martedì 6 gennaio 2009

Da Augusto Cavadi Il dialogo del presidente

* Consorelle e confratelli, grazie a Maria Ales l'anno comincia con pensieri pensati e 'pensierofori' (neologismo sfornato caldo caldo in questo momento...).Tirato per la giacca (metaforica, visto che non amo quelle reali), metto sul piatto telematico il mio contributo.E, seguendo il buon esempio di Socrate - Platone, lo faccio dialogicamente.A.
(Sullo sfondo: rumori di catene, urla soffocate di prigionieri torturati, lamenti fiochi di schiavi agonizzanti).

MARIA:Steiner, Steiner: povero capro espiatorio! Può darsi che Il gruppo gli abbia dato la delega di evidenziare il disagio del cambiamento verso il nuovo assetto, quello esigito da Augusto, per passare finalmente al setting della Filosofia Praticata.AUGUSTO:Il setting della Filosofia Praticata è tale che non puà essere 'esigito' da nessuno. E' come il setting di una cenetta in trattoria: si può invitare qualche amico a cui si tiene particolarmente, non certo imporgli di accettare. Gli unici inviti a cena e a conversare - cui non si può dire di no - sono - a mia conoscenza - quelli dei capimafia: che, appunto, non mi risultano particolarmente fedeli alla Philosophische Praxis achenbachiana.MARIA:Ecco, l'inconscio ti tradisce. Parli delle cenette filosofiche come se tu fossi l'ospite (nel senso di padrone di casa) e gli altri gli ospiti (nel senso di ospitanti). Mi dai, del tutto involontariamente, ragione: qui il leader è indiscusso e individuato, ha già posto alcune regole di lettura con la mail ai cenacolanti e l’ abc spiegato dalla sua viva voce.AUGUSTO:Hai ragione: l'impressione potrebbe essere questa. Cioè errata. Chi ha visto nascere il gruppo sa però che le cose sono andate diversamente. L'idea è partita da Pietro Spalla (una sera d'agosto del 2003, a Norcia) e gli inviti li abbiamo promulgati insieme. Poiché eravamo convocati a casa sua, all'inizio è sembrato ovvio che, se io invitavo, invitavo in quanto maggiordomo incaricato dal signorotto del luogo. A rafforzare la relativa irrilevanza della mia presenza sono poi invalse due sane tradizioni: è Pietro stesso che gestisce organizzativamente gli incontri (dall'acquisto del cibo alla relazione surreale sino al memmento per l'appuntamento successivo); tali incontri si svolgono regolarmente anche quandoè prevista la mia assenza. Quando ho proposto - a voce e per email - quattro paginette sul senso degli incontri, non intendevo proporre né svolte né nuovi corsi, ma solo chiedere a ciascuno di noi la verifica del persistere dell'accordo sul progetto originario. Dunque, se mai, proponevo di non attuare svolte né nuovi corsi surrettiziamente, "all'italiana", ma di decidere consapevolmente (cioè: filosoficamente): se restare fedeli al modello "conversazioni filosofiche per non filosofi" o trasferirci (del tutto legittimamente) verso il modello "seminarii di aggiornamento sulla storia della filosofia per iscritti all'Univesrità della Terza età".MARIA:Rifletterò su ciò che dici e, soprattutto, sul perché dici quello che dici (mi scuserai, ma anch'io ho diritto ai miei sospetti...professionali!). Intanto mi pare onesto esternarti qualche perplessità di riuscire una brava nuova cenacolante.AUGUSTO:Che bello,esterna pure ! Siccome non parliamo di Leopardi o di Steiner, ma di ciò che pensa Maria Ales, siamo già in perfetto setting filosofico-pratico. Non manca nulla: neppure l'onorario (dal momento che ogni volta che ti incontro, le tue mani sorreggono dolci deliziosi.
MARIA: La prima perplessità è che non sia tollerato soltanto un ascolto partecipe.AUGUSTO: Ti giuro su quanto ho di più sacro - le palle di Pietro Spalla - che metterò da parte la solita attrezzatura eredita da nonno Torquemada ed eviterò, contrariamente alle mie abitudini, di estorcere con la tortura i sistemi filosofici che qualcuno dei presenti osasse tentare di mantenere celati...
MARIA: ... poi che ci si possa sentire pressati ad uscire fuori da una propria visione del mondo quando poi la si sia deuteroappresaAUGUSTO: su questo punto avrai ragione, ma non ho capito l'obiezione. Appena ci incontreremo, me la deuterospiegherai...
MARIA: ...e anche - siamo a tre - che si finisca per affidare alle mail quello che non accade nel gruppo il che non è la stessa cosa. Perché un conto sono i commenti di Pietro e un altro le” esternazioni del presidente”.AUGUSTO: Su questo punto è la mia pigrizia, abbondamente rimproveratami da Armando e Pietro, che dovrà rassicurarti: la storia dimostra che già parlo parcamente dentro le riunioni, ancor meno poi scrivo sulle riunioni. Dunque: niente 'esternazioni del presidente' in vista per il 2009. Intanto perché non è prevista la figura istituzionale di un presidente; poi - soprattutto - perchè scrivendo email si metterebbe in concorrenza 'oggettiva' con la verve creativa e l'umorismo nero del Segretario, andando incontro a sconfitta sicura. Platone direbbe: "a torsolo di cattiva effige" (per chi non ha studiato l'italiano aulico del traduttori rinascimentali dei testi greci: "a trunsu ri mala fiura").MARIA: Mi hai quasi convinto, vecchio mio. Sono quaasi commossa, ma resterò vigile: come mi ha insegnato Freud, non fidarti del semplice tenore verbale dei discorsi, specie quando hai motivi per ritenere che provengano da un "Ich" "curtu e malu cavatu". Dunque, non siglo nessuna pace, ma solo una tregua per la befana: alla prossima.

Da Maria Ales, attacco alla presidenza

Cari cenacolanti si cambia, forse diventeremo dei veri filosofanti.
Con quella malavoglia di ascoltarlo direi proprio che a GEORGE STEINER tocchi la indicazione del cambiamento. E dire che alle cenette filosofiche abbiamo avuto dei pensatori ingombranti, difficili da ricavarne un significato che magari arriva connotato alla fine dello studio lettura con un senso rivisto e corretto.
Così l’ arruffato Voltaire veniva colto, poi, con l’ occhio di Alberto quale precursore di psicodramma dove il gruppo dei narranti è il soggetto in movimento.
E Vito Mancuso? Indaffarato a passare ai contemporanei una lettura compatibile dei dogmi della chiesa veniva rivoltato come una calza e poi confermato.
Non da meno Maria Zambrano, classificata filosofa “non troppo ortodossa”, riusciva alla fine ad elicere argomentazioni vivaci.
C’ era insomma una gran buona volontà di prendersi le cose fruibili per il gruppo e per i se ste4ssi di varia configurazione.
Su Steiner ……….il collasso del gruppo , anzi la sua individuazione come capro espiatorio, ripudiato persino dal patron Armando.
Eppure Steiner commuove per la sua ricerca di quella caratteristica di un pensiero che non porti alla tristezza , un pensiero così elevato da non sapere di emozioni e che non sia contaminato da esperienze sensibili. Ma un pensiero così “ adamantino”, non è comunicabile nemmeno sotto lo stretto contatto di pelle dell’ amplesso quando cercare i pensieri del partner è frutto della immedesimazione e della osteggiata commistione tra uno stimolo esterno e la sua elaborazione relazionale. Già perché il pensiero umano è il prodotto di un apprendimento evolutivo che ha le sue radici nella esperienza di scambio con l’ altro su vari livelli e tempi del processo di apprendimento.
Fuori dalla fascinazione l’ adamantino GEORGE fa anche riflettere:
sulla tristezza, forse solo imbarazzo per ritrovarsi tra la aspirazione ad un pensiero così alto da non dovere subire stimoli falsificanti, dunque un pensiero non umano e la condizione di isolamento che arriva dalla convinzione che nessun altro possa penare per te stesso.
Che ne dite di leggere questa solitudine come la riuscita del processo di individuazione che è un punto arrivo fortunato del processo di differenziazione relazionale?
E poi le sue contraddizioni. Ha appena detto che le sensazioni fisiche e il dolore sono soltanto
strumenti per pensare quando afferma con ritrovata sicurezza che l’ atto fisico del respirare è certezza per di esistere “respiro quindi esisto”
Quando esalta la libertà del pensiero folle quale condizione unica di libertà e sincerità afferma una verità psicotica perché un tale pensiero ha limitazioni comunicative estreme ed è causa di alienazione dall’ altro
Ma le sue contraddizioni ne aumentano la simpatia perchè denunciano il grande travaglio di angoscia e insicurezza che lui sostiene e che lo rendono insieme disponibile a ripensamenti. E’ proprio dentro nostalgia e tristezza che c’ è la energia per uscire dall’ isolamento della sua torre eburnea
Perché come Anna disse sbottando “ ma l’ uomo è tutto insieme” così anche Steiner ha il suo lato oscuro, basta non dissociarlo.
Allora può darsi che Il gruppo gli abbia dato la delega di evidenziare il disagio del cambiamento
Verso il nuovo assetto, quello esigito da Augusto, per passare finalmente al settino della Filosofia Praticata.
Qui il leader è indiscusso e individuato ha già posto alcune regole di lettura con la mail ai cenacolanti e l’ abc spiegato dalla sua viva voce.
Io ho qualche perplessità di riuscire una brava nuova cenacolante : la prima che non sia tollerato soltanto un ascolto partecipe; poi che ci si possa sentire pressati ad uscire fuori da una propria visione del mondo quando poi la si sia deuteroappresa; e anche tre che si finisca per affidare alle mail quello che non accade nel gruppo il che non è la stessa cosa. Perché un conto sono i commenti di Pietro e un altro le” esternazioni del presidente”.
Alla prossima con commozione Maria Ales

venerdì 2 gennaio 2009

Una trattativa difficile

Ci troviamo nell’anno 2010, ma non nel nostro futuro normale, bensì nell’ormai noto piano di realtà parallelo dove i Nazisti hanno vinto la II guerra mondiale.
Adolf Hitler, è morto di cancro nel 1984; il potere assoluto è stato formalmente assunto da Heinrich Himler, ma subito ceduto, per le pari precarie condizioni di salute di quest’ultimo, a Joseph Göring, 54 anni, figlio secondogenito del temibile Herman. Joseph ha saputo abilmente fare carriera nel Reich, come si richiede ad un ottimo ariano rampante.
Orbene, gli inetressi contingenti del nuovo Furer sono richiamati dalle preoccupanti segnalazioni di una imminente catastrofe. In quel mondo, dove i nazisti avevano vinto, non c’erano state le conseguenze disastrose dell’inquinamento atmosferico, essendo il potere saldamente detenuto dai dittatori del regime mondiale, e non dalle multinazionali americane, che non erano state neppure fondate. Il moderno capitalismo del profitto era stato stroncato su progredire, e lo sviuppo della società si manteneva entro canoni classicheggianti, costantemente monitorati. Eppure la temperatura globale aveva ugualmente cominciato ad innalzarsi già dai primi anni ’80. Era evidente che qualcosa di inaspettato stava avvenendo, certamente legato alle ciclicità astronomiche. Già dalla fine degli anni ’90 si era compreso che i mutamenti climatici facevano parte da un ciclo molto lungo, giunto ormai alla conclusione. Le condizioni normali si sarebbero invertite in tempi rapidissimi, ed esistevano già fior di rapporti dei servizi segreti in tal senso.

