mercoledì 2 aprile 2008

Scienza e Spirito....psiche e natura...sono poi così distanti?


Desidero dare anch'io un contributo all'argomento trattato dal precedente post di Giovanni e nelle serate di commento al libro di Mancuso per ribadire che forse le via scientifica e le vie non scientifiche verso la conoscenza possano anche intersecarsi e sinergicamente andare avanti con la pace di molti.......
Cito pertanto un passo del libro "Psiche e Natura" scritto nei primi anni '50 da Wolfgang Pauli, Nobel per la Fisica nel 1945 e famoso per il suo "principio di esclusione" e per la scoperta del neutrino.....": “Per noi moderni, tornare alla concezione arcaica, la cui unità e coerenza interna veniva pagata al prezzo di un’ingenua ignoranza sulla natura, è ovviamente fuori discussione. Tuttavia, proprio il desiderio di una maggiore coesione nella nostra visione del mondo ci spinge a riconoscere l’importanza degli stadi pre-scientifici della conoscenza per la genesi delle idee scientifiche, integrando l’indagine (rivolta verso l’esterno) delle scienze naturali con una ricerca di queste stesse conoscenze volta alla dimensione interiore. Mentre la prima ha per oggetto la corrispondenza dei nostri concetti con le cose del mondo esterno, la seconda dovrebbe far luce sugli archetipi sottesi alla creazione di concetti scientifici. Solo una combinazione di entrambe le direzioni di ricerca può condurre a una piena comprensione.
Negli uomini di scienza la diffusa aspirazione a una maggiore unità nella nostra immagine del mondo è acuita dal fatto che oggi abbiamo sì le scienze della natura, ma non abbiamo più una visione scientifica del mondo. Dalla scoperta del quanto d’azione la fisica è stata un pò alla volta costretta ad accantonare l’orgoglioso proposito di spiegare, in linea di principio, tutto l’universo. Proprio questa circostanza d’altra parte, in quanto correttivo della visione unilaterale precedente, potrebbe portare in sé il seme di un futuro progresso verso una concezione unitaria del mondo, della quale le scienze della natura non sono che una parte.”
(il grassetto è mio). Armando

martedì 1 aprile 2008

In che senso tutto è energia?

Vi propongo qualche citazione dal Tao della fisica di Fritjof Capra che l'altra volta è stato (opportunamente) tirato in causa mentre discutevamo sulla nozione di energia adoperata da Vito Mancuso. Quello che vorrei sottolineare è che la scienza è arrivata a queste conclusioni 'rivoluzionarie' sulla materia per dinamiche sue interne, estremamente significative dal punto di vista filosofico, ma sganciate da qualsiasi adesione a questa o quella 'idea spirituale' del mondo, buddista, indù, taoista o mandrakista che sia. E che tali visioni spirituali si dimostreranno valide o meno a prescindere dall'assenso della cosiddetta comunità scientifica. Sono ambiti a mio parere necessariamente diversi e distanti. Buona lettura....

(p.81) A livello subatomico, gli oggetti materiali solidi della fisica classica si dissolvono in configurazioni di onde di probabilità e queste configurazioni in definitiva non rappresentano probabilità di cose ma piuttosto probabilità di interconnessioni. Un'attenta analisi del processo di osservazione in fisica atomica ha mostrato che le particelle subatomiche non hanno significato come entità isolate, ma possono essere comprese soltanto come interconnessioni tra la fase di preparazione di un esperimento e le successive misurazioni. La meccanica quantistica rivela quindi una fondamentale unità dell'universo: mostra che non possiamo scomporre il mondo in unità minime dotate di esistenza indipendente. Per quanto ci addentriamo nella materia, la natura non ci rivela la presenza di nessun "mattone fondamentale" isolato, ma ci appare piuttosto come una complessa rete di relazioni tra le varie parti del tutto.

(p.86)...la forza fondamentale che dà origine a tuttii fenomeni atomici è ben nota e la si incontra facilmente nel mondo macroscopico: è la forza di attrazione elettrica tra il nucleo atomico carico positivamente e gli elettroni carichi negativamente. L'azione reciproca tra questa forza e le onde elettroniche dà luogo all'enorme varietà di strutture e di fenomeni del nostro ambiente: è responsabile di tutte le reazioni chimiche e della formazione delle molecole, cioé degli aggregati di più atomi legati tra loro dalla mutua attrazione. L'interazione tra elettroni e nuclei atomici è quindi il fondamento di tutti i corpi solidi, liquidi e gassosi, e anche degli organismi viventi e di tutti i processi biologici ad essi collegati.
In questo mondo immensamente ricco dei fenomeni atomici, i nuclei svolgono il ruolo di centri stabili, estremamente piccoli, che costituiscono la sorgente della forza elettrica e formano le intelaiature della grande varietà di strutture molecolari.

(p. 87) Il nucleo atomico è circa un centinaio di migliaia di volte più piccolo di tutto l'atomo, eppure ne contiene quasi tutta la massa... in effetti, se tutto il corpo umano fosse compresso fino a raggiungere la densità del nucleo, non occuperebbe più spazio di una capocchia di spillo... i "nucleoni" - come spesso vengono chiamati protoni e neutroni - reagiscono al loro confinamento muovendosi ad alta velocità, e poiché sono compressi in un volume molto più piccolo (rispetto all'elettrone) la loro reazione è molto più violenta. Essi scorrono nel nucleo con velocità di circa 60.000 km al secondo! La materia nucleare è quindi un tipo di materia completamente differente da qualsiasi cosa appaia "quassù", nel nostro ambiente macroscopico. Forse, il modo migliore di raffigurarcela è di pensare a un insieme di minuscole gocce di un liquido densissimo che bolle e gogoglia ferocemente.

(p. 88) L'immagine della materia che emerge dallo studio degli atomi e dei nuclei mostra che la maggior parte di essa è concentrata in minuscole gocce separate da enormi distanze. Nel vasto spazio tra le massicce gocce nucleari in violenta ebollizione, si muovono gli elettroni. Questi costituiscono solo una piccola frazione della massa totale, ma danno alla materia il suo aspetto solido ( allo stesso modo in cui un'elica in movimento sembra disegnare una superficie solida continua).


(p. 92) Nella fisica classica, la massa di un corpo era sempre stata associata a una sostanza materiale indistruttibile, a una "qualche cosa" della quale si pensava fossero fatte tutte le cose. La teoria della relatività ha mostrato che la massa non ha nulla a che fare con una qualsiasi sostanza, ma è una forma di energia. Quest'ultima poi è una quantità dinamica associata ad attività o a processi. Il fatto che la massa di una particella sia equivalente a una certa quantità di energia significa che la particella non può più essere considerata un oggetto statico, ma va intesa come una configurazione dinamica, un processo coinvolgente quell'energia che si manifesta come massa della particella stessa...


(p. 93) (secondo le equazioni di Dirac) la simmetria tra materia e antimateria implica che per ogni particella esista un'antiparticella con massa uguale e carica opposta. Se l'energia a disposizione è sufficiente, possono crearsi coppie di particelle e antiparticelle, che a loro volta si ritrasformano in energia pura nel processo inverso di annichilazione.
La creazione di particelle materiali da energia pura è certamente l'effetto più spettacolare della teoria della relatività... Prima della fisica relativistica delle particelle, i costituenti della materia erano sempre stati considerati o come unità elementari indistruttibili e immutabili, oppure come oggetti composti che potevano essere suddivisi nelle loro parti costituenti; e la domanda fondamentale che ci si poneva era se fosse possibile continuare a dividere la materia, o se infine si sarebbe giunti alle minime unità indivisibili. Dopo la scoperta di Dirac, tutto il problema della divisibilità della materia apparve in una nuova luce. Quando due particelle si urtano con energie elevate, di solito esse si frantumano in parti, ma queste parti non sono più piccole delle particlle originarie. Sono ancora particelle dello stesso tipo, e sono prodotte a spese dell'energia di moto (energia cinetica) coinvolta nel processo d'urto.... possiamo dividere sempre più la materia, ma non otteniamo mai pezzi più piccoli, proprio perché creiamo le particelle a spese dell'energia coinvolta nel processo.


(96) Negli ultimi decenni, gli esperimenti di diffusione ad alta energia ci hanno rivelato nel modo più straordinario la natura dinamica e continuamente mutevole del mondo delle particelle; la materia si è dimostrata capace di trasformazione totale. Tutte le particelle possono essere trasformate in altre particelle, possono essere create dall'energia e possono scomparire in energia. In questo contesto, concetti classici come "particell elementari", "sostanza materiale" o "oggetto isolato", hanno perso il loro significato: l'intero universo appare come una rete dinamica di configurazioni di energia non separabili.

lunedì 31 marzo 2008

Non esistono cose ma relazioni

Cari cenacolanti filosofici
Grazie anche all'aiuto di Augusto e Gianni, I primi commenti al bel libro di Mancuso "l'anima ed il suo destino" sono serviti ad inquadrare la fattispecie (scusate il linguaggio giuridico).
E' un libro di teologia o di filosofia, ci siano chiesti inizialmente, ed in cosa si differenziano i due appprocci? Augusto ci ha spiegato che i confini non sono così netti, dato che è esistita anche una filosofia teologica, che si occupa di Dio, anche se poi, storicamente, filosofia e teologia hanno finito per costituire due discipline autonome. Ma solo in italia, ha spiegato Augusto, la teologia è stata sopratutto "confessionale", in qualche modo in linea, cioè, con gli insegnamdenti del magistero. Ciò a causa del concordato che pone sotto la giurisdizione della chiesa le facoltà teologiche pubbliche (con inevitabili difficoltà per la libera ricerca teologica).
In pratica - ha spiegato Augusto - se Mancuso può permettersi posizioni così divergenti rispetto ai dogmi ed agli insgenamenti della chiesa, è perchè insegna in una libera e privata università in cui deve rendere conto, per le sue idee, solo a se stesso, agli allievi ed al rettore (o proprietario?) che lo incoraggia nel suo fecondo lavoro.
L'altro professionista (e filosofo della scienza) Gianni Rigamoniti, pur riconoscendo i meriti del libro (che a lui è piaciuto molto) ha criticato Mancuso per l'uso arbitrario che fa di concetti scientifici come quello di energia. Secondo la scienza, ha spiegato, l'equazione energia-materia è di tipo meramente quantitativo e l'equivalenza e convertibilità tra materia ed energia ha caratteristiche meno suggestive di quello che vorrebbero le creative interpretazini mancusiane.
Secondo Augusto, però, Mancuso usa il concetto di energia in senso anche metaforico, senza la pretesa di trarne conclusioni rigorosamente scientifiche (non essendo il suo un libro di scienza).
Da profano, anch'io penso che anche le "verità" (?) scientifiche possano essere interpertate (altrimenti non capirei perchè esisterebbero discipline come "filosofia della scienza" ed "epistemologia della scienza") e che i fenomeni scientifici possano essere letti anche in senso non meramente descrittivo e letterale ma anche evocativo per cercare di coglierne un significato ricorrendo a nessi o rimandi che li colleghino ad un contesto e li relazionino ad una realtà più ampia. Ed a questo proposito qualcuno ha ricordato l'accento che Mancuso pone sulla relazione, come costitutiva della realtà anche materiale. Ed anche questa intuizione, in linea con quella di tanti mistici (Budda diceva che non esistono cose ma relazioni) non è confemata dalle più recenti acquisizioni della meccanica quantistica?
Sul nostro Blog si è sviluppata, su questi temi, un'interessante discussione. Domani 1 aprile ci confronteremo sul secondo capitolo del libro: L'esistenza dell'anima
Pietro Spalla

martedì 25 marzo 2008

Domande da 1000 punti sull’anima….

