lunedì 26 maggio 2008

Ordine e Caos


Cari cenacolanti
Martedì commenteremo il quinto capitolo (Salvezza dell'anima) del libro di Mancuso. Spero che il caldo non vi scoraggi e che ci sia anche Donatella Ragusa, magari in geens se vuole (per chi non c'era, mi riferisco al suo anarchico bisogno di non seguire - per il momento - le regole del gruppo).
La volta scorsa, dopo un'acuta ed incomprensibile riflessione di Simonetta sul testo di Mancuso, il nostro bersaglio è stato Dio che, non avendo fatto i conti con Alberto Spatola, pensava ingenualmente di sottrarsi alle inevitabile critiche per le sofferenze dei giusti e degli innocenti facendosi scudo dell'impersonale Principio Ordinatore alla cui cecità - anche nella prospettiva suggerita da Mancuso - sarebbe imputabile tutto il male del mondo.
Ed in effetti, non per prendersela sempre con i poteri forti che manovrano dietro le quinte, ma non può piacerci il modo poco trasparente con cui Dio cerca di mascherare le proprie respondabilità: se proprio il male è, nel progetto divino, indispensabile all'evoluzione del mondo, uno si aspetterebbe che Dio abbia almeno il coraggio di metterci la faccia, invece di fare esporre solo il Princio Ordinatore a cui fa fare tutto il lavoro sporco.
Apprezzabile, infine, il contributo di Camillo che ha cercato di giustificare le difficoltà in cui si muove il Principio Ordinatore in un Universo dominato dal secondo principio della termidonamica, ossia dalla legge dell'Entropia, secondo cui la tendenza costante è, ovunque (e sopratutto sulla mia scrivania) all'aumento del disordine.
A domani
Pietro Spalla

venerdì 16 maggio 2008

La filosofia come cura

ricevo da Augusto e con piacere pubblico
La 'filosofia-in-pratica' NON è una terapia. Può essere però una forma di 'cura' verso di sé e verso gli altri, filosofi o non-filosofi di mestiere?
Sabato 17 maggio alle ore 21,30 Augusto Cavadi ne discuterà presso il Parco letterario "Tomasi di Lampedusa"(Vicolo della Neve, alle spalle di piazza Marina in direzione di via Alloro) con Moreno Montanari (Ancona) autore del recente volume LA FILOSOFIA COME CURA (Unicopli, Milano 2007).
Augusto Cavadi 091.6377018 338.4907853 www.augustocavadi.eu

mercoledì 14 maggio 2008

AMT-1 detto "IL MONOLITO"

Ho dovuto lasciare la cenetta senza aspettarne la conclusione, ma sono stata attentissima (della serie "non studio ma sto attenta in classe"), perchè veramente i contenuti e le riflessioni espresse erano densissimi, a mio avviso, di profondità. Sono uscita con una frase che mi risuonava nell'orecchio, sul pianerottolo, nell'ascensore, nello scivolo (in salita), in strada etc: "ma siamo sicuri che l'uomo sia un'espressione del principio ordinatore?". Prima ancora mi aveva colpito il ripetuto interrogativo di Pietro: " ma se il principio ordinatore è un'entità, questa entropia, questo disordine non può essere un'entità pure essa?... che so satana?". Chiedo scusa se riporto le frasi in modo inesatto, ma cerco di essere il più possibile precisa rispetto quanto detto.

Ecco allora che mi è tornato alla mente un argomento accennato a conclusione della cenetta ancora precedente e trattato un pò di fretta.

Qualcuno aveva detto che nel film di Kubrik "2001Odissea nello spazio"(1968), tratto dal racconto di Clarke "The Sentinel" (1951), la comparsa del monolito data la contemporaneità dell'intuizione di usare un osso per colpire, in quanto segno di intelligenza, poteva essere un segno del principio ordinatore. Avevo obiettato per spirito di verità (se mai è possibile raggiungerla..ahimè), ma ancor di più per allargare la riflessione appena lanciata, che Kubrik fa riferimento ad una delle principali correnti sataniste del nostro tempo e qui cerco di spiegare meglio.

Un paio d'anni fa cimentandomi in una ricerca sul satanismo giovanile ho letto su un testo di M.Introvigne, che è uno degli studiosi contemporanei più accreditati sull'argomento, che il riferimento di Kubrik è alla corrente “occultista”, di M.A. Aquino e del tempio di Set secondo cui ed attraverso cui l’uomo cerca di realizzare la propria volontà, con l’aiuto del “principe delle tenebre, colui che diede all’origine l’intelletto agli uomini”.

