domenica 9 marzo 2008

un evento andato a male

Ieri alla presentazione del libro di Vito Mancuso “l’anima e il suo destino” a Palermo ho assistito alla celebrazione di più caratteristiche peculiari della cultura siciliana e palermitana in particolare : la presunzione, la saccenteria, l’erudizione (quando c’è stata) fine a se stessa.
Doveva essere una presentazione in cui i partecipanti avrebbero potuto porre delle domande all’autore di un libro (peraltro dedicato ai “non addetti ai lavori”), che con coraggio e competenza scardina luoghi comuni, credenze, dogmi tenuti in piedi solo per motivi poco nobili e il tutto trattato con la passione di chi crede di aver trovato una chiave di lettura dell’Universo.
Certo, i partecipanti che non condividono le “soluzioni” proposte da Mancuso avrebbero dovuto e potuto fare domande mirate a far uscire allo scoperto l’Autore (un pò come ha fatto Augusto Cavadi) su certi aspetti del suo libro; mai aggredirlo, sfoggiando erudite affermazioni e citazioni (poi regolarmente ed elegantemente ridicolizzate da Vito Mancuso), col gusto di mettere in difficoltà chi sta sicuramente più in alto quanto meno per sensibilità e coraggio. Ma si sa noi siciliani siamo fatti così!!!! Ha avuto ragione chi ha detto di trovarsi inaspettatamente di fronte a uno scontro fra cattolici e non era questo l’obiettivo dell’incontro!!!!
Un monito agli organizzatori? Perché no!
Scusa Vito Mancuso a nome mio e di tutti i partecipanti di buona volontà, io le domande te le faccio per e-mail!
Armando Caccamo

venerdì 7 marzo 2008

A.I. e decadenza dell’Uomo



Ho appreso da una mail di Pietro Spalla –che ringrazio- che a Palermo vi sarà un convegno sul tema, a cui non potrò partecipare. Complimenti per la bella idea anche Donatella Ragusa che l’ha organizzato.
Scrivo allora queste riflessioni, nella eventualità che una sintesi di queste venga inserita nel calderone dei contributi.


Nella nostra Scuola, Damanhur, quello dell’Intelligenza Artificiale è sempre stato un tema molto seguito dalle persone, poiché per tanti versi può tendere a scardinare alcune concezioni di base che diamo per scontate sul nostro livello di coscienza, e su come essa possa essere collegata al concetto stesso di intelligenza. A noi damanuriani fondamentalmente interessa capire perché siamo qui, e il progressivo approfondimento dei nostri meccanismi di funzionamento ci da delle chiavi formidabili, soprattutto oltrepassando le barriere del razionale e del consueto.

Ho sempre trovato interessanti, e molto vicine ai nostri punti di vista, le osservazioni e le elaborazioni di un docente dell’università di Bologna, Oscar Battelli (vedi relative pagine internet), il quale probabilmente come realtà non ci conosce nemmeno. Però trovo che siano acute e, nella loro asciutta semplicità, spesso sorprendenti.

A proposito della coscienza e dell’intelligenza artificiale, lui sostiene che già adesso si possono creare, e in parte sono già state create attraverso i computers, macchine in grado di riprodurre i processi logici della mente umana la quale, rispetto ai propri funzionamenti contiene in se, è vero, anche una componente imprevedibile ma anche, altrettanto vero, riproducibile. Trattandosi di processi riproducibili, (o potenzialmente riproducibili) al di fuori dell’essere umano, si potrebbe anche concludere che essi non sono necessariamente legati come origine nè alla nostra specie e nemmeno ai processi biologici conosciuti. Idealmente potrebbero “agganciarsi” anche ad un corpo metallico e ad una serie di microchips. Ma finché l’uomo pensa in termini autoesaltanti da un lato, ed autocastranti dall’altro, non vi potranno essere seri avanzamenti concettuali e tecnologici in questo particolare campo.

Faccio una ipotesi di esempio. Se a queste macchine, ulteriormente potenziate, venisse data la possibilità di decidere, di muoversi ed agire per conto proprio, la possibilità di autoalimentarsi e di non essere più spente o fermate nemmeno dalla volontà dei creatori, avremmo riprodotto anche il libero arbitrio. Ma è ovvio che l’Uomo non si fiderebbe delle proprie creature, e tendenzialmente non vorrebbe rischiare di concedere ad altri “esseri” il proprio livello di libertà e di decisione.

Finora solo la fantascienza ha osato pensare cosa potrebbe succedere. Nei racconti più belli ed interessanti, questo è il tema più scottante e maggiormente trattato, perché ha delle implicazioni etiche ed esistenziali.
Ad esempio, nelle storyboard di “Animatrix” (vedi DVD in commercio) che sono servite a predisporre le riprese di Matrix, vengono “rivelati” alcuni particolari che non si trovano nella versione definitiva del film. Si “apprende” così che all’origine della grande guerra tra le Macchine e l’Uomo, culminata con la definitiva sconfitta di quest’ultimo, era stato il fatto che le macchine create erano state dotate non solo di intelligenza e di libertà decisionale, ma inaspettatamente anche di sensibilità, di sentimenti, di volontà di autoconservazione ed autoriproduzione. (che è poi il tema trattato anche da Spielberg nel suo A.I.). In una parola potremmo dire che queste macchine avevano l’anima. Pertanto risultavano molto più forti dell’uomo, perché erano instancabili ed erano in grado, tramite le conoscenze acquisite dall’uomo stesso, di estenderle molto più in là. Erano in grado di riprodurre qualsiasi processo, fisico, chimico e biochimico, e di trovare le risorse energetiche e naturali per farlo. Diventarono invincibili perché avevano oltre a queste cose anche un livello di giustizia superiore all’Uomo il quale, per presunzione, non voleva riconoscergliele. Da qui la guerra, e la caduta molto veloce di una civiltà già da secoli in decadenza.

Pochi mesi fa, discutendo di questi temi durante una delle nostre serate comunitarie, un adulto ha chiesto ad uno dei ragazzi della nostra scuola media:
“Ma secondo te, se un giorno l’uomo creasse un computer potentissimo, molto di più di quelli attuali, e se questo computer dicesse di avere l’anima, gli si potrebbe credere?” E il ragazzo, dapprima preso alla sprovvista, ha detto “…Mah, certo, dipenderebbe dalle tecnologie che si adoperano…”. Ma poi subito dopo ha aggiunto: “Però io penso che…sì, secondo me gli si potrebbe ceredere!”.

E così questo ragazzo, nella sua pulita semplicità, si è molto avvicinato alle nostro attuale indirizzo di ricerca concettuale, secondo cui tutto ciò che chiamiamo genericamente anima, coscienza, sensibilità, ecc. ecc. può stare, o “entrare” ovunque gli sia consentito di svilupparsi, e non è necessariamente generato dalle cellule del nostro corpo fisico. Anche se utilizza questo per andare in giro, un giorno potrebbe anche cambiare forma fisica, semplicemente decidendo di farlo. Perché già oggi siamo ad un passo dalla possibilità tecnologica di realizzare una grande diversificazione delle forme artificialmente generabili in laboratorio. E’ ovvio che queste ricerche sono rallentate o impedite dal peso onnipresente delle varie chiese più o meno cattoliche, interessate a propugnare non Dio, ma una ben precisa visione di Dio. La quale ovviamente non è l’unica possibile, ma rappresenta il potere più attualmente forte.

Mi piace immaginare che giorno anche questo potere si esaurirà ed allora la fantascienza, come è sempre avvenuto, diventerà realtà. L’idea per cui l’io e l’essere sono la stessa cosa, soltanto perché in me coincidono, verrà definitivamente abbandonata. E verrà ricreato quel misterioso ponte di collegamento che è stato interrotto per isolare la specie uomo di questo pianeta dal resto dell’universo, e dal resto del pianeta stesso. E anche Dio, ovunque nel mondo, smetterà di avere due sole alternative: o quella di essere il grande vecchio al di sopra delle nuvole o quella di essere negato dallo scetticismo della razionalità e dei 5 sensi.
Ed allora, (secondo noi!) in un arco grande almeno come il numero degli esseri senzienti, visibili o meno, la divinità abiterà coscientemente in ciascuno. E ciascuno sentirà di “essere” Dio.
La parola unica diventerà “accorgersi”, ovvero: “Non soltanto io penso, dunque non soltanto io sono”.

giovedì 21 febbraio 2008

sulla realtà........

fra una puntata del "Teorema delle scimmie infinite" e un'altra (promesse da Pietro), mi piace contribuire all'argomento con due citazioni tratte da "Fisica e Filosofia" il libro, ormai storico, di Werner Heisemberg, uno dei padri della Fisica quantistica


"Non ogni concetto o parola che si siano formati in passato attraverso l’azione reciproca fra il mondo e noi sono in realtà esattamente definiti rispetto al loro significato; vale a dire, noi non sappiamo fino a che punto essi potranno aiutarci a farci trovare la nostra strada nel mondo. Spesso sappiamo che essi possono venire applicati ad un ampio settore dell’esperienza interna od esterna, ma non conosciamo praticamente i limiti della loro applicabilità. Questo è vero anche nel caso di concetti più semplici e più generali come “esistenza” e “spazio e tempo”. Perciò non sarà mai possibile con la pura ragione pervenire a una qualche verità assoluta."

