza di aprire l'uscio di casa ed andare per strada, non sempre sapendo dove. Credo molto a quello che ciascuno avverte nel proprio intimo più segreto e lì per me sta l'anima.
Chiuso per me con questi cenni personali l'argomento, spero che il coraggio di poter dire contagi quanti non scrivono o non hanno mai scritto sul blog e poichè il mondo è bello perchè vario, anche grazie ai colori, coloro il testo ( anche questa è libertà personale , senza imporre modelli agli altri).
Per inciso: la foto di Armando sulla panchina è molto più simpatica, spero presto di cambiare anche la mia.


venerdì 2 maggio 2008

L'anima e la sua costituzione

Resta centrale nel bel libro di Vito Mancuso il discorso riguardo alla natura dell'anima ( se c'è ). Preferisco pensare all'anima come a qualcosa che, comunque ,( se davvero persiste oltre la morte ) rimanga oltre ogni nostra discussione. Un quid di sostanziale che soddisfi la nostra pretesa ( illusoria ? ) di immortalità. Certo lo studio degli antichi insediamenti abitativi , in specie delle necropoli antiche , indica la assoluta certezza dei nostri avi riguardo la presenza di un mondo dell'al di là , altrettanto corposo e vivace di quello mondano. Il ritrovamento di suppellettili , monili , scodellame vario et al. delle decorazioni funerarie , sembra essere un ( infantile ? ) desiderio di vivere oltre il tempo , al di là del tempo e vivere concretamente , non solo in spirito. Se l'aspirazione dell'uomo ( forse di ogni uomo benchè ci sia chi vagheggi la morte come annichilimento totale ) sia fondata non lo so . Certo non credo sia un discorso meramente razionale a giustificare una tale aspirazione . Semmai è tutto l'uomo , anche nelle sue corde più nascoste e irrazionali , che nel proprio " cuore " può desiderare di non morire mai. C'è pure chi , stufo della vita e delle sue sofferenze , dell'anima non vuol proprio sentire parlare. Comunque credo che un tal discorso teologico possa avere per reale fondamento soprattutto la fede, o anche una fede naturale e primigenia molto lontana dal solo e puro argomentare razionale e filosofico o teologico. Del resto molta gente umile e semplice crede in Dio ( gente guarda caso preferita dal Gesù evangelico ) senza alcuna argomentazione logica. Noi che ci dilettiamo di filosofia e dei bei ragionamenti, possiamo dire che sia "plausibile " sia che l'uomo abbia un anima, sia che ci sia un Dio Personale ( vedi Mancuso ). In tal caso è come se levassimo un ostacolo alla vita di fede , cioè è come se dicessimo che non è "irrazionale" il credere , e che se qualcuno arriva alla fede , non va contra rationem. Nello stesso tempo però la "plausibilità" del credere non è mai certezza matematica , ma " possibilità dell'intelletto ", o , se si vuole , "argomentare ardito ma non impossibile ". Inoltre , a me pare che Mancuso , nel suo voler privilegiare l'analisi razionale sull'esistenza di Dio e dell'anima , trascuri che si possa arrivare alla fede anche e sopratutto per la "testimonianza " dei maestri di spiritualità , di quelle figure cioè che "incantano" per esemplarità di vita; si pensi ad alcuni come Gandhi , o a un San Giovanni della Croce, o a Giovanni l'evangelista , o ( la dico grossa ) a chi fa i "miracoli " , cioè rende "visibile" il soprannaturale e lo fa così conoscere. Primo fra tutti lo stesso Gesù dei vangeli.

mercoledì 30 aprile 2008

....... in risposta a Francesco sul Mondo e sulla sua interpretazione


Colloco questo intervento sui post e non sui commenti perché vorrei che oltre a Francesco Vitale mi leggessero anche gli altri frequentatori delle Cenette per implementare e/o confutare quanto da me detto e quanto ho capito di Mancuso.

A Francesco (che mi sollecita in un suo commento a un mio post del 24 aprile) rispondo che il pensiero esposto non è il mio punto di vista ma ciò che credo sia il punto di vista di Vito Mancuso (d’altra parte stiamo ancora leggendo e commentando il suo libro). Mi spiego: Mancuso si definisce un teologo cristiano e cattolico (nel senso etimologico del termine) e in quanto tale ha deciso di “riscrivere” la teologia cristiana alla luce di alcune critiche sollevate nel corso del tempo all’interno del Cristianesimo e alla luce delle scoperte scientifiche degli ultimi secoli ma soprattutto degli ultimi decenni (potremmo dire alla luce della Ragione del XXI secolo!). Ora (lo dico per Francesco che non ha letto il libro) il Logos che l’autore identifica col Principio Ordinatore e che (emanazione di Dio) ha dato inizio al Mondo (materia-energia) e alla sua storia lasciando lo stesso a fare i conti con i suoi stessi attributi che sono Libertà, Giustizia, Bene, Bellezza, Amore ect… ma anche con i suoi contrari! e il cui esito è la “scommessa” del Dio Creatore nei confronti del Suo creato non come Sua immagine in uno specchio ma come interlocutore ( condizione necessaria alla Sua esistenza! = io esisto solo perché sono percepito). Una volta che Mancuso dice come per lui stanno le cose…..si mette ad affrontare la problematica dell’Uomo come risultato più alto raggiunto (almeno per quello che ne sappiamo) finora dal Principio Ordinatore e con la sua consapevolezza di essere oltre che anima (nei primi tre livelli di discontinuità: fino all’anima sensitiva degli animali) essere Persona . E’ a questo punto che interviene il concetto necessario di Dio personale che interloquisce con la persona e a cui per questo viene garantita l’immortalità individuale nella perfetta Armonia e Amore. Ecco ciò che ho voluto dire nel mio post precedente.
Se poi Francesco mi chiede come la penso io, gli rispondo che a tutt’oggi ( domani è un altro giorno) la penso come B. Russel : ”…non sono gli argomenti razionali, ma le emozioni che fanno credere nella vita futura”. Anche se è e resta doveroso cimentarsi razionalmente su questi temi altrimenti non sarei a scrivere e a interloquire qui in questo blog .

Armando

lunedì 28 aprile 2008

parafrasando Salvatore Quasimodo

14 aprile - 28 aprile 2008

......e come posso cantare con un piede spudorato sopra il cuore!

sabato 26 aprile 2008

Cambiare?

Qualche settimana addietro ho ricevuto da Francesco Vitale il seguente messaggio per mail:

Carissimo Francesco, ti chiedo di cambiare il tema di layout del blog; mi risulta veramente orripilante aprirlo, con questo colore così sgargiante, con questi caratteri così giganteschi, e senza alcuna personalità.
Visto che non siamo tutti d'accordo, magari cambialo spesso, almeno accontenterai un po' tutti....

Effettivamente qualcosa da cambiare ci sarebbe, il dibattito è aperto....

Cari cenacolanti
Ancora storditi dai risultati delle elezioni e dalla prospettiva di altri cinque anni con Berlusconi e Bossi al governo, abbiamo fatto fatica a ricollegarci alle ben più alte riflessioni proposteci dal libro di Mancuso sull'anima ed il suo destino.
Ha esordito Anna Pensato che ha chiesto ad un teologo "a caso", eventualmente presente tra di noi, se quando Mancuso parla della grazia la concepisce come un’arbitraria elargizione clientelare dall'alto che, come al solito, premia solo chi ha giuste frequentazioni e amicizie altolocate, oppure il tutto avviene secondo criteri meritocratici. A sorpresa ha risposto Augusto che, dopo averci stordito con dotti riferimenti a Pelagio ed Agostino e sapienti incursioni nella teologia della predestinazione di Calvino, ha poi capito che era meglio adeguarsi al nostro livello di preparazione teologica ed ha esemplificato, più o meno, così: la grazia è come una bella donna solo apparentemente facile: sta lì a civettare con tutti ma poi si concede solo se si sente capita.
Fuor di metafora, la prospettiva Mancuso-Cavadiana, se abbiamo compreso bene, è questa: il Bene, il Bello e il Vero sono lì per tutti, ma si tratta di riuscire a sintonizzarci (a scoprirli, preferisce dire Simonetta).
Ed infatti Mancuso scrive, al riguardo, parole molto belle: "Quando Mozart componeva, non inventava nulla, sentiva. Quando Rembrandt dipingeva non inventava nulla, vedeva. Hanno riconosciuto una realtà che c’era da sempre. …Diceva Mozart: tutto è stato composto ma non ancora trascritto". Sono idee che ricordano un po’ W. Otto ("Il mito", che consiglierei come preparazione alle prossime vacanze filosofiche sul sacro) quando afferma che i poeti più creativi sono solo dei recettori e cita Goehe:
"Ed una divinità parlò quand’io credevo di parlare".
Solo che - ho poi osservato a proposito delle resistenze mentali che ha confessato Mario Micciancio - Mancuso avrebbe dovuto spiegare che, per aprirsi alla grazia ed ai suoi doni, non basta una decisione razionale a tavolino: quell'apertura presuppone un coraggioso lavoro (spirituale) di decostruzione rispetto a pre-giudizi e difese mentali che ci ostacolano. Ma, ha replicato Mario, "il fatto è che a me non bastano teorie come quelle di Mancuso pur plausibili rispetto alle conoscenze scientifiche: io voglio basare le mie aperture e le mie scelte su prove certe e razionalmente inconfutabili". Ma Mario non ha spiegato come si concilia questo asserito bisogno di scelte razionali con la decisione di risposarsi a sessant'anni e di reincarnarsi nuovamente a Milano, dove sta ritornando lasciandoci qui sedotti e abbandonati.
Ed a proposito di reincarnazione, qualcuno ha ricordato che Mancuso la esclude dal suo campo visivo perchè comporterebbe la perdita dell'esperienza e dell'informazione acquisita in questa vita e, pertanto, la scomparsa dell'individuo. Scrive, infatti, Mancuso: : "La storia della coscienza, con tutte le esperienze fatte e le persone amate, se si rinasce nuovamente nel tempo viene azzerata".
Non si capisce, però, come mai questa irrimediabile dissoluzione dell’individuo – che nella visione di Mancuso somiglia molto a quella della sinistra dopo le ultime elezioni – venga imputata alla reincarnazione piuttosto che alla morte.
A questo punto sarà interessante leggere il prossimo capitolo sull’immortalità dell’anima per scoprire che cos’è che sopravvive, per il nostro autore, dopo la morte.
Dopo una critica di Maria a certe mie idee (ma per errore anche Maria se l'è presa con lo iellatissimo Mancuso, che non c'entrava nulla, invece che con me) Alberto ha concluso la serata spiegando perchè la visione evolutiva di Mancuso "uso Teilhard de Chardine" non lo soddisfa per nulla: se ci fosse un principio ordinatore alla base di tutto, se l’evoluzione non fosse casuale ma, come pensa Mancuso, fosse davvero sorretta da un logos e diretta, sin dall’inizio, verso un telos (n.d.r. : ormai le sole parole italiane a noi cenacolanti stanno strette…) allora ci sarebbe una gravissima responsabilità che dovremmo imputare a questo principio ordinatore per tutto il male, la dissipazione, lo spreco ed il dolore che, in questo tumultuoso processo evolutivo, colpiscono tanti innocenti. E Alberto ha fatto l’esempio dello tsunami, dell’olocausto e della vittoria di Berlusconi alle elezioni per dimostrare che non è possibile che ci sia un disegno divino così sadico e malvagio che ci costringa, per evolverci, ad attraversare certe sciagure.
Nel darvi appuntamento per martedì prossimo alle 20 e trenta per chi cena con noi e alle 21 per gli altri, Vi ricordo che nel nostro Blog è stato pubblicato un bell’articolo di Augusto che dovremmo leggere tutti perché evidenzia, anche criticamente, gli aspetti più importanti del libro e ci offre importanti spunti di riflessione per le prossime cenette. Sempre nel Blog si è aperto, inoltre, un interessante dibattito sulla compatibilità tra l'esistenza del male e quella di Dio (cè una branca della filosofia che si occupa di questo annoso problema: mi sembra che si chiami teodicea e che fu fondata molti anni fa da un certo Giobbe.
Pietro Spalla

giovedì 24 aprile 2008

Il Principio Ordinatore di Mancuso e il Male


A proposito di ciò che ripetutamente dice e scrive Alberto Spatola, io credo che la compatibilità del Principio Ordinatore di Mancuso, orientato inevitabilmente al Bene, e l’esistenza del Male che legittima poi il libero arbitrio dell’uomo, possa esserci se si pensa a Dio come al “Soffio vitale” che non vuole entrare nella “Storia” dell’Universo (e quindi dell’Uomo), ma direttamente nell’anima ( intesa alla Mancuso) dell’Uomo ( e anche della Natura?) e quindi infondergli l’intenzione al Bene ( badate solo l’intenzione!) lasciandogli poi la facoltà di scelta. Mi piacerebbe dibattere su questo punto.
Armando

sabato 19 aprile 2008

Augusto Cavadi si è finalmente degnato di farci visita: è un giorno importante per il Blog
Ecco il suo contributo