Ma, in quell’uggioso ottobre del 2010 Joseph Göring si trova a prendere una decisione difficile, che si fondava sulle motivazioni nascoste per le quali Hitler aveva avuto la possibilità di battere gli avversari e avere per primo l’esclusiva della bomba H.
Mentre si reca nell’Area 51, Joseph è pensieroso. Sa che lo attende una trattativa difficile. Gli Alieni di Nibiru sono decisi a dare una ulteriore ripulita al mondo, e per far questo hanno già dato le istruzioni per far sì che solo una piccolissima dell’umanità sopravviva alla catastrofe.
Gli tornano in mente, come ogni volta che si trova a dover fronteggiare i potenti alleati cosmici, i miti Sumeri sul diluvio, e le precisissime previsioni dei calendari Maya, gli altrettanto precisi calcoli cosmici degli antichi Egizi, con il loro enigmatici bassorilievi dove erano stati chiaramente rappresentati... A confronto, le falsificazioni che i potentati sionisti volevano affermare, si sono poi rivelate ridicole, e quindi estirpate come meritavano. La potenza Vaticana è stata detronizzata e conquistata; come conseguenza, i segreti dei musei sotterranei sono stati portati alla luce e le verità nascoste dalla Chiesa sono state rivelate a tutti. Si sa bene, adesso, che il Dio del deserto altri non è che un potente essere semidivino, incarnato ed imperante nel sistema solare, ma in grado di viaggiare nel Tempo e ella Galassia. Egli continua a pretendere di essere l’unico “Dio” riconosciuto ed adorato.
Quando era giovane Joseph non poteva di certo immaginarlo. Aveva davvero creduto che il mondo sarebbe stato laico ed ariano. In realtà, l’eliminazione definitiva degli ebrei ha solo cambiato determinati equilibri evolutivi, e il Dio adesso agisce con pieni poteri, pretendendo dall’Umanità costi altissimi. E’ un demonio? No, è una entità divinizzata che sa fare il suo mestiere, e gestisce poteri elevatissimi senza scrupoli.
Göring rivede nella sua mente, ad una ad una, le magiche reliquie più potenti della terra, quelle che sono state ritrovate grazie all’opera incessante di Hitler: la lancia di Longino, la Sindone, L’Arca dell’alleanza, la coppa del Graal. Sa che la svastica adesso domina su tutto il mondo, e che i forzieri Ariani ritrovati negli altopiani dell’Iran sono stati aperti e svelati dai nazisti, in cerca dei poteri occulti. Ma sa anche che tutti questi magici segreti, e le potenze ad essi collegate, sono stati obbligatoriamente ceduti agli Anunnaki, i potenti alieni di Nibiru, in cambio della tecnologia bellica necessaria alla vittoria. Adesso il mondo è sprotetto, questo Göring l’ha capito.
Quando giunge all’Area 51, in pieno deserto americano, è ormai sera. Rivede i temuti ed incredibili bagliori, sulla cima della collina artificiale. Come al solito, le astronavi di Nibiru lo hanno preceduto. Joseph scende dall’auto, e viene accompagnato sulla scalinata principale. La scorta armata è possente, tutti lo salutano militarmente in modo impeccabile. Le armi brandite fanno paura anche a lui, anche se sa di potersi fidare. Gli viene posto sulle spalle il consueto paramento rituale, un elegantissimo mantello di rarissima tigre bianca delle nevi. La corte ed i soldati lo accompagnano fino agli immensi saloni dell’incontro, nel cuore del tempio circolare che è stato realizzato nel palazzo reale della Nuova Eanna, un immensa costruzione adornata con complessi stili di fusione tra quelli zoroastriani, egizi e sumeri. L’evoluzione dei tempi, che consente facili atterraggi alle astronavi Nibiriane, ha permesso di edificare nel deserto ai piedi delle Rocky Mountains un formidabile tronco di piramide di pietra e cristallo, largo 800 metri ed alto 500. I quasi 700 milioni di blocchi megalitici che sono occorsi per edificarlo, sono stati posati nel giro di pochissimo tempo, meno di 2 mesi, grazie alle incredibili tecnologie aliene, che adoperano l’antigravità. Molti dei materiali sono di provenienza extraterrestre, spesso minerali siderali cavati dai meteoriti più grandi che si trovano nella fascia degli asteroidi, relitti di un pianeta fatto esplodere da Nibiriani, proprio perché ribelle.
Questa volta però non si presenterà il Dio in persona, e non si accenderanno i consueti fuochi azzurri che ardono da soli. Egli, il cui vero nome rimane segreto ed impronunciabile (Egli-è-colui-che-è), sarà rappresentato da uno dei membri dell’Alto Consiglio dei Vortici.
Appena entrato del salone riservato, ecco che Göring si vede comparire davanti all'ambasciatore, mentre questi lo stava aspettando seduto nell’immenso divano rosso in pelli animali, costruito per lui su misura. Ogni volta è un tuffo al cuore. Non è simpatico vedere un individuo alto 5 metri e largo 2, come non sono rassicuranti le sue fauci, un po’ rettiliane, un po’ cetacee. Le squame riflettenti non si vedono bene, perché questa volta l’ambasciatore è quasi totalmente ricoperto anche lui da un paramento rituale. Si intravedono appena gli artigli lunghi e pesanti dei suoi pterapodi, coperti da gioelli incredibilmente grandi e brillanti. Anche l’ambasciatore, il cui nome di grado è Zantecptu, è circondato da una fitta schiera di sue guardie del corpo e di splendide cortigiane, sia terrestri che non. Sembrano volerlo sedurre, ma egli le allontana come scacciasse degli insetti fastidiosi. All’arrivo di Göring le cortigiane si allontanano in fretta, senza fiatare.
Viene attivato il sistema di traduzione simultanea, che permette lo scambio tra frequenze udibili e ultracorte. I sibili, altrimenti incomprensibili, che Zantecptu emette molto velocemente per comunicare. Le luci degli ambienti cominciano a variare all’unisono, generando effetti fantastici di radiazioni in parte sconosciute, non rivelate alle tecnologie umane.
Joseph credeva di andare all’incontro per poter trattare una condizione che fosse un minimo vantaggiosa, od almeno onorevole. Invece, senza esitazione, Zantecptu chiede la verifica dell’immediata attivazione dell’esperimento della nuova Arca, che i nazisti hanno dovuto realizzare in fretta e furia. Alcune imbarcazioni di grande mole dovranno resistere, in un apposito grande laboratorio di prova, ad onde alte 150 metri, senza essere travolte, dilaniate ed affondate. Su di esse, alcune specie selezionate del pianeta troveranno posto, all’interno di piccoli bunker metallici, opportunamente sigillati. E’ preferibile questa soluzione a quella dei sommergibili, poiché gli oceani verranno spazzati fino al fondo da immani correnti, e quasi tutte le dorsali vulcaniche sottomarine del pianeta si riattiveranno in brevissimo tempo, contemporaneamente, facendo salire le temperature delle acque in modo insostenibile. Proprio così: tutto questo accadrà già prima del nuovo passaggio di Nibiru attraverso il sistema solare. Ogni 4300 anni, quello che in realtà non è un pianeta esterno, ma una enorme cometa grande in volume 5 volte la Luna, sfreccerà a velocità folle sulla sua orbita eccentrica. Giungerà a breve distanza dal sole, provocando fortissimi disequilibri di masse ed energie, e tirandosi appresso una spaventosa coda di meteoriti di grandissime dimensioni. Questi scompensi saranno in grado di generare sulla terra giganteschi tsunami, piogge meteoriche in grado di trapassare l’atmosfera, inondazioni estesissime ....... terremoti eccezionali, l’insorgenza o la riattivazione di supervulcani, la contaminazione dell’atmosfera da parte di polveri e gas cosmici, sufficientemente tossici ed oscuranti. Dopo lo sterminio, seguirà una piccola glaciazione, della durata media di un migliaio di anni.
I pochissimi sopravvissuti riusciranno poi a ripopolare il pianeta, dopo essere stati per secoli rintanati in caverne di alta montagna, gli unici luoghi relativamente sicuri.
Molte specie, sopravvissute allo sconvolgimento, saranno predate dalla competizione della catena alimentare, e quindi distrutte, estinte. I in questo modo il Pianeta si sarà ripulito dalle perversità umane e delle altre specie parassite, come affermano gli Anunnaki. Ma Göring non è venuto al cospetto di Zantecptu per sentirsi prospettare questa situazione, che era già stata da alcuni anni preannunciata al vertice nazista. Egli è venuto per assistere al crudele esperimento della resistenza delle imbarcazioni. Crudele perché il Dio di Nibiru, a sorpresa, pretende che a bordo di alcune di queste imbarcazioni salgano moglie e figli di Göring medesimo; sarà lui stesso a premere il pulsante ed avviare l’esperimento. E’ un atto di sottomissione totale, la riprova pratica non solo di una fedeltà più volte giurata, ma anche di una verifica conoscitiva sull’abilità di condurre gli esperimenti tecnologici cui i Nibiriani tengono moltissimo. Chi sbaglia paga, e subito, proprio come affermano le Nuove Tavole della Legge che sono state date “dall’alto dei cieli”. Alcune razze umane sono già state sterminate per questo, nel passato recente come nell’antichità. Più che una figura biblica al cospetto di un dio che appare dalle nuvole, Joseph si sente come un nuovo Muzio Scevola che pone la mano sul fuoco. Göring stesso attiverà tra pochi istanti le procedure tecnologiche del lancio delle navicelle acquatiche. Un grande panello di controllo, sospeso dall’alto, viene gli fatto calare davanti e Joseph guarda negli occhi, forse per l’ultima volta, i propri cari mentre vengono sospinti a bordo, cogliendone in ciascuno una smorfia di sofferenza a malapena nascosta. La stessa che egli avverte dentro di sé, senza poter fare nulla per salvarli. Solo l’esattezza dei calcoli dei suoi più fidati ingegneri e dei tecnici scelti possono salvare questi malcapitati prigionieri. L’unico pensiero che lo consola è che i suoi familiari moriranno adesso, oppure all’arrivo di Nibiru, previsto per l’estate del 2012, nel caso in cui le tecnologie non funzioneranno. Questo perché il Dio misterioso ha fatto sapere che punirà tutti coloro che peccheranno di presunzione, sterminandoli come meritano. I sopravvissuti al disastro avranno le memorie cancellate, e saranno posti in un Nuovo Eden-Giardino: questo avverrà a 1200 anni di distanza da quell’evento. Quando la Terra sarà stata decontaminata dai Nibiriani, si darà corso a nuovi esperimenti genetici sulla creazione di razze meritevoli di questo nome, e le razze elette saranno in quel momento ricreate. Razze alleate, al progetto nibiriano di conquista di gran parte dei sistemi solari che si trovano nel loro territorio galattico. Gli Imperi contrapposti a Nibiru sono a conoscenza della situazione, ma nulla possono in questo momento. Il loro intervento è escluso, essendo considerata una missione troppo pericolosa per il vantaggio che ne porterebbe. Si sa infatti che la razza umana è effettivamente deviata, anche se ad opera de Nibiriani e dei loro alleati.
L’esperimento viene avviato, e le gigantesche onde cominciano a propagarsi nell’immenso hangar appositamente costruito e siggillato. Travolgono ogni modello del finto paesaggio; le navicelle scompaiono sotto la schiuma e ogni tanto riemergono, per poi essere sommerse l’istante dopo.