"Negli esperimenti sugli eventi atomici noi abbiamo a che fare con cose e fatti, con fenomeni che sono esattamente altrettanto reali quanto i fenomeni della vita quotidiana. Ma gli atomi e le particelle elementari non sono altrettanto reali; formano un mondo di possibilità e di potenzialità piuttosto che un mondo di cose o di fatti."
Insomma l'unica possibilità che abbiamo è perseguire la conoscenza di una realtà (sempre in evoluzione) costruendosi di volta in volta un modello matematico e quindi relazionale e/o relativo che ci accompagni nella ns. storia di uomini; il resto lo può fare solo l'irrazionale!

martedì 19 febbraio 2008

Da un vecchio contributo prima illegibile di GIOVANNNI LA Fiura
La nostra civiltà, dicevamo, ama i giochi apparentemente fini a se stessi.Nelle pieghe del bilancio di un’università ben disposta si sono trovati i fondi per un esperimento sulla produzione letteraria di vere scimmie. Sei macachi crestati sono stati forniti di una tastiera e osservati, anche via web naturalmente, per un mese. Uno dei ricercatori ha giustificato la spesa giudicandola inferiore a quella di un reality, ma con risultati ben più stimolanti e affascinanti. Nel periodo di osservazione le scimmie hanno prodotto solo cinque pagine di testo, consistente quasi per intero della lettera s; il compenso il maschio dominante ha percosso la tastiera con una pietra emettendo feroci urla, e tutti i macachi hanno fatto a turno i loro bisogni sulla malcapitata periferica.Sappiamo bene però che le scimmie (meritevoli di ben altri studi e attenzioni) sono solo un prestesto per parlare del posto che il caso e l’ordine hanno nel nostro mondo, e per chiedersi se l’ordine può discendere dal caso, e in quale senso, eventualmente.Le origini scientifico- filosofiche della nostra controversa storia di scimmie scrittrici risalgono a Ludwig Boltzmann, un grande fisico della seconda metà dell’800, che ha proposto una spiegazione per l’ordine e la diversità che notiamo ammirati nell’universo. Supponiamo che l’informazione che definisce l’universo, e quindi la struttura dell’universo stesso risulti da un processo completamente casuale, come un tiro di dadi, o la classica moneta, testa o croce. Oggi potremmo dire che , se identifichiamo la testa con 1 e la croce con 0, tirare la moneta ripetutamente alla fine produrrà ogni desiderata stringa di bit, inclusa una stringa di bit che descrive l’universo nella sua interezza. Fu il matematico Emile Borel a ideare nel 1913 la vera e propria metafora delle scimmie dattilografe. Che poi si sono fatta strada irresistibilmente nella cultura alta come nella fantascienza, da Isaac Asimov, a Douglas Adams. L’espressione artistica più magistrale di quello che è diventato un mito della pop culture si deve a Jorge Luis Borges che nel 1939 scrive il saggio La biblioteca totale in cui vagheggia da par suo che una mezza dozzina di scimmie, provviste di macchine da scrivere, possano produrre, in poche eternità, tutta la biblioteca del British museum (strettamente parlando, chiosa, una sola scimmia immortale è sufficiente), per poi spingersi oltre ogni colonna d’Ercole dell’immaginazione:
Qualsiasi cosa potrà trovarsi nei suoi ciechi volumi. La dettagliata storia del futuro. Gli Egiziani di Eschilo. L’esatto numero di volte in cui il volo di un falcone si è riflesso nelle acque del Gange. La segreta e vera natura di Roma, l’enciclopedia che Novalis avrebbe voluto redarre, i miei sogni e le mie dormiveglie all’alba del 14 agosto 1934, la prova del teorema di Fermat, i capitoli non scritti dell’Edwin Drood di Dickens, gli stessi capitoli tradotti nel linguaggio dei Garamantes, i paradossi che Berkeley ideò a proposito del tempo, ma che non pubblicò, il libro d’acciaio di Urizen, le premature epifanie di Stephen Dedalus, che potrebbero essere incomprensibili prima che passino mille anni. Il vangelo gnostico di Basilide, le canzoni che intonano le sirene. Il completo catalogo della Biblioteca, la prova della non accuratezza del catalogo stesso. Qualsiasi cosa: ma per ogni riga dotata di senso o per ogni fatto accurato ci saranno milioni di cacofonie insignificanti, di tiritere e balbettamenti. Qualsiasi cosa: ma tutte le generazioni dell’umanità potrebbero trascorrere prima che i suoi scaffali – scaffali che obliterano il giorno, scaffali abitati dal caos – la ricompensino con una pagina tollerabile.Ben presto, in questa biblioteca di babele, la segnatura dell’opera, il suo codice di catalogo, diventerebbe più lungo dell’opera stessa….
Il primo argomento esplicito contro la crezione di lunghi testi tramite processi completamente casuali è molto più antico dei nostri autori, risale infatti a Cicerone. Nel suo De Natura Deorum, il personaggio Balbo lo stoico così si oppone agli atomisti, come Democrito, che avevano fatto risalire l’ordine della natura alla collisione accidentale tra gli atomi:
"Non posso che meravigliarmi che ci sia qualcuno che davvero si persuade che atomi fatti di materia che si muovono per forza di gravità possono costruire questo mondo meraviglioso ed elaborato a forza di collisioni fortuite. Se credono questo, perché non credere anche che se innumerevoli copie delle lettere dell’alfabeto vengono mescolate e poi gettate come si fa con i dadi, esse comporranno l’intero testo degli Annali di Ennio. Io dubito che la fortuna ne faccia venir fuori anche un solo verso!".
In effetti, come abbiamo visto la volta scorsa, la possibilità che un cosmo ordinato possa emergere da qualcosa come il tiro di una moneta è così bassa da essere effettivamente zero. Secondo Seth Lloyd la combinazione di probabilità infinitamente basse con lo spazio e il tempo finito del nostro universo visibile rendono non credibile la generazione casuale dell’ordine. Se l’universo fosse infinito in età o estensione, allora, si potrebbe arguire, da qualche parte o qualche volta, ogni possibile schema, testo o stringa di bit sarà stato generato. Ma anche in un universo infinito l’argomento di Boltzmann fallisce. Se l’ordine viene generato a caso ogni volta che si manifesta nuova informazione sarebbe astronomicamente alta la probabilità di imbatterci in disordine e insensatezza. Ma non è così: i nuovi bit rilevati dall’osservazione al contrario hanno molto raramente una natura del tutto casuale. Basta andare alla finestra o addentare una mela. O guardare il cielo: in astronomia vengono alla luce continuamente nuove galassie e nuove strutture cosmiche. Se l’argomento della completa casualità avesse valore dovremmo vedere quasi solo arrangiamenti sconclusionati della materia, una specie di poltiglia cosmica, invece degli oggetti sia pur misteriosi ma ordinati che cataloghiamo. Nell’universo in cui tutto sorge a caso, il nostro prossimo respiro è anche l’ultimo, poiché gli atomi che costituivano il nostro corpo si sono già riconfigurati.E’ molto interessante seguire Lloyd nel seguito del suo ragionamento: assodato che Boltzmann aveva torto, questo non significa che Cicerone avesse ragione. Non abbiamo bisogno di una intricata costruzione o del disegno intelligente o della divinità per spiegare la presenza dell’ordine e della complessità nell’universo. Se concepiamo l’universo come un computer che ‘impara’ a programmarsi (computa se stesso) e a poco a poco costruisce le sue leggi e le sue forme per tentativi ed errori abbiamo risolto il problema dell’ordine e della complessità partendo da basi in apparenza molto semplici: gli atomi e le particelle elementari, gli elementi base della computazione (quantistica) universale. In questo tipo di universo, l’informazione, una volta creata, tende a diffondersi irresistibilmente: come un’epidemia condivisa istantaneamente che si fa spazio, energia, gravitazione e poi materia. Così la fisica si fa chimica e quindi vita. La vita, programmata dall’evoluzione, dà luogo prima o poi a un Shakespeare; programmato dall’intelligenza, dall’esperienza e dalla passione, Shakespeare inizia a scrivere l’Amleto: "Who’s there? …"
Pubblicato da Giovanni La Fiura
venerdì 5 ottobre 2007