IL DESTINO DELL'ANIMA SECONDO UNA TEOLOGIA LAICAPossibili ragioni di un successo editorialeIl successo editoriale, davvero imprevedibile per un titolo di teologia, dell'ultimo volume di Vito Mancuso si spiega con una serie di ragioni che si inanellano in sequenza. La prima è che affronta un tema che sfida il turbinio delle mode e non cessa di interpellare gli animi che mantengono un guizzo di vivacità spirituale. Ma - e siamo ad una seconda ragione - l'autore affronta l'argomento dell'anima cercando di dialogare con la cultura filosofica e scientifica contemporanea: dunque prendendo sul serio obiezioni e suggerimenti che di solito i laboratori teologici preferiscono ignorare. Inoltre - questa potrebbe essere una terza ragione - egli, infrangendo la prosopopea diffusa fra quanti trattano di simili questioni, si preoccupa di usare un linguaggio per quanto possibile non-tecnico evitando le sottigliezze specialistiche di chi scrive più per fare mostra di sé ai colleghi che per sollecitare la riflessione del lettore 'medio'. Infine individuerei una quarta ragione nel fatto che l'interrogazione sull'anima viene formulata in maniera fortemente problematica rispetto alla tradizione cattolica a cui Mancuso ribadisce più volte di appartenere. Se egli avesse proposto le medesime idee dichiarandosi esterno alla Chiesa cattolica, molto probabilmente sarebbe stato letto da una cerchia molto più limitata di specialisti: così, invece, egli ha dato voce alle inquietudini sotterranee di quei milioni di cattolici (più o meno praticanti, più o meno istruiti) che, secondo l'ormai celebre espressione di Pietro Prini, hanno consumato uno "scisma sommerso", staccandosi d fatto dall'obbedienza al Magistero senza sprecare fiato per formulare apertamente e pubblicamente il loro dissenso. Questi scismatici anonimi leggono, con stupore misto ad ammirazione, un teologo che - senza infingimenti clericali ed anzi con un pizzico di civetteria - scrive: "Oggi in teologia, soprattutto in Italia, per lo più non si pensa, si obbedisce, nel senso che anche quando si pensa, spesso lo si fa come vuole l'autorità, per fondare, spiegare, difendere ciò che è già stato stabilito dall'autorità. Un pensiero, diciamo così, pilotato. Ma, come mostrerò in queste pagine, le autorità bibliche e magisteriali sono talora in contraddizione tra loro quando si tratta dell'anima e del suo destino, e non su aspetti secondari" (p. 32). In questo contesto, all'autore non sembra restare che una sola via: ristabilire davvero il primato del Logos" (ivi).Alcune tesi principaliMa che cosa sostiene, nella trama essenziale, questo corposo saggio?Che la questione antropologica non può essere isolata dal più ampio quadro della questione cosmologica in cui è incastonata e che, a sua volta, la questione cosmologica implica una interpretazione, più radicale, ontologica e teologica.Perciò Mancuso si chiede, preliminarmente, cosa debba intendersi per 'natura' (nel senso comprensivo dei Greci che, in quanto physis, vedevano in essa la matrice generativa di tutto ciò che a qualsiasi titolo può considerarsi essente) e quale sia il rapporto fra essa 'natura' e Dio. La prospettiva in cui si colloca esplicitamente l'autore è quella pionieristicamente indicata da Teilhard de Chardin quando intitolava uno dei suoi primi scritti La potenza spirituale della materia: " Dobbiamo cambiare prospettiva rispetto al racconto biblico di Genesi 2,7 secondo cui Dio prese la polvere, plasmò l'uomo e poi infuse il suo soffio vitale. Per stare all'immagine mitica utilizzata dal testo, occorre piuttosto pensare che Dio infuse il suo soffio vitale prima, direttamente nella polvere, nella materia-mater, la quale poi da sé, autonomamente, ha dato origine alla vita in tutte le sue forme, compresa quella dell'uomo. Si tratta di una prospettiva legittima anche a livello biblico alla luce dei racconti di creazione della tradizione sapienziale, in particolare Proverbi 8 e Siracide 24" (p. 14).Da questa angolazione - "una prospettiva che parte dal basso" (p. 53) - "l'anima spirituale, che pure conduce chi la coltiva in un'altra dimensione facendolo entrare nell'eterno, è da pensarsi non come una sostanza separata che proviene dall'esterno ma come una peculiare configurazione dell'unica energia che ci costituisce" (p. 54).Rispetto a questa materia in evoluzione - di cui l'Uomo costituisce il vertice (attuale) - in che rapporto concepire Dio? Il tendenziale monismo antropologico (l'anima come dimensione consapevole e spirituale di quell'unica realtà che chiamiamo materia quando la consideriamo nella sua dimensione visibile e misurabile) è coerentemente inquadrato in un più ampio monismo onto-teologico: "il divino, in questa prospettiva, non è nulla di misterioso o di qualitativamente altro rispetto all'essere, ma è la pienezza dell'essere, come sapevano perfettamente i Greci" (p. 102). E - si potrebbe aggiungere per compensare un'omissione eloquente - come hanno ricordato fortemente gli idealisti post-kantiani, in particolare Hegel e Schelling. E' chiaro che Mancuso contesta una Trascendenza di Dio che venga concepita unilateralmente, adialetticamente, come distanza abissale fra il Principio creatore e l'universo creato. Dio non è al di là del mondo, ma nel cuore del mondo: Egli "non agisce mai direttamente nel mondo, ma sempre e solo tramite la mediazione della sapienza, sia come sapienza impersonale nella logica della natura e della storia, sia come sapienza personale nella dimensione dell'anima umana. (...) La Sapienza divina agisce nella natura ordinando l'energia verso una sempre maggiore informazione e complessità", "nell'anima spirituale come grazia che attrae verso il bene e che vince la forza di gravità dell'egoismo primordiale" (p. 105). In questo quadro onto-teologico, l'ipotesi di una vita oltre la morte fisica del soggetto individuale non si configura come il risultato apodittico di una dimostrazione bensì come una sorta - direbbe Karl Jaspers riecheggiando Kant - di "fede razionale". Secondo Mancuso, infatti, è legittimo sperare che le "quattro discontinuità" di cui siamo testimoni ("il passaggio dal minuscolo puntino cosmico all'origine del Big bang alla vastità dell'essere; il passaggio dalla materia inerte alla vita; il passaggio dalla vita naturale all'intelligenza; il passaggio dall'intelligenza autorefernziale alla morale e alla spiritualità") (p. 111) siano a loro volta superate da una "quinta discontinuità all'interno del processo evolutivo dell'energia cosmica": "una vita dopo la morte di tipo personale" (p. 134). Alla luce di questa impostazione prevalentemente teoretico-metafisica l'autore affronta le tematiche più squisitamente teologiche dei "novissimi". "Morte e giudizio": "A chi spetta, quindi, la vita eterna? La vita eterna spetta a chi la possiede già adesso. L'eterno non è il futuro, ma è il presente, la dimensione più vera del tempo. Chi, nel tempo che gli è stato dato, ha raggiunto la forma sovra-naturale dell'essere, quando muore nel corpo vi permane con l'anima" (p. 205). "Paradiso": "Il Dio eterno è il custode del tempo, o meglio di quella parte del tempo che merita di essere custodita perché raggiunge la stessa dimensione di verità, di bellezza e di giustizia che compete ontologicamente all'eternità" (p. 229). "Inferno": in proposito l'autore esclude che l'inferno possa consistere in una condanna eterna per peccati comunque temporali, ma confessa di trovarsi "nell'incertezza riguardo all'alternativa fra apocatastasi e morte dell'anima" (p. 275). "Purgatorio": coincide con "il momento della morte fisica e gli istanti immediatamente precedenti e successivi ad essa. E' allora che avviene la grande purificazione" (p. 279). "Limbo": oggi è stato finalmente cancellato da quella stessa autorità ecclesiale che l'aveva inventato, ma ciò non servirà a molto "se non si comprende che la gran parte degli errori e delle incongruenze nella dogmatica derivano dalla posizione del peccato originale, questo mostro speculativo e spirituale, il cancro che Agostino ha lasciato in eredità all'Occidente" (p. 287). "Parusia e giudizio universale": "Il giudizio è universale nel senso che vi viene sottoposto ogni essere umano secondo criteri universali, gli stessi criteri di ordine, equità e giustizia che la creazione già contiene" (p. 301). Alla fin dei conti, il messaggio del libro è sintetizzato nelle ultime righe: "Dice la sapienza di Israele: 'Chi pratica la giustizia si procura la vita' (Proverbi 11,19). Basta solo essere giusti. Tutto qui, qualcosa di molto semplice, che ogni uomo vuole da sé. Simplex sigillum veri" (p. 317). Qualche considerazione criticaCome aveva previsto il cardinal Martini nella lettera che funge da antifona al volume, quest'ultimo ha suscitato nel mondo cattolico delle reazioni molto vivaci. Esse partono da un presupposto: che la Bibbia sia fondamentalmente una rivelazione di verità nel senso di informazioni metafisiche (e che il Magistero costituisca l'istanza ultima in caso di conflitto interpretativo sul modo di intendere tale patrimonio conoscitivo). Se questo presupposto regge, Mancuso non può essere considerato un teologo cattolico. Ma sappiamo che negli ultimi due secoli, soprattutto dopo Kant e Kierkegaard, si è diffusa una diversa visione della Scrittura: essa non sarebbe né fonte di conoscenza scientifica (e questo, con ritardo su Galileo Galilei, lo riconoscono tutti i cristiani, tranne i fondamentalisti) né fonte di conoscenza filosofica (e questo lo si stenta ad ammettere, soprattutto in ambito cattolico), bensì una fonte di orientamento esistenziale (di tipo mistico-spirituale ed etico). Se questa prospettiva regge, Mancuso non può essere liquidato sbrigativamente con l'accusa di eresia, ma va confutato puntualmente con gli stessi attrezzi logico-razionali a cui egli fa ripetutamente appello. Se la Bibbia, come in Italia ha sottolineato più di altri Carlo Molari, non ci fornisce delle notizie supplementari (e altrimenti inaccessibili) sulla struttura ontologica dell'universo e del suo Creatore, ma ci racconta chi vuole essere Dio per l'uomo e come sogna che l'uomo sia per Lui, Mancuso ha il diritto di asserire che "più si comprende la ricchezza e la bellezza della vita per quello che è, meno si pensa il divino come una cosa diversa e totalmente altra. Il centro speculativo del Cristianesimo, l'incarnazione di Dio in un uomo, è esattamente la massima espressione di questa equazione fondamentale: pienezza della vita= divino" (p. 103).Al suo diritto di asserire questo, corrisponde il diritto di chi non è d'accordo di avanzare obiezioni e contro-argomentazioni, non certo di lanciare scomuniche.Per esempio l'obiezione di chi possa trovare sproporzionatamente antropocentrica la tesi che "la perfetta manifestazione della Sapienza creatrice" sia "l'idea di Uomo"; che "il mondo" sia "finalizzato dal basso alla produzione dell'Idea di Uomo, declinata nei miliardi di esistenze concrete, ognuna unica e irripetibile, cui essa dà luogo" (p. 72).Oppure l'obiezione che l'amore - in cui giustamente Mancuso riconosce il cuore del cristianesimo - sia da lui concepito in termini più di eros mistico (di stampo neoplatonico) che di agape diaconale (di stampo evangelico). Egli infatti cita, con condivisione, Albert Schweitzer, teologo cristiano insignito del premio Nobel per la pace: "L'elemento essenziale del Cristianesimo così come Gesù lo predicò e il pensiero lo comprende, è che soltanto con l'amore possiamo giungere alla comunione con Dio" (p. 296). Ma quando prova ad esplicitare questa convinzione, l'autore sembra insistere sulla "comunione della più intima interiorità con la volontà di Gesù" (ivi), senza preoccuparsi di aggiungere che tale comunione - secondo Gesù stesso - non ha altra verifica affidabile che il servizio al debole e all'impoverito. Si può affermare, come fa Mancuso, che l'amore cristiano consiste "nell'avvento del regno di Dio nell'anima di ogni uomo" (ivi) , ma a patto di non omettere che tale regno deve rendersi visibile, attraverso i nostri spiriti, nella storia oggettiva, concreta, della collettività umana. Deve farsi, come ama ricordare Armido Rizzi, pane e carezze per i fratelli e le sorelle meno fortunati. Non è solo una questione di estensione (dall'ottica individuale all'ottica sociale), bensì più radicalmente di intenzione: l'amore biblico, a differenza dell'eros platonico anche cristianizzato dai Padri della Chiesa, non è una forma di egocentrismo spirituale quanto di autodonazione gratuita. Augusto CavadiSINTESI.Augusto Cavadi. Il destino dell'anima secondo una teologia laica. Il volume di Vito Mancuso, L'anima e il suo destino, Cortina, Milano 2007, sta conoscendo un successo editoriale imprevedibile. Quali ne sono le possibili ragioni? Quali le principali tesi antropologiche, cosmologiche, ontologiche e teologiche esposte nel saggio? La presentazione si conclude con una serie di interrogativi critici mirati più ad alimentare la riflessione che a stroncarla con l'invocazione di censure autoritarie.
17 aprile 2008 18.27