Per tranquillità di quanti mi conoscono, dato che la mia ricerca sfociò in una relazione ad un convegno sulla devianza giovanile, organizzato da me, sottolineo che a moderare la sessione in cui parlavo io, ho voluto il cappellano di un carcere minorile siciliano, perchè avvertivo una certa inquietudine a parlarne e ..per non saper nè leggere nè scrivere.. con un sacerdote vicino mi sentivo più tranquilla.
Ma tornando a Kubrik ed al cosceneggiatore Clarke, si ricorderà che il film, chiusa la parentesi "primitiva", si occupa, nella prima parte, del viaggio di uno scienziato alla base americana Clavius, presente sulla luna dove, guarda un pò chi si rivede, è custodito L'ATM-1 "Anomalia Magnetica di Tycho numero 1" (in gergo "il monolito" e chiamato così perchè è stato trovato sotto la superficie del cratere Tycho seguendo delle variazioni anomale del campo magnetico lunare). Su Clavius, ..guarda caso, si è sviluppata un'epidemia e una volta toccato da mani terrestri e dalla luce solare il monolito si "attiva", e secondo un programma stabilito dai suoi misteriosi costruttori lancia un segnale fortissimo verso Giove, attorno cui ruota un altro monolito ATM-2.

Il macello che segue è, secondo me, uno dei più crudeli della storia del cinema e si salva solo l'astronauta che entra nel monolito (ricordate quella scena da video-gioco a velocità fortissima?) avendone in cambio, in un'atmosfera onirica, un'accelerazione dei propri ritmi vitali ed una rinascita.


In occasione della prima, Kubrick proclama: - Se "2001" ha scosso le vostre emozioni, il vostro subconscio, acceso il vostro desiderio di miti, allora avrà avuto successo ( io personalmente ero ragazzina e ricordo ancora quanto fosse scomoda la poltroncina di ferro dell'arena estiva in cui ho preso sonno).

In pochi si sa che dopo il successo del film Clarke ne scrisse il seguito " 2010: Odissea due", subito tradotto in film da Peter Hyams, in cui il monolito che avevamo visto in "2001" orbitare intorno a Giove discende sul pianeta, crea copie di se stesso, si moltiplica, aumentando la massa di Giove fino a raggiungere il livello critico che innesca una reazione a catena trasformando Giove in una nuova stella, che viene battezzata Lucifero.

Non mi permetto di dire altro.
Messaggio privato per Pietro: ho scordato il contributo materiale per la cenetta, rimedierò la prossima volta ... chi disse di ricordare che doveva un pollo ad Esculapio o qualcosa di simile..?

domenica 11 maggio 2008

Anima,Sapere ed Aristocrazia

...per favore un attimo..
Intanto complimenti proprio tanti per le bellissime cose che avete scritto.
Manco un bel pò dal blog, come prima ancora dalle cenette, e se scrivo è per esprimere una sensazione di pelle che spero dia magari un pò più di voglia di scrivere a quanti non l'hanno mai fatto, guadagnandosi così l'eccezionale award proposto da Alberto, con l'implicita speranza che mi venga passato per un'eventuale fotocopia.
Ringrazio per la possibilità datami da Augusto di rimettermi in "carreggiata" lasciando come "compito" per il prossimo incontro un buon "ripasso" di quanto sino ad ora letto del libro di Mancuso, ma non riesco proprio a comprarlo:non riesco a varcare la soglia di una libreria per farlo. Sinceramente comincio a nutrire seri dubbi sulla mia natura umana e la sensazione che ne ho è di essere un vampiro dinanzi ad una collana d'aglio.
Ho ancora dinanzi alla mente gli affettuosi richiami a comprarlo e leggerlo prima di poter esprimere un parere sulle cose dette a commento: sicuramente è una possibilità che mi si incita a voler cogliere ed in particolare la possibilità di essere un'anima per così dire "eletta", tramite l'adeguamento ad una norma condivisa.
Non me ne si voglia ma è quello che ho preso dall'ultimo "conversare" sul libro cui ero presente.
E mentre noi si conversa di anime, un mondo in carne ed ossa, nel tentativo di una convivenza umana possibile, cerca modelli politici tramite svariati e diversi meccanismi "elettorali".
Non ce la faccio a comprarlo il libro, non ce la faccio a leggerlo e se fosse l'interrogazione "chiave" dell'ultimo quadrimestre, rinuncerei "stoicamente" all'anno, "autocandidandomi" a ripetente.
Per me non c'è bisogno per forza di leggere un libro sull'anima per poter parlare di essa, dando per scontato, chiaramente che gli altri però lo abbiano fatto e che ti permettano di farlo.
Ci si sente un pò, è vero, ad una serata di gala in jeans, ma se nessuno nota che non hai il vestito adatto, ti senti a tuo agio come con un G.M.Venturi o un R.Cavalli e di colpo ti senti persona in mezzo alle persone.
Mi torna a tal proposito qualcosa riguardo l' abito con cui si può entrare nel regno dei cieli, mi sembra detta proprio da chi ne è il governatore, ma forse non ci si crede più che costui lo fosse davvero e pensiamo che ne sparasse di grosse e questa con le altre.
Ed allora eccomi qua caparbiamente a dire cosa è per me l'anima: quando soli si è in riva al mare e ci si avverte uniti ad acqua terra e cielo perchè sono lì a farti compagnia accettandoti per come sei o quando anche vedendo le proprie miserie più nere si ha ancora la forza di aprire l'uscio di casa ed andare per strada, non sempre sapendo dove. Credo molto a quello che ciascuno avverte nel proprio intimo più segreto e lì per me sta l'anima.
Chiuso per me con questi cenni personali l'argomento, spero che il coraggio di poter dire contagi quanti non scrivono o non hanno mai scritto sul blog e poichè il mondo è bello perchè vario, anche grazie ai colori, coloro il testo ( anche questa è libertà personale , senza imporre modelli agli altri).
Per inciso: la foto di Armando sulla panchina è molto più simpatica, spero presto di cambiare anche la mia.