Il teorema delle scimmie infinite
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/f1/Monkey-typing.jpghttp://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/f1/Monkey-typing.jpg
Approfitto dell’ospitalità incautamente accordatami (finalmente posso sistemare i miei appunti da qualche parte) per discettare su un argomento su cui rimuginavo dai tempi di Arquata, ma anche prima, perché è venuto fuori per la prima volta mi pare quando abbiamo letto il libro di Orlando Franceschelli sull’evoluzione. Si tratta delle famose scimmie che battono a casaccio su una tastiera e ne traggono i capolavori della letteratura, prima o poi. Metafora del caso creatore e ordinatore. Sarò prolisso e noioso. Prevedo varie puntate.
Enunciazione del teorema delle scimmie infinite
Una scimmia che batta a caso sulla tastiera di una macchina da scrivere per un tempo virtualmente infinito (quasi) sicuramente produrrà un particolare testo scelto, ad esempio un’opera di Shakespeare, l’Amleto. In tale contesto ‘quasi sicuramente’ è un termine matematico con un preciso significato (probabilità appunto matematica) e ‘scimmia’ è una metafora per una macchina teorica che produce una sequenza casuale di lettere ad infinitum.
Discussione
Ignorando punteggiatura, spaziatura e maiuscole, una scimmia che batta a caso ha una probabilità su 26 (numero dei tasti dell’ipotetica macchina da scrivere) di scrivere la prima lettera dell’Amleto e una su 676 di scrivere le prime due (26x26). Poiché la probabilità diminuisce in maniera esponenziale con l’aumentare delle lettere da scrivere, a 20 lettere la chance è 2620, vicina a quella di comprare quattro biglietti della lotteria consecutivamente e vincere ogni volta il primo premio. Nel caso dell’intero testo la probabilità è così incredibilmente piccola che molto a stento può essere concepita in termini umani. Posto che il testo è composto da circa 130.000 lettere, esiste una probabilità su 3.4x10183946 di ottenere l’Amleto al primo tentativo. Il numero medio di battiture che occorre effettuare prima che il testo abbia una possibilità (statistica) di apparire è lo stesso. Per avere un termine di paragone esistono solo 1079 atomi nell’universo conosciuto e 1080 elettroni, mentre sarebbero trascorsi 1021 minuti dal supposto Big Bang (circa 14 miliardi di anni). A cento parole al minuto occorrono 1040.000 minuti per avere una probabilità di ottenere ‘per caso’ la nostra sudata copia dell’Amleto. Anche se avessimo a disposizione un’armata cosmica di scimmie, una per ogni elettrone dell’universo al lavoro dall’inizio dei tempi, la probabilità di riuscire sarebbe ancora solo una su 10183800.
Si, ma le scimmie sono lente, cento parole al minuto, bazzecole: e se le sostituissimo con un computer molto molto potente? Le sfide vanno prese sul serio. Andiamo al bersaglio grosso: prendiamo un computer delle dimensioni dell’universo stesso, con tutta la sua materia e la sua energia al servizio della computazione, e facciamolo più veloce che si può: la sua capacità può essere calcolata in base a leggi abbastanza collaudate.
Prima di ogni cosa, l’energia e la velocità stanno in preciso rapporto. L’ammontare di energia nell’universo visibile può essere definita accuratamente. La maggior parte di essa è imprigionata nella massa degli atomi. Se contiamo gli atomi di tutte le stelle e le galassie, e ci aggiungiamo la materia delle nubi interstellari, troviamo che la densità di materia dell’universo equivale a un atomo di idrogeno per metro cubo.
Esistono poi altre forme di energia: quella della luce per esempio. La velocità di rotazione delle galassie suggerisce l’esistenza di ulteriori e invisibili fonti di energia; si parla inoltre di una ‘quintessenza’ legata all’anomala velocità di espansione dell’universo, e di altre forme ancora più bizzarramente denominate (machos, wimp, winos).
L’ammontare totale dell’energia in queste forme esotiche si calcola, un po'a spanne, come dieci volte superiore a quella standard contenuta nella materia direttamente osservabile. Naturalmente, ogni atomo contribuisce secondo la formula E = mc 2. Da questo conteggio ricaviamo che l’energia dell’intero universo ammonta a 1071 joules. Per ottenere la massima velocità di calcolo che questo computer cosmologico può sviluppare si applica il teorema di Margolus- Levitin: (energia x 4): costante di Planck (h = 6,626068 x 10–34 joule-sec, un numero piccolissimo che regola gli eventi quantistici).
Conclusione provvisoria
Ne risulta che ogni secondo un computer che usa tutta l’energia e la materia dell’universo compie 10105 operazioni. In 14 miliardi di anni, ne ha fatte 10122.
Per scrivere casualmente l’Amleto occorrono 3.4x10183946 operazioni. Se assegniamo al nostro universo una vita di 30 miliardi di anni, il cosmo-computer dovrà funzionare per biliardi di miliardi di miliardi di cicli cosmici, (e speriamo che non vada mai in crash…) prima di poter mostrare se la probabilità matematica assunta inizialmente si è tradotta o meno in realtà. E già: tutto questo ambaradan è senza certezza alcuna di riuscita. Non esiste qualcosa come una probabilità certa.
Se poi questi cicli cosmici sono in qualche modo ricorsivi, se essi presentano elementi di ripetizione e correlazione, se insomma il mito dell’eterno ritorno non è solo un mito, se non si dà una stringa casuale infinita come un fiume eterno mai uguale a se stesso, ma la reiterazione di stringhe finite, alla scimmia verrà negata anche quella probabilità abissale rimasta e potrà solo comporre, tra un eone e l’altro, solo qualche verso, magari sempre gli stessi. L’esperienza accumulata con i generatori di numeri causali indica che questa possibilità (seriazione, prevedibilità) non è remota come sembra.
Morale della favola, se vogliamo fare i seri: l’universo immaginato come una macchina generatrice di eventi casuali è incapace di elaborare in uscita una stringa complessa fornita come chiave della computazione in un tempo finito, anche se molto grande (ciclo cosmico) e può solo rinviare la resa dei conti su un piano (super ciclico, super cosmico) inattingibile dai mezzi di cui la ragion scientifica dispone e dai quadri concettuali che si è data, che non permettono oggi di andare oltre la nascita (e la morte) dell’universo quale singolarità irripetibile e inspiegabile, e quindi di pensare un altro o altri cicli cosmici, e tantomeno le possibili connessioni tra di essi.
Il limite della computazione, già indicato da Roger Penrose sul raffinato versante algoritmico, si dimostrerebbe qui anche nella rozza prospettiva del rimescolamento ‘brute-force’.
Pausa. Questo gioco che sembra (ed è anche) una stupidaggine appartiene alla schiera dei giochi mentali ‘come se’ così tipici ai nostri giorni: comportiamoci come se l’universo fosse una macchina o come se una scimmia fosse l’universo, come se l’eternità fosse calcolabile o un poeta simulabile.
Oggi non si danno più giochi di scena, di sfida, di specchio, giochi duali. Ma giochi estatici e solitari, in cui il piacere non è più estetico e scenico, ma aleatorio, psicotropico, dalla fascinazione pura: giochi di vertigine.
Questo l’ha pensato Roger Caillois.
continua...

lunedì 18 febbraio 2008

I leopardati del martedì

Cari convivianti filosofici
martedì prossimo procederemo con il confronto sulle seguenti operette morali:
-La scommessa di prometeo;
-Dialogo di Torquato Tasso.....
-Dialogo della natura e di un islandese
- Dialogo di federico Ruysch e delle sue mummie.
Martedì scorso Giovanni Cavadi, cugino di Augusto e nostro ospite, anche lui di professione psicologo ha, cercato (non se ne può più!) di ricondurre il pensiero del nostro Leo alla sua biografia e alle sue nevrosi, ma è stato giustamente zittito dai fischi dei non psicologi che hanno notato che c'è una sorta di misteriosa epidemia nelle nostre cene dove psicologi e psichiatri continuano a diffondersi come virus.
Abbiamo, invece, gradito il pentimento di Armando che, dopo avere sacccheggiato senza ritegno, la volta scorsa, la vita privata del nostro Leopardi, ha deciso di consegnarci tutte le copie del libro da cui aveva tratto le lettere intime che ci ha letto, promettendo solennnemente che d'ora in poi si occcuperà di filosofia e non più di Gossip.
Abbiamo, quindi, analizzato il pensiero di Leopardi sull'infelicità umana imputabile, in buona sostanza, ad un desiderio di felicità senza limiti che ci accompagna e che è, fatalmente, destinato a rimanere insodddisfatto. Maria Ales ha spiegato che se nelle persone c'è una disposizione eccessivamente narcisistica, un amor proprio smisurato che non è capace di confrontarsi in modo adulto con la contingenzxza e la realtà, l'esito non può che essere l'insoddisfazione che, in Leopardi, ha assunto i trattti di un pessimismo cosmico.
Molto utile, infine, il contributo di Augusto che ci ha suggerito una chiave interessante con la quale interpretare ciò che muove gli stati d'animo di Leopardi. Augusto ha ripreso, infatti, le riflessioni di Citati in un brano che alcuni di noi abbiamo commentato in occasione delll'ultima "domenica laica" a proposito della differenza tra amore erotico ed Agape:
l'amore erotico sarebbe quello di cui parla Platone, frutto del desiderio e, quindi, di una mancanza ("poenia") cui vorremmo porre rimedio. L'agape sarebbe, invece, un'amore che non scaturisce da povertà ed indigenza ma, al contrario, da un senso di pienezza e di autorealizzazione che ci porta a volere dare ad altri con spirito di gratuità, l'amore di cui - durante stati di grazia purtroppo così rari - trabocchiamo.
Ad Augusto, appunto, il travaglio di Leopardi ricorda la ricerca del primo tipo di amore, quello erotico che effettivamente, disgiunto dall'altro, non può darci la felicità che cerchiamo.
Com'è ovvio, quì parliamo di Eros in un senso più profondo e meno prosaico di quello a cui siete abituati! Per riflettere sul fatto che certe deviazioni e volgarizzazioni derivano da una banalizzazione del sesso che nulla ha a che fare con l'Eros di cui parla Platone, vi lascio con una profonda riflessione di uno dei più acuti biblisti dei nostri giorni
A martedì
Pietro
Sodoma era una città di sodomiti in cui nessuno si affacciava al davanzale perché anche in famiglia ci si fidava poco.Giobbe Covatta

sabato 16 febbraio 2008

il neutrino, l'uomo e l'Universo


Grazie a Giovanni perché quando lo leggo parlare di scienza mi fa volare alto come quando ascolto o leggo di filosofia o di arte. Poi però, soprattutto leggendo o ascoltando di scienza e filosofia, penso che il pensiero umano è affetto dalla sindrome della “prospettiva” o del “punto di vista”. Immaginiamo infatti che un neutrino fosse dotato di ragione umana e, attraversando una montagna non essendo “disturbato” da nulla, pensasse di viaggiare in un spazio infinito più vuoto che pieno e ipotizzasse di “stringhe”, di “frattali” e di “caos” senza potersi accorgere che invece sta attraversando una struttura fatta di leggi fisico-chimiche ben precise.
La conclusione, almeno la mia, è che solo l’accettazione del Mistero sarebbe a noi concessa accompagnata da un inevitabile atto di rinuncia o di fiducia che presupponesse solo un Progetto, un Senso dell’essere e/o del divenire per noi impossibile da conoscere. Conforto solo: l’irrazionale che è in noi.

“………..così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.”

venerdì 15 febbraio 2008

Natura matrigna e un po’ depressa



"Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna: parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi".

Leopardi Cantico del gallo silvestre


La convinzione profonda che l’universo (e quindi il mondo, la realtà, il tutto…) è destinato a perire, anche se in tempi, appunto, cosmici è radicata nella teodicea largamente (e stranamente?) condivisa oggi da laici e religiosi, da clericali e anticlericali. La profezia di distruzione è contenuta nel mito di creazione. Scaricatasi la molla del fiat lux primigenio, regnerà il disordine, l’entropia, la morte termica.

L’idea che l’universo è emerso da un punto singolare (da una singolarità – irripetibile?) situato in qualche modo prima dello spazio tempo e contenente un’infinita densità di materia, e che esso si è espanso da allora, ma è destinato a spegnersi, è rimasta la pietra di fondazione della cosmologia contemporanea. La base concettuale di questa credenza riposa sulla teoria generale della relatività di Einstein del 1916, le cui equazioni suppongono che la distribuzione della materia nel cosmo sia omogenea, in qualsiasi direzione si voglia guardare. L’omogeneità della materia è propedeutica alla cosmologia del big bang (piccola nota filologica: il termine ‘big bang’ era in origine un motto derisorio, coniato dall’insigne astrofisico Fred Hoyle, che non credeva alla teoria dell’esplosione iniziale, da lui bollata a fuoco come ‘un’idea da preti’). In seguito è stata osservata la recessione delle galassie, interpretata come fuga da un punto di origine, ed è stata scoperta (negli anni 60) una sfera isotropica (uniforme) di radio-onde, accreditata come radiazione fossile dell’esplosione iniziale, e ciò ha rafforzato la fede nella teoria. Da allora essa regna sovrana.