Joseph è scosso da un fremito di terrore, come tutti gli altri che assistono al collaudo.
Nel frattempo, a migliaia di chilometri di distanza, vi sono modeste popolazioni che sono già a conoscenza di quanto sta per accadere. Stanno prendendo le loro precauzioni, cercando dei posti difendibili e delle risorse da utilizzare per la sopravvivenza. Ma questo Göring non lo sa, per lui è imprevedibile.

Centro Africa, settembre 2140° anno orientativo.
Siamo sempre nel medesimo piano parallelo che aveva visto i nazisti vincere il II conflitto mondiale.
Qualcuno è sopravvissuto dal Giappone, emigrando dalle isole prima che fosse troppo tardi. Da lì e da altr rari luoghi del pianeta, sparuti gruppi si sono rifugiati sui versanti del Kilimanjaro, ad altezze non inferiori ai 2000 m.
Il clima si è ristabilito in gran parte, anche se permangono ancora numerose evidenze della glaciazione in corso, che ha portato le dune e le aride savane a ridiventare foreste e verdi praterie. Il cielo è quasi sempre giallo, e piove insistentemente. Anche i fiumi hanno un colore ocra, che spicca serpeggiando tra verdi distese di piante mai viste prima. La nuova umanità conta appena 5000, forse 7000 individui, quasi tutti di razza gialla, qualcuno dalla pelle scura. I bianchi sono morti. Tutti.
I nuovi studiosi adesso si formano in modeste scuole dove si insegna un minimo di conoscenza, di storia, di scienze, di matematica. Però si tramandano i miti di quello che fu il diluvio universale. Un diluvio che travolse il Re del Mondo, il quale fu incapace di realizzare l’Arca che lo avrebbe salvato dalle furie del Dio dei Vortici. Si racconta anche che un altro Dio, in forma di un grande uccello dalle piume dorate, apparve in sogno ad un Uomo Umile, avvertendolo di quanto sarebbe, di lì a poco, accaduto. E quest’uomo, di nome Ziusudra il Modesto, costruì una piccola imbarcazione in legno di cedro, sulle pendici del Monte più alto dell’Africa, e lì si pose ad aspettare l’immane cataclisma, in compagnia di un piccolo popolo che aveva radunato intorno a sé, avendo creduto che la profezia fosse vera.



Da lì è rinato il genere umano, che adesso studia il proprio passato, cercando di comprendere le tracce delle distruzione. I viaggiatori-cercatori non troveranno mai nulla, giacché tutto è stato distrutto prima dalle immense onde, poi dai ghiacci, ed infine sepolto sotto spessi strati di detriti vulcanici e meteoritici. Ed essi potranno solo immaginare ciò che fu, ma mai toccarlo con mano, perché se solo ne trovassero le briciole, queste sarebbero irriconoscibili. Le tracce di un umanità fragile, troppo labili per essere ricordate.
Un giorno non lontano i cercatori verranno in contatto, anzi in conflitto, con altri sparuti gruppi umani, che dopo molti secoli saranno nel frattempo discesi dalle pendici delle Montagne Rocciose, ritrovando le misteriose e maestose rovine dell’Area 51. Sia gli uni che gli altri si interrogheranno sul significato delle enigmatiche tracce, ma nessuno avrà risposta certa, credendo di essere stati i primi uomini nati in questo mondo. Per molti altri secoli ancora i Nibiriani taceranno, e si rifaranno vivi quando sarà il momento giusto, non volendo così contaminare i loro preziosi esperimenti sulla creazione dei popoli e delle razze.
I discendenti dei poveri sopravvissuti racconteranno che i loro avi furono due fratelli, uno nomade, l’altro stanziale, che un giorno si affrontarono a colpi d’ascia lungo le rive del fiume, o presso il limitare di un campo coltivato.
Non si sa ancora quale sarà, questa volta, l’offerta gradita al Dio misterioso, se il sangue dell’agnello o i frutti dei campi. Ma la vittoria deciderà quale sarà il sogno che avrà la possibilità essere realizzato su questa Terra, se quello dettato dal dio distruttore o quello ispirato dall’uccello dalle piume dorate. E l’Uomo avrà ancora una volta incisi, sulla propria pelle e nelle sue pupille, le caratteristiche cicatrici della schiavitù incosciente. Se invece riuscirà a reagire, allora porterà con sé nuovi segni di rinascita, tracce profondamente nascoste della evoluzione verso una nuova forma di un pensiero che si potrebbe chiamare Amore.
Ma non si potrà, in quel momento, sapere ancora se quella parola avrà trovato un posto nelle nuove lingue che saranno create in sostituzione del tedesco, ormai da tanto tempo cancellato.

mercoledì 24 dicembre 2008

Un Blog un pò disabitato

Ormai il Blog è desueto , pochi lo visitano ancor più pochi lasciano traccia con uno scritto. Eppure questo Blog ha conosciuto periodi di dialoghi frizzanti e ricchi di pathos !!! A tutti gli amici filosofi e non Auguri di Buon Natale. Alberto Spatola