…Ma…
…se una persona è convinta che l’anima esista…
…come principio in grado di sopravvivere al corpo fisico…
…e se quindi quest’anima sia concepibile come principio cosciente, senziente ed intelligente…
…capace di proiettarsi al di fuori dello spazio e del tempo…
…allora…
…perché questa persona dovrebbe necessariamente porre dei limiti a quest’anima…
…cioè…
…pensare che essa sia vincolata ad uno specifico corpo, come specie e come individuo…
… e pensare che essa abbia origine nella materia, in cui quel corpo è nato e sopravvive limitatamente?...

… A quel punto forse sarebbe meglio fare una scelta più drastica…
… O affermare che l’anima non esiste…
… ed esiste solo una intelligenza corporea, magari irriproducibile…
… O, al contrario, pensare che l’anima sia un principio di intelligenza di per sé immateriale ed atemporale…
…che non ha limiti da noi conosciuti né immaginabili…
…se non quelli imposti dal grado di confidenza…
…che la individuale intelligenza riesce a stabilire con il sistema materiale che sta esplorando…
… in altre parole…
…pensare che l’anima non ha origine nei corpi fisici ma che…
…proprio in quanto ignoto terreno di conquista, …
…l’anima ha seri problemi con i corpi che va ad occupare …

…E poi, se un processo è riproducibile, quali sono i limiti di questa riproducibilità…
…se non quelli che attualmente riconosciamo…
…ma che già domani avremo spostato un tantino più in là ? …

…Pensiamoci un istante…
…ogni cosa che è successa dentro e fuori di noi…
… la nostra stessa nascita e i nostri primi anni senza memoria…
… la nostra morte vissuta o da vivere con terrore o serenità…
… ogni cosa che abbiamo percepito e meditato…
… può essere spiegata in questa chiave…

… L’esperienza della vita non ha garanzie poiché è un’avventura…
… che parte da una scommessa al di fuori del Tempo e priva di garanzie…
… poiché ove l’anima pervade un corpo con maggiori attitudini e complessità…
… è vero, potrà svolgere compiti molto più importanti …
… ma i risultati definitivi si vedranno al termine di ogni ciclo…
… quando cioè si vedrà se i delfini, che pure comunicano tra loro e con l’uomo …
… saranno stati migliori degli umani…
… i quali spesso non sono in grado di comunicare tra loro, e nemmeno coi delfini …
… quegli antropoidi collocati ad un qualsiasi passaggio dell’evoluzione biologica …
… che per un pezzo di corteccia acquisita, si credono in cima alla piramide della vita…
…che non sono propensi a credere che l’intelligenza abiti in ogni forma…
… e che, ovunque si trovi, l’anima abbia diverse modalità, possibilità, e risultati attesi !!

venerdì 14 marzo 2008

Intelligenze corporali


Un piccolo contributo virtuale all'incontro di oggi promosso da Donatella.
Partiamo dalle ottime domande di Francesco, delle quali lo ringraziamo:

se oggi siamo in grado di riprodurre la vita artificialmente in laboratorio, chi ci assicura, o meno, che tutto queste capacità non verranno riprodotte anche loro? Da questo punto di vista, che differenza sostanziale può esistere, a parte il “supporto fisico”, lo “chassis”, il “container” tra una macchina biologica imperfetta, ed una metallica o silicea, tecnicamente ed idealmente “perfetta”?


In linea di principio nessuno ci assicura che una forma di vita 'artificiale' non verrà un tempo riprodotta. Non ho remore ideali, sentimentali, ideologiche o come volete a questo riguardo; non so se è auspicabile o deprecabile, so che è già avvenuto, con ogni probabilità, da qualche parte nell'universo. Di sicuro, qui e ora, e per il futuro prevedibile della scienza umana e della sua traduzione tecnica, i sogni dell'AI restano tali, a uno stadio non molto più avanzato da quando germinarono per la prima volta nella testa di alcuni scienziati negli anni cinquanta (dopo avere imperversato nella cultura pop e non, e nell'inconscio collettivo, da molto più tempo). Molto probabilmente perché, come diceva l'altra volta Gianni Rigamonti, l'Intelligenza artificiale è troppo cervello e poco corpo. Mentre noi siamo coscienze incarnate in un corpo oltre che nel tempo e in tante altre cose. La nostra coscienza è sensoriale, pulsionale, emotiva, pragmatica, e qualcuno si spinge a dire allucinatoria, prima che intellettiva. E il flusso di coscienza di un essere umano che si muove con il suo corpo nel mondo, per quanto a frequenza ridicolmente bassa (pochi hertz) rispetto a un computer anche da quattro soldi, è incredibilmente complesso nella sua multi-dimensionalità, tra continui input sensoriali, rielaborazioni e retroazioni. Bassa frequenza ma fortissimo parallelismo sarebbe la chiave del cervello umano, e sicuramente c'è dell'altro ancora. Infatti se un tempo si dava al singolo neurone il valore di un transistor (un bit: acceso-spento, 0-1) oggi la valutazione è quella di un microprocessore al completo. Ma le metafore computeristiche restano approssimazioni del tutto insoddisfacenti quando vengono applicate alla natura vivente e pensante. E' invece un particolare modo di 'stare-nel-mondo' che ha dato all'uomo un'articolazione autocosciente superiore (almeno dal punto di vista dell'autoconservazione e del dominio sull'ambiente) rispetto ai suoi diretti concorrenti. Alcuni ricercatori legano questa capacità proprio a un'imperfezione dell'essere uomo, per nulla macchina tecnicamente perfetta, in un mondo pieno di predatori specializzati. L'uomo avrebbe sopperito alla sua non-adeguatezza sviluppando abilità manuali, comunicative, sociali etc, che poi si sono cumulate esponenzialmente. Una storia paradossale, se vogliamo. Ma di questi (folli?) paradossi dovrebbero essere capaci le macchine, per dirsi coscienti, prima che intelligenti.
Andando poi a monte della questione, prima di inseguire le chimere dell'intelligenza artificiale dovremmo disporre di un quadro interpretativo convincente che ci consenta di capire come la mente, e prima ancora l'organismo umano, possano funzionare come un tutto coerente e integrato, e autorappresentarsi come un singolo 'Io' (binding problem), come insomma un ammasso di neuroni collegato a un corpo possa pensarsi e agire come persona. Questa prospettiva è ancora carente, per quanto la pratica multidisciplinare propria delle scienze del cervello, abbia consentito, soprattutto tramite tecniche di imaging non invasive, un parziale accesso 'olistico' allo stato vivente (Mae-Wan Ho, 97). In particolare la tomografia magnetica, facendo seguito agli studi che utilizzavano l'elettroencefalogramma multicanale, ha evidenziato nell'attività del cervello coerenze spazio-temporali su larga scala, che non possono essere spiegate con i meccanismi convenzionali. Il cervello funzionerebbe non come una collezione di cellule specializzate ma allo stesso modo del plasma, in cui gli atomi perdono le caratteristiche individuali in una totalità risonante e concertante.

p.s.
Francesco vede nelle ricerche di di Oscar Bettelli un notevole ottimismo sulle prospettive dell'intelligenza artificiale:

lui sostiene che già adesso si possono creare, e in parte sono già state create attraverso i computers, macchine in grado di riprodurre i processi logici della mente umana la quale, rispetto ai propri funzionamenti contiene in se, è vero, anche una componente imprevedibile ma anche, altrettanto vero, riproducibile
Curiosando nel sito internet di questo studioso ho trovato questa affermazione, che condivido interamente e che non si accorda all'euforia di cui sopra:

Anche supponendo che un computer possa comportarsi in tutto e per tutto come un essere umano potremmo dire che e' esso stesso umano? Esso dovrebbe riprodurre tutta una serie di complesse elaborazioni tipiche della nostra psiche, dovrebbe essere umanizzato non solo a livello di performances, ma ad un profondo livello psicologico. Ora i processi psicologici sono riducibili a processi meramente fisici?