lunedì 14 aprile 2008

Cari cenacolanti
domani sera (martedì) ci occuperemo del terzo capitolo (l'origine dell'anima) del libro di Mancuso che continua a suscitare, anche tra di noi, critiche ferocci e consensi appassionati.
I leaders del partito anti-Mancuso sono Giovanni La Fiura, che contesta l'antropocentrismo di Mancuso e Alberto Spatola, che gli rimprovera di essere troppo assertivo e di pretendere di fare un discorso scientifico mentre non dimostra un bel nulla.
Secondo alcuni di noi, invece, Mancuso ha ragione quando dice che non ci sono una realtà scientifica ed una religiosa o filosofica: la realtà, abbiamo convenuto con Mancuso, è una sola. Ma siamo stati accusati di inciucio solo perchè abbiamo sostenuto che i diversi approcci per comprendere la realtà non sono in contraddizione tra di loro ma possono e debbono intrecciarsi per essere fecondi.
Numerose le astensioni. Gli exit pool danno in lieve vantaggio il partito anti-Mancuso che ha promesso, in caso di successo, di abolire l'anima, responsabile della crisi esistenziale e della recessione morale che stiamo vivendo.
Ma i pro-Mancuso appaiono in netto recupero e propongono, in caso di vittoria, aiuti e detassazioni alle giovani coppie di genitori per la costruzione della prima anima, secondo un piano di edilizia spirituale che parta dal basso (come è giusto in democrazia).
Pietro Spalla

giovedì 10 aprile 2008

TAOSOFIENZA

Un interrogativo emerso di recente dalle cenette filosofiche è il seguente: “Alla filosofia può competere il concetto di energia?”
Secondo me sì, e neanche tanto in senso metafisico. Purché anche la filosofia ne dia sue proprie e precise definizioni, e non necessariamente distanti o in contrasto con quelle della scienza. Del resto, il nostro cervello e il nostro corpo, per funzionare hanno bisogno di energie che ricaviamo da varie fonti, non escluse quelle provenienti dai nostri simili. La nostra attività cerebrale, onirica o sensoriale può essere quantificata in elettronvolt, e può essere studiata attraverso i grafici degli oscilloscopi. E’ ovvio, siamo nella materia.
Ma il punto fondamentale è questo: nessuno sa quali relazioni certe vi siano tra energie-particelle subatomiche e coscienza-intelligenza(-anima). E’ un dualismo nel quale scienziati e filosofi moderni non osano entrare, probabilmente per paura di essere attaccati dai propri rispettivi colleghi. Il resto possono farlo i taoisti, i buddisti e i mandrakisti, come li chiama Giovanni nel suo ultimo intervento. Come dire, persone troppo “di parte” per essere attendibili. Anche Mancuso è stato, non a caso, criticato per aver trattato la materia energetica in senso filosofico. Non ne conosco le motivazioni, ma in questo momento poco mi importa se a torto o a ragione.

Ma se lo studio della materia è il campo prettamente pertinente alla scienza, la filosofia potrebbe anche teorizzare, senza invaderlo, su aspetti che non sono soltanto metafisici, ma buona in parte fisici. Può estendersi al campo dei significati profondi di ciò che è ANCHE fisico ed economico: per l’uomo comune infatti l’energia non è soltanto la bolletta dell’Enel. Anche una carezza, un bacio o uno schiaffo hanno una loro energia, e muovono energie dentro di noi.
Allora, argomenti come il piacere ed il dolore, la casualità o la necessità degli eventi, la possibilità di influenzarli col pensiero indirizzato, potrebbero essere tutti argomenti letti secondo entrambe le chiavi, scientifica e filosofica, in modo collaborativo. Anche perché per capirci qualcosa c’è bisogno di esperimenti che non siano condotti o interpretati da persone scettiche. Il fatto è quindi che scienza e filosofia vogliono rimanere distanti, e a loro volta distanti da ciò che possiede una qualsiasi aura di misticismo e religiosità. Perché deve essere per forza così? Confesso la mia ignoranza.

Facciamo un esempio per tutti. Oggi si parla molto dei limiti ma anche del valore del benessere, che può avere sugli esseri umani effetti contrastanti. Effetti o esiti che, comprensibilmente, dipendono dalle finalità e dalle scelte di ciascuno, e dalle conseguenze delle nostre azioni. Il tutto è giocato nella materia, con implicazioni etiche, non morali.
L’uso orientato delle energie può favorire la crescita e l’evoluzione, come può essere causa della distruzione totale: per cui si tratta di campi fisici ma anche profondamente esistenziali.
Nel suo intimo l’Uomo può percepire l’unione col tutto, quindi anche con le energie. Dove può essere ragionevolmente collocato il limite umano tra il necessario ed il superfluo, in un pianeta così sviluppato ma anche così fragile? Chi credete allora che ci darà delle nuove indicazioni etiche per il nostro futuro? Forse lo scienziato, o il politico, oppure ancora il direttore d’azienda?

Forse si deve osare un po’ di più, per il bene comune. Io sogno sempre che sedi come quella rappresentata da queste pagine diventino un giorno la materializzazione di una scuola di pensiero, rappresentata da incarnazioni coscienti dell’intelligenza, in grado di elaborare nuovi concetti e sostenere nuovi modi di pensare. Molto di più che studiosi dell’accademia: persone non comuni che, dopo essersi tanto allenate insieme, pretendono coerentemente di apportare luce ed energia al nuovo millennio.

mercoledì 2 aprile 2008

Scienza e Spirito....psiche e natura...sono poi così distanti?


Desidero dare anch'io un contributo all'argomento trattato dal precedente post di Giovanni e nelle serate di commento al libro di Mancuso per ribadire che forse le via scientifica e le vie non scientifiche verso la conoscenza possano anche intersecarsi e sinergicamente andare avanti con la pace di molti.......
Cito pertanto un passo del libro "Psiche e Natura" scritto nei primi anni '50 da Wolfgang Pauli, Nobel per la Fisica nel 1945 e famoso per il suo "principio di esclusione" e per la scoperta del neutrino.....": “Per noi moderni, tornare alla concezione arcaica, la cui unità e coerenza interna veniva pagata al prezzo di un’ingenua ignoranza sulla natura, è ovviamente fuori discussione. Tuttavia, proprio il desiderio di una maggiore coesione nella nostra visione del mondo ci spinge a riconoscere l’importanza degli stadi pre-scientifici della conoscenza per la genesi delle idee scientifiche, integrando l’indagine (rivolta verso l’esterno) delle scienze naturali con una ricerca di queste stesse conoscenze volta alla dimensione interiore. Mentre la prima ha per oggetto la corrispondenza dei nostri concetti con le cose del mondo esterno, la seconda dovrebbe far luce sugli archetipi sottesi alla creazione di concetti scientifici. Solo una combinazione di entrambe le direzioni di ricerca può condurre a una piena comprensione.
Negli uomini di scienza la diffusa aspirazione a una maggiore unità nella nostra immagine del mondo è acuita dal fatto che oggi abbiamo sì le scienze della natura, ma non abbiamo più una visione scientifica del mondo. Dalla scoperta del quanto d’azione la fisica è stata un pò alla volta costretta ad accantonare l’orgoglioso proposito di spiegare, in linea di principio, tutto l’universo. Proprio questa circostanza d’altra parte, in quanto correttivo della visione unilaterale precedente, potrebbe portare in sé il seme di un futuro progresso verso una concezione unitaria del mondo, della quale le scienze della natura non sono che una parte.”
(il grassetto è mio). Armando

martedì 1 aprile 2008

In che senso tutto è energia?

Vi propongo qualche citazione dal Tao della fisica di Fritjof Capra che l'altra volta è stato (opportunamente) tirato in causa mentre discutevamo sulla nozione di energia adoperata da Vito Mancuso. Quello che vorrei sottolineare è che la scienza è arrivata a queste conclusioni 'rivoluzionarie' sulla materia per dinamiche sue interne, estremamente significative dal punto di vista filosofico, ma sganciate da qualsiasi adesione a questa o quella 'idea spirituale' del mondo, buddista, indù, taoista o mandrakista che sia. E che tali visioni spirituali si dimostreranno valide o meno a prescindere dall'assenso della cosiddetta comunità scientifica. Sono ambiti a mio parere necessariamente diversi e distanti. Buona lettura....

(p.81) A livello subatomico, gli oggetti materiali solidi della fisica classica si dissolvono in configurazioni di onde di probabilità e queste configurazioni in definitiva non rappresentano probabilità di cose ma piuttosto probabilità di interconnessioni. Un'attenta analisi del processo di osservazione in fisica atomica ha mostrato che le particelle subatomiche non hanno significato come entità isolate, ma possono essere comprese soltanto come interconnessioni tra la fase di preparazione di un esperimento e le successive misurazioni. La meccanica quantistica rivela quindi una fondamentale unità dell'universo: mostra che non possiamo scomporre il mondo in unità minime dotate di esistenza indipendente. Per quanto ci addentriamo nella materia, la natura non ci rivela la presenza di nessun "mattone fondamentale" isolato, ma ci appare piuttosto come una complessa rete di relazioni tra le varie parti del tutto.

(p.86)...la forza fondamentale che dà origine a tuttii fenomeni atomici è ben nota e la si incontra facilmente nel mondo macroscopico: è la forza di attrazione elettrica tra il nucleo atomico carico positivamente e gli elettroni carichi negativamente. L'azione reciproca tra questa forza e le onde elettroniche dà luogo all'enorme varietà di strutture e di fenomeni del nostro ambiente: è responsabile di tutte le reazioni chimiche e della formazione delle molecole, cioé degli aggregati di più atomi legati tra loro dalla mutua attrazione. L'interazione tra elettroni e nuclei atomici è quindi il fondamento di tutti i corpi solidi, liquidi e gassosi, e anche degli organismi viventi e di tutti i processi biologici ad essi collegati.
In questo mondo immensamente ricco dei fenomeni atomici, i nuclei svolgono il ruolo di centri stabili, estremamente piccoli, che costituiscono la sorgente della forza elettrica e formano le intelaiature della grande varietà di strutture molecolari.

(p. 87) Il nucleo atomico è circa un centinaio di migliaia di volte più piccolo di tutto l'atomo, eppure ne contiene quasi tutta la massa... in effetti, se tutto il corpo umano fosse compresso fino a raggiungere la densità del nucleo, non occuperebbe più spazio di una capocchia di spillo... i "nucleoni" - come spesso vengono chiamati protoni e neutroni - reagiscono al loro confinamento muovendosi ad alta velocità, e poiché sono compressi in un volume molto più piccolo (rispetto all'elettrone) la loro reazione è molto più violenta. Essi scorrono nel nucleo con velocità di circa 60.000 km al secondo! La materia nucleare è quindi un tipo di materia completamente differente da qualsiasi cosa appaia "quassù", nel nostro ambiente macroscopico. Forse, il modo migliore di raffigurarcela è di pensare a un insieme di minuscole gocce di un liquido densissimo che bolle e gogoglia ferocemente.

(p. 88) L'immagine della materia che emerge dallo studio degli atomi e dei nuclei mostra che la maggior parte di essa è concentrata in minuscole gocce separate da enormi distanze. Nel vasto spazio tra le massicce gocce nucleari in violenta ebollizione, si muovono gli elettroni. Questi costituiscono solo una piccola frazione della massa totale, ma danno alla materia il suo aspetto solido ( allo stesso modo in cui un'elica in movimento sembra disegnare una superficie solida continua).


(p. 92) Nella fisica classica, la massa di un corpo era sempre stata associata a una sostanza materiale indistruttibile, a una "qualche cosa" della quale si pensava fossero fatte tutte le cose. La teoria della relatività ha mostrato che la massa non ha nulla a che fare con una qualsiasi sostanza, ma è una forma di energia. Quest'ultima poi è una quantità dinamica associata ad attività o a processi. Il fatto che la massa di una particella sia equivalente a una certa quantità di energia significa che la particella non può più essere considerata un oggetto statico, ma va intesa come una configurazione dinamica, un processo coinvolgente quell'energia che si manifesta come massa della particella stessa...