giovedì 18 dicembre 2008

Il Processo e la Scelta

L'imputato Armando ha accettato con socratica dignità il processo a cui è stato sottoposto per l'ingiusta accusa di averci afflitto con la "tristezza del pensiero" di Steiner, libro da lui entusiasticamente ed incautamente sponsorizzato.
L'accusa è stata affidata a Maria D'Asaro che ha sottolineato la pretenziosità del libro che dice in modo elegante delle cose risapute e, in alcuni casi, contiene affermazioni false e pericolose come quella che il pensiero "non fa accadere nulla se non se stesso". "Ma cosa sono, allora - ha chiesto indignata Maria - Auschwitz ad Armando se non il prodotto ben concreto di un pensiero per nulla sterile ma capace di diffondersi ed incarnarsi? Maria ha concluso proponendo per Armando una pena corporale a caso che abbia il risultato di inibirne definitivamente le facoltà riproduttive.
Augusto ha, poi, rincarato la dose accusando Armando di avere spacciato il ibro per un testo filosofico mentre il metodo di Steiner, che declama senza argomentare, è oracolare e predicatorio, per nulla filosofico. Augusto ha, quindi, proposto di condannare Armando a leggere il suo ultimo libro: "In verità ci disse altro" ed. Falzea.
Assumendo la difesa di Armando io ho subito eccepito alla spietata richiesta punitiva di Augusto, dicendo che, per l'art. 27 della nostra Costituzione, le pene non possono essere contrarie al senso di umanità e che sarebbe stata, se mai, più adeguata la pena corporale adombrata da Maria. Ho, quindi, lamentato il clima di caccia al mostro che aleggia nel processo e ci impedisce di considerare le attenuanti del caso, tantopiù che alcuni passi del libro sono folgoranti, come quando Steiner scrive che "la Cacciata dall'EDEN è una caduta nel pensiero": bellissima intuizione, qualunque cosa significhi!
Atterrito dalle punizioni prospettate, Armando mi ha immediatamente revocato il mandato ed ha spudoratamente ritrattato: "non è vero che il libro di Steiner è stata una tappa fondamentale della mia evoluzione, come ha sostenuto Pietro pensando di giovare alla mia difesa. Io ho subito capito che il libro è una boiata pazzesca e l'ho proposto solo per vedere se ve ne accorgevate anche voi. Complimenti, ve ne siete accorti subito.... "
I cenacolanti hanno, allora, deciso di assolvere Armando con formula molto ma molto dubitativa.....
Giunto il momento di scegliere il nuovo testo per le nostre cenette, un inquietante silenzio è sceso tra di noi e nessuno ha osato farsi avanti per proporre un testo, lamentando chi un'improvvisa indisposizione chi motivi familiari. Finalmente un cenacolante-delatore, indicando Marcella Aletti, ha alleviato la tensione degli altri dicendo: "ricordo che Marcella aveva proposto di commentare l'utopia di Tommaso Moro..." Marcella, presa in castagna, ha tentato di svicolare: "non è vero, o meglio, diciamo che ho cambiato idea perchè noi di "Addio Pizzo" abbiamo appena scoperto che Tommaso Moro ha pagato il pizzo all'editore per ottenere la pubblicazione della sua Utopia. Al massimo - ha concesso - potrei proporre di leggere il titolo, ma solo come pretesto perchè ognuno possa parlare delle proprie speranze ed utopie sul mondo: la mia utopia, ad esempio, è un mondo senza pizzi e libri di testo" e indicando i resti della cenetta apppena consumata ha aggiunto: " sì, un mondo con la pizza invece del pizzo: perchè nelle nostre cenette filosofiche non ci concentriamo sulla pizza e su ciò che di filosofico possono evocare in noi le sue diverse declinazioni (quattrogusti, rustica, margherita.....)"?
Adriana ha subito approvato: "la cosa più importante è non vincolarci ad un testo: noi, nelle cenette simil-filosofiche di casa mia del mercoledì, siamo rimasti incartati da quattro anni con "il mondo di Sofia" e dopo tutto questo tempo nemmeno ci ricordiamo più chi l'ha proposto; non sappiamo, insomma, con chi prendercela e come uscirne, nè osiamo cambiare testo per paura che ce ne capiti uno ancora più devastante. Il nostro motto di filosofia pratica è, infatti: megghiu u tintu cunusciutu ca u bonu a canusciri".
Dopo che è stata respinta la proposta di scegliere il testo con la tecnica dei bussolotti perchè Armando non ha accettato di farsi bendare per l'estrazione (nonostante l'assoluzione non mi fidavo, mi ha poi confidato, di restare bendato e al buio in mezzo a Voi ...) e quando sembrava che stessimo ormai accettando la riduttiva proposta di "filosofia pratica" di Alberto Spatola di continuare a riunirci solo per parlare del più e del meno, è giunta la coraggiosa proposta di Augusto: "se filosofia pratica dev'essere che lo sia sino in fondo! Sono uno dei coautori del libro: "Filosofia praticata. Su consulenza filosofica e dintorni" edito dalla Di Girolamo di Trapani. Non ho paura di proporlo per le nostre cenette dato che, dopo questo ed altri miei libri del genere, sono stato quasi radiato dalla comunità dei filosofi per avere degradato la filosofia dalle vette delle altisssime speculazioni sull'Essere e sulla Morale a cui era arrivata con Heidegger e Kant ad una filosofia da marciapiede, in cui il primo che passa pretende di fare filosofia a partire dall'ultima delusione del Palermo in campionato o dai propri problemi familiari e di prostata; ormai - ha concluso Augusto - non ho più nulla da perdere, nemmeno la faccia, figuriamoci se mi posso preoccupare per le Vostre possibili critiche al libro..".
Abbiamo, quindi, adottato il testo di Augusto, che inizieremo a commentare martedì 13 gennaio 2009 con l'introduzione e con il secondo capitolo (saltando il primo) che contiene un contributo di Neri Pollastri intitolato: filosofia, nient'altro che filosofia.
Buon Natale e buon anno nuovo a tutti
Pietro Spalla

martedì 16 dicembre 2008


Vi aspetto nel mio studio domani per concludere il commento del libro di Steiner sulla "tristezza del pensiero." Vi ricordo, però, che questa volta sarà presente l'autore (pardon, il fautore), ossia Armando Caccamo, per il quale il libro ha rapppresentato una tappa assolutamente importante della sua evoluzione intellettuale.
Prego pertanto tutti coloro che hanno bassamente approfittato, la volta scorsa, dell'assenza di Armando per demolire il libro di essere questa volta più diplomatici. Spero, in particolare, che Micciancio (per delicatezza non ne faccio il nome) non riproponga la sua sconcertante e assurda tesi secondo la quale quello che fa davvero tristezza è il pensiero che questo libro sia stato pubblicato e ristampato).
Ciao Pietro

mercoledì 26 novembre 2008

Invito per le 18.15 del 1 dicembre 2008

Lunedì 1 dicembre 2008 alle ore 18.15
Salone del Centro studi "Bonelli"

(presso la Chiesa valdese di via Spezio,
all'angolo con la via Emerico Amari,
alle spalle del teatro Politeama)

incontro pubblico sul tema


Ci si può ancora dire cristiani?



a partire dal volume di Augusto Cavadi

In verità ci disse altro. Oltre i fondamentalismi cristiani

(Falzea, Reggio Calabria 2008)

Il dibattito sarà introdotto e moderato da Franco Micela.
Interventi previsti:

Francesca Piazza (filosofa)
Elisabetta Ribet (teologa valdese)

sabato 22 novembre 2008

La triste gioia del pensiero adulto

Cari cenacolanti,
martedì scorso Armando ha cercato di contagiarci con la sua travolgente passione per il nuovo testo che, su sua proposta, abbiamo adottato per le nostre esercitazioni di filosofia pratica: "dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero", di George Steiner.
Grazie al nostro ormai pluriennale allenamento, siamo riusciti a resistere alla tentazione di farci trasportare troppo acriticamente dall'onda delle riflessioni di Steiner. Per esempio, ha felicemente osservato Rosario sul primo capitolo: "e se io provo gioia invece che la tristezza di Steiner constatando che il pensiero non sa darmi risposte definitive"? Ed in effetti sembra che Steiner sottovaluti la gioia che il pensiero può dare per il solo fatto di mettersi - insieme al sentimento e alla volontà, direbbe Augusto - alla ricerca della Verità riuscendo a resistere ad infantili pretese di comodi, semplicistici e definitivi approdi.
La tentazione di un pensiero semplificante è tanta, perchè il pensiero è una creatura viva da poco uscita dalle nebbie dell'indifferenziazione in cui era immersa ed ha avuto appena il tempo di guardarsi attorno: non dovremmo dargli il tempo di crescere e maturare prima di lamentarci dei suoi limiti?
Invece risuono anch'io quando, nelle prime pagine del testo Steiner, evocando Schelling, accenna ad un'inevitabile tristezza di fondo che ci accompagna, che assimila al "rumore di fondo" che permea l'Universo dopo la sua nascita, come residuo arcaico del Big Bang.
Ma questa è una tristezza che accompagna ogni processo di crescita, come una sorta di nostalgia per un'unione perduta che ci proteggeva ma ci lasciava anche dipendenti come bambini. E purtroppo solo i bambini piccoli possono pensare magicamente il mondo, che sentono animato ed unito al proprio mondo interiore. Noi adulti, invece, perduta quell'unità originaria, vediamo il mondo di fronte a noi come un estraneo e abbiamo bisogno di capirne il senso: che compito per un pensiero così giovane, naturalmente ancora preda di suggestioni infantili!
Martedì due dicembre commenteremo i primi cinque capitoli e le prime cinque ragioni steineriane della tristezza del pensiero, sperando di demolirle tutte
Pietro Spalla

mercoledì 12 novembre 2008

La ragioni della tristezza del pensiero

Cari filosofi pratici
l'ultima cenetta è stata un po' una sorta di "messa a punto" degli scopi e sulla funzione dei nostri cenacoli.
Il dibattito è stato molto utile ed è stato bello giungere ad una conclusione condivisa (che è poi quella proposta da Augusto): il testo scelto è solo un pretesto per mettere in gioco noi e le nostre visioni della vita, per imparare ad esercitare il pensiero critico.
Per questo esercizio di filosofia pratica, ha spiegato opportunamente Augusto, andrebbero forse bene anche un film o un brano musicale, che potrebbero suscitare, allo stesso modo di un testo di filosofia, risonanze e riflessioni personali da condividere con gli altri.
Si tratta, anche (a mio parere) di imparare ad ascoltare e a dare spazio agli altri: ricordo un articolo in cui che Umberto Eco rimproverava agli italiani di non essere abituati ai "turni di conversazione": anche se noi, in questo, siamo messi molto meglio di tanti altri, non è male se ogni tanto anche noi ci ricordiamo che il nostro scopo è mettere in comune le nostre piccole realizzazioni personali senza alcun intento di convincere gli altri.
Per chudere con il testo di Voltaire e collegarci, nello stesso tempo, a queste riflessioni sul senso dei nostri iincontri, secondo me è stata utile la lezione che ci è venuta da Candido, che non era abituato a pensare criticamente ma aveva bisogno di prendere in prestito le idee di altri che considerava maestri. Ha imparato, dopo tante vicissitudini, che quello che conta è che il pensiero sia veramente "proprio" e questo è, a mio avviso, il senso della sua scoperta finale quando conclude che è importante imparare a "coltivare il proprio giardino", dove può - faticosamente - fiorire l'individualità e l'unicità di ciascuno.
Quando Candido parlava, scrive Voltaire, aveva il cuore sulle labbra. Però non sapeva elaborare un pensiero personale e indipendente.
Poi ha imparato anche questo.
E allora: non vi sembra che il cammino compiuto da Candido è stato - in effetti - lo stesso cammino di filosofia pratica che ci propone Augusto e che noi ci ripromettiamo di compiere attraverso le nostre cenette?
Forse Candido avrebbe imparato prima ad armonizzare le componenti affettive e razionali della la propria individualità se avesse ascoltato Augusto quando, martedì scorso, ci ha incoraggiato a superare questa (recente) separazione tra cuore e pensiero che contraddistingue gli uomini del nostro tempo. Che culo: per noi non sarà necessario attraversare tutte le peripezie di Candido per giungere a questo risultato, dato che abbiamo la fortuna di avere la palestra delle nostre insostituibili cenette filosofiche.
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Il prossimo Martedì ci faremo interrogare dalle prime pagine del nuovo testo che abbiamo adottato su proposta di Armando: "Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero", edizioni Garzanti, Autore G. Steiner.
Nonostante il titolo, Armando ci assicura, sotto la propia responsabiilità, che il libro non ci farà cambiare idea su tutto quello che abbiamo appena finito di dire sulla bellezza del pensiero.
Speriamo: ascolteremo con vivo interesse (e un po' di apprensione) la relazione di apertura di Armando, curiosi di capire come può incoraggiarci a pensare un testo che si presenta con questo (filosoficamente raggelante) titolo.
Pietro Spalla