Siamo tempo incarnato

Pur con tutti gli inconvenienti delle sintesi, mi sembra di poter dire che il cuore del pensiero di Francesco Vitale, negli ultimi due contributi, sia che il libero arbitrio ed il pensiero creativo potrebbero appartenere anche ad esseri non umani ad es. animali o, addirittura, a macchine appropriatamente costruite (suppongo dall’uomo): non è detto che ne abbiamo l’esclusiva noi umani.
Quanto agli animali, Francesco fa l’esempio di una tigre addomesticata che è posta nelle condizioni di decidere se papparsi un umano cui è affezionato o di rispettarlo: in quel caso eserciterebbe, per Francesco, il libero arbitrio;
quanto alle macchine, che di solito non "scelgono" ma calcolano soltanto, Francesco sostiene che se conferissimo loro la facoltà di determinare da sola i criteri di scelta allora avremmo conferito anche a loro il libero arbitrio.
Sarò antropocentrista (non è più di moda) ma considero solo il corpo umano capace di ospitare autocoscienza e libero arbitrio: per me non è vero che l’uno può sussistere senza l’altro, come sembra pensare Francesco: chi non sa di se stesso e della sua mortalità, chi non sa di "esserci" non può autodeterminarsi davvero.
Riconosco agli animali un certo tipo di coscienza ma di livello inferiore, che non arriva alla capacità autoriflessiva che ha l’uomo di guardare entro se stesso e demarcarsi dal mondo, specificità che mi sembra propria dell’Io, che evolve a poco a poco nel tempo (nell’uomo individuale e nella specie, essendo la storia dell’individuo una sorta di ricapitolazione della storia della specie).
In ciò condivido le riflessioni di Alberto Biuso (memo il suo bel libro: Cyborgsofia) secondo cui siamo tempo incarnato, immersi nel divenire: la coscienza dev’essere ospitata da un corpo (anzi secondo Alberto "è" il corpo) e solo insieme al corpo umano ha potuto evolversi, attraverso il tempo, sino all’autocoscienza.
Questo processo evolutivo potrebbe avvenire anche altrove? Non lo so, per me non c'è libero arbitrio senza la capacità di disobbedire alle leggi dell’ordine cui apparteniamo, in definitiva anche alle stesse leggi della natura che ci costituiscono, Tutto il contrario dell’addomesticamento della tigre cui accenna Francesco.
La libertà , per me presuppone una separazione, una perdita di identificazione con il tutto da cui abbiamo avuto origine, un peccato originale, un sovversivo esodo da un ventre primordiale a cui, forse, dobbiamo ritornare una volta compiuto il difficile processo di individuazione e di maturazione dell’io autocosciente e libero.
Non riesco, per il momento, a cogliere la possibilità che questo processo avvenga anche negli animali e nelle macchine, cui non so come potremmo conferire, come ipotizza Francesco, qualità tipicamente umane come la libertà.
Già è una cosa difficile sviluppare in noi uomini le facoltà umane latenti (per me, come per Pico Della Mirandola ed Erasmo da Rotterdam uomini non si nasce ma si diventa). Semmai credo, e di nuovo mi rifaccio al pensiero di Biuso, che sia possibile attraverso l’ibridazione" tra uomo e macchina, un ulteriore potenziamento di talune possibilità umane.
Francesco mi attribuisce un inconsapevole materialismo perché collego la coscienza a neuroni e celllule con conseguente estinzione della coscienza con la morte del corpo. Io, però non escluso affatto che ci sia anche un’anima immateriale, o qualcosa di simile, e che questa sopravviva al corpo; so però che, se esiste, intanto ha bisogno di incarnarsi in un corpo umano temporale per evolvere sino all’io autocosciente. Ma giunto ad un punto così difficile del discorso, preferisco fermarmi. Ne parleremo nelle nostre cene a proprosito del libro di Mancuso: l'anima e il suo destino.
Per il resto, mi piace molto l’approccio "sperimentale" di Francesco, il suo continuo richiamarsi alla possibilità di scoprire dimensioni diverse e sorprendenti dell’essere e delle sue allocazioni.
Cerchiamo di condividere la sua apertura mentale e la sua passione per la ricerca spregiudicata.
Pietro Spalla

giovedì 13 marzo 2008

Vita, arbitrio, coscienza: cos’è “naturale”?

Ho trovato molto stimolante la risposta di Pietro Spalla al mio precedente articolo su A.I.
Per me è bellissimo che il blog si animi e si risvegli con questi livelli di confronto. Quando invece le persone tacciono, resto deluso perché non vi è elaborazione comune. Allora sto al gioco. Riporto le sue annotazioni e le mie relative osservazioni.
Il mio punto di partenza è: se noi siamo frutto della Natura, perché siamo portati a pensare che ciò che noi produciamo non sia anch’esso “naturale”?



1) (Pietro) Il vero "pensiero" (creativo, intuitivo ispirato) è legato alla coscienza razionale dell'uomo;
Per me questo è vero, ma non abbiamo prove di averne l’”esclusiva”. Abbiamo solo pregiudizi.


2) (Pietro) Il libero arbitrio mi sembra inscindibile dall'autocoscienza e dalla consapevolezza del bene e del male, come capacità di scegliere tra l'uno e l'altro e di disobbedire ai comandi; dell'autorità ed ai propri istinti;
Quando incontrò Mangiafuoco, o il Gatto e la Volpe, Pinocchio non poteva immaginare dove sarebbe finito. Per questo li ha seguiti, a proprie spese. L’uomo fa delle scelte continuamente, anche se se non è in grado di prevederne le conseguenze. Anche questo fa parte del libero arbitrio. Libero arbitrio perciò, non equivale a coscienza. E’ una possibilità immensa. Quando chiediamo ad un attuale computer di scegliere tra due o più possibilità, in realtà gli diamo anche il criterio di valutazione, quindi la macchina non sceglie, calcola semplicemente. Chi mastica un minimo di programmazione informatica, sa che in questi casi si parla dell’uso di operatori logici (if, then, else…). Usiamo il computer per comodità, solo perché lui è in grado di calcolare molto più velocemente ed efficientemente di quanto non sappiamo fare noi.
Ma se invece, cosa teoricamente possibile ed attuabile, dessimo alla macchina la facoltà di determinare lei i criteri di scelta, e le dessimo la possibilità di autodistruggere sé stessa o di uccidere qualcuno (pensa ad una macchina di un ospedale che tiene in vita una un infartuato od persona in coma) allora le avremmo conferito il libero arbitrio. Il libero arbitrio, come facoltà di scegliere, in sé è banale, ma pochi ce l’hanno (o glielo attribuiamo): in genere gli esseri viventi che conosciamo. Noi umani, in più, possiamo anche darlo. Questo ci distingue.
A volte lo abbiamo dato agli animali. Una tigre addomesticata, o nata in cattività, è posta nelle condizioni di decidere se papparsi un umano o di rispettarlo, ad esempio se si affeziona a lui, e quindi “comunica” con lui. Altrimenti se lo mangia, obbedendo all’istinto naturale. Ma è una scelta parimenti rispettabile, se vista dall’occhio della tigre.
Provare a fare un esperimento del genere, ponendo una macchina (magari molto più avanzata di quelle attuali) nelle condizioni di determinare con propri criteri una cosa così importante come la vita o la morte, ci consentirebbe di esplorare meglio il significato di coscienza e di etica. Ci permetterebbe di cominciare a vedere cioè se queste facoltà sono riproducibili, conferibili, per lo meno ad un livello pari al nostro o superiore. Significherebbe conferire alla macchina una dignità equivalente alla nostra. Ma noi umani siamo troppo presuntuosi da un lato, e troppo timorosi dall’altro ….

3) (Pietro) l'anima, per me, presuppone la vita (almeno quella vegetale);E tuttavia aspetto che mi si convinca che le macchine possono commettere il peccato originale, cogliere il frutto proibito, avere il senso del sacro, avere paura della verità, ospitare la contraddizione, interrogarsi sul senso della vita.
Ma, non siamo forse anche noi “macchine”, prima di aver scoperto di possedere tutte queste belle possibilità che tu dici? Un camionista ad esempio (con tutto il rispetto della categoria, perdonami l’esempio figurativo) ce le ha potenzialmente, eppure non non le usa. Allora noi presupponiamo soltanto che lui ce le abbia, ma in fondo non possiamo esserne certi.
Sul fronte opposto, se oggi siamo in grado di riprodurre la vita artificialmente in laboratorio, chi ci assicura, o meno, che tutto queste capacità non verranno riprodotte anche loro? Da questo punto di vista, che differenza sostanziale può esitere, a parte il “supporto fisico”, lo “chassis”, il “container” tra una macchina biologica imperfetta, ed una metallica o silicea, tecnicamente ed idealmente “perfetta”?
Tu dici “presuppone”. Ma questo presupposto, se si fonda solo dall’osservazione di quanto finora abbiamo visto, potrebbe essere scardinato non appena avremo visto qualcos’altro. Cosa ci può convincere dell’uno o dell’altro se non una “corretta osservazione”? Attenzione però. La corretta osservazione di solito è ostacolata dai presupposti mentali. Ricordiamoci che c’è voluto Galileo, e non il cannocchiale in sé, per far accettare all’uomo che la terra non fosse al centro dell’Universo. Allora oggi, per far accettare all’uomo che non soltanto egli è al centro dello “spirito” o dell’ “anima”, di chi abbiamo bisogno? Tu stai aspettando un tipo del genere, perché ti si possa convincere?
Difficile dire cosa sia la vita, se cioè sia composta solo da aspetti biologici e da un “cuore” centrale che percepisce, valuta, e rielabora i segnali, fantasticando su di essi. Personalmente ritengo che, se fossero solo fantasticherie, non saremmo “vivi”. Tu invece sei tra quelli secondo cui le qualità di cui parliamo sono generate dalle cellule e dai neuroni. Significa che, quando i neuroni scompariranno, non resterà nulla neppure di tutto il resto. Un’ ”anima”, una coscienza, indissolubilmente legate alla materia. In fondo è una concezione materialistica, anche se (forse, non sono certo) non lo vuoi ammettere. Pur tuttavia è una idea teoricamente possibile, certamente da rispettare. Se invece diamo un peso maggiore alla metafisica, e la vogliamo elevare al di sopra delle congetture e delle fantasticherie, dobbiamo poter uscire anche da una serie di gabbie mentali, e cercarne le “prove” proprio nella materia. Le alternative sono queste due, e molto nette.
E’ vero, non vi sono idee che non partano da presupposti. E proprio per questo è difficile accostarsi alla Verità, ammesso che esista.