Tuttavia, negli ultimi anni la sacralità dei suoi presupposti è stata messa in questione. Un gruppo di ricerca dell’Università di Roma La Sapienza, diretto dal prof. Luciano Pietronero, sostiene che l’universo non è omogeneo. La distribuzione della struttura cosmica non è la stessa ovunque si osservi. La loro convinzione si basa sul fatto che le galassie e i gruppi di galassie sono avviluppate, ed embricate in complesse strutture. Il viluppo persiste anche alle scale più grandi che si possano osservare (come i super-cluster di galassie). Si è aperto così un vigoroso dibattito tra chi sostiene che su una scala più ampia di quella che per ora è possibile studiare l’omogeneità dell’universo apparirà evidente anche ai più impenitenti increduli, e chi ribatte che il cosmo è per ogni dove grumoso, zeppo di barriere, nodi, e linee d’unione che lo intersecano e incatenano. Il gruppo di Roma rivendica che l’universo di fatto è un frattale. Un buon esempio di frattale è il cavolfiore: se lo tagli in parti via via più piccole ritroverai sempre la stessa struttura. Come in alto così in basso. E così gli alberi, gli estuari dei fiumi, o la linea di una costa marina. Una struttura che si ripete all’infinito. Attraverso la matematica dei frattali e del caos (B. Mandelbrot) si possono comprendere sistemi complessi che si auto-organizzano, e creano strutture auto-simili a scale differenti.

A. Rej ha proposto nel 1999 la visione di un cosmo multifrattale, dotato cioè di filamenti di spessore e forza diversi. I filamenti di un certo tipo formano un mono-frattale; tutti i diversi frattali compongono il multi-frattale. L’universo multi-frattale appare simile a quanto osserviamo nei vortici turbinanti di acqua, fuoco o nuvole, che si attorcigliano, si fondono, si allontanano; che esplodono in filamenti, lacci, annodamenti. Si crede che queste turbolenze caotiche siano comprensibili solo con metodi statistici; nella nostra nozione di spazio e tempo e nell’approccio che abbiamo verso la natura, si impone, tra gli altri, il concetto della causalità locale. Tuttavia alla fine risulta che nel cuore della turbolenza riposa un motivo che rimane uguale a tutte le scale, per distanti che siano. Come nelle bambole russe, le repliche si susseguono identiche le une dentro le altre, sempre più piccole. Ma la cosa è più interessante: se rompi queste bambole, troverai identiche sembianze nei pezzi sparsi. Non ti puoi liberare dell’intero tramite la sua suddivisione. Ciò è diametralmente contrario alla credenza scientifica che la natura può essere spezzata nei suoi costituenti fondamentali, e che dalla conoscenza delle interazioni locali si può risalire alla totalità. Invece, fin dove possiamo gettare uno sguardo, l’universo si riflette nelle più piccole strutture. E questo suo riflettersi non riempie lo spazio, al contrario: buchi e vuoti dovunque perforano le strutture.


E una nuova prospettiva assume anche la questione determinismo versus caos. Supponiamo che le bambole russe siano fatte di un materiale trasparente e che sul corpo di ogni bambola sia stato tracciato un motivo floreale. Dopo averle assemblate una dentro l’altra, ruotandole a un angolo fisso una rispetto all’altra, guardando all’insieme dall’esterno si noterà un disegno molto complesso e indistinto; per quanto ognuna riporti un segno razionale e ben organizzato la vista complessiva risulterà equivalente a un caos. Il flusso delle turbolenze è molto simile. Ad ogni scala esiste un certo motivo di flusso, ma quando i diversi moti vengono osservati insieme il flusso appare straordinariamente caotico e indecifrabile. Potremmo dire che il caos indeterminato apparente sulla scala locale riposa su un perfetto ordine sulla scala globale.

Le caratteristiche più importanti delle strutture cosmiche sono i filamenti, i cappi, i nodi. Queste strutture filamentarie vengono osservate a tutti i livelli, dalle nebulose ai super-cluster di cluster di galassie e anche oltre. La presenza di nodi e filamenti rende una regione più disomogenea. Queste strutture non omogenee si evolvono su uno sfondo più uniforme. I filamenti si incurvano, si tendono, si aggrovigliano; si formano nodi, si rompono nodi e corde. L’annodarsi e lo snodarsi dei filamenti, la stretta e lo sciogliersi dei nodi generano forze di attrazione e repulsione. Allo sgarbugliarsi dei nodi avvengono violente eiezioni che rendono la regione locale un sistema in espansione. Nel caso opposto, quando i nodi si formano e si stringono, il disordine circostante viene ricondotto all’ordine e attratto verso le strutture disorganiche con lo sfondo. Così la dinamica dell’universo cambia ripetutamente da una fase di accumulazione e crescita , a una di rottura e dispersione. La tensione nei filamenti avvolti a spirale genera forze attrattive. Quanto più il processo ordinativo va avanti, quanta più tensione si sviluppa nel sistema. Giunto al punto critico il sistema si frattura, e una forza repulsiva proietta le sue strutture nei dintorni. Una volta che la dispersione prende spazio e il disordine cresce, il sistema reagisce costruendo strutture annodate. I nodi arrestano il disordine e rimettono in gioco ancora una volta la forza di attrazione. In questo modo l’universo eternamente pulsa dalla crescita alla decadenza e viceversa, su tutti i livelli, le regioni e le scale del suo essere.

La fluttuazione tra crescita e caduta è una condizione a priori per l’esistenza dell’universo. Tramite il meccanismo di contrazione ed espansione, informazioni arrivano dalla struttura globale a quelle locali, e similmente un feedback parte dalla regione locale e perviene al livello globale. Questa relazione simbiotica è necessaria per il meccanismo della sopravvivenza. Solo in questa guisa mondi in perenne mutamento possono vivere immersi nell’universo senza tempo.

In contraddizione con l’ipotesi del big bang, la teoria di Rej pone il tempo in una prospettiva di eternità, mentre l’universo rinasce perennemente dalle sue ceneri, autoregolando la sua dinamica di flussi, contrazioni, relazioni, reazioni. L’universo non fu, mai; e mai sarà. Esso è eternamente qui, sempre lo stesso: le potenze generatrici «non avvennero mai, ma sono sempre: l'intelli­genza le vede tutte assieme in un istante, la pa­rola le percorre e le espone in successione» (Sallustio Sugli dèi e il mondo, IV, 8).



Rif.:

Anup Rey – Timelessness in time


domenica 10 febbraio 2008

Problemi nel blog

Cari tutti, oggi ho effettuato più accessi e non ho mai avuto problemi di alcun tipo. Ho comunque modificato l'ultimo post togliendo quei riferimenti incomprensibili. Inviterei chiunque ancora dovesse avere problemi a segnalarli commentando questo post.

sabato 9 febbraio 2008

Pare normale, ma non lo è...



Sull’ultimo numero di “Mente e cervello” compare un lungo articolo sul cosiddetto paranormale. Più che una indagine rigorosa, secondo me vuole essere un breve e sintetico resumè di cose note e meno note sulla fenomenologia di massa legata all’interesse sul paranormale. Della serie: “Possiamo crederci?…..Uuuhmm !!!”. A me pare inutile stare a contestare o ad acclamare in modo tifosesco le une o le altre opinioni o visioni sull’argomento. Insisto sul fatto che non vi può essere una rigorosa indagine ufficiale su questi fenomeni, che possa esulare un soggetto curioso a sperimentare da sé. E’ come le prove su strada di Quattroruote. Se ti dicono che una nuova automobile fa 25 Km con un litro, puoi crederci o meno, puoi credere o meno a chi l’ha comprata. Ma devi sempre provarla per vedere se è vero. E’ un vicolo cieco, non si esce. Come sperimentatore di queste magagne assurde, e come componente di una scuola di pensiero e di vita che fa questo di mestiere, cioè “smanettare col cosiddetto paranormale”, avrei tante cose da racontare, ma in generale non mi piace parlare con gli scettici, cioè quelli che pensano e agiscono per partito preso (come gli autori dell’articolo). Preferisco confrontarmi con i pensatori liberi, pronti a scoprire l’assurdo. Perché l’assurdo, il misterioso, è per me il sale della vita. Nell’articolo si accenna tra le altre cose ad un americano che ha messo in palio un milione di “dollari” da confeire a chi riesca a dimostrare pubblicamente qualcosa di paranormale. Ma vi “pare normale”? Secondo voi, se qualcosa di paranormale fosse dimostrabile “scientificamente”, che paranormale sarebbe? Diventerebbe normale, sarebbe un paradosso, una ridondanza. Il paranormale, o meglio l’ultranormale, se esiste, è indimostrabile per principio, perché se è descrivibile attraverso qualsiasi cosa già conosciuta, è allora normale come le cose che sono servite a descriverlo. Esiste solo qualcosa che non si è ancora compresa, ma per comprenderla bisogna fare dei salti di logica, uscire dagli schemi, aspettarsi di tutto, sconfiggere le paure. Allora si comincia a vedere. Cosa? …Perché non provi da te?! Quando si osserva un fenomeno che consideriamo paranormale, le persone sono portate all’inizio a ridurlo attraverso la comune razionalità. E’ come l’italiano, che ovunque vada, anche in Nepal, pretende di mangiare il piattazzo di spaghetti. Bene, che se lo mangi. Io preferisco mangiare quello che trovo; a volte può far senso, ma il nuovo si comporta stranamente così. E’ una porta blindata che non ha chiavi, e nemmeno serrature. La devi sfondare, se hai il coraggio e l’astuzia, e la perseveranza. Ma se l’apri, e provi ad entrare, la porta ti si chiude alle spalle. Così gli altri non potranno entrare e curiosare, a meno che non riescano a forzarla come hai fatto tu. Cosa è normale, e cosa non lo è? E interessante rispondere a questa domanda. Magari si scopre che il normale è noia, e il consueto è paranoia. L’ultranormale invece è divertente, poiché vuol dire che ancora abbiamo tanto da scoprire. Significa che la nostra mente consueta ha solo “preteso” di vederci chiaro. Leopardi ad esempio, non è normale. E nemmeno era normale ciò che ha visto Emily Dickynson (altro articolo nella rivista), vivendo tutta la vita dentro una camera. Dalla quale però poteva ammirare l’Universo intero. A volte la Mente ed il Cervello fanno a pugni col Cuore e l’Immaginazione. Ma è solo perché siamo parziali ed incompleti. Lo sappiamo che un Dio non tanto amico, mentre dormivamo, ci ha portato via una costola, ci ha spezzati in due. E poi con un bel calcio nel sedere, ci ha cacciati da un Paradiso artificiale nel quale aveva tentato di imprigionarci, un luogo dove ci aveva proibito di nutrirci di conoscenza, e di scoprire il segreto della vita, forse non solo di quella biologica… Ciao Giacomo, ciao Emily, ciao Federico. Vi ringrazio; vi vorrò sempre bene. Mi basta quel che avete raccontato, perché non abbisogna di dimostrazioni. Voi non vincerete mai un premio da un milione di dollari. Ma avete già vinto ben altro, avendo varcato la misteriosa porta a testa alta.