venerdì 2 maggio 2008

L'anima e la sua costituzione

Resta centrale nel bel libro di Vito Mancuso il discorso riguardo alla natura dell'anima ( se c'è ). Preferisco pensare all'anima come a qualcosa che, comunque ,( se davvero persiste oltre la morte ) rimanga oltre ogni nostra discussione. Un quid di sostanziale che soddisfi la nostra pretesa ( illusoria ? ) di immortalità. Certo lo studio degli antichi insediamenti abitativi , in specie delle necropoli antiche , indica la assoluta certezza dei nostri avi riguardo la presenza di un mondo dell'al di là , altrettanto corposo e vivace di quello mondano. Il ritrovamento di suppellettili , monili , scodellame vario et al. delle decorazioni funerarie , sembra essere un ( infantile ? ) desiderio di vivere oltre il tempo , al di là del tempo e vivere concretamente , non solo in spirito. Se l'aspirazione dell'uomo ( forse di ogni uomo benchè ci sia chi vagheggi la morte come annichilimento totale ) sia fondata non lo so . Certo non credo sia un discorso meramente razionale a giustificare una tale aspirazione . Semmai è tutto l'uomo , anche nelle sue corde più nascoste e irrazionali , che nel proprio " cuore " può desiderare di non morire mai. C'è pure chi , stufo della vita e delle sue sofferenze , dell'anima non vuol proprio sentire parlare. Comunque credo che un tal discorso teologico possa avere per reale fondamento soprattutto la fede, o anche una fede naturale e primigenia molto lontana dal solo e puro argomentare razionale e filosofico o teologico. Del resto molta gente umile e semplice crede in Dio ( gente guarda caso preferita dal Gesù evangelico ) senza alcuna argomentazione logica. Noi che ci dilettiamo di filosofia e dei bei ragionamenti, possiamo dire che sia "plausibile " sia che l'uomo abbia un anima, sia che ci sia un Dio Personale ( vedi Mancuso ). In tal caso è come se levassimo un ostacolo alla vita di fede , cioè è come se dicessimo che non è "irrazionale" il credere , e che se qualcuno arriva alla fede , non va contra rationem. Nello stesso tempo però la "plausibilità" del credere non è mai certezza matematica , ma " possibilità dell'intelletto ", o , se si vuole , "argomentare ardito ma non impossibile ". Inoltre , a me pare che Mancuso , nel suo voler privilegiare l'analisi razionale sull'esistenza di Dio e dell'anima , trascuri che si possa arrivare alla fede anche e sopratutto per la "testimonianza " dei maestri di spiritualità , di quelle figure cioè che "incantano" per esemplarità di vita; si pensi ad alcuni come Gandhi , o a un San Giovanni della Croce, o a Giovanni l'evangelista , o ( la dico grossa ) a chi fa i "miracoli " , cioè rende "visibile" il soprannaturale e lo fa così conoscere. Primo fra tutti lo stesso Gesù dei vangeli.

mercoledì 30 aprile 2008

....... in risposta a Francesco sul Mondo e sulla sua interpretazione


Colloco questo intervento sui post e non sui commenti perché vorrei che oltre a Francesco Vitale mi leggessero anche gli altri frequentatori delle Cenette per implementare e/o confutare quanto da me detto e quanto ho capito di Mancuso.