(p. 93) (secondo le equazioni di Dirac) la simmetria tra materia e antimateria implica che per ogni particella esista un'antiparticella con massa uguale e carica opposta. Se l'energia a disposizione è sufficiente, possono crearsi coppie di particelle e antiparticelle, che a loro volta si ritrasformano in energia pura nel processo inverso di annichilazione.
La creazione di particelle materiali da energia pura è certamente l'effetto più spettacolare della teoria della relatività... Prima della fisica relativistica delle particelle, i costituenti della materia erano sempre stati considerati o come unità elementari indistruttibili e immutabili, oppure come oggetti composti che potevano essere suddivisi nelle loro parti costituenti; e la domanda fondamentale che ci si poneva era se fosse possibile continuare a dividere la materia, o se infine si sarebbe giunti alle minime unità indivisibili. Dopo la scoperta di Dirac, tutto il problema della divisibilità della materia apparve in una nuova luce. Quando due particelle si urtano con energie elevate, di solito esse si frantumano in parti, ma queste parti non sono più piccole delle particlle originarie. Sono ancora particelle dello stesso tipo, e sono prodotte a spese dell'energia di moto (energia cinetica) coinvolta nel processo d'urto.... possiamo dividere sempre più la materia, ma non otteniamo mai pezzi più piccoli, proprio perché creiamo le particelle a spese dell'energia coinvolta nel processo.


(96) Negli ultimi decenni, gli esperimenti di diffusione ad alta energia ci hanno rivelato nel modo più straordinario la natura dinamica e continuamente mutevole del mondo delle particelle; la materia si è dimostrata capace di trasformazione totale. Tutte le particelle possono essere trasformate in altre particelle, possono essere create dall'energia e possono scomparire in energia. In questo contesto, concetti classici come "particell elementari", "sostanza materiale" o "oggetto isolato", hanno perso il loro significato: l'intero universo appare come una rete dinamica di configurazioni di energia non separabili.

lunedì 31 marzo 2008

Non esistono cose ma relazioni

Cari cenacolanti filosofici
Grazie anche all'aiuto di Augusto e Gianni, I primi commenti al bel libro di Mancuso "l'anima ed il suo destino" sono serviti ad inquadrare la fattispecie (scusate il linguaggio giuridico).
E' un libro di teologia o di filosofia, ci siano chiesti inizialmente, ed in cosa si differenziano i due appprocci? Augusto ci ha spiegato che i confini non sono così netti, dato che è esistita anche una filosofia teologica, che si occupa di Dio, anche se poi, storicamente, filosofia e teologia hanno finito per costituire due discipline autonome. Ma solo in italia, ha spiegato Augusto, la teologia è stata sopratutto "confessionale", in qualche modo in linea, cioè, con gli insegnamdenti del magistero. Ciò a causa del concordato che pone sotto la giurisdizione della chiesa le facoltà teologiche pubbliche (con inevitabili difficoltà per la libera ricerca teologica).
In pratica - ha spiegato Augusto - se Mancuso può permettersi posizioni così divergenti rispetto ai dogmi ed agli insgenamenti della chiesa, è perchè insegna in una libera e privata università in cui deve rendere conto, per le sue idee, solo a se stesso, agli allievi ed al rettore (o proprietario?) che lo incoraggia nel suo fecondo lavoro.
L'altro professionista (e filosofo della scienza) Gianni Rigamoniti, pur riconoscendo i meriti del libro (che a lui è piaciuto molto) ha criticato Mancuso per l'uso arbitrario che fa di concetti scientifici come quello di energia. Secondo la scienza, ha spiegato, l'equazione energia-materia è di tipo meramente quantitativo e l'equivalenza e convertibilità tra materia ed energia ha caratteristiche meno suggestive di quello che vorrebbero le creative interpretazini mancusiane.
Secondo Augusto, però, Mancuso usa il concetto di energia in senso anche metaforico, senza la pretesa di trarne conclusioni rigorosamente scientifiche (non essendo il suo un libro di scienza).
Da profano, anch'io penso che anche le "verità" (?) scientifiche possano essere interpertate (altrimenti non capirei perchè esisterebbero discipline come "filosofia della scienza" ed "epistemologia della scienza") e che i fenomeni scientifici possano essere letti anche in senso non meramente descrittivo e letterale ma anche evocativo per cercare di coglierne un significato ricorrendo a nessi o rimandi che li colleghino ad un contesto e li relazionino ad una realtà più ampia. Ed a questo proposito qualcuno ha ricordato l'accento che Mancuso pone sulla relazione, come costitutiva della realtà anche materiale. Ed anche questa intuizione, in linea con quella di tanti mistici (Budda diceva che non esistono cose ma relazioni) non è confemata dalle più recenti acquisizioni della meccanica quantistica?
Sul nostro Blog si è sviluppata, su questi temi, un'interessante discussione. Domani 1 aprile ci confronteremo sul secondo capitolo del libro: L'esistenza dell'anima
Pietro Spalla

martedì 25 marzo 2008

Domande da 1000 punti sull’anima….

…Ma…
…se una persona è convinta che l’anima esista…
…come principio in grado di sopravvivere al corpo fisico…
…e se quindi quest’anima sia concepibile come principio cosciente, senziente ed intelligente…
…capace di proiettarsi al di fuori dello spazio e del tempo…
…allora…
…perché questa persona dovrebbe necessariamente porre dei limiti a quest’anima…
…cioè…
…pensare che essa sia vincolata ad uno specifico corpo, come specie e come individuo…
… e pensare che essa abbia origine nella materia, in cui quel corpo è nato e sopravvive limitatamente?...

… A quel punto forse sarebbe meglio fare una scelta più drastica…
… O affermare che l’anima non esiste…
… ed esiste solo una intelligenza corporea, magari irriproducibile…
… O, al contrario, pensare che l’anima sia un principio di intelligenza di per sé immateriale ed atemporale…
…che non ha limiti da noi conosciuti né immaginabili…
…se non quelli imposti dal grado di confidenza…
…che la individuale intelligenza riesce a stabilire con il sistema materiale che sta esplorando…
… in altre parole…
…pensare che l’anima non ha origine nei corpi fisici ma che…
…proprio in quanto ignoto terreno di conquista, …
…l’anima ha seri problemi con i corpi che va ad occupare …

…E poi, se un processo è riproducibile, quali sono i limiti di questa riproducibilità…
…se non quelli che attualmente riconosciamo…
…ma che già domani avremo spostato un tantino più in là ? …

…Pensiamoci un istante…
…ogni cosa che è successa dentro e fuori di noi…
… la nostra stessa nascita e i nostri primi anni senza memoria…
… la nostra morte vissuta o da vivere con terrore o serenità…
… ogni cosa che abbiamo percepito e meditato…
… può essere spiegata in questa chiave…

… L’esperienza della vita non ha garanzie poiché è un’avventura…
… che parte da una scommessa al di fuori del Tempo e priva di garanzie…
… poiché ove l’anima pervade un corpo con maggiori attitudini e complessità…
… è vero, potrà svolgere compiti molto più importanti …
… ma i risultati definitivi si vedranno al termine di ogni ciclo…
… quando cioè si vedrà se i delfini, che pure comunicano tra loro e con l’uomo …
… saranno stati migliori degli umani…
… i quali spesso non sono in grado di comunicare tra loro, e nemmeno coi delfini …
… quegli antropoidi collocati ad un qualsiasi passaggio dell’evoluzione biologica …
… che per un pezzo di corteccia acquisita, si credono in cima alla piramide della vita…
…che non sono propensi a credere che l’intelligenza abiti in ogni forma…
… e che, ovunque si trovi, l’anima abbia diverse modalità, possibilità, e risultati attesi !!

venerdì 14 marzo 2008

Intelligenze corporali


Un piccolo contributo virtuale all'incontro di oggi promosso da Donatella.
Partiamo dalle ottime domande di Francesco, delle quali lo ringraziamo:

se oggi siamo in grado di riprodurre la vita artificialmente in laboratorio, chi ci assicura, o meno, che tutto queste capacità non verranno riprodotte anche loro? Da questo punto di vista, che differenza sostanziale può esistere, a parte il “supporto fisico”, lo “chassis”, il “container” tra una macchina biologica imperfetta, ed una metallica o silicea, tecnicamente ed idealmente “perfetta”?


In linea di principio nessuno ci assicura che una forma di vita 'artificiale' non verrà un tempo riprodotta. Non ho remore ideali, sentimentali, ideologiche o come volete a questo riguardo; non so se è auspicabile o deprecabile, so che è già avvenuto, con ogni probabilità, da qualche parte nell'universo. Di sicuro, qui e ora, e per il futuro prevedibile della scienza umana e della sua traduzione tecnica, i sogni dell'AI restano tali, a uno stadio non molto più avanzato da quando germinarono per la prima volta nella testa di alcuni scienziati negli anni cinquanta (dopo avere imperversato nella cultura pop e non, e nell'inconscio collettivo, da molto più tempo). Molto probabilmente perché, come diceva l'altra volta Gianni Rigamonti, l'Intelligenza artificiale è troppo cervello e poco corpo. Mentre noi siamo coscienze incarnate in un corpo oltre che nel tempo e in tante altre cose. La nostra coscienza è sensoriale, pulsionale, emotiva, pragmatica, e qualcuno si spinge a dire allucinatoria, prima che intellettiva. E il flusso di coscienza di un essere umano che si muove con il suo corpo nel mondo, per quanto a frequenza ridicolmente bassa (pochi hertz) rispetto a un computer anche da quattro soldi, è incredibilmente complesso nella sua multi-dimensionalità, tra continui input sensoriali, rielaborazioni e retroazioni. Bassa frequenza ma fortissimo parallelismo sarebbe la chiave del cervello umano, e sicuramente c'è dell'altro ancora. Infatti se un tempo si dava al singolo neurone il valore di un transistor (un bit: acceso-spento, 0-1) oggi la valutazione è quella di un microprocessore al completo. Ma le metafore computeristiche restano approssimazioni del tutto insoddisfacenti quando vengono applicate alla natura vivente e pensante. E' invece un particolare modo di 'stare-nel-mondo' che ha dato all'uomo un'articolazione autocosciente superiore (almeno dal punto di vista dell'autoconservazione e del dominio sull'ambiente) rispetto ai suoi diretti concorrenti. Alcuni ricercatori legano questa capacità proprio a un'imperfezione dell'essere uomo, per nulla macchina tecnicamente perfetta, in un mondo pieno di predatori specializzati. L'uomo avrebbe sopperito alla sua non-adeguatezza sviluppando abilità manuali, comunicative, sociali etc, che poi si sono cumulate esponenzialmente. Una storia paradossale, se vogliamo. Ma di questi (folli?) paradossi dovrebbero essere capaci le macchine, per dirsi coscienti, prima che intelligenti.
Andando poi a monte della questione, prima di inseguire le chimere dell'intelligenza artificiale dovremmo disporre di un quadro interpretativo convincente che ci consenta di capire come la mente, e prima ancora l'organismo umano, possano funzionare come un tutto coerente e integrato, e autorappresentarsi come un singolo 'Io' (binding problem), come insomma un ammasso di neuroni collegato a un corpo possa pensarsi e agire come persona. Questa prospettiva è ancora carente, per quanto la pratica multidisciplinare propria delle scienze del cervello, abbia consentito, soprattutto tramite tecniche di imaging non invasive, un parziale accesso 'olistico' allo stato vivente (Mae-Wan Ho, 97). In particolare la tomografia magnetica, facendo seguito agli studi che utilizzavano l'elettroencefalogramma multicanale, ha evidenziato nell'attività del cervello coerenze spazio-temporali su larga scala, che non possono essere spiegate con i meccanismi convenzionali. Il cervello funzionerebbe non come una collezione di cellule specializzate ma allo stesso modo del plasma, in cui gli atomi perdono le caratteristiche individuali in una totalità risonante e concertante.

p.s.
Francesco vede nelle ricerche di di Oscar Bettelli un notevole ottimismo sulle prospettive dell'intelligenza artificiale:

lui sostiene che già adesso si possono creare, e in parte sono già state create attraverso i computers, macchine in grado di riprodurre i processi logici della mente umana la quale, rispetto ai propri funzionamenti contiene in se, è vero, anche una componente imprevedibile ma anche, altrettanto vero, riproducibile
Curiosando nel sito internet di questo studioso ho trovato questa affermazione, che condivido interamente e che non si accorda all'euforia di cui sopra:

Anche supponendo che un computer possa comportarsi in tutto e per tutto come un essere umano potremmo dire che e' esso stesso umano? Esso dovrebbe riprodurre tutta una serie di complesse elaborazioni tipiche della nostra psiche, dovrebbe essere umanizzato non solo a livello di performances, ma ad un profondo livello psicologico. Ora i processi psicologici sono riducibili a processi meramente fisici?