mercoledì 6 febbraio 2008

ECHI


L'ombra si è addormentata sul prato,
le sorgenti cantano.
Di fronte all'ampio crepuscolo invernale
il mio cuore sognava.
Chi potrebbe comprendere le sorgenti,
il segreto dell'acqua
appena nata, questo campo nascosto
ad ogni sguardo
dello spirito, dolce melodia
più pura delle anime?
Lottando sotto il peso dell'ombra,
una sorgente cantava.
Mi avvicinai per ascoltare il suo canto,
ma il mio cuore non capiva nulla....
...Ma io sento nell'acqua
qualcosa che mi scuote..., come un'aria
che agita i rami della mia anima....
Il silenzio rotondo della notte
sul pentagramma dell'infinito.
Me ne vado nudo per la strada
carico di versi
perduti.
Il nero crivellato
dal canto del grillo,
ha questo fuoco fatuo,
morto,
del suono.
Questa luce musicale
che lo spirito
intuisce.
Scheletri di farfalle a mille
dormono nel mio recinto.
C'è una giovinezza di brezze pazze
sopra il fiume.
G.Lorca, 1919,1920.
L'anima,
sempre e per sempre: più a lungo di quanto la terra
sarà solida e bruna, di quanto il mare avrà flussi
e riflussi.
Scriverò le poesie della materia, credo che siano le più
spirituali,
Scriverò le poesie del mio corpo e della mia mortalità,
Così darò a me stesso le poesie della mia anima e
della mia immortalità. ...
W.Withman, 1882.

sabato 2 febbraio 2008

i due leopardi




Leopardi e la sua ombra, ovvero la ragione e il sentimento
Cari cenacolanti
Vi ricordo che Martedì 5 febbraio proseguiremo gli incontri sulle operette morali di Leopardi.
Abbiamo concordato di confrontarci sulle seguenti altre cinque operette:
- Proposta di premi...
- Dialogo di un folletto e di uno gnomo;
- Dialogo di Malambruno e di farfarello;
- Dialogo della natura e di un'anima;
- Dialogo della terra e della luna.
Per i più volenterosi anche: la scommessa di prometeo e il dialogo di un fisico e di un metafisico.
Il garante della privacy e l'autority per le comunicazioni ci hanno assolutamente vietato di proseguire con il saccheggio della vita privata di Leopardi che è stato sottoposto ad una vera e propria gogna senza possibilità di difendersi.
In effetti martedì scorso abbiamo toccato il fondo con Armando Caccamo che, dopo aver letto, con morbose sottolineature, una corrispondenza privata di Leopardi con un amico acquisita illegalmente, ci ha fatto anche ascoltare delle intercettazioni telefoniche che frugano inammissibilmente nella vita intima di un genio che, invece, andrebbe giudicato solo in base a quello che scrive e che pensa.
Apprezzabile, invece, la saggezza di Donatellla Ragusa che, anche sul Blog, ci ha invitato a concentrarci sulle immortali opere del grande poeta.
Donatella ha conferito alle nostre cene un prezioso patrimonio di saggezza e di intelligenza. La volta scorsa, abbiamo anche apprezzato la sua modestia quando ci ha confessato di essere una psichiatra un po' infantile.
Sono sicuro che, con il nostro aiuto, crescerà benissimo.
Pietro

sabato 26 gennaio 2008

CANTO



Passata è la tempesta; odo augelli far festa e la gallina tornata in su la via, che ripete il suo verso.
Ecco il sereno rompe là da ponente, alla montagna; sgombrasi la campagna, e chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato risorge il mormorio torna il lavoro usato.
L'artigiano a mirar l'umido cielo, con l'opra in man, cantando, fassi in su l'uscio; a prova vien fuor la femminetta a còr dell'acqua della novella piova; e l'erbaiuol rinnova di sentiero in sentiero il grido giornaliero.
Ecco il sol che ritorna, ecco sorride per li poggi e le ville.
Apre i balconi, apre terrazzi e logge la famiglia: e, dalla via corrente, odi lontano tintinnio di sonagli; il carro stride del passegger che il suo cammin ripiglia.
Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita quand'è, com'or, la vita? Quando con tanto amore l'uomo a' suoi studi intende? O torna all'opre? O cosa nova imprende? Quando de' mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d'affanno; gioia vana, ch'è frutto del passato timore, onde si scosse e paventò la morte chi la vita abborria; onde in lungo tormento, fredde, tacite, smorte, sudàr le genti e palpitàr, vedendo mossi alle nostre offese folgori, nembi e vento.
O natura cortese, son questi i doni tuoi, questi i diletti sono che tu porgi ai mortali. Uscir di pena è diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto che per mostro e miracolo talvolta nasce d'affanno, è gran guadagno.
Umana prole cara agli eterni! Assai felice se respirar ti lice d'alcun dolor: beata se te d'ogni dolor morte risana.


giovedì 24 gennaio 2008

Nietzsche e Leopardi

Pietro ha perfettamente ragione. Nietzsche, Leopardi, Dostoevskij (da Nietzsche molto amato) sono tra i massimi psicologi che la cultura europea abbia generato. Il primo scrive di se stesso parole come queste: «che nei miei scritti parli uno psicologo senza pari, questa è forse la prima conclusione a cui arriva un buon lettore –un lettore come lo merito, che mi legga come i buoni filologi di una volta leggevano il loro Orazio» (Ecce homo, in «Opere», Adelphi, vol. VI, tomo 3, pag. 314).

Leopardi costituisce una delle fonti più profonde e costanti dell’itinerario di Nietzsche, sia nella condivisione di molti contenuti e degli obiettivi posti al pensare, sia nella finale condanna del poeta il cui nichilismo viene accostato a quello di Schopenhauer e insieme a questo respinto.

In ogni caso, per Nietzsche Leopardi non fu solo un filologo poeta (in questo Nietzsche lo accomuna a Goethe, contrapponendo entrambi alla genia dei filologi soltanto eruditi) ma fu soprattutto un originale e acuto filosofo, le cui riflessioni di indole etica e metafisica sono di grande spessore. L’ontologia leopardiana, infatti, formula una articolata critica all'Idealismo e alla sua identificazione dell’essere con il bene.
Allo stesso modo di Nietzsche, Leopardi esclude qualunque Aufhebung –l’itinerario senza scarti verso la perfezione-, qualsiasi vittoria dello Spirito nel mondo, ogni forma ingenua e insieme tracotante di antropocentrismo. Ma contrariamente a Nietzsche Leopardi non crede possibile neppure alcuna forma di Überwindung, di oltrepassamento dell’umano in direzione della appropriazione di un’esistenza destinata comunque allo scacco.

fermate obbligatorie e fermate a richiesta

Leggere il post di Pietro, ma anche dei due Alberti , di Francesco e Donatella, mi richiama a rientrare nei ranghi e assaporare i contenuti delle operette di Leopardi con l’approccio di godersi l’opera di un genio con i suoi pensieri sublimi ma anche di un uomo con tutta la sua “umanità” . Il passo della prima operetta riportato da Pietro, mi ha richiamato quanto ho scritto (perdonatemi l’auto-citazione) molti anni fa:
“Fermarsi neutrali, quando la vita non lo impone, quando il lutto non c’è e il bivio è lontano. Fermarsi, per far muovere libero il pensiero.”
Ci sono nella vita “fermate obbligatorie” che ci fanno (o almeno tentano di farci) volare alto, ma quanto valgono di più le “fermate a richiesta”! quelle che ognuno di noi dovrebbe fare per libera scelta”, per esigenze artistiche, culturali e/o spirituali, cioè quelle di cui gli spiriti (come Leopardi) si sono nutriti, si nutrono e si nutriranno come indispensabile alimento per sé e per tutta l’umanità.
Armando

mercoledì 23 gennaio 2008

Le biografie sono importanti per capire, ma con Leopardi si è sempre esagerato, come se si dovesse per forza "spiegare" in modo deterministico la sua opera (della serie: uno struppiato non può che ragionare così...) per una certa resistenza ad immergersi senz'altro nelle sue struggenti riflessioni sull'esistenza e sul nostro destino.
Armando dice "torniamo ai fatti" ma, senza volere riprendere il dibattito su "fatti e interpretazioni", mai come nel caso della creazione artistica quello che conta sono le risonanze che ci procura l'incontro con l'opera d'arte, quello che evoca in noi. Non sarà che Leopardi richiama in noi interrogativi che preferiamo rimuovere?
Io sospetto che anche noi, pur così bene adattati e realisti, nascondiamo come lui un desiderio immmenso di felicità e di pienezza fatalmente insoddisfatto, solo che noi siamo stati al gioco del demagogo Giove (parlo della prima operetta morale, così cominciamo ad occuparci dei contenuti, come suggeriscono Alberto Biuso e Francesco Vitale e come ci implora lo stesso Leopardi) il quale Giove ci ha dato, per distrarci, tanti problemi più "concreti" e quotidiani da risolvere a cui dedicare tutte le nostre energie, ci ha implicato "in mille negozi e fatiche, ad effetto d'intrattenere gli uomini e distrarli quanto più si potesse dal conversare col proprio animo, o almeno col desiderio di quella loro incognita e vana felicità". Come Nietzsche, anche Leopardi mi sembra un grande psicologo.
Pietro

Le case dei filosofi (dei poeti, dei musicisti, dei pittori...)

Bene, cari amici. Una volta conosciuto tutto (o quasi) di famiglia, amori, delusioni, malattie, euforie, depressioni, mamme e contesti politici, non è opportuno e necessario passare ai contenuti? E quindi ragionare sui concetti, gustare i versi, farsi afferrare dalla musica, immergersi nelle forme di un dipinto?