A Francesco (che mi sollecita in un suo commento a un mio post del 24 aprile) rispondo che il pensiero esposto non è il mio punto di vista ma ciò che credo sia il punto di vista di Vito Mancuso (d’altra parte stiamo ancora leggendo e commentando il suo libro). Mi spiego: Mancuso si definisce un teologo cristiano e cattolico (nel senso etimologico del termine) e in quanto tale ha deciso di “riscrivere” la teologia cristiana alla luce di alcune critiche sollevate nel corso del tempo all’interno del Cristianesimo e alla luce delle scoperte scientifiche degli ultimi secoli ma soprattutto degli ultimi decenni (potremmo dire alla luce della Ragione del XXI secolo!). Ora (lo dico per Francesco che non ha letto il libro) il Logos che l’autore identifica col Principio Ordinatore e che (emanazione di Dio) ha dato inizio al Mondo (materia-energia) e alla sua storia lasciando lo stesso a fare i conti con i suoi stessi attributi che sono Libertà, Giustizia, Bene, Bellezza, Amore ect… ma anche con i suoi contrari! e il cui esito è la “scommessa” del Dio Creatore nei confronti del Suo creato non come Sua immagine in uno specchio ma come interlocutore ( condizione necessaria alla Sua esistenza! = io esisto solo perché sono percepito). Una volta che Mancuso dice come per lui stanno le cose…..si mette ad affrontare la problematica dell’Uomo come risultato più alto raggiunto (almeno per quello che ne sappiamo) finora dal Principio Ordinatore e con la sua consapevolezza di essere oltre che anima (nei primi tre livelli di discontinuità: fino all’anima sensitiva degli animali) essere Persona . E’ a questo punto che interviene il concetto necessario di Dio personale che interloquisce con la persona e a cui per questo viene garantita l’immortalità individuale nella perfetta Armonia e Amore. Ecco ciò che ho voluto dire nel mio post precedente.
Se poi Francesco mi chiede come la penso io, gli rispondo che a tutt’oggi ( domani è un altro giorno) la penso come B. Russel : ”…non sono gli argomenti razionali, ma le emozioni che fanno credere nella vita futura”. Anche se è e resta doveroso cimentarsi razionalmente su questi temi altrimenti non sarei a scrivere e a interloquire qui in questo blog .

Armando

lunedì 28 aprile 2008

parafrasando Salvatore Quasimodo

14 aprile - 28 aprile 2008

......e come posso cantare con un piede spudorato sopra il cuore!

sabato 26 aprile 2008

Cambiare?

Qualche settimana addietro ho ricevuto da Francesco Vitale il seguente messaggio per mail:

Carissimo Francesco, ti chiedo di cambiare il tema di layout del blog; mi risulta veramente orripilante aprirlo, con questo colore così sgargiante, con questi caratteri così giganteschi, e senza alcuna personalità.
Visto che non siamo tutti d'accordo, magari cambialo spesso, almeno accontenterai un po' tutti....

Effettivamente qualcosa da cambiare ci sarebbe, il dibattito è aperto....