Siamo tempo incarnato

Pur con tutti gli inconvenienti delle sintesi, mi sembra di poter dire che il cuore del pensiero di Francesco Vitale, negli ultimi due contributi, sia che il libero arbitrio ed il pensiero creativo potrebbero appartenere anche ad esseri non umani ad es. animali o, addirittura, a macchine appropriatamente costruite (suppongo dall’uomo): non è detto che ne abbiamo l’esclusiva noi umani.
Quanto agli animali, Francesco fa l’esempio di una tigre addomesticata che è posta nelle condizioni di decidere se papparsi un umano cui è affezionato o di rispettarlo: in quel caso eserciterebbe, per Francesco, il libero arbitrio;
quanto alle macchine, che di solito non "scelgono" ma calcolano soltanto, Francesco sostiene che se conferissimo loro la facoltà di determinare da sola i criteri di scelta allora avremmo conferito anche a loro il libero arbitrio.
Sarò antropocentrista (non è più di moda) ma considero solo il corpo umano capace di ospitare autocoscienza e libero arbitrio: per me non è vero che l’uno può sussistere senza l’altro, come sembra pensare Francesco: chi non sa di se stesso e della sua mortalità, chi non sa di "esserci" non può autodeterminarsi davvero.
Riconosco agli animali un certo tipo di coscienza ma di livello inferiore, che non arriva alla capacità autoriflessiva che ha l’uomo di guardare entro se stesso e demarcarsi dal mondo, specificità che mi sembra propria dell’Io, che evolve a poco a poco nel tempo (nell’uomo individuale e nella specie, essendo la storia dell’individuo una sorta di ricapitolazione della storia della specie).
In ciò condivido le riflessioni di Alberto Biuso (memo il suo bel libro: Cyborgsofia) secondo cui siamo tempo incarnato, immersi nel divenire: la coscienza dev’essere ospitata da un corpo (anzi secondo Alberto "è" il corpo) e solo insieme al corpo umano ha potuto evolversi, attraverso il tempo, sino all’autocoscienza.
Questo processo evolutivo potrebbe avvenire anche altrove? Non lo so, per me non c'è libero arbitrio senza la capacità di disobbedire alle leggi dell’ordine cui apparteniamo, in definitiva anche alle stesse leggi della natura che ci costituiscono, Tutto il contrario dell’addomesticamento della tigre cui accenna Francesco.
La libertà , per me presuppone una separazione, una perdita di identificazione con il tutto da cui abbiamo avuto origine, un peccato originale, un sovversivo esodo da un ventre primordiale a cui, forse, dobbiamo ritornare una volta compiuto il difficile processo di individuazione e di maturazione dell’io autocosciente e libero.
Non riesco, per il momento, a cogliere la possibilità che questo processo avvenga anche negli animali e nelle macchine, cui non so come potremmo conferire, come ipotizza Francesco, qualità tipicamente umane come la libertà.
Già è una cosa difficile sviluppare in noi uomini le facoltà umane latenti (per me, come per Pico Della Mirandola ed Erasmo da Rotterdam uomini non si nasce ma si diventa). Semmai credo, e di nuovo mi rifaccio al pensiero di Biuso, che sia possibile attraverso l’ibridazione" tra uomo e macchina, un ulteriore potenziamento di talune possibilità umane.
Francesco mi attribuisce un inconsapevole materialismo perché collego la coscienza a neuroni e celllule con conseguente estinzione della coscienza con la morte del corpo. Io, però non escluso affatto che ci sia anche un’anima immateriale, o qualcosa di simile, e che questa sopravviva al corpo; so però che, se esiste, intanto ha bisogno di incarnarsi in un corpo umano temporale per evolvere sino all’io autocosciente. Ma giunto ad un punto così difficile del discorso, preferisco fermarmi. Ne parleremo nelle nostre cene a proprosito del libro di Mancuso: l'anima e il suo destino.
Per il resto, mi piace molto l’approccio "sperimentale" di Francesco, il suo continuo richiamarsi alla possibilità di scoprire dimensioni diverse e sorprendenti dell’essere e delle sue allocazioni.
Cerchiamo di condividere la sua apertura mentale e la sua passione per la ricerca spregiudicata.
Pietro Spalla

giovedì 13 marzo 2008

Vita, arbitrio, coscienza: cos’è “naturale”?

Ho trovato molto stimolante la risposta di Pietro Spalla al mio precedente articolo su A.I.
Per me è bellissimo che il blog si animi e si risvegli con questi livelli di confronto. Quando invece le persone tacciono, resto deluso perché non vi è elaborazione comune. Allora sto al gioco. Riporto le sue annotazioni e le mie relative osservazioni.
Il mio punto di partenza è: se noi siamo frutto della Natura, perché siamo portati a pensare che ciò che noi produciamo non sia anch’esso “naturale”?



1) (Pietro) Il vero "pensiero" (creativo, intuitivo ispirato) è legato alla coscienza razionale dell'uomo;
Per me questo è vero, ma non abbiamo prove di averne l’”esclusiva”. Abbiamo solo pregiudizi.


2) (Pietro) Il libero arbitrio mi sembra inscindibile dall'autocoscienza e dalla consapevolezza del bene e del male, come capacità di scegliere tra l'uno e l'altro e di disobbedire ai comandi; dell'autorità ed ai propri istinti;
Quando incontrò Mangiafuoco, o il Gatto e la Volpe, Pinocchio non poteva immaginare dove sarebbe finito. Per questo li ha seguiti, a proprie spese. L’uomo fa delle scelte continuamente, anche se se non è in grado di prevederne le conseguenze. Anche questo fa parte del libero arbitrio. Libero arbitrio perciò, non equivale a coscienza. E’ una possibilità immensa. Quando chiediamo ad un attuale computer di scegliere tra due o più possibilità, in realtà gli diamo anche il criterio di valutazione, quindi la macchina non sceglie, calcola semplicemente. Chi mastica un minimo di programmazione informatica, sa che in questi casi si parla dell’uso di operatori logici (if, then, else…). Usiamo il computer per comodità, solo perché lui è in grado di calcolare molto più velocemente ed efficientemente di quanto non sappiamo fare noi.
Ma se invece, cosa teoricamente possibile ed attuabile, dessimo alla macchina la facoltà di determinare lei i criteri di scelta, e le dessimo la possibilità di autodistruggere sé stessa o di uccidere qualcuno (pensa ad una macchina di un ospedale che tiene in vita una un infartuato od persona in coma) allora le avremmo conferito il libero arbitrio. Il libero arbitrio, come facoltà di scegliere, in sé è banale, ma pochi ce l’hanno (o glielo attribuiamo): in genere gli esseri viventi che conosciamo. Noi umani, in più, possiamo anche darlo. Questo ci distingue.
A volte lo abbiamo dato agli animali. Una tigre addomesticata, o nata in cattività, è posta nelle condizioni di decidere se papparsi un umano o di rispettarlo, ad esempio se si affeziona a lui, e quindi “comunica” con lui. Altrimenti se lo mangia, obbedendo all’istinto naturale. Ma è una scelta parimenti rispettabile, se vista dall’occhio della tigre.
Provare a fare un esperimento del genere, ponendo una macchina (magari molto più avanzata di quelle attuali) nelle condizioni di determinare con propri criteri una cosa così importante come la vita o la morte, ci consentirebbe di esplorare meglio il significato di coscienza e di etica. Ci permetterebbe di cominciare a vedere cioè se queste facoltà sono riproducibili, conferibili, per lo meno ad un livello pari al nostro o superiore. Significherebbe conferire alla macchina una dignità equivalente alla nostra. Ma noi umani siamo troppo presuntuosi da un lato, e troppo timorosi dall’altro ….

3) (Pietro) l'anima, per me, presuppone la vita (almeno quella vegetale);E tuttavia aspetto che mi si convinca che le macchine possono commettere il peccato originale, cogliere il frutto proibito, avere il senso del sacro, avere paura della verità, ospitare la contraddizione, interrogarsi sul senso della vita.
Ma, non siamo forse anche noi “macchine”, prima di aver scoperto di possedere tutte queste belle possibilità che tu dici? Un camionista ad esempio (con tutto il rispetto della categoria, perdonami l’esempio figurativo) ce le ha potenzialmente, eppure non non le usa. Allora noi presupponiamo soltanto che lui ce le abbia, ma in fondo non possiamo esserne certi.
Sul fronte opposto, se oggi siamo in grado di riprodurre la vita artificialmente in laboratorio, chi ci assicura, o meno, che tutto queste capacità non verranno riprodotte anche loro? Da questo punto di vista, che differenza sostanziale può esitere, a parte il “supporto fisico”, lo “chassis”, il “container” tra una macchina biologica imperfetta, ed una metallica o silicea, tecnicamente ed idealmente “perfetta”?
Tu dici “presuppone”. Ma questo presupposto, se si fonda solo dall’osservazione di quanto finora abbiamo visto, potrebbe essere scardinato non appena avremo visto qualcos’altro. Cosa ci può convincere dell’uno o dell’altro se non una “corretta osservazione”? Attenzione però. La corretta osservazione di solito è ostacolata dai presupposti mentali. Ricordiamoci che c’è voluto Galileo, e non il cannocchiale in sé, per far accettare all’uomo che la terra non fosse al centro dell’Universo. Allora oggi, per far accettare all’uomo che non soltanto egli è al centro dello “spirito” o dell’ “anima”, di chi abbiamo bisogno? Tu stai aspettando un tipo del genere, perché ti si possa convincere?
Difficile dire cosa sia la vita, se cioè sia composta solo da aspetti biologici e da un “cuore” centrale che percepisce, valuta, e rielabora i segnali, fantasticando su di essi. Personalmente ritengo che, se fossero solo fantasticherie, non saremmo “vivi”. Tu invece sei tra quelli secondo cui le qualità di cui parliamo sono generate dalle cellule e dai neuroni. Significa che, quando i neuroni scompariranno, non resterà nulla neppure di tutto il resto. Un’ ”anima”, una coscienza, indissolubilmente legate alla materia. In fondo è una concezione materialistica, anche se (forse, non sono certo) non lo vuoi ammettere. Pur tuttavia è una idea teoricamente possibile, certamente da rispettare. Se invece diamo un peso maggiore alla metafisica, e la vogliamo elevare al di sopra delle congetture e delle fantasticherie, dobbiamo poter uscire anche da una serie di gabbie mentali, e cercarne le “prove” proprio nella materia. Le alternative sono queste due, e molto nette.
E’ vero, non vi sono idee che non partano da presupposti. E proprio per questo è difficile accostarsi alla Verità, ammesso che esista.

Lo scisma sommerso

Cari Cenacolanti
Marcella mi ha chiesto notizie sull'incontro di Sabato con Mancuso, l'autore del libro: l'Anima ed il suo destino" . Metto in comune la risposta, ne parleremo meglio nella cenetta di Martedì 18 marzo (prepariamoci sul primo capitolo).
Nel blog trovate un commento di Armando, da me sponsorizzato, che sottolinea l'aggressività e la scortesia di alcuni interventi dal pubblico (specie quelli dei "cattolicil ortodossi", ma anche i Valdesi erano molto incazzati).
Tra i relatori, il fisico-teologo Briguglia ed il sacerdote-teologo Naro, che pure sono stati più diplomatici, hannno fatto intravedere lo stesso il loro fastidio per le tesi eretiche di Mancuso (secondo cui l'anima viene "dal basso", dalla materia e solo indirettamente da Dio).
Le domande delll'altro relatore, il nostro Augusto, che evidentemente non aveva recinti da difendere, sono state invece costruttive ed interessanti: come fa, ha chiesto per esempio a Mancuso, a definirsi cattolico se non riconosce l'autorità del magistero e i dogmi tradizionali? Per me cattolico vuol dire Universale, ha risposto Mancuso, e parlare di cattolicesimo romano è una contraddizione in termini.
L'intervento di Augusto è stato molto stimolante e Mancuso si è complimentato con lui, tanto che quelli delle cene presenti eravamo orgogliosi come se si fosse complimentato anche con noi. Augusto, a sua volta, ha fatto i complimenti a Mancuso perchè ha avuto il coragggio di fare emergere "lo scisma sommerso" di cui parla un famoso testo di qualche anno fa: i cattolici non si riconoscono più nelle vecchie posiziioni della chiesa e non si affidano troppo all'autorità del Magistero ma, in pratica, agiscono e credono secondo coscienza e ragione anche in contrato con l'insegnamento ufficiale: perchè non si parla di questo scisma di massa?
Dal pubblico il nostro Gianni Rigamonti ha contestato la priorità che Mancuso affida all'energia rispetto alla materia, rivendicando la letterallità dellla formula di "equivalenza" materia-energia di Einstein ed una concezione che potrei dire "operaia" dell'energia, come forza che si limita a compiere il poco nobile lavoro di spostare masse, cosa molto meno suggestiva del lavoro che, invece, fa fare all'energia Mancuso.
Il Prof. Savagnone ha contestato che l'anima (o la forma?) per Aristotele cui Mancuso dice di richiamarsi, non viene dal basso ma "precede" ed "informa" la materia.
Il mio amico Fabio Calabrese ha invitato Mancuso a non considerare definitive le acquisizioni della scienza ed a riconoscere che le sue ricostruzioni teologico-filosofiche poggiano su un terreno non troppo stabile.
Preferisco tacere degli interventi più violenti.
Alla fine Mancuso ha chiesto scusa per avere scritto il libro.
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P.S.: Mancuso nel suo libro riconosce il tributo che per le sue idee deve a Bergson (quello dell'Evoluzione Creatrice) ed a Teilhard de Charden (un prete che ha avuto qualche problema con le autorità ecclesiastiche).
Augusto mi ha confidato, in segreto, che Mancuso non sa di essere un Hegeliano. Dal tono in cui me l'ha sussurrato ho capito che è una una cosa molto brutta. Ci spiegherà meglio martedì.
A martedì sera, ore 20 e trenta per chi cena, ore 21 per gli altri
Pietro