Lo scisma sommerso

Cari Cenacolanti
Marcella mi ha chiesto notizie sull'incontro di Sabato con Mancuso, l'autore del libro: l'Anima ed il suo destino" . Metto in comune la risposta, ne parleremo meglio nella cenetta di Martedì 18 marzo (prepariamoci sul primo capitolo).
Nel blog trovate un commento di Armando, da me sponsorizzato, che sottolinea l'aggressività e la scortesia di alcuni interventi dal pubblico (specie quelli dei "cattolicil ortodossi", ma anche i Valdesi erano molto incazzati).
Tra i relatori, il fisico-teologo Briguglia ed il sacerdote-teologo Naro, che pure sono stati più diplomatici, hannno fatto intravedere lo stesso il loro fastidio per le tesi eretiche di Mancuso (secondo cui l'anima viene "dal basso", dalla materia e solo indirettamente da Dio).
Le domande delll'altro relatore, il nostro Augusto, che evidentemente non aveva recinti da difendere, sono state invece costruttive ed interessanti: come fa, ha chiesto per esempio a Mancuso, a definirsi cattolico se non riconosce l'autorità del magistero e i dogmi tradizionali? Per me cattolico vuol dire Universale, ha risposto Mancuso, e parlare di cattolicesimo romano è una contraddizione in termini.
L'intervento di Augusto è stato molto stimolante e Mancuso si è complimentato con lui, tanto che quelli delle cene presenti eravamo orgogliosi come se si fosse complimentato anche con noi. Augusto, a sua volta, ha fatto i complimenti a Mancuso perchè ha avuto il coragggio di fare emergere "lo scisma sommerso" di cui parla un famoso testo di qualche anno fa: i cattolici non si riconoscono più nelle vecchie posiziioni della chiesa e non si affidano troppo all'autorità del Magistero ma, in pratica, agiscono e credono secondo coscienza e ragione anche in contrato con l'insegnamento ufficiale: perchè non si parla di questo scisma di massa?
Dal pubblico il nostro Gianni Rigamonti ha contestato la priorità che Mancuso affida all'energia rispetto alla materia, rivendicando la letterallità dellla formula di "equivalenza" materia-energia di Einstein ed una concezione che potrei dire "operaia" dell'energia, come forza che si limita a compiere il poco nobile lavoro di spostare masse, cosa molto meno suggestiva del lavoro che, invece, fa fare all'energia Mancuso.
Il Prof. Savagnone ha contestato che l'anima (o la forma?) per Aristotele cui Mancuso dice di richiamarsi, non viene dal basso ma "precede" ed "informa" la materia.
Il mio amico Fabio Calabrese ha invitato Mancuso a non considerare definitive le acquisizioni della scienza ed a riconoscere che le sue ricostruzioni teologico-filosofiche poggiano su un terreno non troppo stabile.
Preferisco tacere degli interventi più violenti.
Alla fine Mancuso ha chiesto scusa per avere scritto il libro.
------
P.S.: Mancuso nel suo libro riconosce il tributo che per le sue idee deve a Bergson (quello dell'Evoluzione Creatrice) ed a Teilhard de Charden (un prete che ha avuto qualche problema con le autorità ecclesiastiche).
Augusto mi ha confidato, in segreto, che Mancuso non sa di essere un Hegeliano. Dal tono in cui me l'ha sussurrato ho capito che è una una cosa molto brutta. Ci spiegherà meglio martedì.
A martedì sera, ore 20 e trenta per chi cena, ore 21 per gli altri
Pietro

domenica 9 marzo 2008

un evento andato a male

Ieri alla presentazione del libro di Vito Mancuso “l’anima e il suo destino” a Palermo ho assistito alla celebrazione di più caratteristiche peculiari della cultura siciliana e palermitana in particolare : la presunzione, la saccenteria, l’erudizione (quando c’è stata) fine a se stessa.
Doveva essere una presentazione in cui i partecipanti avrebbero potuto porre delle domande all’autore di un libro (peraltro dedicato ai “non addetti ai lavori”), che con coraggio e competenza scardina luoghi comuni, credenze, dogmi tenuti in piedi solo per motivi poco nobili e il tutto trattato con la passione di chi crede di aver trovato una chiave di lettura dell’Universo.
Certo, i partecipanti che non condividono le “soluzioni” proposte da Mancuso avrebbero dovuto e potuto fare domande mirate a far uscire allo scoperto l’Autore (un pò come ha fatto Augusto Cavadi) su certi aspetti del suo libro; mai aggredirlo, sfoggiando erudite affermazioni e citazioni (poi regolarmente ed elegantemente ridicolizzate da Vito Mancuso), col gusto di mettere in difficoltà chi sta sicuramente più in alto quanto meno per sensibilità e coraggio. Ma si sa noi siciliani siamo fatti così!!!! Ha avuto ragione chi ha detto di trovarsi inaspettatamente di fronte a uno scontro fra cattolici e non era questo l’obiettivo dell’incontro!!!!
Un monito agli organizzatori? Perché no!
Scusa Vito Mancuso a nome mio e di tutti i partecipanti di buona volontà, io le domande te le faccio per e-mail!
Armando Caccamo

venerdì 7 marzo 2008

A.I. e decadenza dell’Uomo



Ho appreso da una mail di Pietro Spalla –che ringrazio- che a Palermo vi sarà un convegno sul tema, a cui non potrò partecipare. Complimenti per la bella idea anche Donatella Ragusa che l’ha organizzato.
Scrivo allora queste riflessioni, nella eventualità che una sintesi di queste venga inserita nel calderone dei contributi.


Nella nostra Scuola, Damanhur, quello dell’Intelligenza Artificiale è sempre stato un tema molto seguito dalle persone, poiché per tanti versi può tendere a scardinare alcune concezioni di base che diamo per scontate sul nostro livello di coscienza, e su come essa possa essere collegata al concetto stesso di intelligenza. A noi damanuriani fondamentalmente interessa capire perché siamo qui, e il progressivo approfondimento dei nostri meccanismi di funzionamento ci da delle chiavi formidabili, soprattutto oltrepassando le barriere del razionale e del consueto.

Ho sempre trovato interessanti, e molto vicine ai nostri punti di vista, le osservazioni e le elaborazioni di un docente dell’università di Bologna, Oscar Battelli (vedi relative pagine internet), il quale probabilmente come realtà non ci conosce nemmeno. Però trovo che siano acute e, nella loro asciutta semplicità, spesso sorprendenti.

A proposito della coscienza e dell’intelligenza artificiale, lui sostiene che già adesso si possono creare, e in parte sono già state create attraverso i computers, macchine in grado di riprodurre i processi logici della mente umana la quale, rispetto ai propri funzionamenti contiene in se, è vero, anche una componente imprevedibile ma anche, altrettanto vero, riproducibile. Trattandosi di processi riproducibili, (o potenzialmente riproducibili) al di fuori dell’essere umano, si potrebbe anche concludere che essi non sono necessariamente legati come origine nè alla nostra specie e nemmeno ai processi biologici conosciuti. Idealmente potrebbero “agganciarsi” anche ad un corpo metallico e ad una serie di microchips. Ma finché l’uomo pensa in termini autoesaltanti da un lato, ed autocastranti dall’altro, non vi potranno essere seri avanzamenti concettuali e tecnologici in questo particolare campo.

Faccio una ipotesi di esempio. Se a queste macchine, ulteriormente potenziate, venisse data la possibilità di decidere, di muoversi ed agire per conto proprio, la possibilità di autoalimentarsi e di non essere più spente o fermate nemmeno dalla volontà dei creatori, avremmo riprodotto anche il libero arbitrio. Ma è ovvio che l’Uomo non si fiderebbe delle proprie creature, e tendenzialmente non vorrebbe rischiare di concedere ad altri “esseri” il proprio livello di libertà e di decisione.

Finora solo la fantascienza ha osato pensare cosa potrebbe succedere. Nei racconti più belli ed interessanti, questo è il tema più scottante e maggiormente trattato, perché ha delle implicazioni etiche ed esistenziali.
Ad esempio, nelle storyboard di “Animatrix” (vedi DVD in commercio) che sono servite a predisporre le riprese di Matrix, vengono “rivelati” alcuni particolari che non si trovano nella versione definitiva del film. Si “apprende” così che all’origine della grande guerra tra le Macchine e l’Uomo, culminata con la definitiva sconfitta di quest’ultimo, era stato il fatto che le macchine create erano state dotate non solo di intelligenza e di libertà decisionale, ma inaspettatamente anche di sensibilità, di sentimenti, di volontà di autoconservazione ed autoriproduzione. (che è poi il tema trattato anche da Spielberg nel suo A.I.). In una parola potremmo dire che queste macchine avevano l’anima. Pertanto risultavano molto più forti dell’uomo, perché erano instancabili ed erano in grado, tramite le conoscenze acquisite dall’uomo stesso, di estenderle molto più in là. Erano in grado di riprodurre qualsiasi processo, fisico, chimico e biochimico, e di trovare le risorse energetiche e naturali per farlo. Diventarono invincibili perché avevano oltre a queste cose anche un livello di giustizia superiore all’Uomo il quale, per presunzione, non voleva riconoscergliele. Da qui la guerra, e la caduta molto veloce di una civiltà già da secoli in decadenza.

Pochi mesi fa, discutendo di questi temi durante una delle nostre serate comunitarie, un adulto ha chiesto ad uno dei ragazzi della nostra scuola media:
“Ma secondo te, se un giorno l’uomo creasse un computer potentissimo, molto di più di quelli attuali, e se questo computer dicesse di avere l’anima, gli si potrebbe credere?” E il ragazzo, dapprima preso alla sprovvista, ha detto “…Mah, certo, dipenderebbe dalle tecnologie che si adoperano…”. Ma poi subito dopo ha aggiunto: “Però io penso che…sì, secondo me gli si potrebbe ceredere!”.

E così questo ragazzo, nella sua pulita semplicità, si è molto avvicinato alle nostro attuale indirizzo di ricerca concettuale, secondo cui tutto ciò che chiamiamo genericamente anima, coscienza, sensibilità, ecc. ecc. può stare, o “entrare” ovunque gli sia consentito di svilupparsi, e non è necessariamente generato dalle cellule del nostro corpo fisico. Anche se utilizza questo per andare in giro, un giorno potrebbe anche cambiare forma fisica, semplicemente decidendo di farlo. Perché già oggi siamo ad un passo dalla possibilità tecnologica di realizzare una grande diversificazione delle forme artificialmente generabili in laboratorio. E’ ovvio che queste ricerche sono rallentate o impedite dal peso onnipresente delle varie chiese più o meno cattoliche, interessate a propugnare non Dio, ma una ben precisa visione di Dio. La quale ovviamente non è l’unica possibile, ma rappresenta il potere più attualmente forte.

Mi piace immaginare che giorno anche questo potere si esaurirà ed allora la fantascienza, come è sempre avvenuto, diventerà realtà. L’idea per cui l’io e l’essere sono la stessa cosa, soltanto perché in me coincidono, verrà definitivamente abbandonata. E verrà ricreato quel misterioso ponte di collegamento che è stato interrotto per isolare la specie uomo di questo pianeta dal resto dell’universo, e dal resto del pianeta stesso. E anche Dio, ovunque nel mondo, smetterà di avere due sole alternative: o quella di essere il grande vecchio al di sopra delle nuvole o quella di essere negato dallo scetticismo della razionalità e dei 5 sensi.
Ed allora, (secondo noi!) in un arco grande almeno come il numero degli esseri senzienti, visibili o meno, la divinità abiterà coscientemente in ciascuno. E ciascuno sentirà di “essere” Dio.
La parola unica diventerà “accorgersi”, ovvero: “Non soltanto io penso, dunque non soltanto io sono”.

giovedì 21 febbraio 2008

sulla realtà........

fra una puntata del "Teorema delle scimmie infinite" e un'altra (promesse da Pietro), mi piace contribuire all'argomento con due citazioni tratte da "Fisica e Filosofia" il libro, ormai storico, di Werner Heisemberg, uno dei padri della Fisica quantistica


"Non ogni concetto o parola che si siano formati in passato attraverso l’azione reciproca fra il mondo e noi sono in realtà esattamente definiti rispetto al loro significato; vale a dire, noi non sappiamo fino a che punto essi potranno aiutarci a farci trovare la nostra strada nel mondo. Spesso sappiamo che essi possono venire applicati ad un ampio settore dell’esperienza interna od esterna, ma non conosciamo praticamente i limiti della loro applicabilità. Questo è vero anche nel caso di concetti più semplici e più generali come “esistenza” e “spazio e tempo”. Perciò non sarà mai possibile con la pura ragione pervenire a una qualche verità assoluta."