Cari cenacolanti
Ancora storditi dai risultati delle elezioni e dalla prospettiva di altri cinque anni con Berlusconi e Bossi al governo, abbiamo fatto fatica a ricollegarci alle ben più alte riflessioni proposteci dal libro di Mancuso sull'anima ed il suo destino.
Ha esordito Anna Pensato che ha chiesto ad un teologo "a caso", eventualmente presente tra di noi, se quando Mancuso parla della grazia la concepisce come un’arbitraria elargizione clientelare dall'alto che, come al solito, premia solo chi ha giuste frequentazioni e amicizie altolocate, oppure il tutto avviene secondo criteri meritocratici. A sorpresa ha risposto Augusto che, dopo averci stordito con dotti riferimenti a Pelagio ed Agostino e sapienti incursioni nella teologia della predestinazione di Calvino, ha poi capito che era meglio adeguarsi al nostro livello di preparazione teologica ed ha esemplificato, più o meno, così: la grazia è come una bella donna solo apparentemente facile: sta lì a civettare con tutti ma poi si concede solo se si sente capita.
Fuor di metafora, la prospettiva Mancuso-Cavadiana, se abbiamo compreso bene, è questa: il Bene, il Bello e il Vero sono lì per tutti, ma si tratta di riuscire a sintonizzarci (a scoprirli, preferisce dire Simonetta).
Ed infatti Mancuso scrive, al riguardo, parole molto belle: "Quando Mozart componeva, non inventava nulla, sentiva. Quando Rembrandt dipingeva non inventava nulla, vedeva. Hanno riconosciuto una realtà che c’era da sempre. …Diceva Mozart: tutto è stato composto ma non ancora trascritto". Sono idee che ricordano un po’ W. Otto ("Il mito", che consiglierei come preparazione alle prossime vacanze filosofiche sul sacro) quando afferma che i poeti più creativi sono solo dei recettori e cita Goehe:
"Ed una divinità parlò quand’io credevo di parlare".
Solo che - ho poi osservato a proposito delle resistenze mentali che ha confessato Mario Micciancio - Mancuso avrebbe dovuto spiegare che, per aprirsi alla grazia ed ai suoi doni, non basta una decisione razionale a tavolino: quell'apertura presuppone un coraggioso lavoro (spirituale) di decostruzione rispetto a pre-giudizi e difese mentali che ci ostacolano. Ma, ha replicato Mario, "il fatto è che a me non bastano teorie come quelle di Mancuso pur plausibili rispetto alle conoscenze scientifiche: io voglio basare le mie aperture e le mie scelte su prove certe e razionalmente inconfutabili". Ma Mario non ha spiegato come si concilia questo asserito bisogno di scelte razionali con la decisione di risposarsi a sessant'anni e di reincarnarsi nuovamente a Milano, dove sta ritornando lasciandoci qui sedotti e abbandonati.
Ed a proposito di reincarnazione, qualcuno ha ricordato che Mancuso la esclude dal suo campo visivo perchè comporterebbe la perdita dell'esperienza e dell'informazione acquisita in questa vita e, pertanto, la scomparsa dell'individuo. Scrive, infatti, Mancuso: : "La storia della coscienza, con tutte le esperienze fatte e le persone amate, se si rinasce nuovamente nel tempo viene azzerata".
Non si capisce, però, come mai questa irrimediabile dissoluzione dell’individuo – che nella visione di Mancuso somiglia molto a quella della sinistra dopo le ultime elezioni – venga imputata alla reincarnazione piuttosto che alla morte.
A questo punto sarà interessante leggere il prossimo capitolo sull’immortalità dell’anima per scoprire che cos’è che sopravvive, per il nostro autore, dopo la morte.
Dopo una critica di Maria a certe mie idee (ma per errore anche Maria se l'è presa con lo iellatissimo Mancuso, che non c'entrava nulla, invece che con me) Alberto ha concluso la serata spiegando perchè la visione evolutiva di Mancuso "uso Teilhard de Chardine" non lo soddisfa per nulla: se ci fosse un principio ordinatore alla base di tutto, se l’evoluzione non fosse casuale ma, come pensa Mancuso, fosse davvero sorretta da un logos e diretta, sin dall’inizio, verso un telos (n.d.r. : ormai le sole parole italiane a noi cenacolanti stanno strette…) allora ci sarebbe una gravissima responsabilità che dovremmo imputare a questo principio ordinatore per tutto il male, la dissipazione, lo spreco ed il dolore che, in questo tumultuoso processo evolutivo, colpiscono tanti innocenti. E Alberto ha fatto l’esempio dello tsunami, dell’olocausto e della vittoria di Berlusconi alle elezioni per dimostrare che non è possibile che ci sia un disegno divino così sadico e malvagio che ci costringa, per evolverci, ad attraversare certe sciagure.
Nel darvi appuntamento per martedì prossimo alle 20 e trenta per chi cena con noi e alle 21 per gli altri, Vi ricordo che nel nostro Blog è stato pubblicato un bell’articolo di Augusto che dovremmo leggere tutti perché evidenzia, anche criticamente, gli aspetti più importanti del libro e ci offre importanti spunti di riflessione per le prossime cenette. Sempre nel Blog si è aperto, inoltre, un interessante dibattito sulla compatibilità tra l'esistenza del male e quella di Dio (cè una branca della filosofia che si occupa di questo annoso problema: mi sembra che si chiami teodicea e che fu fondata molti anni fa da un certo Giobbe.
Pietro Spalla