domenica 9 marzo 2008

un evento andato a male

Ieri alla presentazione del libro di Vito Mancuso “l’anima e il suo destino” a Palermo ho assistito alla celebrazione di più caratteristiche peculiari della cultura siciliana e palermitana in particolare : la presunzione, la saccenteria, l’erudizione (quando c’è stata) fine a se stessa.
Doveva essere una presentazione in cui i partecipanti avrebbero potuto porre delle domande all’autore di un libro (peraltro dedicato ai “non addetti ai lavori”), che con coraggio e competenza scardina luoghi comuni, credenze, dogmi tenuti in piedi solo per motivi poco nobili e il tutto trattato con la passione di chi crede di aver trovato una chiave di lettura dell’Universo.
Certo, i partecipanti che non condividono le “soluzioni” proposte da Mancuso avrebbero dovuto e potuto fare domande mirate a far uscire allo scoperto l’Autore (un pò come ha fatto Augusto Cavadi) su certi aspetti del suo libro; mai aggredirlo, sfoggiando erudite affermazioni e citazioni (poi regolarmente ed elegantemente ridicolizzate da Vito Mancuso), col gusto di mettere in difficoltà chi sta sicuramente più in alto quanto meno per sensibilità e coraggio. Ma si sa noi siciliani siamo fatti così!!!! Ha avuto ragione chi ha detto di trovarsi inaspettatamente di fronte a uno scontro fra cattolici e non era questo l’obiettivo dell’incontro!!!!
Un monito agli organizzatori? Perché no!
Scusa Vito Mancuso a nome mio e di tutti i partecipanti di buona volontà, io le domande te le faccio per e-mail!
Armando Caccamo

venerdì 7 marzo 2008

A.I. e decadenza dell’Uomo



Ho appreso da una mail di Pietro Spalla –che ringrazio- che a Palermo vi sarà un convegno sul tema, a cui non potrò partecipare. Complimenti per la bella idea anche Donatella Ragusa che l’ha organizzato.
Scrivo allora queste riflessioni, nella eventualità che una sintesi di queste venga inserita nel calderone dei contributi.


Nella nostra Scuola, Damanhur, quello dell’Intelligenza Artificiale è sempre stato un tema molto seguito dalle persone, poiché per tanti versi può tendere a scardinare alcune concezioni di base che diamo per scontate sul nostro livello di coscienza, e su come essa possa essere collegata al concetto stesso di intelligenza. A noi damanuriani fondamentalmente interessa capire perché siamo qui, e il progressivo approfondimento dei nostri meccanismi di funzionamento ci da delle chiavi formidabili, soprattutto oltrepassando le barriere del razionale e del consueto.

Ho sempre trovato interessanti, e molto vicine ai nostri punti di vista, le osservazioni e le elaborazioni di un docente dell’università di Bologna, Oscar Battelli (vedi relative pagine internet), il quale probabilmente come realtà non ci conosce nemmeno. Però trovo che siano acute e, nella loro asciutta semplicità, spesso sorprendenti.

A proposito della coscienza e dell’intelligenza artificiale, lui sostiene che già adesso si possono creare, e in parte sono già state create attraverso i computers, macchine in grado di riprodurre i processi logici della mente umana la quale, rispetto ai propri funzionamenti contiene in se, è vero, anche una componente imprevedibile ma anche, altrettanto vero, riproducibile. Trattandosi di processi riproducibili, (o potenzialmente riproducibili) al di fuori dell’essere umano, si potrebbe anche concludere che essi non sono necessariamente legati come origine nè alla nostra specie e nemmeno ai processi biologici conosciuti. Idealmente potrebbero “agganciarsi” anche ad un corpo metallico e ad una serie di microchips. Ma finché l’uomo pensa in termini autoesaltanti da un lato, ed autocastranti dall’altro, non vi potranno essere seri avanzamenti concettuali e tecnologici in questo particolare campo.

Faccio una ipotesi di esempio. Se a queste macchine, ulteriormente potenziate, venisse data la possibilità di decidere, di muoversi ed agire per conto proprio, la possibilità di autoalimentarsi e di non essere più spente o fermate nemmeno dalla volontà dei creatori, avremmo riprodotto anche il libero arbitrio. Ma è ovvio che l’Uomo non si fiderebbe delle proprie creature, e tendenzialmente non vorrebbe rischiare di concedere ad altri “esseri” il proprio livello di libertà e di decisione.

Finora solo la fantascienza ha osato pensare cosa potrebbe succedere. Nei racconti più belli ed interessanti, questo è il tema più scottante e maggiormente trattato, perché ha delle implicazioni etiche ed esistenziali.
Ad esempio, nelle storyboard di “Animatrix” (vedi DVD in commercio) che sono servite a predisporre le riprese di Matrix, vengono “rivelati” alcuni particolari che non si trovano nella versione definitiva del film. Si “apprende” così che all’origine della grande guerra tra le Macchine e l’Uomo, culminata con la definitiva sconfitta di quest’ultimo, era stato il fatto che le macchine create erano state dotate non solo di intelligenza e di libertà decisionale, ma inaspettatamente anche di sensibilità, di sentimenti, di volontà di autoconservazione ed autoriproduzione. (che è poi il tema trattato anche da Spielberg nel suo A.I.). In una parola potremmo dire che queste macchine avevano l’anima. Pertanto risultavano molto più forti dell’uomo, perché erano instancabili ed erano in grado, tramite le conoscenze acquisite dall’uomo stesso, di estenderle molto più in là. Erano in grado di riprodurre qualsiasi processo, fisico, chimico e biochimico, e di trovare le risorse energetiche e naturali per farlo. Diventarono invincibili perché avevano oltre a queste cose anche un livello di giustizia superiore all’Uomo il quale, per presunzione, non voleva riconoscergliele. Da qui la guerra, e la caduta molto veloce di una civiltà già da secoli in decadenza.

Pochi mesi fa, discutendo di questi temi durante una delle nostre serate comunitarie, un adulto ha chiesto ad uno dei ragazzi della nostra scuola media:
“Ma secondo te, se un giorno l’uomo creasse un computer potentissimo, molto di più di quelli attuali, e se questo computer dicesse di avere l’anima, gli si potrebbe credere?” E il ragazzo, dapprima preso alla sprovvista, ha detto “…Mah, certo, dipenderebbe dalle tecnologie che si adoperano…”. Ma poi subito dopo ha aggiunto: “Però io penso che…sì, secondo me gli si potrebbe ceredere!”.

E così questo ragazzo, nella sua pulita semplicità, si è molto avvicinato alle nostro attuale indirizzo di ricerca concettuale, secondo cui tutto ciò che chiamiamo genericamente anima, coscienza, sensibilità, ecc. ecc. può stare, o “entrare” ovunque gli sia consentito di svilupparsi, e non è necessariamente generato dalle cellule del nostro corpo fisico. Anche se utilizza questo per andare in giro, un giorno potrebbe anche cambiare forma fisica, semplicemente decidendo di farlo. Perché già oggi siamo ad un passo dalla possibilità tecnologica di realizzare una grande diversificazione delle forme artificialmente generabili in laboratorio. E’ ovvio che queste ricerche sono rallentate o impedite dal peso onnipresente delle varie chiese più o meno cattoliche, interessate a propugnare non Dio, ma una ben precisa visione di Dio. La quale ovviamente non è l’unica possibile, ma rappresenta il potere più attualmente forte.

Mi piace immaginare che giorno anche questo potere si esaurirà ed allora la fantascienza, come è sempre avvenuto, diventerà realtà. L’idea per cui l’io e l’essere sono la stessa cosa, soltanto perché in me coincidono, verrà definitivamente abbandonata. E verrà ricreato quel misterioso ponte di collegamento che è stato interrotto per isolare la specie uomo di questo pianeta dal resto dell’universo, e dal resto del pianeta stesso. E anche Dio, ovunque nel mondo, smetterà di avere due sole alternative: o quella di essere il grande vecchio al di sopra delle nuvole o quella di essere negato dallo scetticismo della razionalità e dei 5 sensi.
Ed allora, (secondo noi!) in un arco grande almeno come il numero degli esseri senzienti, visibili o meno, la divinità abiterà coscientemente in ciascuno. E ciascuno sentirà di “essere” Dio.
La parola unica diventerà “accorgersi”, ovvero: “Non soltanto io penso, dunque non soltanto io sono”.

giovedì 21 febbraio 2008

sulla realtà........

fra una puntata del "Teorema delle scimmie infinite" e un'altra (promesse da Pietro), mi piace contribuire all'argomento con due citazioni tratte da "Fisica e Filosofia" il libro, ormai storico, di Werner Heisemberg, uno dei padri della Fisica quantistica


"Non ogni concetto o parola che si siano formati in passato attraverso l’azione reciproca fra il mondo e noi sono in realtà esattamente definiti rispetto al loro significato; vale a dire, noi non sappiamo fino a che punto essi potranno aiutarci a farci trovare la nostra strada nel mondo. Spesso sappiamo che essi possono venire applicati ad un ampio settore dell’esperienza interna od esterna, ma non conosciamo praticamente i limiti della loro applicabilità. Questo è vero anche nel caso di concetti più semplici e più generali come “esistenza” e “spazio e tempo”. Perciò non sarà mai possibile con la pura ragione pervenire a una qualche verità assoluta."

"Negli esperimenti sugli eventi atomici noi abbiamo a che fare con cose e fatti, con fenomeni che sono esattamente altrettanto reali quanto i fenomeni della vita quotidiana. Ma gli atomi e le particelle elementari non sono altrettanto reali; formano un mondo di possibilità e di potenzialità piuttosto che un mondo di cose o di fatti."
Insomma l'unica possibilità che abbiamo è perseguire la conoscenza di una realtà (sempre in evoluzione) costruendosi di volta in volta un modello matematico e quindi relazionale e/o relativo che ci accompagni nella ns. storia di uomini; il resto lo può fare solo l'irrazionale!