martedì 11 novembre 2008

io, il pensiero, Pascal e......Steiner


Cari cenacolanti del martedì (uno si e l’altro no),

invitato dal gruppo a presentare martedì 18 novembre il volume da me proposto come prossima lettura: “Dieci (possibili) ragioni della tristezza del pensiero” di G. Steiner – ed. Garzanti, ho deciso di condividere con voi prima dell’incontro la (possibile) ragione per la quale ho sentito il bisogno di confrontarmi alle cenette sui contenuti del breve saggio in questione.
Dell’Autore e del testo vi parlerò martedì 18, oggi mi propongo di raccontarvi alcuni frammenti autobiografici: Studente universitario in Chimica pura (indirizzo chimico-fisico) più di quaranta anni fa, non mi accontentavo di pensare che la realtà fosse solo frutto dei risultati di teorie matematico-fisiche pensate razionalmente e verificabili sperimentalmente ma che potesse essere il risultato anche di percorsi che derivavano non da processi del pensiero razionale ma anche dall’irrazionale. Lo studio della fisica relativistica prima e della fisica quantistica poi mi confortavano in questa mia tesi, condivisa peraltro da molti, e la biografia di alcuni scienziati protagonisti delle scoperte cosmologiche e di fisica delle particelle lo confermavano (da Enstein a Pauli e Heisemberg e a molti altri) come pure alcuni miei approcci (molto dilettantistici) alla psicologia analitica (Jung e i suoi archetipi in particolare).
Ecco che fui “intercettato” da Blaise Pascal e dai suoi “Pensieri” ; chi era Pascal lo sapete tutti: un grande scienziato vissuto nel XVII secolo che raccontò nei suoi “pensieri” la sua grande conversione filosofica e religiosa. Vi trascrivo alcuni passi:

“L’uomo non è che una canna, la più debole della natura ma è una canna pensante………un vapore, una goccia d’acqua basterebbe a distruggerlo e anche se ciò avvenisse l’uomo sarebbe ancora più grande rispetto all’Universo perché sa di morire e conosce la superiorità dell’Universo su di lui; l’Universo invece non ne sa nulla………. Tutta la nostra dignità quindi consiste nel pensiero!.......... .l’Universo mi circonda e mi inghiottisce come un punto; mediante il pensiero, io lo comprendo.”

E ancora,

“Conosciamo la verità non solo con la ragione ma anche col cuore ed è in questo secondo modo che conosciamo i primi principi e inutilmente il ragionamento, che non vi ha parte, s’industria a combatterli……… infatti la conoscenza dei primi principi è più solida di qualunque altra che ci viene dal ragionamento…. I PRINCIPI SI SENTONO, LE PROPOSIZIONI SI DEDUCONO (il maiuscolo è mio!) ed è inutile e ridicolo che la ragione chieda al cuore di dare prove dei primi principi quanto sarebbe ridicolo che il cuore chiedesse alla ragione un sentimento di tutte le proposizioni. Anzi volesse il cielo che non avessimo mai bisogno della ragione e conoscessimo tutto per istinto e per sentimento! Ma la natura ci ha negato questo dono anzi ci ha concesso pochissime conoscenze di questa specie; tutte le altre non si possono acquistare che col ragionamento!”

mi soffermo spesso sul significato di pensiero e quando mi imbattei su Steiner………………..

mi fermo qui, vi ringrazio e……..alla prossima puntata! (martedì 18)……a proposito non ho mai lasciato questo percorso intellettuale cominciato quaranta anni fa e per dirla con un grande giornalista laico del passato : “quaesivi et non inveni”

Armando Caccamo

giovedì 6 novembre 2008

Dal testo alla vita (titolo redazionale) di Augusto Cavadi

Care amiche, cari amici,
a giudicare dalla quantità e dalla qualità (sotto il profilo non solo tecnico, ma anche dell'autenticità esistenziale) degli interventi di ieri sera, non solo non sono 'pentito' di aver sollevato la questione, ma anzi ritengo che dovremmo aiutarci tutti quanti a fare, almeno una volta ogni inizio di anno sociale, una 'messa a punto' collettiva di ciò che siamo e di ciò che intendiamo perseguire insieme. Poiché so benissimo che in questi ambiti le riflessioni non si chiudono mai, e tutti abbiamo da 'ruminare' certe idee forti per assimilarle e rielaborarle creativamente, mi limito a qualche evidenziazione di ciò che mi è sembrato emergere in maniera unanimamente condivisa. Ciò allo scopo di informare - senza volermi sostituire né all'ottimo Pietro né ai frequentatori assidui del nostro blog - gli assenti e, soprattutto, di verificare con chi c'era se ho capito bene o se mi sto illudendo sull'unanimità di questo consenso. Quando Pietro ed Anna, Francesco Palazzo, Giovanni La Fiura, Adriana ed io abbiamo attivato questi appuntamenti quindicinali - estendendo da subito l'invito ad amiche ed amici interessati - eravamo certamente mossi dal piacere di dare un ritmo alla nostra amicizia: in questo le cenette filosofiche hanno raggiunto splendidamente il loro obiettivo, consentendo a molti di noi di non perdere il filo minimale della relazione (come invece purtroppo capita con altri amici con cui, non avendo scadenze periodiche, si finisce col differire gli incontri e con il vedersi due o tre volte all'anno). L'ingresso (su invito personalizzato) di nuove persone che si sono avvicinate perché attratte dalla denominazione "filosofia" è avvenuto, ovviamente, senza particolari filtri né iniziazioni. Ciascuno è entrato nel giro, e - se è tornato - ci è rimasto, perché ha avvertito un secondo obiettivo (oltre l'aria di accoglienza e di cordiale allegria che per fortuna si è instaurata sin dall'inizio e che non è stata apprezzata solo da alcune personalità un po' troppo seriose e permalose): la crescita intellettuale. Leggere testi filosofici è un alimento culturale prezioso anche per chi non fa il filosofo di mestiere: se poi ciò può avvenire con il soccorso di alcuni professori di filosofia e con la possibilità di confrontare le proprie interpretazioni con altri lettori, che cosa chiedere di più dalla vita (se non un "Amaro Lucano")? Ciò che ho voluto mettere in evidenza è che questo secondo obiettivo non è né l'unico né il principale, almeno secondo la mens di noi promotori. Se così fosse, le cenette sarebbero piuttosto dei "seminari di storia della filosofia" e ognuno di noi dovrebbe decidere se gli interessano (la vita di chi come me insegna queste cose è talmente fitta di impegni lavorativi dello stesso genere che la sera del martedì preferirei davvero stravaccarmi sul divano e vedermi la Tv accarezzando con una mano la mogliettina e con l'altra la gattina: in ordine decrescente di affezione). Qualora mi dovessi sobbarcare a questa prestazione professionale, preferirei rimandarla al 2011 (quando dovrei essere in quiescienza dalla scuola) e, soprattutto, riterrei opportuno prepararmi meglio didatticamente: se nelle mie classi si dovesse verificare un tasso di partecipazione 'percepibile' simile a quello delle nostre cenette, lo riterrei francamente un mio fallimento. Ritengo mio dovere inderogabile portare tutti a esprimersi in pubblico: tutti, "non uno di meno". Ancor meno, sei o sette di meno. Ma allora quale sarebbe il terzo obiettivo (non in alternativa ai primi due: spero sia stato chiaro questo passaggio della mia riflessione)? Per quale scopo ho ritenuto e ritengo che valga la pena vincere la stanchezza e la pigrizia con fedeltà asburgica? La realizzazione di un'esperienza di filosofia-in-pratica. Questa mi interessa, sia professionalmente sia umanamente, al punto che ogni prezzo (persino i due euro e cinquanta centesimi che pago come pizzo al padrone di casa per la cenetta...) mi sembra adeguato. Sarei felice che qualcuno di voi si incuriosisse sull'argomento al punto da leggere uno dei tre testi più adatti a chi voglia introdursi nella tematica (in ordine di crescente approfondimento: "Consulenza filosofica" di Davide Miccione con la Xenia di Milano; "Consulente filosofico cercasi" di Neri Pollastri con l'Apogeo di Milano; "Filosofia praticata. Su consulenza filosofica e dintorni" di vari autori - tra cui io - con la Di Girolamo di Trapani). Ma, nel caso che non siate talmente interessati, vorrei evidenziare due caratteristiche di una 'pratica filosofica': mira a coinvolgere la dimensione esperienziale di chi filosofa e, perciò, può accogliere senza difficoltà anche chi è a digiuno di storia della filosofia. Come ha scritto qualcuno, fare della filosofia un "modo di essere" e, perciò, un'opportunità di saggezza per tutti. Cosa comporta tutto questo sul piano organizzativo, metodologico, effettivo? Le conseguenze sono davvero innumerevoli. Per esempio: il testo che si sceglie è così poco importante in sé che potrebbe anche essere sostituito da un film o dal racconto di un episodio di vita da parte di uno dei partecipanti alla "comunità di ricerca" che chieda di confrontarsi concettualmente (non esclusivamente, o prevalentemente, sul versante psicologico-emotivo) con gli altri membri del gruppo. Un'altra possibile conseguenza, nel caso - per noi abituale e preferito, almeno sino ad ora - che si opti per un libro, è che tutte le spiegazioni esegetiche ed interpretative (storiche, letterarie, stilistiche, contenutistiche etc.), per quanto preziose, non dovrebbero diventare prevalenti (e meno che mai esclusive). Se qualcuno di noi che insegna filosofia (come Alberto Biuso, Gianni Rigamonti o io stesso) le offre all'inizio di un ciclo per introdurre quell'autore e quell'opera, dobbiamo essergliene grati: infatti tali indicazioni sono indispensabili. E' utile, poi, che questo professionista della filosofia continui a dare informazioni 'tecniche' on demand nel corso degli altri incontri (ovviamente curando il tono delle risposte perché è facile che chi sia poco preparato su un settore disciplinare si senta un po' intimorito dall'esperto). Ma né noi professori né gli altri, a mio sommesso parere, dovremmo dimenticare che non è questa la ragione fondamentale del nostro incontrarsi. Infatti, se così fosse, si capirebbe perché capiti ogni tanto che qualcuno si lamenti di non seguire degli interventi troppo 'dotti' (anche se in assoluto non lo sono) o dichiari di essere un po' annoiato di rivedersi per la terza volta a discutere del giardino di Candido secondo Voltaire, Calvino o Sciascia. Per Bacco, chi non lo sarebbe? Se Augusto o Pietro o Gianni o Alberto o Francesco prendono spunto, invece, dal giardino di Candido per confrontarsi, con chi del gruppo desidera farlo, su che cosa è per ciascuno di loro, in prima persona, l'equilibrio fra privato e pubblico, fra contemplazione e azione, fra tempi dedicati a sé e ai propri cari e tempi dedicati alla politica mondiale...allora il livello del discorso si fa così vitale - starei per dire, ma nell'accezione più bella, così elementare - da diventare un terreno basilare (un fondamento!) davvero comune con tutti gli altri. Anche i meno preparati/interessati a disquisire su Voltaire e l'Illuminismo... Certo resta il rischio di non sapersi autocontrollare negli spazi che si occupano, ma questo è un limite tecnico che non si registra frequentemente fra noi e che, in ogni caso, può essere facilmente corretto da chi abbia (o da colui al quale viene riconosciuta dal gruppo) la funzione di moderatore. L'essenziale è altrove: mi reco alla cenetta per Voltaire, per Leopardi, per Spinoza o non invece per co-filosofare insieme ad Adriana, ad Anna, ad Armando, a Mario...? Nella prima ipotesi potrei venire quando l'opera non è troppo futile o troppo angosciante o troppo giornalistica o (mi è stato detto anche questo!) troppo 'politica' e troppo poco 'metafisica'...e restare a casa negli altri casi. Nella seconda ipotesi avrebbe senso partecipare anche se Kierkegaard o Feuerbach mi risultassero due palle enormi: tanto i loro 'testi' sono (scusatemi l'allitterazione sfruttatissima negli ambienti degli addetti ai lavori) solo dei 'pretesti'. Vorrò uscire alle 22,30 del martedì dallo studio Spalla avendo avuto l'occasione di riflettere sull'amore, sulla morte, sulla felicità, sulla giustizia...grazie al confronto anche con Platone e Marx, ma soprattutto con Salvatore ed Elisabetta. Non sono del tutto sprovveduto. Come vi ho detto ieri, la stragrande maggioranza dei miei colleghi insegnanti è in totale disaccordo su questa concezione: tentando di attuarla, mi accusano di non star facendo filosofia (ma chiacchiere da salotto, pseudo-terapia di gruppo, assistenza spirituale mascherata ...). Non ho la pretesa di pensare che questo modo 'pratico' (e meticcio) di filosofare sia l'unico degno di tal nome; tanto meno di imporlo a chi non sia d'accordo. Ho solo un desiderio (e riesporvelo è stato il motivo per cui ho approfittato della serata di 'transizione' di ieri): continuare a sperimentarlo con chi ha capito il senso della proposta e - almeno temporaneamente - vi aderisce. E sono stato felice di cogliere (a meno di non essere stato vittima di illusione acustica dovuta alla stanchezza della giornata) una totale adesione a questo taglio dei nostri appuntamenti. Grazie perciò della speranza che mi rafforzate di non finire povero e matto ed anche dei minuti dedicati alla lettura di questi appunti del "giorno dopo".
Con affetto
Augusto