Invece di rimanere sempre nell’anticamera biografica, perché non entrare negli splendidi palazzi della creazione, del sapere e della bellezza?
volevo solo commentare l'intervento di Alberto Biuso ma dato che ieri alla "cenetta" non si è parlato d'altro, il commento diventa un intervento:
come si farebbe a capire ed amare la musica del sax di Charlie Parker o la voce di Billie Holiday senza conoscerne la biografia tormentata e ribelle?! io penso che la nostra "anima" e la nostra capacità razionale sono figlie di un "unicum" fatto di energia e di materia inscindibile, vale a dire: della "persona" che siamo. Credo sia quanto meno azione monca voler distillare il prodotto del pensiero di un artista senza conoscerne la vita (con le sue miserie), come elemento valutativo dello stesso. Il soffio della creazione nel tempo o nell'eterno presente non è forse unico? Il guaio è che siamo condizionati da coloro che hanno valutato un'opera prima di noi dando pesi diversi ai vari aspetti, materiali e non, dell'artista (pesi determinati dal tempo e dalla cultura in cui avviene la valutazione).

lunedì 21 gennaio 2008

La vita è bella.Sottotitolo: Leopardi ed il pensiero divergente

Mi permetto ancora una volta di partecipare al dibattito su Leopardi spezzando nuovamente una lancia a favore di un possibile ottimismo, che è contenuto nei suoi scritti. Sapete bene che sono digiunotta di filosofia, però già aver letto il modo in cui Giacomo parla di amore nella sua prima operetta, mi ha convinto ancora di più che, possibilmente, anche lui pensava che una "filosofia dolorosa ma vera" non volesse dire automaticamente pessimismo, anzi. Trovo il coraggio di scrivere dopo i precedenti autorevoli contributi, non ultimo quello dell'autore stesso con la sua lettera che sembra scritta per noi ed inviataci tramite Marcella.
Sono alcuni giorni che rifletto sul concetto di "pensiero divergente". Basta usare un qualsiasi motore di ricerca per saperne di più, io ne ho la memoria da un corso di formazione fatto a Roma, da cui tornai come se avessi avuta una visione, per i giochini pratici che ci furono fatti fare, tanto per capire di che si trattasse.
Guilford distingue due modelli di pensiero: convergente e divergente. Il pensiero convergente è il ragionamento logico e razionale. Consiste in un procedimento sequenziale e deduttivo, nell'applicazione meccanica di regole apprese, nell'analisi metodica di dati. Si adatta a problemi chiusi che prevedono un'unica soluzione. E' il pensiero sollecitato anche dalla scuola.
Il pensiero divergente è il pensiero creativo, alternativo e originale. E' sollecitato da situazioni aperte, come quelle sociali, e che ammettono più soluzioni alternative. Secondo Guilford il pensiero divergente è misurato da 3 indici:
Fluidità: parametro quantitativo basato sull'abbondanza delle idee prodotte
Flessibilità:capacità di cambiare strategia ed elasticità nel passare da un compito ad un altro che richiede un diverso approccio
Originalità:capacità di formulare soluzioni uniche e personali che si discostano dalla maggioranza
Importante il richiamo all'
Autonomia di pensiero ed all' Autostima che Bandura definisce" il sistema immunitario della coscienza".
Il sistema immunitario non rende invulnerabili alle malattie, ma predispone l'organismo alla difesa e rende meno devastante un eventuale attacco dei virus. Così, l'autostima non preserva dal dolore o dall'errore, ma consente di affrontarlo più preparati e di uscirne meno danneggiati.
Finiti questi richiami da manualetto, mi piace pensare alla capacità di applicazione del pensiero divergente alla realtà fatta da Benigni nei suoi film, per me migliori: Down by law, Johnny Stecchino, Il Mostro e chiaramente il superpremiato La vita è bella (mi vengono ancora i brividi a riascoltare con la mente la voce della Loren che chiama Roberto sul palco). Secondo me Benigni ha accarezzato a lungo questo modo di guardare alla realtà, esprimendolo talora in modo parallelo ad una lettura convergente, per poi esplodere con sicurezza ed a tuttotondo nel film sui lagher.
Si poteva parlare meglio di amore, bellezza e, contemporaneamente di realtà dolorosa?
Un abbraccio, Donatella.


Cari cenacolanti, non potrò esserci Martedì sera a discutere con voi su Leopardi per concomitanti ed urgenti problemi “addiopizzari”. Me ne duole perché questi nostri incontri, indipendentemente dall’autore su cui si riflette, per il modo in cui ci relazioniamo, mi sollevano spirito e morale. In attesa dunque di conoscere quanto vi direte attraverso l’obiettiva sintesi di Pietro, contribuisco alla discussione sottoponendovi quanto in una lettera al De Sinner del 1832 scriveva Leopardi contro chi ha bisogno di giustificare la sua “filosofia disperata” accusando i suoi malanni. Le sue parole delineano da una parte la sua attenzione a voler essere “filosofo” dall’altra il suo rifiuto a considerare la sua visione della vita come risultato delle sue personali condizioni.
Buona cenetta
Un abbraccio
marcella
“Quali che siano le mie sventure, che si è creduto giusto sbandierare e forse un po’ esagerare in questa rivista, io ho avuto abbastanza coraggio per non cercare di diminuirne il peso, né con frivole speranze di una pretesa felicità futura e sconosciuta, né con una vile rassegnazione. I miei sentimenti verso il destino sono stati e sono sempre quelli che ho espresso nel Bruto minore. E’ stato proprio per questo coraggio che, essendo stato condotto dalle mie vicende ad una filosofia disperata, non ho esitato ad abbracciarla tutta intera; mentre, d’altro canto, è stato solo per effetto della debolezza degli uomini, che hanno bisogno d’essere persuasi del valore dell’esistenza, che si è voluto vedere le mie opinioni filosofiche come il risultato delle mie sofferenze individuali e che ci si ostina ad attribuire alle mie circostanze materiali, ciò che si deve solo al mio intelletto. Prima di morire, io voglio protestare contro queste invenzioni della debolezza e della volgarità, e pregherò i miei lettori di cercare di demolire le mie osservazioni e i miei ragionamenti piuttosto che accusare i miei malanni."

domenica 20 gennaio 2008

Leopardi e Schopenhauer

Caro Pietro e amici tutti,
vi ringrazio per l'aver preso in considerazione la mia breve analisi delle Operette.
Mi permetto di ribadire l'invito a leggere Leopardi nella sua profondità teoretica e non mediante un gossip storico che -alla fine- impedisce secondo me di comprenderlo.
Provate a leggerlo facendo lo sforzo di dimenticare tutto quello che sapete sulla sua vita, come se fosse un autore del tutto sconosciuto...

A motivare un invito così drastico c'è anche una clamorosa controprova e cioè Arthur Schopenhauer. Questo filosofo contemporaneo di Leopardi (1788-1860) era ricco, bello, un morettino che aveva un grande successo con le donne (non si sposò mai ed ebbe delle amanti da sballo) e -a partire dal 1848- conosciutissimo e ammirato in tutta Europa.
Eppure le affinità fra di lui e il nostro Giacomo sono grandissime. Schopenhauer critica in modo feroce e geniale ogni forma di idealismo metafisico, ottimismo antropologico, razionalismo gnoseologico, salvezza religiosa (e cristiana in particolare).

Contro Rousseau reputa che l'uomo sia naturalmente crudele e si unisca agli altri solo per bisogno, che il vero inferno sia questo nostro mondo che è il peggiore dei mondi possibili tanto che se lo fosse un po' di più sparirebbe proprio.
Contro ogni storicismo sostiene che la storia sia priva di senso e di scopi, che la cosa migliore ci sia preclusa perché consiste nel non essere mai nati. E rifiuta il suicidio anche perché vi vede un estremo atto d'amore verso la vita...

Tutto questo è pensato da un uomo a cui non mancava nulla. Come la mettiamo con lo stantio e banale luogo comune che affligge Leopardi fin dalle aule scolastiche? :-))

sabato 19 gennaio 2008

Con la prima cenetta su Leopardi abbiamo iniziato a riflettere su questo grande poeta che, prima di oggi, molti di noi non sospettavano potesse essere classificato anche fra i filosofi. Ma, come Augusto ci ha spiegato, questo riconoscimento è abbastanza recente ed anche per Nietzsche (chi lo avrebbe mai detto) è stato lo stesso: all'inizio neppure lui veniva considerato un filosofo!
Augusto ha introdotto le riflessioni su Leopardi partendo dal breve ma penetrante commento che ci ha fatto pervenire Alberto Biuso (che qualcuno confondeva con il nostro compagno di percorso Alberto Spatola).
Anche Augusto, come Alberto Biuso, riconosce che è riduttivo inscatolare Leopardi entro lo schema del pessimismo (ancorchè cosmico) ma, con Anna Pensato, ritiene che non fosse neppure un allegrone dedito agli scherzi ed alle goliardate e si è detto convinto del nesso tra le sue malandate condizioni fisiche e di salute e la sua filosofia. "Certo essere gobbi - ha spiegato Augusto - non significa essere filosofi, ma aiuta! Io, ad esempio, se fossi stato più alto e più bello, non mi sarei mai dato alla filosofia ma sarei diventato una star delle fiction televisive."
Sulla stessa linea, Armando ha fatto notare come non può essere un caso che i più grandi artisti e pensatori del passato fossero, nella vita di tutti i giorni, persone con seri problemi personali e relazionali. Sicuramente, ha continuato Armando, oggi non avremmo i loro grandi lasciti spirituali se Leopardi e Nietzsche fossero state persone più socialmente adattate e si fossero trovati un posto alla Regione.
Maria, questa volta più severa del solito, ha voluto sottolineare che Leopardi soffriva evidentemente di una banale depressione ma che è responsabile delle sue "non" scelte, del suo volersi crogiolare nelle sofferenze e rintanarsi nel chiuso delle sue stanze. Commoventi, a questo punto, gli slanci degli altri commensali che hanno cercato di difendere il "nostro" da queste accuse: Donatella (che pure nel blog lo ha definito ingenerosamente un "viziatello") ci ha ricordato che non sono spazi chiusi ed angusti quelli che Leopardi descrive nelle sue liriche che, invece, palpitano di un desiderio di spazi liberi e di infinito ed evocano il cielo stellato ed il cosmo intero: "Leopardi non è un pessimista ma un realista - ha concluso - dato che aveva il coraggio di volgere uno sguardo oggettivo sulla realtà". E Marcella ha continuato: "Non c'è una lamentosità sterile in Leopardi che, prima di contestarla, vuole guardare in faccia la realtà. Non c'è un crogiolarsi passivo di fronte alla vita e la sua protesta non è priva di progettualità: basta leggere la Ginestra, che è un inno alla fratellanza fra gli uomini ed all'amore".
Infine Alberto (Spatola): "Il substrato del filosofare è la vita, l'esperienza che se ne ha: é normale che le sfortunate ed infelici esperienze di Leopardi e Nietzsche abbiamo prodotto una filosofia "dolorosa ma vera".
Concordo, ed a questo proposito chiudo citando quella che, per me, è la più bella e vera poesia del nostro Giacomo: "La vita non è una gita" che fa :
Io penso che la vita
non sia una bella gita
come una scampagnata
di una gaia giornata
ma un viaggio andato storto
un caos all'aeroporto
con stress, disguidi e sbagli
e perdita bagagli.
Il prossimo incontro martedì 22 gennaio per il commento delle prime tre operette morali.
Ciao Pietro