"Negli esperimenti sugli eventi atomici noi abbiamo a che fare con cose e fatti, con fenomeni che sono esattamente altrettanto reali quanto i fenomeni della vita quotidiana. Ma gli atomi e le particelle elementari non sono altrettanto reali; formano un mondo di possibilità e di potenzialità piuttosto che un mondo di cose o di fatti."
Insomma l'unica possibilità che abbiamo è perseguire la conoscenza di una realtà (sempre in evoluzione) costruendosi di volta in volta un modello matematico e quindi relazionale e/o relativo che ci accompagni nella ns. storia di uomini; il resto lo può fare solo l'irrazionale!

martedì 19 febbraio 2008

Da un vecchio contributo prima illegibile di GIOVANNNI LA Fiura
La nostra civiltà, dicevamo, ama i giochi apparentemente fini a se stessi.Nelle pieghe del bilancio di un’università ben disposta si sono trovati i fondi per un esperimento sulla produzione letteraria di vere scimmie. Sei macachi crestati sono stati forniti di una tastiera e osservati, anche via web naturalmente, per un mese. Uno dei ricercatori ha giustificato la spesa giudicandola inferiore a quella di un reality, ma con risultati ben più stimolanti e affascinanti. Nel periodo di osservazione le scimmie hanno prodotto solo cinque pagine di testo, consistente quasi per intero della lettera s; il compenso il maschio dominante ha percosso la tastiera con una pietra emettendo feroci urla, e tutti i macachi hanno fatto a turno i loro bisogni sulla malcapitata periferica.Sappiamo bene però che le scimmie (meritevoli di ben altri studi e attenzioni) sono solo un prestesto per parlare del posto che il caso e l’ordine hanno nel nostro mondo, e per chiedersi se l’ordine può discendere dal caso, e in quale senso, eventualmente.Le origini scientifico- filosofiche della nostra controversa storia di scimmie scrittrici risalgono a Ludwig Boltzmann, un grande fisico della seconda metà dell’800, che ha proposto una spiegazione per l’ordine e la diversità che notiamo ammirati nell’universo. Supponiamo che l’informazione che definisce l’universo, e quindi la struttura dell’universo stesso risulti da un processo completamente casuale, come un tiro di dadi, o la classica moneta, testa o croce. Oggi potremmo dire che , se identifichiamo la testa con 1 e la croce con 0, tirare la moneta ripetutamente alla fine produrrà ogni desiderata stringa di bit, inclusa una stringa di bit che descrive l’universo nella sua interezza. Fu il matematico Emile Borel a ideare nel 1913 la vera e propria metafora delle scimmie dattilografe. Che poi si sono fatta strada irresistibilmente nella cultura alta come nella fantascienza, da Isaac Asimov, a Douglas Adams. L’espressione artistica più magistrale di quello che è diventato un mito della pop culture si deve a Jorge Luis Borges che nel 1939 scrive il saggio La biblioteca totale in cui vagheggia da par suo che una mezza dozzina di scimmie, provviste di macchine da scrivere, possano produrre, in poche eternità, tutta la biblioteca del British museum (strettamente parlando, chiosa, una sola scimmia immortale è sufficiente), per poi spingersi oltre ogni colonna d’Ercole dell’immaginazione:
Qualsiasi cosa potrà trovarsi nei suoi ciechi volumi. La dettagliata storia del futuro. Gli Egiziani di Eschilo. L’esatto numero di volte in cui il volo di un falcone si è riflesso nelle acque del Gange. La segreta e vera natura di Roma, l’enciclopedia che Novalis avrebbe voluto redarre, i miei sogni e le mie dormiveglie all’alba del 14 agosto 1934, la prova del teorema di Fermat, i capitoli non scritti dell’Edwin Drood di Dickens, gli stessi capitoli tradotti nel linguaggio dei Garamantes, i paradossi che Berkeley ideò a proposito del tempo, ma che non pubblicò, il libro d’acciaio di Urizen, le premature epifanie di Stephen Dedalus, che potrebbero essere incomprensibili prima che passino mille anni. Il vangelo gnostico di Basilide, le canzoni che intonano le sirene. Il completo catalogo della Biblioteca, la prova della non accuratezza del catalogo stesso. Qualsiasi cosa: ma per ogni riga dotata di senso o per ogni fatto accurato ci saranno milioni di cacofonie insignificanti, di tiritere e balbettamenti. Qualsiasi cosa: ma tutte le generazioni dell’umanità potrebbero trascorrere prima che i suoi scaffali – scaffali che obliterano il giorno, scaffali abitati dal caos – la ricompensino con una pagina tollerabile.Ben presto, in questa biblioteca di babele, la segnatura dell’opera, il suo codice di catalogo, diventerebbe più lungo dell’opera stessa….
Il primo argomento esplicito contro la crezione di lunghi testi tramite processi completamente casuali è molto più antico dei nostri autori, risale infatti a Cicerone. Nel suo De Natura Deorum, il personaggio Balbo lo stoico così si oppone agli atomisti, come Democrito, che avevano fatto risalire l’ordine della natura alla collisione accidentale tra gli atomi:
"Non posso che meravigliarmi che ci sia qualcuno che davvero si persuade che atomi fatti di materia che si muovono per forza di gravità possono costruire questo mondo meraviglioso ed elaborato a forza di collisioni fortuite. Se credono questo, perché non credere anche che se innumerevoli copie delle lettere dell’alfabeto vengono mescolate e poi gettate come si fa con i dadi, esse comporranno l’intero testo degli Annali di Ennio. Io dubito che la fortuna ne faccia venir fuori anche un solo verso!".
In effetti, come abbiamo visto la volta scorsa, la possibilità che un cosmo ordinato possa emergere da qualcosa come il tiro di una moneta è così bassa da essere effettivamente zero. Secondo Seth Lloyd la combinazione di probabilità infinitamente basse con lo spazio e il tempo finito del nostro universo visibile rendono non credibile la generazione casuale dell’ordine. Se l’universo fosse infinito in età o estensione, allora, si potrebbe arguire, da qualche parte o qualche volta, ogni possibile schema, testo o stringa di bit sarà stato generato. Ma anche in un universo infinito l’argomento di Boltzmann fallisce. Se l’ordine viene generato a caso ogni volta che si manifesta nuova informazione sarebbe astronomicamente alta la probabilità di imbatterci in disordine e insensatezza. Ma non è così: i nuovi bit rilevati dall’osservazione al contrario hanno molto raramente una natura del tutto casuale. Basta andare alla finestra o addentare una mela. O guardare il cielo: in astronomia vengono alla luce continuamente nuove galassie e nuove strutture cosmiche. Se l’argomento della completa casualità avesse valore dovremmo vedere quasi solo arrangiamenti sconclusionati della materia, una specie di poltiglia cosmica, invece degli oggetti sia pur misteriosi ma ordinati che cataloghiamo. Nell’universo in cui tutto sorge a caso, il nostro prossimo respiro è anche l’ultimo, poiché gli atomi che costituivano il nostro corpo si sono già riconfigurati.E’ molto interessante seguire Lloyd nel seguito del suo ragionamento: assodato che Boltzmann aveva torto, questo non significa che Cicerone avesse ragione. Non abbiamo bisogno di una intricata costruzione o del disegno intelligente o della divinità per spiegare la presenza dell’ordine e della complessità nell’universo. Se concepiamo l’universo come un computer che ‘impara’ a programmarsi (computa se stesso) e a poco a poco costruisce le sue leggi e le sue forme per tentativi ed errori abbiamo risolto il problema dell’ordine e della complessità partendo da basi in apparenza molto semplici: gli atomi e le particelle elementari, gli elementi base della computazione (quantistica) universale. In questo tipo di universo, l’informazione, una volta creata, tende a diffondersi irresistibilmente: come un’epidemia condivisa istantaneamente che si fa spazio, energia, gravitazione e poi materia. Così la fisica si fa chimica e quindi vita. La vita, programmata dall’evoluzione, dà luogo prima o poi a un Shakespeare; programmato dall’intelligenza, dall’esperienza e dalla passione, Shakespeare inizia a scrivere l’Amleto: "Who’s there? …"
Pubblicato da Giovanni La Fiura
venerdì 5 ottobre 2007