martedì 19 febbraio 2008

Da un vecchio contributo prima illegibile di GIOVANNNI LA Fiura
La nostra civiltà, dicevamo, ama i giochi apparentemente fini a se stessi.Nelle pieghe del bilancio di un’università ben disposta si sono trovati i fondi per un esperimento sulla produzione letteraria di vere scimmie. Sei macachi crestati sono stati forniti di una tastiera e osservati, anche via web naturalmente, per un mese. Uno dei ricercatori ha giustificato la spesa giudicandola inferiore a quella di un reality, ma con risultati ben più stimolanti e affascinanti. Nel periodo di osservazione le scimmie hanno prodotto solo cinque pagine di testo, consistente quasi per intero della lettera s; il compenso il maschio dominante ha percosso la tastiera con una pietra emettendo feroci urla, e tutti i macachi hanno fatto a turno i loro bisogni sulla malcapitata periferica.Sappiamo bene però che le scimmie (meritevoli di ben altri studi e attenzioni) sono solo un prestesto per parlare del posto che il caso e l’ordine hanno nel nostro mondo, e per chiedersi se l’ordine può discendere dal caso, e in quale senso, eventualmente.Le origini scientifico- filosofiche della nostra controversa storia di scimmie scrittrici risalgono a Ludwig Boltzmann, un grande fisico della seconda metà dell’800, che ha proposto una spiegazione per l’ordine e la diversità che notiamo ammirati nell’universo. Supponiamo che l’informazione che definisce l’universo, e quindi la struttura dell’universo stesso risulti da un processo completamente casuale, come un tiro di dadi, o la classica moneta, testa o croce. Oggi potremmo dire che , se identifichiamo la testa con 1 e la croce con 0, tirare la moneta ripetutamente alla fine produrrà ogni desiderata stringa di bit, inclusa una stringa di bit che descrive l’universo nella sua interezza. Fu il matematico Emile Borel a ideare nel 1913 la vera e propria metafora delle scimmie dattilografe. Che poi si sono fatta strada irresistibilmente nella cultura alta come nella fantascienza, da Isaac Asimov, a Douglas Adams. L’espressione artistica più magistrale di quello che è diventato un mito della pop culture si deve a Jorge Luis Borges che nel 1939 scrive il saggio La biblioteca totale in cui vagheggia da par suo che una mezza dozzina di scimmie, provviste di macchine da scrivere, possano produrre, in poche eternità, tutta la biblioteca del British museum (strettamente parlando, chiosa, una sola scimmia immortale è sufficiente), per poi spingersi oltre ogni colonna d’Ercole dell’immaginazione:
Qualsiasi cosa potrà trovarsi nei suoi ciechi volumi. La dettagliata storia del futuro. Gli Egiziani di Eschilo. L’esatto numero di volte in cui il volo di un falcone si è riflesso nelle acque del Gange. La segreta e vera natura di Roma, l’enciclopedia che Novalis avrebbe voluto redarre, i miei sogni e le mie dormiveglie all’alba del 14 agosto 1934, la prova del teorema di Fermat, i capitoli non scritti dell’Edwin Drood di Dickens, gli stessi capitoli tradotti nel linguaggio dei Garamantes, i paradossi che Berkeley ideò a proposito del tempo, ma che non pubblicò, il libro d’acciaio di Urizen, le premature epifanie di Stephen Dedalus, che potrebbero essere incomprensibili prima che passino mille anni. Il vangelo gnostico di Basilide, le canzoni che intonano le sirene. Il completo catalogo della Biblioteca, la prova della non accuratezza del catalogo stesso. Qualsiasi cosa: ma per ogni riga dotata di senso o per ogni fatto accurato ci saranno milioni di cacofonie insignificanti, di tiritere e balbettamenti. Qualsiasi cosa: ma tutte le generazioni dell’umanità potrebbero trascorrere prima che i suoi scaffali – scaffali che obliterano il giorno, scaffali abitati dal caos – la ricompensino con una pagina tollerabile.Ben presto, in questa biblioteca di babele, la segnatura dell’opera, il suo codice di catalogo, diventerebbe più lungo dell’opera stessa….
Il primo argomento esplicito contro la crezione di lunghi testi tramite processi completamente casuali è molto più antico dei nostri autori, risale infatti a Cicerone. Nel suo De Natura Deorum, il personaggio Balbo lo stoico così si oppone agli atomisti, come Democrito, che avevano fatto risalire l’ordine della natura alla collisione accidentale tra gli atomi:
"Non posso che meravigliarmi che ci sia qualcuno che davvero si persuade che atomi fatti di materia che si muovono per forza di gravità possono costruire questo mondo meraviglioso ed elaborato a forza di collisioni fortuite. Se credono questo, perché non credere anche che se innumerevoli copie delle lettere dell’alfabeto vengono mescolate e poi gettate come si fa con i dadi, esse comporranno l’intero testo degli Annali di Ennio. Io dubito che la fortuna ne faccia venir fuori anche un solo verso!".
In effetti, come abbiamo visto la volta scorsa, la possibilità che un cosmo ordinato possa emergere da qualcosa come il tiro di una moneta è così bassa da essere effettivamente zero. Secondo Seth Lloyd la combinazione di probabilità infinitamente basse con lo spazio e il tempo finito del nostro universo visibile rendono non credibile la generazione casuale dell’ordine. Se l’universo fosse infinito in età o estensione, allora, si potrebbe arguire, da qualche parte o qualche volta, ogni possibile schema, testo o stringa di bit sarà stato generato. Ma anche in un universo infinito l’argomento di Boltzmann fallisce. Se l’ordine viene generato a caso ogni volta che si manifesta nuova informazione sarebbe astronomicamente alta la probabilità di imbatterci in disordine e insensatezza. Ma non è così: i nuovi bit rilevati dall’osservazione al contrario hanno molto raramente una natura del tutto casuale. Basta andare alla finestra o addentare una mela. O guardare il cielo: in astronomia vengono alla luce continuamente nuove galassie e nuove strutture cosmiche. Se l’argomento della completa casualità avesse valore dovremmo vedere quasi solo arrangiamenti sconclusionati della materia, una specie di poltiglia cosmica, invece degli oggetti sia pur misteriosi ma ordinati che cataloghiamo. Nell’universo in cui tutto sorge a caso, il nostro prossimo respiro è anche l’ultimo, poiché gli atomi che costituivano il nostro corpo si sono già riconfigurati.E’ molto interessante seguire Lloyd nel seguito del suo ragionamento: assodato che Boltzmann aveva torto, questo non significa che Cicerone avesse ragione. Non abbiamo bisogno di una intricata costruzione o del disegno intelligente o della divinità per spiegare la presenza dell’ordine e della complessità nell’universo. Se concepiamo l’universo come un computer che ‘impara’ a programmarsi (computa se stesso) e a poco a poco costruisce le sue leggi e le sue forme per tentativi ed errori abbiamo risolto il problema dell’ordine e della complessità partendo da basi in apparenza molto semplici: gli atomi e le particelle elementari, gli elementi base della computazione (quantistica) universale. In questo tipo di universo, l’informazione, una volta creata, tende a diffondersi irresistibilmente: come un’epidemia condivisa istantaneamente che si fa spazio, energia, gravitazione e poi materia. Così la fisica si fa chimica e quindi vita. La vita, programmata dall’evoluzione, dà luogo prima o poi a un Shakespeare; programmato dall’intelligenza, dall’esperienza e dalla passione, Shakespeare inizia a scrivere l’Amleto: "Who’s there? …"
Pubblicato da Giovanni La Fiura
venerdì 5 ottobre 2007

Il teorema delle scimmie infinite
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Approfitto dell’ospitalità incautamente accordatami (finalmente posso sistemare i miei appunti da qualche parte) per discettare su un argomento su cui rimuginavo dai tempi di Arquata, ma anche prima, perché è venuto fuori per la prima volta mi pare quando abbiamo letto il libro di Orlando Franceschelli sull’evoluzione. Si tratta delle famose scimmie che battono a casaccio su una tastiera e ne traggono i capolavori della letteratura, prima o poi. Metafora del caso creatore e ordinatore. Sarò prolisso e noioso. Prevedo varie puntate.
Enunciazione del teorema delle scimmie infinite
Una scimmia che batta a caso sulla tastiera di una macchina da scrivere per un tempo virtualmente infinito (quasi) sicuramente produrrà un particolare testo scelto, ad esempio un’opera di Shakespeare, l’Amleto. In tale contesto ‘quasi sicuramente’ è un termine matematico con un preciso significato (probabilità appunto matematica) e ‘scimmia’ è una metafora per una macchina teorica che produce una sequenza casuale di lettere ad infinitum.
Discussione
Ignorando punteggiatura, spaziatura e maiuscole, una scimmia che batta a caso ha una probabilità su 26 (numero dei tasti dell’ipotetica macchina da scrivere) di scrivere la prima lettera dell’Amleto e una su 676 di scrivere le prime due (26x26). Poiché la probabilità diminuisce in maniera esponenziale con l’aumentare delle lettere da scrivere, a 20 lettere la chance è 2620, vicina a quella di comprare quattro biglietti della lotteria consecutivamente e vincere ogni volta il primo premio. Nel caso dell’intero testo la probabilità è così incredibilmente piccola che molto a stento può essere concepita in termini umani. Posto che il testo è composto da circa 130.000 lettere, esiste una probabilità su 3.4x10183946 di ottenere l’Amleto al primo tentativo. Il numero medio di battiture che occorre effettuare prima che il testo abbia una possibilità (statistica) di apparire è lo stesso. Per avere un termine di paragone esistono solo 1079 atomi nell’universo conosciuto e 1080 elettroni, mentre sarebbero trascorsi 1021 minuti dal supposto Big Bang (circa 14 miliardi di anni). A cento parole al minuto occorrono 1040.000 minuti per avere una probabilità di ottenere ‘per caso’ la nostra sudata copia dell’Amleto. Anche se avessimo a disposizione un’armata cosmica di scimmie, una per ogni elettrone dell’universo al lavoro dall’inizio dei tempi, la probabilità di riuscire sarebbe ancora solo una su 10183800.
Si, ma le scimmie sono lente, cento parole al minuto, bazzecole: e se le sostituissimo con un computer molto molto potente? Le sfide vanno prese sul serio. Andiamo al bersaglio grosso: prendiamo un computer delle dimensioni dell’universo stesso, con tutta la sua materia e la sua energia al servizio della computazione, e facciamolo più veloce che si può: la sua capacità può essere calcolata in base a leggi abbastanza collaudate.
Prima di ogni cosa, l’energia e la velocità stanno in preciso rapporto. L’ammontare di energia nell’universo visibile può essere definita accuratamente. La maggior parte di essa è imprigionata nella massa degli atomi. Se contiamo gli atomi di tutte le stelle e le galassie, e ci aggiungiamo la materia delle nubi interstellari, troviamo che la densità di materia dell’universo equivale a un atomo di idrogeno per metro cubo.
Esistono poi altre forme di energia: quella della luce per esempio. La velocità di rotazione delle galassie suggerisce l’esistenza di ulteriori e invisibili fonti di energia; si parla inoltre di una ‘quintessenza’ legata all’anomala velocità di espansione dell’universo, e di altre forme ancora più bizzarramente denominate (machos, wimp, winos).
L’ammontare totale dell’energia in queste forme esotiche si calcola, un po'a spanne, come dieci volte superiore a quella standard contenuta nella materia direttamente osservabile. Naturalmente, ogni atomo contribuisce secondo la formula E = mc 2. Da questo conteggio ricaviamo che l’energia dell’intero universo ammonta a 1071 joules. Per ottenere la massima velocità di calcolo che questo computer cosmologico può sviluppare si applica il teorema di Margolus- Levitin: (energia x 4): costante di Planck (h = 6,626068 x 10–34 joule-sec, un numero piccolissimo che regola gli eventi quantistici).
Conclusione provvisoria
Ne risulta che ogni secondo un computer che usa tutta l’energia e la materia dell’universo compie 10105 operazioni. In 14 miliardi di anni, ne ha fatte 10122.
Per scrivere casualmente l’Amleto occorrono 3.4x10183946 operazioni. Se assegniamo al nostro universo una vita di 30 miliardi di anni, il cosmo-computer dovrà funzionare per biliardi di miliardi di miliardi di cicli cosmici, (e speriamo che non vada mai in crash…) prima di poter mostrare se la probabilità matematica assunta inizialmente si è tradotta o meno in realtà. E già: tutto questo ambaradan è senza certezza alcuna di riuscita. Non esiste qualcosa come una probabilità certa.
Se poi questi cicli cosmici sono in qualche modo ricorsivi, se essi presentano elementi di ripetizione e correlazione, se insomma il mito dell’eterno ritorno non è solo un mito, se non si dà una stringa casuale infinita come un fiume eterno mai uguale a se stesso, ma la reiterazione di stringhe finite, alla scimmia verrà negata anche quella probabilità abissale rimasta e potrà solo comporre, tra un eone e l’altro, solo qualche verso, magari sempre gli stessi. L’esperienza accumulata con i generatori di numeri causali indica che questa possibilità (seriazione, prevedibilità) non è remota come sembra.
Morale della favola, se vogliamo fare i seri: l’universo immaginato come una macchina generatrice di eventi casuali è incapace di elaborare in uscita una stringa complessa fornita come chiave della computazione in un tempo finito, anche se molto grande (ciclo cosmico) e può solo rinviare la resa dei conti su un piano (super ciclico, super cosmico) inattingibile dai mezzi di cui la ragion scientifica dispone e dai quadri concettuali che si è data, che non permettono oggi di andare oltre la nascita (e la morte) dell’universo quale singolarità irripetibile e inspiegabile, e quindi di pensare un altro o altri cicli cosmici, e tantomeno le possibili connessioni tra di essi.
Il limite della computazione, già indicato da Roger Penrose sul raffinato versante algoritmico, si dimostrerebbe qui anche nella rozza prospettiva del rimescolamento ‘brute-force’.
Pausa. Questo gioco che sembra (ed è anche) una stupidaggine appartiene alla schiera dei giochi mentali ‘come se’ così tipici ai nostri giorni: comportiamoci come se l’universo fosse una macchina o come se una scimmia fosse l’universo, come se l’eternità fosse calcolabile o un poeta simulabile.
Oggi non si danno più giochi di scena, di sfida, di specchio, giochi duali. Ma giochi estatici e solitari, in cui il piacere non è più estetico e scenico, ma aleatorio, psicotropico, dalla fascinazione pura: giochi di vertigine.
Questo l’ha pensato Roger Caillois.
continua...