mercoledì 16 gennaio 2008

Il piacere di aver fatti tutti i compiti assegnati


Da bravina ho terminato le letture per la nostra prossima cenetta; mi trabocca lo stupore per la modernità del nostro/vostro/loro Giacomino, per cui stasera l'ho invitato a cena, davanti ad una sontuosa fiorentina, sperando che possa bastargli per gufare un pò di meno.
Spero non porti il suo passero, con la fidanzata di turno, che già mi hanno reso difficile un breakfast.

Post scriptum: il suo cellulare l'ho avuto da un portuale di Ancona; gli chiederò se posso passarlo , se volete.
Donatella.

lunedì 14 gennaio 2008

Andrea Volpe mi chiede di pubblicare un suo contributo relativo ad un mio commento sul blog a proposito di "fatti e interpretazioni" in cui citavo una frase di Hartmann ( "Vi inviterei a rifiutare quella sorta di nominalismo dei fatti che svaluta il ruolo della percezione e della conoscenza. A questo proposito ho scoperto che un certo Hartman usava un esempio che credevo mio e che spiega molto: il suono nasce solo dall'azione reciproca tra vibrazione ed orecchio").
"L'adesione dello spirito al regno dei valori è come un legame con un altro mondo, quasi la sua disposizione ad ascoltare il richiamo che ne discende nel mondo reale, ad interpretare l'eigenza dettata dai valori....Il sentimento umano del valore è il protrarsi dello spirito vivente dentro l'altro mondo; o, piuttosto, al contrario, il protrarsi di questo mondo altro, in sè ideale e indifferente alla realtà, nel mondo reale. L'essere umano vivente, lo spirito personale, è il punto in cui il mondo reale si apre all'esigenza ideale che proviene dai valori.... L'uomo è quindi chiamato a mediare i valori del mondo reale>> Da N. Hartmann, Il problema dell'essere spirituale, Firenze 1971, pp. 209-210.
È importante notare che per Hartmann il regno dei valori è “oggettivo”, corrisponde al “cielo stellato” di Kant e, come questo, è riconoscibile da ogni uomo (fenomenologia)! Ovviamente, errori a parte, come quello noto come fallacia naturalistica. Su questo versante Hartmann approda all’ateismo, ma con una modalità tale che per lui si può, forse, parlare di “materialismo trascendentale”. Altri filosofi, invece, partendo dalla percezione di un mondo oggettivo di valori, si convincono a porre Dio come fondamento di ogni valore (v. D. Von Hildebrand).
Su questo punto c’è una trattazione affascinante su Privitera S. (ed.), Il volto morale dell’uomo. Avvio allo studio dell’etica filosofica e teologica (Facoltà Teologica di Sicilia - Istituto Siciliano di Bioetica - Collectio Moralis 1), ISB, Acireale (CT) 19992, pp. 61-77.

Andrea Volpe

...io vo comparando ...!

Carissimo Giacomo,
a questo punto ti scrivo anch’io, io che sono stato sempre un tuo profondo ammiratore, sin da quando ero appena adolescente. Non ho mai creduto fino in fondo alla figura che hanno voluto appiopparti, quella di un uomo che soffre dell’incomprensione altrui e della solitudine dettata da ciò che tu hai appreso di te da altri. Ho più creduto a Buzzati, quando ti ha definito un “alteta”. Sì, un atleta dell’anima e delle sue possibilità percettive.
E’ vero che a volte hai parlato male della Natura, ma era solo la tua parte razionale, attenta ed imperdonabile osservatrice, in perenne lotta con la tua parte più intuitiva e poetica, come gli insetti del prato. Hai saputo contenere la doppia identità dell'uomo: quella che si sconforta di fronte alla crudezza e all'abbandono, e quella che incomparabilmente riesce a sentire, e a scolpire in versi, l’eterno ed infinito Amore, quella forza misteriosa in grado di donare estasi senza tempo né ragione, senza luogo o contesto particolare.
Più di tantissimi altri hai sperimentato cosa significa amare al di là di ogni limite imposto, e solo per questo sempre sarai amato.
Adesso che, molto più in là, tu sperimenti questa condizione del puro esistere, sono sicuro che mi ascolti e che gioisci con me, quando nessuno può sentirmi ed io declamo ad alta voce i tuoi versi che spontaneamente emergono dalla mia memoria profonda. Non potrei tollerare d’esser preso per pazzo, nemmeno attraverso il sorriso imbarazzato di un’amica occasionale… Allora la mia voce tuona non soltaria esattamente come la tua, di fronte all’orizzonte del mare e all'aspra salsedine che aggrdisce le colline fossilizzate: insieme saremo al confine dell’infinito, la netta demarcazione che tu sapevi gregiamente “fingerti”, come una parte di te stessso. Insieme rivedremo le aperte valli della luce finissima: campagne deserte ed abitate al contempo. Dove nessuna azione è proibita o strana, tu mi capisci. Allora io sarò libero come te, insieme alla tua presenza eternamente eterna.
Quando la mia voce si unisce alla tua io comprendo, lontano dai libri di scuola e dalle accademie di pensiero, la tua forza difficilmente raggiunta da altri pensatori.
In te intuizione, poesia, comprensione, saranno per sempre una cosa sola.

domenica 13 gennaio 2008

Ricordando Roland Barthes


"parole..parole..parole..", ognuno di noi ha ancora il ricordo delle voci reciprocamente graffianti e profonde di Mina ed Alberto Lupo, mentre da quel giorno non si sono più potute regalare caramelle, senza aver chiesto, o essere presi per chiedere qualcosa in più. Un blog vive di "pensieri e parole" (caro buon Lucio Battisti!) ed è chiaro che attraverso essi/esse ci si vuole confrontare. Ultimamente in questa sede,abbiamo fatto parecchio ricorso al concetto del dire e del parlare, ora come cose distinte e separate dai fatti e dal fare e lavorare, rispetto cui potrebbero risultare distrattive, ora come mezzo per la comunicazione della personale lettura ed interpretazione della realtà, mediante la percezione e la conoscenza, al di là del "nominalismo dei fatti", ora con il sottile timore che quanto detto potesse risultare ovvio. Anche io credo molto nella fantasia, nell'intuizione ed in tutte le sensazioni in genere, che mesi fa parecchi tra noi abbiamo equiparato, nelle cenette, a mezzi di conoscenza di pari dignità della ragione; però in tutto questo la mia testa funziona in modo un pò meccanico e leggere la parola "ovvio" è stato come avvertire un impulso irrefrenabile a cliccare sul link della parola, il che in pratica è significato prendere dallo scaffale il mitico "L'ovvio e l'ottuso" di Roland Barthes e sfogliandolo interrogarmi sul mio interesse a stare e partecipare alle cenette. Si, perchè la prima sovrapposizione percettiva che ho avuto è stata tra me, presente alle cenette, e Fantozzi, presente al dibattito del cineforum aziendale sulla "Corazzata Potemkin" di Ejzenstein, visto che un capitolo del libro è dedicato a questo film. R.B., argomentando di semantica delle immagini, di questo film, parla di un primo livello informativo di comunicazione (scenario costumi, personaggi, etc.), di un secondo livello simbolico di significazione (attraverso l'uso dei simboli è evidente il senso della rivoluzione) e di un terzo livello che definisce significante (eccede e travalica il significato)...poetico. Definisce senso ovvio il secondo livello dei simboli di cui è carico il film, una sorta di "decorativismo" funzionale alla "verità enfatica del gesto nelle grandi circostanze della vita" (Baudelaire). Esso è intenzionale e prelevato in una sorta di lessico generale, comune, che mi cerca in quanto destinatario del messaggio...viene incontro a me...obvius significa che viene incontro. In quanto all'altro senso, il terzo, quello che è "di troppo", come un supplemento che la mia intellezione non riesce bene ad assorbire, ostinato e nello stesso tempo sfuggente, liscio e inafferrabile, propongo di chiamarlo il senso ottuso...obtusus significa che è smussato, di forma arrotondata... uno smussamento di un senso troppo chiaro, troppo violento. Barthes fa riferimento ai particolari che appaiono fuori luogo o eccessivamente caricaturali rispetto ai personaggi; continuando ricorda come l'angolo ottuso sia più grande dell'angolo retto ed afferma che anche il terzo senso, l'ottuso, gli sembra che sia più grande che non la perpendicolare dritta e tagliente del racconto..che apra il campo del senso totalmente, cioè infinitamente. Sono disposto ad accettare per questo senso ottuso la connotazione peggiorativa: sembra spiegarsi al di fuori della cultura, del sapere, dell'informazione; analiticamente, ha qualcosa di derisorio; in quanto apre all'infinito del linguaggio, può apparire limitato nei riguardi della ragione analitica...sta dalla parte del carnevale. Quindi ottuso va proprio bene. Più avanti chiarisce che questo senso ottuso è come uno sfogliato di senso che lascia sempre sussistere il senso precedente, come in una costruzione geologica; dire il contrario senza rinunciare alla cosa contraddetta. E' in queste parole che aggancio il mio stare alle cenette ed i nostri conversari; forse siamo tutti alla ricerca di un poetico, sfuggente infinito. Il fatto che poi Barthes, con il suo libro sulla mitica corazzata, abbia sancito la fine dei cineforum ad essa dedicati è un merito di cui penso gli siamo tutti riconoscenti e grati.

sabato 12 gennaio 2008

Se Silvia fosse stata meno fuggitiva.....