mercoledì 22 ottobre 2008

Perchè mi piace Voltaire



Cari amici filosofi e "filosofanti" , stimolato dalla mail di Armando, vorrei provare ulteriormente a spiegare perchè la lettura del "Candide" mi sta davvero appassionando, dopo tanti anni dalla prima frettolosa lettura,effettuata negli anni del liceo. Per prima cosa rilevo che il Candido-Voltaire si confronta con personaggi vari e molteplici, che, ognuno a modo suo, impersonano pensieri e filosofie diverse riguardo alla vita. C'è Pangloss, che spicca inizialmente su tutti gli altri, perchè rappresenta il pensare filosofico "antico", "sistematico", "forte" all'apparenza, ma sostanzialemente debole. Pangloss non rappresenta solamente il pensiero di Leibniz, e la sua teoria sul migliore dei mondi possibili, ma è in qualche modo il garante della possibilità di un pensiero "metafisico". Tutto ciò che accade a questo mondo, anche le incredibili avventure di "Candide", possono avere per Pangloss (ma Pangloss simboleggia Leibniz, tutti i metafisici, gli uomini di chiesa alla San Tommaso etc . etc. ) una giustificazione ed alla fin fine possomno esitare in un inno di lode a Dio. Pangloss giustifica tutto. Con molta eleganza e direi "delicatezza", Voltaire-Candide non aggredisce la posizione ed il giustificazionismo di Pangloss, ma presenta semplicemente i fatti di vita, le mirabolanti storie del suo eroe Candide. E così facendo, senza stancare il lettore, fa capire che la posizione di Pangloss è quasi insostenibile. Sono tali e tante le disgrazie e le sventure del protagonista, che giustapporre una spiegazione metafisica, come tenta di fare Pangloss, appare davvero un tentativo senza speranza.

A questo punto Voltaire, vero filosofo moderno, opera una svolta copernicana nella storia della filosofia: grazie al suo romanzo filosofico, narra i fatti della vita, fa parlare l'esistenza e la storia del quotidiano, dice come stanno le cose. Ecco dunque una prima differenza fondamentale tra il pensare dei filosofi della classicità ( primo tra tutti Aristotele, sino ad Hegel , etc. etc. ) , ed i filosofi legati alla storia di vita, al contesto, alla esistenza. Candido-Voltaire non dice che Pangloss "ha torto", ma in modo problematico evidenzia la singolarità dei fatti dell'esistenza, nella loro crudezza così diversi dal giustificazionismo leibniziano. Sottolineo che la "critica" volteriana al modo leibniziano di fare filosofia, è di un rispetto e di una ammirazione tali ( certo mista ad elegante ironia ovviamente), che costituisce già di per sè un "caposaldo" etico, sui modi del filosofare. Ma Voltaire, sempre in modo efficace, introduce grazie a Candide , le sue prime controdeduzioni filosofiche rispetto al filosofare iper-razionale e sistematico degli antichi. Semplicemente "narrando" l'amore per Cunegonda di Candide e la sua amicizia per i vari compagni di avventura.

Si noti con meraviglia cosa fa Voltaire, quasi senza che ce ne accorgiamo: rivolto agli antichi e a Leibniz sembra dire: voi parlate e disquisite tantissimo, ma le vostre riflessioni sono lontanissime dai fatti della vita, dalla pancia vuota o piena degli esseri umani, dall'amore sentimentale che unisce Candido a Cunegonda, dall'amicizia franca e stabile che unisce Candide, Martino, Pangloss, la vecchia etc. etc. Voltaire, che sembra apparentemente non avere certezze e caposaldi di natura metafisica, in realtà ci addita con maestria ed eleganza, VALORI umani che finiscono per trascendere persino i fatti di vita: l'amore, l'amicizia, il rispetto democratico, la solidarietà ( basti pensare alla figura "caritatevole" dell'anabattista). Ed anche il "lavorare" il proprio giardino, frase con cui Voltaire conclude il Candido, mi sembra un chiaro voler indicare la necessità del lavoro, come partecipazione responsabile ai fatti di vita.

Ammiro Voltaire grandemente anche perchè le avventure di Candide sono "gruppali". I filosofi del passato, anche nelle opere più dialogiche (Platone per esempio), erano filosofi "monocratici", che, presentavano "una" teoria ed "un" pensiero. Proprio "uno", talvolta evolventesi nel tempo. Dicevano: "è così ". Voltaire invece chiude il Candide con una miscellanea di voci, compresa quella di Pangloss, che stanno l'una accanto all'altra e sono tutte possibili, unite dal vincolo dell'amicizia, ma plurime nell'interpretare la vita. C'è il metafisico P., c'è l'ottimista, c'è chi non c'è più., e ci sono soprattutto l'amore di C. per Gun. e l'amicizia complessiva del gruppo. Ciò riflette straordinariamente la nostra società moderna dove , per fortuna dico io , non prevale un pensiero o una teoria, ma più voci , si spera amichevolmente e democraticamente , formano un coro ( dissonante ? non ha importanza ) di voci.