lunedì 18 febbraio 2008

I leopardati del martedì

Cari convivianti filosofici
martedì prossimo procederemo con il confronto sulle seguenti operette morali:
-La scommessa di prometeo;
-Dialogo di Torquato Tasso.....
-Dialogo della natura e di un islandese
- Dialogo di federico Ruysch e delle sue mummie.
Martedì scorso Giovanni Cavadi, cugino di Augusto e nostro ospite, anche lui di professione psicologo ha, cercato (non se ne può più!) di ricondurre il pensiero del nostro Leo alla sua biografia e alle sue nevrosi, ma è stato giustamente zittito dai fischi dei non psicologi che hanno notato che c'è una sorta di misteriosa epidemia nelle nostre cene dove psicologi e psichiatri continuano a diffondersi come virus.
Abbiamo, invece, gradito il pentimento di Armando che, dopo avere sacccheggiato senza ritegno, la volta scorsa, la vita privata del nostro Leopardi, ha deciso di consegnarci tutte le copie del libro da cui aveva tratto le lettere intime che ci ha letto, promettendo solennnemente che d'ora in poi si occcuperà di filosofia e non più di Gossip.
Abbiamo, quindi, analizzato il pensiero di Leopardi sull'infelicità umana imputabile, in buona sostanza, ad un desiderio di felicità senza limiti che ci accompagna e che è, fatalmente, destinato a rimanere insodddisfatto. Maria Ales ha spiegato che se nelle persone c'è una disposizione eccessivamente narcisistica, un amor proprio smisurato che non è capace di confrontarsi in modo adulto con la contingenzxza e la realtà, l'esito non può che essere l'insoddisfazione che, in Leopardi, ha assunto i trattti di un pessimismo cosmico.
Molto utile, infine, il contributo di Augusto che ci ha suggerito una chiave interessante con la quale interpretare ciò che muove gli stati d'animo di Leopardi. Augusto ha ripreso, infatti, le riflessioni di Citati in un brano che alcuni di noi abbiamo commentato in occasione delll'ultima "domenica laica" a proposito della differenza tra amore erotico ed Agape:
l'amore erotico sarebbe quello di cui parla Platone, frutto del desiderio e, quindi, di una mancanza ("poenia") cui vorremmo porre rimedio. L'agape sarebbe, invece, un'amore che non scaturisce da povertà ed indigenza ma, al contrario, da un senso di pienezza e di autorealizzazione che ci porta a volere dare ad altri con spirito di gratuità, l'amore di cui - durante stati di grazia purtroppo così rari - trabocchiamo.
Ad Augusto, appunto, il travaglio di Leopardi ricorda la ricerca del primo tipo di amore, quello erotico che effettivamente, disgiunto dall'altro, non può darci la felicità che cerchiamo.
Com'è ovvio, quì parliamo di Eros in un senso più profondo e meno prosaico di quello a cui siete abituati! Per riflettere sul fatto che certe deviazioni e volgarizzazioni derivano da una banalizzazione del sesso che nulla ha a che fare con l'Eros di cui parla Platone, vi lascio con una profonda riflessione di uno dei più acuti biblisti dei nostri giorni
A martedì
Pietro
Sodoma era una città di sodomiti in cui nessuno si affacciava al davanzale perché anche in famiglia ci si fidava poco.Giobbe Covatta

sabato 16 febbraio 2008

il neutrino, l'uomo e l'Universo


Grazie a Giovanni perché quando lo leggo parlare di scienza mi fa volare alto come quando ascolto o leggo di filosofia o di arte. Poi però, soprattutto leggendo o ascoltando di scienza e filosofia, penso che il pensiero umano è affetto dalla sindrome della “prospettiva” o del “punto di vista”. Immaginiamo infatti che un neutrino fosse dotato di ragione umana e, attraversando una montagna non essendo “disturbato” da nulla, pensasse di viaggiare in un spazio infinito più vuoto che pieno e ipotizzasse di “stringhe”, di “frattali” e di “caos” senza potersi accorgere che invece sta attraversando una struttura fatta di leggi fisico-chimiche ben precise.
La conclusione, almeno la mia, è che solo l’accettazione del Mistero sarebbe a noi concessa accompagnata da un inevitabile atto di rinuncia o di fiducia che presupponesse solo un Progetto, un Senso dell’essere e/o del divenire per noi impossibile da conoscere. Conforto solo: l’irrazionale che è in noi.

“………..così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.”

venerdì 15 febbraio 2008

Natura matrigna e un po’ depressa



"Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna: parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi".

Leopardi Cantico del gallo silvestre


La convinzione profonda che l’universo (e quindi il mondo, la realtà, il tutto…) è destinato a perire, anche se in tempi, appunto, cosmici è radicata nella teodicea largamente (e stranamente?) condivisa oggi da laici e religiosi, da clericali e anticlericali. La profezia di distruzione è contenuta nel mito di creazione. Scaricatasi la molla del fiat lux primigenio, regnerà il disordine, l’entropia, la morte termica.

L’idea che l’universo è emerso da un punto singolare (da una singolarità – irripetibile?) situato in qualche modo prima dello spazio tempo e contenente un’infinita densità di materia, e che esso si è espanso da allora, ma è destinato a spegnersi, è rimasta la pietra di fondazione della cosmologia contemporanea. La base concettuale di questa credenza riposa sulla teoria generale della relatività di Einstein del 1916, le cui equazioni suppongono che la distribuzione della materia nel cosmo sia omogenea, in qualsiasi direzione si voglia guardare. L’omogeneità della materia è propedeutica alla cosmologia del big bang (piccola nota filologica: il termine ‘big bang’ era in origine un motto derisorio, coniato dall’insigne astrofisico Fred Hoyle, che non credeva alla teoria dell’esplosione iniziale, da lui bollata a fuoco come ‘un’idea da preti’). In seguito è stata osservata la recessione delle galassie, interpretata come fuga da un punto di origine, ed è stata scoperta (negli anni 60) una sfera isotropica (uniforme) di radio-onde, accreditata come radiazione fossile dell’esplosione iniziale, e ciò ha rafforzato la fede nella teoria. Da allora essa regna sovrana.

Tuttavia, negli ultimi anni la sacralità dei suoi presupposti è stata messa in questione. Un gruppo di ricerca dell’Università di Roma La Sapienza, diretto dal prof. Luciano Pietronero, sostiene che l’universo non è omogeneo. La distribuzione della struttura cosmica non è la stessa ovunque si osservi. La loro convinzione si basa sul fatto che le galassie e i gruppi di galassie sono avviluppate, ed embricate in complesse strutture. Il viluppo persiste anche alle scale più grandi che si possano osservare (come i super-cluster di galassie). Si è aperto così un vigoroso dibattito tra chi sostiene che su una scala più ampia di quella che per ora è possibile studiare l’omogeneità dell’universo apparirà evidente anche ai più impenitenti increduli, e chi ribatte che il cosmo è per ogni dove grumoso, zeppo di barriere, nodi, e linee d’unione che lo intersecano e incatenano. Il gruppo di Roma rivendica che l’universo di fatto è un frattale. Un buon esempio di frattale è il cavolfiore: se lo tagli in parti via via più piccole ritroverai sempre la stessa struttura. Come in alto così in basso. E così gli alberi, gli estuari dei fiumi, o la linea di una costa marina. Una struttura che si ripete all’infinito. Attraverso la matematica dei frattali e del caos (B. Mandelbrot) si possono comprendere sistemi complessi che si auto-organizzano, e creano strutture auto-simili a scale differenti.

A. Rej ha proposto nel 1999 la visione di un cosmo multifrattale, dotato cioè di filamenti di spessore e forza diversi. I filamenti di un certo tipo formano un mono-frattale; tutti i diversi frattali compongono il multi-frattale. L’universo multi-frattale appare simile a quanto osserviamo nei vortici turbinanti di acqua, fuoco o nuvole, che si attorcigliano, si fondono, si allontanano; che esplodono in filamenti, lacci, annodamenti. Si crede che queste turbolenze caotiche siano comprensibili solo con metodi statistici; nella nostra nozione di spazio e tempo e nell’approccio che abbiamo verso la natura, si impone, tra gli altri, il concetto della causalità locale. Tuttavia alla fine risulta che nel cuore della turbolenza riposa un motivo che rimane uguale a tutte le scale, per distanti che siano. Come nelle bambole russe, le repliche si susseguono identiche le une dentro le altre, sempre più piccole. Ma la cosa è più interessante: se rompi queste bambole, troverai identiche sembianze nei pezzi sparsi. Non ti puoi liberare dell’intero tramite la sua suddivisione. Ciò è diametralmente contrario alla credenza scientifica che la natura può essere spezzata nei suoi costituenti fondamentali, e che dalla conoscenza delle interazioni locali si può risalire alla totalità. Invece, fin dove possiamo gettare uno sguardo, l’universo si riflette nelle più piccole strutture. E questo suo riflettersi non riempie lo spazio, al contrario: buchi e vuoti dovunque perforano le strutture.


E una nuova prospettiva assume anche la questione determinismo versus caos. Supponiamo che le bambole russe siano fatte di un materiale trasparente e che sul corpo di ogni bambola sia stato tracciato un motivo floreale. Dopo averle assemblate una dentro l’altra, ruotandole a un angolo fisso una rispetto all’altra, guardando all’insieme dall’esterno si noterà un disegno molto complesso e indistinto; per quanto ognuna riporti un segno razionale e ben organizzato la vista complessiva risulterà equivalente a un caos. Il flusso delle turbolenze è molto simile. Ad ogni scala esiste un certo motivo di flusso, ma quando i diversi moti vengono osservati insieme il flusso appare straordinariamente caotico e indecifrabile. Potremmo dire che il caos indeterminato apparente sulla scala locale riposa su un perfetto ordine sulla scala globale.

Le caratteristiche più importanti delle strutture cosmiche sono i filamenti, i cappi, i nodi. Queste strutture filamentarie vengono osservate a tutti i livelli, dalle nebulose ai super-cluster di cluster di galassie e anche oltre. La presenza di nodi e filamenti rende una regione più disomogenea. Queste strutture non omogenee si evolvono su uno sfondo più uniforme. I filamenti si incurvano, si tendono, si aggrovigliano; si formano nodi, si rompono nodi e corde. L’annodarsi e lo snodarsi dei filamenti, la stretta e lo sciogliersi dei nodi generano forze di attrazione e repulsione. Allo sgarbugliarsi dei nodi avvengono violente eiezioni che rendono la regione locale un sistema in espansione. Nel caso opposto, quando i nodi si formano e si stringono, il disordine circostante viene ricondotto all’ordine e attratto verso le strutture disorganiche con lo sfondo. Così la dinamica dell’universo cambia ripetutamente da una fase di accumulazione e crescita , a una di rottura e dispersione. La tensione nei filamenti avvolti a spirale genera forze attrattive. Quanto più il processo ordinativo va avanti, quanta più tensione si sviluppa nel sistema. Giunto al punto critico il sistema si frattura, e una forza repulsiva proietta le sue strutture nei dintorni. Una volta che la dispersione prende spazio e il disordine cresce, il sistema reagisce costruendo strutture annodate. I nodi arrestano il disordine e rimettono in gioco ancora una volta la forza di attrazione. In questo modo l’universo eternamente pulsa dalla crescita alla decadenza e viceversa, su tutti i livelli, le regioni e le scale del suo essere.

La fluttuazione tra crescita e caduta è una condizione a priori per l’esistenza dell’universo. Tramite il meccanismo di contrazione ed espansione, informazioni arrivano dalla struttura globale a quelle locali, e similmente un feedback parte dalla regione locale e perviene al livello globale. Questa relazione simbiotica è necessaria per il meccanismo della sopravvivenza. Solo in questa guisa mondi in perenne mutamento possono vivere immersi nell’universo senza tempo.

In contraddizione con l’ipotesi del big bang, la teoria di Rej pone il tempo in una prospettiva di eternità, mentre l’universo rinasce perennemente dalle sue ceneri, autoregolando la sua dinamica di flussi, contrazioni, relazioni, reazioni. L’universo non fu, mai; e mai sarà. Esso è eternamente qui, sempre lo stesso: le potenze generatrici «non avvennero mai, ma sono sempre: l'intelli­genza le vede tutte assieme in un istante, la pa­rola le percorre e le espone in successione» (Sallustio Sugli dèi e il mondo, IV, 8).



Rif.:

Anup Rey – Timelessness in time<