Questo blog è interessante e permette il confluire di visioni anche molto diverse di fatti, idee , e persone. Forse dovrebbe essere un po più centrato sul tema delle "cenette filosofiche ", ma certamente è un buon agorà per discutere e dialogare. Su Leopardi, per esempio , si sono espressi, in modo molto diverso, alcuni amici cenacolanti. Non riesco a vedere il Poeta dell'Infinito come un viziato. Semmai lo vedo come un infelice , che ha fatto della propria infelicità la radice della propria ispirazione poetica , e la trama sottile della propria visione filosofica , espressa nelle operette. Ma L. resta indiscutibilmente grande, in quanto la grandezza delle sue opere non è data dalla grandezza della sua personale infelicità, ma dalla capacità artistica con cui ha espresso tale infelicità. Quello dell'infelicità è un tema che può essere condiviso facilmente da qualunque essere umano , almeno in alcuni momenti della vita, e ciò rende Leopardi universale e particolarmente caro a chi condivide tale angolatura esistenziale. In particolare Leopardi è il poeta dell'età adolescenziale , età in cui più spesso ci si confronta con alcuni motivi di sofferenza esistenziale ( solitudine , dismorfofobie , delusioni , ricerca dei perchè dell'esistenza, etc etc. ). E' facile immaginare ( l'ho detto anche durante la cenetta ) che un diverso atteggiamento di Silvia (per esempio) , più compiacente e disponibile, meno "fuggitiva " rispetto al poeta , avrebbe regalato a Giacomo alcuni momenti di estasi corporea , ed avrebbe, forse , privato tutti noi di una poesia molto bella. Il nocciolo dell'ispirazione poetica e filosofica del Recanatese ha a che fare, è inutile negarlo , con le sue note vicende biografiche e familiari, e questo giudizio non vuole essere affatto riduttivo rispetto alla qualità eccezionale della sua produzione, che resta valida e mirabile al di là della stessa biografia. Grande dunque Leopardi , ma infelice. Forse diventato Poeta e Filosofo per una donna che era si ridente , ma troppo fuggitiva

venerdì 11 gennaio 2008

Thinking Blogger Award

Siamo quindi in corsa per il "Thinking Blogger Award". (Vedi commento all'ultimo post di Donatella). E' un premio ai siti più meritevoli per i contenuti e si assegna tramite catena di blog. Anche il nostro Giacomino si lascerebbe sfuggire un controllato sorriso.

mercoledì 9 gennaio 2008

Caro realistico Giacomo,

quando ti studiavo, mi eri proprio antipatico ed anche ora che, dopo tanti anni, ti ritrovo come autore scelto da stimati e coltissimi commensali di cenette, il fatto che tu abbia chiamato "morali" le tue "operette", non ti rende ai miei occhi più simpatico. Si perchè ci vuole più coraggio Giacomino, l'hai detto tu stesso: di morale in questa realtà così attenta solo al suo corso, c'è ben poco e se di morale si può parlare è nel senso che si usa per dire morale di una favola, di un racconto, di un discorso, di un avvenimento, di un fatto...L'HO DETTO!.. DI UN FATTO. Ben ti viene in aiuto, ancora oggi Umberto Eco a ricordarci che "accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa ma vera" significa accettare che ci sono fatti, ci sono realtà che resistono a tutte le possibili interpretazioni. E ben ti viene ancora in aiuto la passione nascosta in uno dei cassetti (chiamo così, mi perdonerai, i commenti ai post) di questo blog che ci ricorda la necessità di faticare e lavorare per accettare i fatti, perchè è più facile, lo dici pure tu, mi sembra, dissimulare l'infelicità umana. La distinzione di Eco, caro Giacomo, mi ricorda, tra l'altro, una distinzione valutativa che bisogna talora ricercare in ambito giuridico tra fatti e "fattoidi" (cfr. Gulotta) ove con questo termine si intendono eventi che grazie al contenuto dato da interpretazioni personali, possono assumere la valenza di fatti. Che poi Eco deve avere presente che, come rileva Popper, “la falsificabilità separa due tipi di asserzioni perfettamente significanti: le falsificabili e le non falsificabili. Essa traccia una linea all’interno del linguaggio significante, non intorno ad esso”. Verrebbe di non parlare più e starsene zitti. Tu davanti all'infinito dici di sgomentarti, perchè poi ognuno di noi sceglie un pò l'identità con cui si presenta al mondo e tu, lasciatelo dire, da viziatello, non hai mai smesso di commiserarti e piangerti addosso, ma non fa gioco e non importa rispetto agli spazi di infinito e di realtà da cui poi ti lasci riempire l'anima, tanto da avercene lasciato descrizioni sicuramente pregevoli nel realismo, nella sensibilità e nei particolari. Però non mi piaci tanto, te lo devo dire, perchè non riesci a reggere la verità e piagnucoli, nè penso che bisogna per forza consolarci l'un l'altro in alternativa al mentirsi ed al dissimulare. Penso che vivere alla luce dei fatti apre ad una sensibilità personale più vigile e sincera verso l'ambiente e le relazioni umane e tu lo sai e ce ne hai dato prova; l'unico particolare, è che fra le cose più difficili per un essere umano è reggere la solitudine e l'incertezza che può scaturire da una filosofia dolorosa ma vera, rispetto cui anche un malanno è rassicurante, ma già a te l'infinito sgomentava. Pazienza. Mi puoi venire in sogno per discutertela e..portami numeri buoni da giocare. Donatella.

fatti e interpretazioni

Qualche settimana fa sulle pagine de “l’Espresso” Eugenio Scalfari, commentando l’ultimo libro di Umberto Eco “Dall’albero al labirinto” e a proposito del fatto (inteso come realtà oggettiva) e le sue interpretazioni, sostiene che “ i fatti sono muti perché materia interpretabile. I fatti sono…… fenomenologia. Oggetto di sguardo e lo sguardo di per sé è un’interpretazione né può essere altra cosa perché è il mio sguardo e non quello di un altro……. Ecco perché la realtà è relativa ed ecco perché non esiste alcuna possibilità che il fatto opponga resistenza alla mia interpretazione se non con un’altra interpretazione” (e cita Nietzsche: “il ccntro non esiste”)……. Il centro è dappertutto e cioè in nessun luogo”
Umberto Eco sullo stesso periodico gli risponde: “possiamo fare tre affermazioni: 1)Non ci sono fatti ma solo interpretazioni (relativismo radicale); 2) Tutti i fatti li conosciamo attraverso la nostra interpretazione (affermazione ovvia); 3) La presenza dei fatti è dimostrata dal fatto che alcune interpretazioni proprio non funzionano e dunque ci deve essere qualcosa che ci obbliga a buttarle via.” Spesso si fa confusione fra questi tre tipi di affermazione. Eco propende per la terza affermazione: “ Quel qualcosa che sfida la mia interpretazione io lo chiamo fatto, i fatti sono quelle cose che resistono alle mie interpretazioni.” Insomma per Eco “i fatti sono quella cosa che, non appena li interpretiamo in modo sbagliato, ci dicono che a continuare così non si può andare avanti.” E questo è condiviso da molti filosofi e scienziati.
Ora vorrei che, visto che in fondo si parla di “realtà” e “verità”, commentassimo queste considerazioni che a me sembrano interessantissime ma che sono sempre “affette”
da una visione antropocentrica e, senza scomodare gli extraterrestri di Francesco Vitale, non tengono conto che ci potrebbero essere interpretazioni non umane (si pensi al mondo animale) che potrebbero mettere in crisi le affermazioni di Eco (benché io per “vocazione” penso che siano condivisibili!!!!). Auguri buon anno a tutti
Armando

sabato 5 gennaio 2008

Da Alberto Biuso un bel messaggio di incoraggiamento al gruppo ed alla sua ultima scelta

Cari amici,
una scelta eccellente, quella delle Operette leopardiane.
L'Autore secondo me è non solo uno dei massimi poeti italiani di sempre ma anche un filosofo originale e profondo.
Il suo pensiero è di una tale ricchezza da esulare rispetto a categorie insufficienti come "pessimismo" e "ottimismo", nelle quali manuali scolastici e menti pigre continuano a volerlo intruppare.
Le Operette sono uno dei pochi libri italiani radicali, espliciti sulla natura e sulla storia, pervasi da una serietà di intenti e lucidità di prospettive che non appartengono certo alla tradizione nazionale. Si possono accostare, in questo, al Principe e alla Storia della colonna infame. Ha, poi, una varietà di toni ("musica" veramente, come osservò Montani, citato da Pietro), una differenziazione lessicale, una ricchezza stilistica tali da non stancare mai, neppure quando i contenuti sono ripetitivi e il discorso si fa un pò retorico.

E' un gran libro, soprattutto, di filosofia morale. Alla base di ogni discorso etico deve stare una ben chiara antropologia. E quella di Leopardi lo è.
Lo scrittore si inserisce in quella linea della filosofia europea che da Spinoza a Heidegger sottolinea la finitudine dell'ente uomo, il suo essere effimero in un mondo che si muove e vive in assoluta indipendenza rispetto alle sue parti.
E' davvero notevole il contributo leopardiano alla filosofia intesa come riflessione morale e non solo come metodo scientifico di indagine sulla natura e sulla storia. Tanto più che Leopardi è perfettamente consapevole della propria strategia e dei suoi fini e rifiuta con grande lucidità la riduzione biografica che vorrebbe fare delle sue opere la mera conseguenza dei suoi malanni: «E sentendo poi...dire che la vita non è infelice, e che se a me pareva tale, doveva essere effetto d'infermità, o d'altra miseria mia particolare, da prima rimasi attonito, sbalordito, immobile come un sasso...poi tornato in me stesso, mi sdegnai un poco; poi risi», (lo dice all'inizio del Dialogo di Tristano e di un amico). A chi gli vorrebbe negare la qualità teoretica e l'oggettività dell'analisi, l'Autore così risponde: «malato o sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn'inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell'infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera» (Ivi).

Buona lettura, dunque!
Alberto