Concludo: ho voluto paragonare la nostra attività filosofica di gruppo a questa miscellanea di voci diverse, che costituisce spesso il pensare moderno. E se stiamo insieme come gruppo , certamente non è solo per i pensieri ed i dialoghi in comune , ma per le simpatie e/o antipatie che animano ogni fenomeno gruppale. ( per chi vuole approfondire rimando alla psicanalisi dei gruppi) Personalmente coltivo dentro di me , interiormente, molta "devozione " e simpatia per i grandi filosofi del passato, ma poi mi diverto un mare a metterli in crisi, a capire che la vita è spesso misteriosa ed inafferrabile, con una sola ottica o chiave di lettura. Forse l'unica possibilità è dunque quella di convivere pazientemente, nel coro di voci, ed abituarsi a far filosofia come quando si va al mercato e si "abbannia": c'è chi grida, c'è chi ha merce buona e chi cattiva, chi sa vendere e chi no, chi pretende di imporsi quasi a forza, etc., ma tutti in realtà devono rispettare le regole ( anche semplicemente e kantianamente inscritte nella coscienza morale dell'uomo), saper convivere. ( senza pagare il pizzo agli arroganti, e senza calare la testa a chi proprio non ci convince)

P.S. Qualcuno nel gruppo continua ostinatamente ad attribuirmi (quasi come una colpa?) uno sviscerato amore per S. Tommaso: confermo, ma spero si capisca, da quanto ho scritto, che in realtà, per me, anche S. Tommaso va unito al coro di voci che " abbanniano".

riflettendo sul "Candido"



dopo l'incontro di ieri per commentare la prima metà del Candido di Voltaire, mi hanno colpito le riflessioni di Alberto che hanno dato tre chiavi di lettura al romanzo-filosofico dell'illuminista ed ecco come li ho lette io: la prima è sulla Storia che col continuo ripetersi nel tempo (guerre, violenza,inganno, sopraffazione etc..........) sembra incapace di leggere se stessa per non cadere negli stessi errori, la seconda è la rinuncia da parte di chi non vuole (per paura, per scelta?) esserne parte attiva e si trincera nel suo giardino dove cerca di trattenere il solo nucleo familiare limitandosi a coltivare il proprio orticello e la terza è Candido (almeno fino all'ultimo capitolo) col suo peregrinare attraverso gli accadimenti della Storia cercando la coerenza nell'amore, nell'amicizia e soprattutto nell'inseguire la dimensione "gruppale" (termine usato da Alberto) del confronto e della sfida con opinioni e scelte diverse.
Ecco, a me sembra che quest'ultimo aspetto sia il "motore" del romanzo "fantastico" di Voltaire e direi dovrebbe essere il motore della vita di chi non si rassegna ad osservare semplicemente ciò che avviene restando passivo alle conseguenze ma cerca di reagire in un osmosi continua con gli altri relazionandosi sempre e comunque con tutti quelli disposti ad ascoltare e a dire (cosa che richiede una certa fatica).
Questo è tutto, credo che ce ne sia abbastanza per stimolare considerazioni sulla ns. attualità e sugli atteggiamenti che in questi mesi ognuno di noi è chiamato a scegliersi.
Armando Caccamo

venerdì 17 ottobre 2008

Da Maria Ales sul Candido

La mail di Pietro Spalla è arrivata puntuale e stimolante come un invito per me a restare nel tema, nella atmosfera dell’ ultima cenetta filosofica sul Candido di Voltaire.
Aggiungerei alcune notazioni:
1) la prolusione di Gianni Rigamonti è convincente, stringata e chiara, attenta alla critica letteraria che assegna al Candide un posto nella satira sociale. Ma Gianni ci parla anche dell’Autore di cui sottolinea aspetti personali, storici, di costume. Sono pennellate sapienti, rapide e stringate, con le quali ne tratteggia l’area psicorelazionale, il contesto di appartenenza, l’epoca.
Il Candide, dice Gianni, ha un modo di vivere assurdo e un pensiero irrazionale; nello stesso tempo ci informa che è un tedesco, alto per la sua epoca non meno di 1,70 soggetto dunque all’arruolamento militare forzato ( oggi no ma i corazzieri si scelgono).
Il forte rapporto con Federico II, imperatore della Prussia che lo accoglie nel regno non fu duraturo; anche l’ imperatore ha una visone del mondo contrastata dal re padre proprio per la sua inclinazione alle arti, l’ amato flauto, e la repulsione alle arti militari cui venne invece costretto subendo il carcere e rischiando la morte. Dal canto suo Voltaire /Candido sciorina una campionatura di disavventure che pure non ne modificarono le scelte.
2) Circa il ritmo del racconto satirico, la serie di disavventure snocciolate con un ritmo accelerato, senza pause, sottolinea l’ aspetto dell'assurdità del mondo; immaginando che anche la divisione in capitoli sia da considerare un artificio per chiudere una scena dopo l’ altra e non lasciare, almeno nell’ immediato, la possibilità di risonanza emotiva.
Una del gruppo filosofanti ha citato Calvino e le Lezioni americane, un testo molto lontano dalla mia capacità di comprensione, interessandomi per la immagine che una oscillazione del raccontare in onde lunghe e corte possa contenere invece il momento della riflessione.
3) In coda alla cenetta filosofica Francesco Palazzo ha da proporre una sua lettura che ha appena il tempo di accennare, Comincia con il riportare il concetto del “coltivare il proprio orticello”aprendo a possibili altre letture; quella che lui ha scelto utilizza il concetto delle aree relazionali e sociali all’ interno di ciascuna delle quali l’uomo acquisisce funzioni e ruoli definiti. Penso che l’avere consapevolezza delle relazioni interpersonali e sociali, dalla appartenenza al privato del primario gruppo familiare a quella dei vari gruppi sociali, favorisca e in sostanza promuova gli incastri utili nel gruppo allargato e ai vari livelli. E ciò proprio se mi concentro sulla definizione di bisogni temperati, aspettative misurate, scelte consapevoli, progetti condivisi.
Allora leggerei il dedicarsi al proprio orticello o dell’ ulteriore ritorno ai campi di Cincinnato, eroe salvatore della patria, senza il sapore della rinuncia ma come una ulteriore capacità di scelta nella vita.
4) Buon ultimo alla domanda che ho rivolto al gruppo su possibili rappresentazioni teatrali del Candide risponde Internet.
Candide venne rappresentato per la 1° volta nel lavoro di Leonard Bernstein ( 1918 – 90): la fatica nell’azzardo di tradurre in musica per il teatro popolare un capolavoro della lettura polemica illuministica del candide o de l’ Optimisme di Voltaire fu un insuccesso nel 1759 riproposto nel ‘973 e ‘89 con successo)
Candide nel teatro: rappresentazioni attuali al teatro Granchio di Motisi in Toscana con il titolo “ il migliore dei mondi possibili”; al teatro della Tosse a Genova; a Fidenza, come un musical in una piece teatrale “un gioco di teatro nel teatro”
Saluti affettuosi o di compassione per chi è arrivato in fondo
Ciao Maria

giovedì 16 ottobre 2008

Un Crudele Esperimento - II

Siamo nel 2650 d.c., in Giappone. Da alcuni anni è divenuto normale produrre nuove specie viventi, in sostituzione delle vecchie. La modifica sostanziale di quelle esistenti si era già consolidata verso la metà del 2300.
Ogni volta che si producono nuovi umanoidi però, è sempre emozionante come la prima volta.In questo caso, ai nuovi nati si deve chiedere infatti se vogliono continuare la loro esistenza e meno, dichiarando quindi la loro intenzione di riprodurre e proseguire nel tempo la nuova specie.

È il 25 settembre, e da mesi nel nuovo laboratorio situato in un luogo segreto e protetto dell’isola di Hokkaido, si sta lavorando ad un megaprogetto, attraverso il quale sarà possibile creare una specie di nuovi Trans-Umani che abbiano alcune fondamentali caratteristiche, tipiche delle altre specie animali inventate in laboratorio nei 200 anni precedenti. Una di queste è il “dono dell’instancabilità”, che fa leva su una riserva di forza fisica e presenza mentale in grado di auto rinnovarsi in pochi minuti.

I primi esperimenti, come ricorda il direttore del laboratorio, Hyoshiro Makoto, avevano puntato sulle capacità artistiche ed intellettive; egli stesso poteva dirsi fieramente figlio di questi esperimenti, essendo stato generato da un padre ibridato con seme “AAB- kk3450” e da una madre di tipo “6852 FFG 835”, cioè quelli riconosciuti come tra i migliori selezionati fino a quel momento. Le caratteristiche di Hyoshiro sono stupefacenti, la sua capacità di comprensione e sintesi istantanea di problemi complessi, quasi ineguagliabile. La sua sensibilità umana ed affettiva non è da meno, essendo controllabile attraverso una serie di bioapparecchiature microscopiche poste vicino alle mani. I meccanismi di controllo sono stati applicati in modo sottocutaneo, e soltanto lui può attivarli, riconoscendo nel proprio codice genetico la password di accesso per cambiare il proprio stato.

A Hyoshiro basta sfiorarsi i polsi o gli avambracci dove lui sa, per cambiare in brevissimo tempo il proprio stato intimo, comunicativo o di percezione. Così, se è arrabbiato, gli basterà fare dei movimenti non solo per calmarsi, ma proprio per dimenticare e superare la sua condizione istantanea, rimettendosi in sesto. Se vuole essere più attento ed affettuoso verso i propri cari, gli basterà compiere intenzionalmente un determinato gesto, poiché le microghiandole di cui è dotato, metteranno in circolo sanguigno le sostanze necessarie, appositamente studiate per quell’effetto.
Hyoshiro ricorda ancora, quasi sorridendo, quando gli umani di alcuni secoli prima andavano nelle farmacie ad imbottirsi di sostanze velenose e tossiche, pur di togliersi un banale mal di testa.
Queste cose adesso le si guarda solo negli spettacoli comici, o nei remix dell’epoca. Però, doveva essere carino, trovarsi lì. Gli umani del 2650 hanno superato qualsiasi condizione di malattia, e sono padroni del loro destino. Decidono di nascere, di restare fin che vogliono e, quando è il momento giusto, anche di morire, concedendosi una pausa di relax sufficientemente lunga prima di riprendere la propria missione sulla Terra con un trasferimento bio-genetico. La consapevolezza, nel trasferimento della propria coscienza individuale, è assicurata. Ogni volta che le esperienze personali devono essere trasferite su un altro corpo, vengono prelevati tutti i cloni genetici e di memoria dell’individuo che, come si sa, non appartengono solo al cervello, ma a tutte le cellule del corpo. Esistono potenti elaboratori bio-tecnici, sovralimentati al plasma di tungsteno ed iridio, in grado di svolgere questa complessa operazione di sintesi, compressione e riduzione all’essenza, delle singole esperienze. Naturalmente è l’individuo che sceglie quali esperienze vorrà ricordare e quali no. Poi il tutto viene conservato in una banca dell’informazione androide mondiale, che possiede le complete garanzie di stoccaggio e controllo delle informazioni vitali. L’individuo sceglie di interrompere la propria vita su quel corpo quando lo desidera, programmando la propria rinascita in un altro luogo e in un tempo prestabilito, scegliendo perfino una coppia di genitori consenzienti, che si ritroveranno grazie ad un complesso appuntamento.