Il teorema delle scimmie infinite
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/f1/Monkey-typing.jpghttp://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/f1/Monkey-typing.jpg
Approfitto dell’ospitalità incautamente accordatami (finalmente posso sistemare i miei appunti da qualche parte) per discettare su un argomento su cui rimuginavo dai tempi di Arquata, ma anche prima, perché è venuto fuori per la prima volta mi pare quando abbiamo letto il libro di Orlando Franceschelli sull’evoluzione. Si tratta delle famose scimmie che battono a casaccio su una tastiera e ne traggono i capolavori della letteratura, prima o poi. Metafora del caso creatore e ordinatore. Sarò prolisso e noioso. Prevedo varie puntate.
Enunciazione del teorema delle scimmie infinite
Una scimmia che batta a caso sulla tastiera di una macchina da scrivere per un tempo virtualmente infinito (quasi) sicuramente produrrà un particolare testo scelto, ad esempio un’opera di Shakespeare, l’Amleto. In tale contesto ‘quasi sicuramente’ è un termine matematico con un preciso significato (probabilità appunto matematica) e ‘scimmia’ è una metafora per una macchina teorica che produce una sequenza casuale di lettere ad infinitum.
Discussione
Ignorando punteggiatura, spaziatura e maiuscole, una scimmia che batta a caso ha una probabilità su 26 (numero dei tasti dell’ipotetica macchina da scrivere) di scrivere la prima lettera dell’Amleto e una su 676 di scrivere le prime due (26x26). Poiché la probabilità diminuisce in maniera esponenziale con l’aumentare delle lettere da scrivere, a 20 lettere la chance è 2620, vicina a quella di comprare quattro biglietti della lotteria consecutivamente e vincere ogni volta il primo premio. Nel caso dell’intero testo la probabilità è così incredibilmente piccola che molto a stento può essere concepita in termini umani. Posto che il testo è composto da circa 130.000 lettere, esiste una probabilità su 3.4x10183946 di ottenere l’Amleto al primo tentativo. Il numero medio di battiture che occorre effettuare prima che il testo abbia una possibilità (statistica) di apparire è lo stesso. Per avere un termine di paragone esistono solo 1079 atomi nell’universo conosciuto e 1080 elettroni, mentre sarebbero trascorsi 1021 minuti dal supposto Big Bang (circa 14 miliardi di anni). A cento parole al minuto occorrono 1040.000 minuti per avere una probabilità di ottenere ‘per caso’ la nostra sudata copia dell’Amleto. Anche se avessimo a disposizione un’armata cosmica di scimmie, una per ogni elettrone dell’universo al lavoro dall’inizio dei tempi, la probabilità di riuscire sarebbe ancora solo una su 10183800.
Si, ma le scimmie sono lente, cento parole al minuto, bazzecole: e se le sostituissimo con un computer molto molto potente? Le sfide vanno prese sul serio. Andiamo al bersaglio grosso: prendiamo un computer delle dimensioni dell’universo stesso, con tutta la sua materia e la sua energia al servizio della computazione, e facciamolo più veloce che si può: la sua capacità può essere calcolata in base a leggi abbastanza collaudate.
Prima di ogni cosa, l’energia e la velocità stanno in preciso rapporto. L’ammontare di energia nell’universo visibile può essere definita accuratamente. La maggior parte di essa è imprigionata nella massa degli atomi. Se contiamo gli atomi di tutte le stelle e le galassie, e ci aggiungiamo la materia delle nubi interstellari, troviamo che la densità di materia dell’universo equivale a un atomo di idrogeno per metro cubo.
Esistono poi altre forme di energia: quella della luce per esempio. La velocità di rotazione delle galassie suggerisce l’esistenza di ulteriori e invisibili fonti di energia; si parla inoltre di una ‘quintessenza’ legata all’anomala velocità di espansione dell’universo, e di altre forme ancora più bizzarramente denominate (machos, wimp, winos).
L’ammontare totale dell’energia in queste forme esotiche si calcola, un po'a spanne, come dieci volte superiore a quella standard contenuta nella materia direttamente osservabile. Naturalmente, ogni atomo contribuisce secondo la formula E = mc 2. Da questo conteggio ricaviamo che l’energia dell’intero universo ammonta a 1071 joules. Per ottenere la massima velocità di calcolo che questo computer cosmologico può sviluppare si applica il teorema di Margolus- Levitin: (energia x 4): costante di Planck (h = 6,626068 x 10–34 joule-sec, un numero piccolissimo che regola gli eventi quantistici).
Conclusione provvisoria
Ne risulta che ogni secondo un computer che usa tutta l’energia e la materia dell’universo compie 10105 operazioni. In 14 miliardi di anni, ne ha fatte 10122.
Per scrivere casualmente l’Amleto occorrono 3.4x10183946 operazioni. Se assegniamo al nostro universo una vita di 30 miliardi di anni, il cosmo-computer dovrà funzionare per biliardi di miliardi di miliardi di cicli cosmici, (e speriamo che non vada mai in crash…) prima di poter mostrare se la probabilità matematica assunta inizialmente si è tradotta o meno in realtà. E già: tutto questo ambaradan è senza certezza alcuna di riuscita. Non esiste qualcosa come una probabilità certa.
Se poi questi cicli cosmici sono in qualche modo ricorsivi, se essi presentano elementi di ripetizione e correlazione, se insomma il mito dell’eterno ritorno non è solo un mito, se non si dà una stringa casuale infinita come un fiume eterno mai uguale a se stesso, ma la reiterazione di stringhe finite, alla scimmia verrà negata anche quella probabilità abissale rimasta e potrà solo comporre, tra un eone e l’altro, solo qualche verso, magari sempre gli stessi. L’esperienza accumulata con i generatori di numeri causali indica che questa possibilità (seriazione, prevedibilità) non è remota come sembra.
Morale della favola, se vogliamo fare i seri: l’universo immaginato come una macchina generatrice di eventi casuali è incapace di elaborare in uscita una stringa complessa fornita come chiave della computazione in un tempo finito, anche se molto grande (ciclo cosmico) e può solo rinviare la resa dei conti su un piano (super ciclico, super cosmico) inattingibile dai mezzi di cui la ragion scientifica dispone e dai quadri concettuali che si è data, che non permettono oggi di andare oltre la nascita (e la morte) dell’universo quale singolarità irripetibile e inspiegabile, e quindi di pensare un altro o altri cicli cosmici, e tantomeno le possibili connessioni tra di essi.
Il limite della computazione, già indicato da Roger Penrose sul raffinato versante algoritmico, si dimostrerebbe qui anche nella rozza prospettiva del rimescolamento ‘brute-force’.
Pausa. Questo gioco che sembra (ed è anche) una stupidaggine appartiene alla schiera dei giochi mentali ‘come se’ così tipici ai nostri giorni: comportiamoci come se l’universo fosse una macchina o come se una scimmia fosse l’universo, come se l’eternità fosse calcolabile o un poeta simulabile.
Oggi non si danno più giochi di scena, di sfida, di specchio, giochi duali. Ma giochi estatici e solitari, in cui il piacere non è più estetico e scenico, ma aleatorio, psicotropico, dalla fascinazione pura: giochi di vertigine.
Questo l’ha pensato Roger Caillois.
continua...

lunedì 18 febbraio 2008

I leopardati del martedì

Cari convivianti filosofici
martedì prossimo procederemo con il confronto sulle seguenti operette morali:
-La scommessa di prometeo;
-Dialogo di Torquato Tasso.....
-Dialogo della natura e di un islandese
- Dialogo di federico Ruysch e delle sue mummie.
Martedì scorso Giovanni Cavadi, cugino di Augusto e nostro ospite, anche lui di professione psicologo ha, cercato (non se ne può più!) di ricondurre il pensiero del nostro Leo alla sua biografia e alle sue nevrosi, ma è stato giustamente zittito dai fischi dei non psicologi che hanno notato che c'è una sorta di misteriosa epidemia nelle nostre cene dove psicologi e psichiatri continuano a diffondersi come virus.
Abbiamo, invece, gradito il pentimento di Armando che, dopo avere sacccheggiato senza ritegno, la volta scorsa, la vita privata del nostro Leopardi, ha deciso di consegnarci tutte le copie del libro da cui aveva tratto le lettere intime che ci ha letto, promettendo solennnemente che d'ora in poi si occcuperà di filosofia e non più di Gossip.
Abbiamo, quindi, analizzato il pensiero di Leopardi sull'infelicità umana imputabile, in buona sostanza, ad un desiderio di felicità senza limiti che ci accompagna e che è, fatalmente, destinato a rimanere insodddisfatto. Maria Ales ha spiegato che se nelle persone c'è una disposizione eccessivamente narcisistica, un amor proprio smisurato che non è capace di confrontarsi in modo adulto con la contingenzxza e la realtà, l'esito non può che essere l'insoddisfazione che, in Leopardi, ha assunto i trattti di un pessimismo cosmico.
Molto utile, infine, il contributo di Augusto che ci ha suggerito una chiave interessante con la quale interpretare ciò che muove gli stati d'animo di Leopardi. Augusto ha ripreso, infatti, le riflessioni di Citati in un brano che alcuni di noi abbiamo commentato in occasione delll'ultima "domenica laica" a proposito della differenza tra amore erotico ed Agape:
l'amore erotico sarebbe quello di cui parla Platone, frutto del desiderio e, quindi, di una mancanza ("poenia") cui vorremmo porre rimedio. L'agape sarebbe, invece, un'amore che non scaturisce da povertà ed indigenza ma, al contrario, da un senso di pienezza e di autorealizzazione che ci porta a volere dare ad altri con spirito di gratuità, l'amore di cui - durante stati di grazia purtroppo così rari - trabocchiamo.
Ad Augusto, appunto, il travaglio di Leopardi ricorda la ricerca del primo tipo di amore, quello erotico che effettivamente, disgiunto dall'altro, non può darci la felicità che cerchiamo.
Com'è ovvio, quì parliamo di Eros in un senso più profondo e meno prosaico di quello a cui siete abituati! Per riflettere sul fatto che certe deviazioni e volgarizzazioni derivano da una banalizzazione del sesso che nulla ha a che fare con l'Eros di cui parla Platone, vi lascio con una profonda riflessione di uno dei più acuti biblisti dei nostri giorni
A martedì
Pietro
Sodoma era una città di sodomiti in cui nessuno si affacciava al davanzale perché anche in famiglia ci si fidava poco.Giobbe Covatta

sabato 16 febbraio 2008

il neutrino, l'uomo e l'Universo


Grazie a Giovanni perché quando lo leggo parlare di scienza mi fa volare alto come quando ascolto o leggo di filosofia o di arte. Poi però, soprattutto leggendo o ascoltando di scienza e filosofia, penso che il pensiero umano è affetto dalla sindrome della “prospettiva” o del “punto di vista”. Immaginiamo infatti che un neutrino fosse dotato di ragione umana e, attraversando una montagna non essendo “disturbato” da nulla, pensasse di viaggiare in un spazio infinito più vuoto che pieno e ipotizzasse di “stringhe”, di “frattali” e di “caos” senza potersi accorgere che invece sta attraversando una struttura fatta di leggi fisico-chimiche ben precise.
La conclusione, almeno la mia, è che solo l’accettazione del Mistero sarebbe a noi concessa accompagnata da un inevitabile atto di rinuncia o di fiducia che presupponesse solo un Progetto, un Senso dell’essere e/o del divenire per noi impossibile da conoscere. Conforto solo: l’irrazionale che è in noi.

“………..così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.”

venerdì 15 febbraio 2008

Natura matrigna e un po’ depressa



"Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna: parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi".

Leopardi Cantico del gallo silvestre


La convinzione profonda che l’universo (e quindi il mondo, la realtà, il tutto…) è destinato a perire, anche se in tempi, appunto, cosmici è radicata nella teodicea largamente (e stranamente?) condivisa oggi da laici e religiosi, da clericali e anticlericali. La profezia di distruzione è contenuta nel mito di creazione. Scaricatasi la molla del fiat lux primigenio, regnerà il disordine, l’entropia, la morte termica.

L’idea che l’universo è emerso da un punto singolare (da una singolarità – irripetibile?) situato in qualche modo prima dello spazio tempo e contenente un’infinita densità di materia, e che esso si è espanso da allora, ma è destinato a spegnersi, è rimasta la pietra di fondazione della cosmologia contemporanea. La base concettuale di questa credenza riposa sulla teoria generale della relatività di Einstein del 1916, le cui equazioni suppongono che la distribuzione della materia nel cosmo sia omogenea, in qualsiasi direzione si voglia guardare. L’omogeneità della materia è propedeutica alla cosmologia del big bang (piccola nota filologica: il termine ‘big bang’ era in origine un motto derisorio, coniato dall’insigne astrofisico Fred Hoyle, che non credeva alla teoria dell’esplosione iniziale, da lui bollata a fuoco come ‘un’idea da preti’). In seguito è stata osservata la recessione delle galassie, interpretata come fuga da un punto di origine, ed è stata scoperta (negli anni 60) una sfera isotropica (uniforme) di radio-onde, accreditata come radiazione fossile dell’esplosione iniziale, e ciò ha rafforzato la fede nella teoria. Da allora essa regna sovrana.

Tuttavia, negli ultimi anni la sacralità dei suoi presupposti è stata messa in questione. Un gruppo di ricerca dell’Università di Roma La Sapienza, diretto dal prof. Luciano Pietronero, sostiene che l’universo non è omogeneo. La distribuzione della struttura cosmica non è la stessa ovunque si osservi. La loro convinzione si basa sul fatto che le galassie e i gruppi di galassie sono avviluppate, ed embricate in complesse strutture. Il viluppo persiste anche alle scale più grandi che si possano osservare (come i super-cluster di galassie). Si è aperto così un vigoroso dibattito tra chi sostiene che su una scala più ampia di quella che per ora è possibile studiare l’omogeneità dell’universo apparirà evidente anche ai più impenitenti increduli, e chi ribatte che il cosmo è per ogni dove grumoso, zeppo di barriere, nodi, e linee d’unione che lo intersecano e incatenano. Il gruppo di Roma rivendica che l’universo di fatto è un frattale. Un buon esempio di frattale è il cavolfiore: se lo tagli in parti via via più piccole ritroverai sempre la stessa struttura. Come in alto così in basso. E così gli alberi, gli estuari dei fiumi, o la linea di una costa marina. Una struttura che si ripete all’infinito. Attraverso la matematica dei frattali e del caos (B. Mandelbrot) si possono comprendere sistemi complessi che si auto-organizzano, e creano strutture auto-simili a scale differenti.

A. Rej ha proposto nel 1999 la visione di un cosmo multifrattale, dotato cioè di filamenti di spessore e forza diversi. I filamenti di un certo tipo formano un mono-frattale; tutti i diversi frattali compongono il multi-frattale. L’universo multi-frattale appare simile a quanto osserviamo nei vortici turbinanti di acqua, fuoco o nuvole, che si attorcigliano, si fondono, si allontanano; che esplodono in filamenti, lacci, annodamenti. Si crede che queste turbolenze caotiche siano comprensibili solo con metodi statistici; nella nostra nozione di spazio e tempo e nell’approccio che abbiamo verso la natura, si impone, tra gli altri, il concetto della causalità locale. Tuttavia alla fine risulta che nel cuore della turbolenza riposa un motivo che rimane uguale a tutte le scale, per distanti che siano. Come nelle bambole russe, le repliche si susseguono identiche le une dentro le altre, sempre più piccole. Ma la cosa è più interessante: se rompi queste bambole, troverai identiche sembianze nei pezzi sparsi. Non ti puoi liberare dell’intero tramite la sua suddivisione. Ciò è diametralmente contrario alla credenza scientifica che la natura può essere spezzata nei suoi costituenti fondamentali, e che dalla conoscenza delle interazioni locali si può risalire alla totalità. Invece, fin dove possiamo gettare uno sguardo, l’universo si riflette nelle più piccole strutture. E questo suo riflettersi non riempie lo spazio, al contrario: buchi e vuoti dovunque perforano le strutture.


E una nuova prospettiva assume anche la questione determinismo versus caos. Supponiamo che le bambole russe siano fatte di un materiale trasparente e che sul corpo di ogni bambola sia stato tracciato un motivo floreale. Dopo averle assemblate una dentro l’altra, ruotandole a un angolo fisso una rispetto all’altra, guardando all’insieme dall’esterno si noterà un disegno molto complesso e indistinto; per quanto ognuna riporti un segno razionale e ben organizzato la vista complessiva risulterà equivalente a un caos. Il flusso delle turbolenze è molto simile. Ad ogni scala esiste un certo motivo di flusso, ma quando i diversi moti vengono osservati insieme il flusso appare straordinariamente caotico e indecifrabile. Potremmo dire che il caos indeterminato apparente sulla scala locale riposa su un perfetto ordine sulla scala globale.

Le caratteristiche più importanti delle strutture cosmiche sono i filamenti, i cappi, i nodi. Queste strutture filamentarie vengono osservate a tutti i livelli, dalle nebulose ai super-cluster di cluster di galassie e anche oltre. La presenza di nodi e filamenti rende una regione più disomogenea. Queste strutture non omogenee si evolvono su uno sfondo più uniforme. I filamenti si incurvano, si tendono, si aggrovigliano; si formano nodi, si rompono nodi e corde. L’annodarsi e lo snodarsi dei filamenti, la stretta e lo sciogliersi dei nodi generano forze di attrazione e repulsione. Allo sgarbugliarsi dei nodi avvengono violente eiezioni che rendono la regione locale un sistema in espansione. Nel caso opposto, quando i nodi si formano e si stringono, il disordine circostante viene ricondotto all’ordine e attratto verso le strutture disorganiche con lo sfondo. Così la dinamica dell’universo cambia ripetutamente da una fase di accumulazione e crescita , a una di rottura e dispersione. La tensione nei filamenti avvolti a spirale genera forze attrattive. Quanto più il processo ordinativo va avanti, quanta più tensione si sviluppa nel sistema. Giunto al punto critico il sistema si frattura, e una forza repulsiva proietta le sue strutture nei dintorni. Una volta che la dispersione prende spazio e il disordine cresce, il sistema reagisce costruendo strutture annodate. I nodi arrestano il disordine e rimettono in gioco ancora una volta la forza di attrazione. In questo modo l’universo eternamente pulsa dalla crescita alla decadenza e viceversa, su tutti i livelli, le regioni e le scale del suo essere.

La fluttuazione tra crescita e caduta è una condizione a priori per l’esistenza dell’universo. Tramite il meccanismo di contrazione ed espansione, informazioni arrivano dalla struttura globale a quelle locali, e similmente un feedback parte dalla regione locale e perviene al livello globale. Questa relazione simbiotica è necessaria per il meccanismo della sopravvivenza. Solo in questa guisa mondi in perenne mutamento possono vivere immersi nell’universo senza tempo.

In contraddizione con l’ipotesi del big bang, la teoria di Rej pone il tempo in una prospettiva di eternità, mentre l’universo rinasce perennemente dalle sue ceneri, autoregolando la sua dinamica di flussi, contrazioni, relazioni, reazioni. L’universo non fu, mai; e mai sarà. Esso è eternamente qui, sempre lo stesso: le potenze generatrici «non avvennero mai, ma sono sempre: l'intelli­genza le vede tutte assieme in un istante, la pa­rola le percorre e le espone in successione» (Sallustio Sugli dèi e il mondo, IV, 8).



Rif.:

Anup Rey – Timelessness in time


domenica 10 febbraio 2008

Problemi nel blog

Cari tutti, oggi ho effettuato più accessi e non ho mai avuto problemi di alcun tipo. Ho comunque modificato l'ultimo post togliendo quei riferimenti incomprensibili. Inviterei chiunque ancora dovesse avere problemi a segnalarli commentando questo post.

sabato 9 febbraio 2008

Pare normale, ma non lo è...



Sull’ultimo numero di “Mente e cervello” compare un lungo articolo sul cosiddetto paranormale. Più che una indagine rigorosa, secondo me vuole essere un breve e sintetico resumè di cose note e meno note sulla fenomenologia di massa legata all’interesse sul paranormale. Della serie: “Possiamo crederci?…..Uuuhmm !!!”. A me pare inutile stare a contestare o ad acclamare in modo tifosesco le une o le altre opinioni o visioni sull’argomento. Insisto sul fatto che non vi può essere una rigorosa indagine ufficiale su questi fenomeni, che possa esulare un soggetto curioso a sperimentare da sé. E’ come le prove su strada di Quattroruote. Se ti dicono che una nuova automobile fa 25 Km con un litro, puoi crederci o meno, puoi credere o meno a chi l’ha comprata. Ma devi sempre provarla per vedere se è vero. E’ un vicolo cieco, non si esce. Come sperimentatore di queste magagne assurde, e come componente di una scuola di pensiero e di vita che fa questo di mestiere, cioè “smanettare col cosiddetto paranormale”, avrei tante cose da racontare, ma in generale non mi piace parlare con gli scettici, cioè quelli che pensano e agiscono per partito preso (come gli autori dell’articolo). Preferisco confrontarmi con i pensatori liberi, pronti a scoprire l’assurdo. Perché l’assurdo, il misterioso, è per me il sale della vita. Nell’articolo si accenna tra le altre cose ad un americano che ha messo in palio un milione di “dollari” da confeire a chi riesca a dimostrare pubblicamente qualcosa di paranormale. Ma vi “pare normale”? Secondo voi, se qualcosa di paranormale fosse dimostrabile “scientificamente”, che paranormale sarebbe? Diventerebbe normale, sarebbe un paradosso, una ridondanza. Il paranormale, o meglio l’ultranormale, se esiste, è indimostrabile per principio, perché se è descrivibile attraverso qualsiasi cosa già conosciuta, è allora normale come le cose che sono servite a descriverlo. Esiste solo qualcosa che non si è ancora compresa, ma per comprenderla bisogna fare dei salti di logica, uscire dagli schemi, aspettarsi di tutto, sconfiggere le paure. Allora si comincia a vedere. Cosa? …Perché non provi da te?! Quando si osserva un fenomeno che consideriamo paranormale, le persone sono portate all’inizio a ridurlo attraverso la comune razionalità. E’ come l’italiano, che ovunque vada, anche in Nepal, pretende di mangiare il piattazzo di spaghetti. Bene, che se lo mangi. Io preferisco mangiare quello che trovo; a volte può far senso, ma il nuovo si comporta stranamente così. E’ una porta blindata che non ha chiavi, e nemmeno serrature. La devi sfondare, se hai il coraggio e l’astuzia, e la perseveranza. Ma se l’apri, e provi ad entrare, la porta ti si chiude alle spalle. Così gli altri non potranno entrare e curiosare, a meno che non riescano a forzarla come hai fatto tu. Cosa è normale, e cosa non lo è? E interessante rispondere a questa domanda. Magari si scopre che il normale è noia, e il consueto è paranoia. L’ultranormale invece è divertente, poiché vuol dire che ancora abbiamo tanto da scoprire. Significa che la nostra mente consueta ha solo “preteso” di vederci chiaro. Leopardi ad esempio, non è normale. E nemmeno era normale ciò che ha visto Emily Dickynson (altro articolo nella rivista), vivendo tutta la vita dentro una camera. Dalla quale però poteva ammirare l’Universo intero. A volte la Mente ed il Cervello fanno a pugni col Cuore e l’Immaginazione. Ma è solo perché siamo parziali ed incompleti. Lo sappiamo che un Dio non tanto amico, mentre dormivamo, ci ha portato via una costola, ci ha spezzati in due. E poi con un bel calcio nel sedere, ci ha cacciati da un Paradiso artificiale nel quale aveva tentato di imprigionarci, un luogo dove ci aveva proibito di nutrirci di conoscenza, e di scoprire il segreto della vita, forse non solo di quella biologica… Ciao Giacomo, ciao Emily, ciao Federico. Vi ringrazio; vi vorrò sempre bene. Mi basta quel che avete raccontato, perché non abbisogna di dimostrazioni. Voi non vincerete mai un premio da un milione di dollari. Ma avete già vinto ben altro, avendo varcato la misteriosa porta a testa alta.