Grazie a questo sistema, pochi hanno scelto di non rivivere più, essendo disincantati e stanchi dell’esistenza. Se avessero voluto, avrebbero anche potuto scegliere di percepire l’esistenza in modo totalmente diverso, con gioia, amore, collegamento esteso agli altri esseri viventi, essendo queste percezioni totalmente controllate dalle sostanze cellulari e plasmatiche in circolo. Eppure essi hanno deciso di terminarsi, e questo per fortuna non è più un problema morale o giuridico, essendo eticamente riconosciuto e delegato all’individuo stesso il proprio diritto alla vita, ma anche a quello della morte e dell’annullamento.

I problemi filosofici degli individui sono stati sciolti, avendo essi la possibilità di ricordare gli stati di premorte e post-morte, così come le esperienze vissute nelle fasi intermedie tra una esistenza e l’altra. Le persone conoscono ed arbitrano il proprio destino in modo totale, nella certezza di porre in essere il desiderio profondo di un creatore supremo, che essi non ricordano di aver mai visto, ma la cui presenza è avvertita a livello subliminale in modo pressoché continuo. Ognuno si sente parte di un Tutto in modo chiaro, e questo Tutto viene spesso indicato metaforicamente come “il Grande Amore”. Così, esistono una serie di storielle e barzellette che giocano sull’equivoco del “mio grande amore”, utilizzate ad esempio quando un ragazzo vorrebbe per la prima volta dichiarare il proprio interesse verso una ragazza, e magari non trova il coraggio di farlo.

In questo mondo la riproduzione è naturale, ma selezionata. Ogni particolare del proprio futuro, e di quello dei figli è programmato dall’individuo non in senso casuale, ma in modo saggio, attento ed amorevole. Questo accade perché gli umani hanno imparato a fidarsi completamente gli uni degli altri, e quindi ciascuno accoglie ed elabora, in modo onesto e privo di pregiudizi, migliaia di consigli altrui, prima di decidere.

Può sembrare paradossale, ma questa civiltà è frutto di un crudele esperimento.

Infatti, si è sviluppata in un piano esistenziale diverso, in un mondo parallelo ove i nazisti avevano vinto la seconda guerra mondiale. Non ve ne era stata una terza, perché per oltre un secolo e mezzo il mondo dovette marciare in modo monotematico, ma non monoteistico. Già verso la fine del nel 2100 si avvertirono i primi cedimenti governativi, i quali indicavano chiaramente che l’esperienza del nazismo, in quanto forma autoritaria e suicida verso alcune razze, era finita. Al tramonto dell’Autorità assoluta, gli esperimenti nel Deserto del Sahara avevano prodotto una razza superiore, in grado di uscire dalla prigionia e prendere il potere, capovolgendo la situazione mondiale in modo relativamente più lento. Forme di inquinamento barbarico non avevano avuto modo di esistere, così come l’energia nucleare non fu mai impiegata a scopi bellici, e neanche tanto a scopi civili, non essendo quel mondo affamato di energia da devolvere agli sprechi.

E soprattutto, essendo l’uomo già da molto tempo privato del dogma filosofico–teologico, ed avendo superato quello politico-sociale post-nazista, poté nei secoli successivi scegliere gli scopi e gli impieghi della tecnologia. Avendo gli umani imparato sulla propria pelle cosa significa morte, distruzione, abbandono, isolamento, genocidio, discriminazione, ma anche e soprattutto egoismo, autocrazia o prigionia, nei secoli successivi essi evitarono gli errori fatti in precedenza. Inoltre, essendo stata la cultura precedente in gran parte perduta, e gli antichi libri bruciati, ne fu creata una totalmente nuova, non meno avvincente ed interessante. I classici non influenzarono le menti, dimostrando che il vuoto genera libertà, ove vi è intelligenza. Il ferro invece genera ruggine e l’ossido corrode, lasciando scheletri che nessuno ha il coraggio di togliere.

Così, nel settembre del 2650, Hyoshiro Makoto si appresta a creare nuovi umanoidi in grado di non stancarsi. Egli sa, come tutti sanno, che di fronte alla possibilità di autodeterminarsi non ha molto senso parlare di anima o di corpo, ma solo di possibili ed infinite sfaccettature dell’esistenza. Entrare ed uscire dalla materia per l’uomo è divenuto naturale, ed anche per tutte gli esseri da lui creati.
Forse un giorno anche Hyoshiro, divenuto ormai vecchio, si interrogherà su un mistero, chiedendosi perché queste possibilità, appena pochi secoli prima, non esistevano. Si chiederà perché la gente soffriva, si ammalava e poi moriva, anche se ovunque nel mondo le religioni confortavano i moribondi e gli ospedali curavano gli ammalati, nel lusso come nella fatiscenza.

Un dubbio sfiorerà allora la sua mente, e sarà la prima volta che ciò sia mai accaduto per lui. Alla penombra della lampada laser blu, poggiata sul tavolo di vetro-titanio, così trasparente da sembrare impalpabile, le sue mani toccheranno la fronte pensierosa e gli occhi saranno chiusi, assorti in questo immenso mistero. Egli avrà una visione, e sognerà che un giorno lontano del tempo passato un dio cattivo aveva privato l’uomo della sua libertà, assegnandogli una serie di destini, tutti apparentemente diversi ma in realtà tutti monotoni.

Sognerà il destino dei manichini, uomini riprodotti incontrollatamente da sé stessi, a partire da un umanoide-prototipo in gran parte lobotomizzato. Così come la specie che lui incarna adesso, non rappresenta più quei manichini, forse intuirà che, a suo tempo, una “nuova” specie umana fu introdotta artificialmente nel pianeta, con caratteri e scopi molto distruttivi, e con una serie di parti mancanti o mal funzionanti, in modo da accrescerne spaventosamente le potenzialità deleterie.

Ma, non riuscendo ad immaginare chi e come abbia mai potuto concepire e realizzare qualcosa di così crudele, scaccerà dalla sua mente questo pensiero, con il suo solito gesto che serve ad annullare le tristezze ed i pensieri negativi. Allora troverà pace, ed il suo corpo, ormai stanco, deciderà di andare a letto. Forse in quel momento comincerà anche a pensare che, essendo all’apice della sua splendente vita, è anche giunto il momento di morire saggiamente, e di lasciare il suo compito ad uno dei tanti giovani collaboratori di cui egli è fiero. E, per darsi pace ed un pizzico di sano ideale, tornerà a ricordare il millenario Impero del Sol Levante, con le infinite schiere dei valorosi che diedero la vita per un ideale più alto, per un mondo migliore. E cancellerà dalla mente il pensiero dei nazisti, che furono solo dei temporanei alleati. Ed i suoi occhi brilleranno, per la commozione che quel sentimento fantastico avrà suscitato in lui. Con emozione vibrante, ricorderà l'anziano Maestro 会気道 quando gli aveva detto: "Sarai libero di combattere solo quando non sarà la tua mano a tenere il bastone. Ma il bastone la tua mano".

E' arrivato il momento di salutare Hyoshiro. Lo lasciamo mentre ancora egli non sa, non ha ancora concepito tutto questo. Lo lasciamo libero di continuare quegli esperimenti che egli conduce nella certezza etica che questi faranno evolvere la specie umana di quel pianeta Terra.
Un pianeta Terra-2, nato in una realtà parallela dove i nazisti avevano vinto, ma poi erano passati come il Tempo e, lentamente, erano stati sepolti, senza la necessità di alcuna distruzione ulteriore.

mercoledì 15 ottobre 2008

Resoconto di Pietro

Cari filosofanti (a tempo perso e per professione). E' stato bello ritrovarsi per ricominciare a pensare insieme, ispirati da Voltaire e dal suo "Candido". Gianni ci ha introdotto al libro contestualizzandolo opportunamente con sintetitci ed efficaci riferimenti storici e filosofici. Secondo Gianni, Leibniz non meritava l'ironia di Voltaire che lo prende in giro in tutto il libro per il suo ingenuo ottimismo dato che ritiene che questo sia "il migliore dei mondi possibili". Ma, come ha fatto notare lo stesso Gianni, non è solo Leibniz il bersaglio delle frecciate umoristiche di Voltaire, che ridicolizza anche la mentalità del periodo e la stupidaggine degli uomini che si procurano inutili e reciproche sofferenze. Dopo alcuni accenni di Armando al "deismo" di Voltaire che crede in un Dio solo creatore ma lontano e indifferente, gli interventi hanno messo in luce la velocità da comiche del film muto con la quale si muovono i personaggi e si succedono gli avvenimenti del libro: personaggi di gomma, ha notato qualcuno, che muoiono e rinascono all'improvviso. Lo stesso Candido - fa notare Mario Spalla - si muove, cade e si rialza, insegnandoci ad andare comunque avanti nonostante tutte le tribolazioni della vita. Candido è, invece egoista secondo Armando e Gianni, quando teorizza che ognuno deve coltivare il proprio giardino senza occuparsi della cosa pubblica. Ma meritano attenzione anche le benevoli interpretazioni di Marcella e Francesco che cercano di vedere, in questo invito a coltivare il proprio giardino, anche un richiamo al pragmatismo, alla necessità che ognuno esegua al meglio il proprio lavoro non per rinchiudersi dentro uno steccato ma per mettere a frutto i propri talenti a beneficio anche degli altri. Simpatico e indovinato il riferimento che Augusto ha fatto al personaggio Forrest Gump come al moderno Candido dell'omonimo film. Ci rivedremo martedì 21 ottobre per commentare la prima metà del libro e anche per approfondire almeno due interessanti domande che mi sembra siano sono venute fuori da questa interessante cenetta:
1) E' ingenuo Candido che rimane candidamente convinto che bisogna comunque credere nei propri sogni (e che la vita ha un senso anche se non sembra) o siamo ingenui noi quando crediamo solo a quello che vediamo forse perchè non riusciamo a vedere al di là del nostro naso?
2) E' possibile che lo scontro tra Voltaire e Leibniz si possa comporre così: Dio effettivamente non ha creato il migliore dei mondi possibli ma solo la sua materia prima lasciando agli uomini la possibilità di plasmarla per realizzarlo?
Pietro Spalla