mercoledì 6 febbraio 2008

ECHI


L'ombra si è addormentata sul prato,
le sorgenti cantano.
Di fronte all'ampio crepuscolo invernale
il mio cuore sognava.
Chi potrebbe comprendere le sorgenti,
il segreto dell'acqua
appena nata, questo campo nascosto
ad ogni sguardo
dello spirito, dolce melodia
più pura delle anime?
Lottando sotto il peso dell'ombra,
una sorgente cantava.
Mi avvicinai per ascoltare il suo canto,
ma il mio cuore non capiva nulla....
...Ma io sento nell'acqua
qualcosa che mi scuote..., come un'aria
che agita i rami della mia anima....
Il silenzio rotondo della notte
sul pentagramma dell'infinito.
Me ne vado nudo per la strada
carico di versi
perduti.
Il nero crivellato
dal canto del grillo,
ha questo fuoco fatuo,
morto,
del suono.
Questa luce musicale
che lo spirito
intuisce.
Scheletri di farfalle a mille
dormono nel mio recinto.
C'è una giovinezza di brezze pazze
sopra il fiume.
G.Lorca, 1919,1920.
L'anima,
sempre e per sempre: più a lungo di quanto la terra
sarà solida e bruna, di quanto il mare avrà flussi
e riflussi.
Scriverò le poesie della materia, credo che siano le più
spirituali,
Scriverò le poesie del mio corpo e della mia mortalità,
Così darò a me stesso le poesie della mia anima e
della mia immortalità. ...
W.Withman, 1882.

sabato 2 febbraio 2008

i due leopardi




Leopardi e la sua ombra, ovvero la ragione e il sentimento
Cari cenacolanti
Vi ricordo che Martedì 5 febbraio proseguiremo gli incontri sulle operette morali di Leopardi.
Abbiamo concordato di confrontarci sulle seguenti altre cinque operette:
- Proposta di premi...
- Dialogo di un folletto e di uno gnomo;
- Dialogo di Malambruno e di farfarello;
- Dialogo della natura e di un'anima;
- Dialogo della terra e della luna.
Per i più volenterosi anche: la scommessa di prometeo e il dialogo di un fisico e di un metafisico.
Il garante della privacy e l'autority per le comunicazioni ci hanno assolutamente vietato di proseguire con il saccheggio della vita privata di Leopardi che è stato sottoposto ad una vera e propria gogna senza possibilità di difendersi.
In effetti martedì scorso abbiamo toccato il fondo con Armando Caccamo che, dopo aver letto, con morbose sottolineature, una corrispondenza privata di Leopardi con un amico acquisita illegalmente, ci ha fatto anche ascoltare delle intercettazioni telefoniche che frugano inammissibilmente nella vita intima di un genio che, invece, andrebbe giudicato solo in base a quello che scrive e che pensa.
Apprezzabile, invece, la saggezza di Donatellla Ragusa che, anche sul Blog, ci ha invitato a concentrarci sulle immortali opere del grande poeta.
Donatella ha conferito alle nostre cene un prezioso patrimonio di saggezza e di intelligenza. La volta scorsa, abbiamo anche apprezzato la sua modestia quando ci ha confessato di essere una psichiatra un po' infantile.
Sono sicuro che, con il nostro aiuto, crescerà benissimo.
Pietro

sabato 26 gennaio 2008

CANTO



Passata è la tempesta; odo augelli far festa e la gallina tornata in su la via, che ripete il suo verso.
Ecco il sereno rompe là da ponente, alla montagna; sgombrasi la campagna, e chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato risorge il mormorio torna il lavoro usato.
L'artigiano a mirar l'umido cielo, con l'opra in man, cantando, fassi in su l'uscio; a prova vien fuor la femminetta a còr dell'acqua della novella piova; e l'erbaiuol rinnova di sentiero in sentiero il grido giornaliero.
Ecco il sol che ritorna, ecco sorride per li poggi e le ville.
Apre i balconi, apre terrazzi e logge la famiglia: e, dalla via corrente, odi lontano tintinnio di sonagli; il carro stride del passegger che il suo cammin ripiglia.
Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita quand'è, com'or, la vita? Quando con tanto amore l'uomo a' suoi studi intende? O torna all'opre? O cosa nova imprende? Quando de' mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d'affanno; gioia vana, ch'è frutto del passato timore, onde si scosse e paventò la morte chi la vita abborria; onde in lungo tormento, fredde, tacite, smorte, sudàr le genti e palpitàr, vedendo mossi alle nostre offese folgori, nembi e vento.
O natura cortese, son questi i doni tuoi, questi i diletti sono che tu porgi ai mortali. Uscir di pena è diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto che per mostro e miracolo talvolta nasce d'affanno, è gran guadagno.
Umana prole cara agli eterni! Assai felice se respirar ti lice d'alcun dolor: beata se te d'ogni dolor morte risana.


giovedì 24 gennaio 2008

Nietzsche e Leopardi

Pietro ha perfettamente ragione. Nietzsche, Leopardi, Dostoevskij (da Nietzsche molto amato) sono tra i massimi psicologi che la cultura europea abbia generato. Il primo scrive di se stesso parole come queste: «che nei miei scritti parli uno psicologo senza pari, questa è forse la prima conclusione a cui arriva un buon lettore –un lettore come lo merito, che mi legga come i buoni filologi di una volta leggevano il loro Orazio» (Ecce homo, in «Opere», Adelphi, vol. VI, tomo 3, pag. 314).

Leopardi costituisce una delle fonti più profonde e costanti dell’itinerario di Nietzsche, sia nella condivisione di molti contenuti e degli obiettivi posti al pensare, sia nella finale condanna del poeta il cui nichilismo viene accostato a quello di Schopenhauer e insieme a questo respinto.

In ogni caso, per Nietzsche Leopardi non fu solo un filologo poeta (in questo Nietzsche lo accomuna a Goethe, contrapponendo entrambi alla genia dei filologi soltanto eruditi) ma fu soprattutto un originale e acuto filosofo, le cui riflessioni di indole etica e metafisica sono di grande spessore. L’ontologia leopardiana, infatti, formula una articolata critica all'Idealismo e alla sua identificazione dell’essere con il bene.
Allo stesso modo di Nietzsche, Leopardi esclude qualunque Aufhebung –l’itinerario senza scarti verso la perfezione-, qualsiasi vittoria dello Spirito nel mondo, ogni forma ingenua e insieme tracotante di antropocentrismo. Ma contrariamente a Nietzsche Leopardi non crede possibile neppure alcuna forma di Überwindung, di oltrepassamento dell’umano in direzione della appropriazione di un’esistenza destinata comunque allo scacco.

fermate obbligatorie e fermate a richiesta

Leggere il post di Pietro, ma anche dei due Alberti , di Francesco e Donatella, mi richiama a rientrare nei ranghi e assaporare i contenuti delle operette di Leopardi con l’approccio di godersi l’opera di un genio con i suoi pensieri sublimi ma anche di un uomo con tutta la sua “umanità” . Il passo della prima operetta riportato da Pietro, mi ha richiamato quanto ho scritto (perdonatemi l’auto-citazione) molti anni fa:
“Fermarsi neutrali, quando la vita non lo impone, quando il lutto non c’è e il bivio è lontano. Fermarsi, per far muovere libero il pensiero.”
Ci sono nella vita “fermate obbligatorie” che ci fanno (o almeno tentano di farci) volare alto, ma quanto valgono di più le “fermate a richiesta”! quelle che ognuno di noi dovrebbe fare per libera scelta”, per esigenze artistiche, culturali e/o spirituali, cioè quelle di cui gli spiriti (come Leopardi) si sono nutriti, si nutrono e si nutriranno come indispensabile alimento per sé e per tutta l’umanità.
Armando

mercoledì 23 gennaio 2008

Le biografie sono importanti per capire, ma con Leopardi si è sempre esagerato, come se si dovesse per forza "spiegare" in modo deterministico la sua opera (della serie: uno struppiato non può che ragionare così...) per una certa resistenza ad immergersi senz'altro nelle sue struggenti riflessioni sull'esistenza e sul nostro destino.
Armando dice "torniamo ai fatti" ma, senza volere riprendere il dibattito su "fatti e interpretazioni", mai come nel caso della creazione artistica quello che conta sono le risonanze che ci procura l'incontro con l'opera d'arte, quello che evoca in noi. Non sarà che Leopardi richiama in noi interrogativi che preferiamo rimuovere?
Io sospetto che anche noi, pur così bene adattati e realisti, nascondiamo come lui un desiderio immmenso di felicità e di pienezza fatalmente insoddisfatto, solo che noi siamo stati al gioco del demagogo Giove (parlo della prima operetta morale, così cominciamo ad occuparci dei contenuti, come suggeriscono Alberto Biuso e Francesco Vitale e come ci implora lo stesso Leopardi) il quale Giove ci ha dato, per distrarci, tanti problemi più "concreti" e quotidiani da risolvere a cui dedicare tutte le nostre energie, ci ha implicato "in mille negozi e fatiche, ad effetto d'intrattenere gli uomini e distrarli quanto più si potesse dal conversare col proprio animo, o almeno col desiderio di quella loro incognita e vana felicità". Come Nietzsche, anche Leopardi mi sembra un grande psicologo.
Pietro