giovedì 24 aprile 2008

Il Principio Ordinatore di Mancuso e il Male


A proposito di ciò che ripetutamente dice e scrive Alberto Spatola, io credo che la compatibilità del Principio Ordinatore di Mancuso, orientato inevitabilmente al Bene, e l’esistenza del Male che legittima poi il libero arbitrio dell’uomo, possa esserci se si pensa a Dio come al “Soffio vitale” che non vuole entrare nella “Storia” dell’Universo (e quindi dell’Uomo), ma direttamente nell’anima ( intesa alla Mancuso) dell’Uomo ( e anche della Natura?) e quindi infondergli l’intenzione al Bene ( badate solo l’intenzione!) lasciandogli poi la facoltà di scelta. Mi piacerebbe dibattere su questo punto.
Armando

sabato 19 aprile 2008

Augusto Cavadi si è finalmente degnato di farci visita: è un giorno importante per il Blog
Ecco il suo contributo

IL DESTINO DELL'ANIMA SECONDO UNA TEOLOGIA LAICAPossibili ragioni di un successo editorialeIl successo editoriale, davvero imprevedibile per un titolo di teologia, dell'ultimo volume di Vito Mancuso si spiega con una serie di ragioni che si inanellano in sequenza. La prima è che affronta un tema che sfida il turbinio delle mode e non cessa di interpellare gli animi che mantengono un guizzo di vivacità spirituale. Ma - e siamo ad una seconda ragione - l'autore affronta l'argomento dell'anima cercando di dialogare con la cultura filosofica e scientifica contemporanea: dunque prendendo sul serio obiezioni e suggerimenti che di solito i laboratori teologici preferiscono ignorare. Inoltre - questa potrebbe essere una terza ragione - egli, infrangendo la prosopopea diffusa fra quanti trattano di simili questioni, si preoccupa di usare un linguaggio per quanto possibile non-tecnico evitando le sottigliezze specialistiche di chi scrive più per fare mostra di sé ai colleghi che per sollecitare la riflessione del lettore 'medio'. Infine individuerei una quarta ragione nel fatto che l'interrogazione sull'anima viene formulata in maniera fortemente problematica rispetto alla tradizione cattolica a cui Mancuso ribadisce più volte di appartenere. Se egli avesse proposto le medesime idee dichiarandosi esterno alla Chiesa cattolica, molto probabilmente sarebbe stato letto da una cerchia molto più limitata di specialisti: così, invece, egli ha dato voce alle inquietudini sotterranee di quei milioni di cattolici (più o meno praticanti, più o meno istruiti) che, secondo l'ormai celebre espressione di Pietro Prini, hanno consumato uno "scisma sommerso", staccandosi d fatto dall'obbedienza al Magistero senza sprecare fiato per formulare apertamente e pubblicamente il loro dissenso. Questi scismatici anonimi leggono, con stupore misto ad ammirazione, un teologo che - senza infingimenti clericali ed anzi con un pizzico di civetteria - scrive: "Oggi in teologia, soprattutto in Italia, per lo più non si pensa, si obbedisce, nel senso che anche quando si pensa, spesso lo si fa come vuole l'autorità, per fondare, spiegare, difendere ciò che è già stato stabilito dall'autorità. Un pensiero, diciamo così, pilotato. Ma, come mostrerò in queste pagine, le autorità bibliche e magisteriali sono talora in contraddizione tra loro quando si tratta dell'anima e del suo destino, e non su aspetti secondari" (p. 32). In questo contesto, all'autore non sembra restare che una sola via: ristabilire davvero il primato del Logos" (ivi).Alcune tesi principaliMa che cosa sostiene, nella trama essenziale, questo corposo saggio?Che la questione antropologica non può essere isolata dal più ampio quadro della questione cosmologica in cui è incastonata e che, a sua volta, la questione cosmologica implica una interpretazione, più radicale, ontologica e teologica.Perciò Mancuso si chiede, preliminarmente, cosa debba intendersi per 'natura' (nel senso comprensivo dei Greci che, in quanto physis, vedevano in essa la matrice generativa di tutto ciò che a qualsiasi titolo può considerarsi essente) e quale sia il rapporto fra essa 'natura' e Dio. La prospettiva in cui si colloca esplicitamente l'autore è quella pionieristicamente indicata da Teilhard de Chardin quando intitolava uno dei suoi primi scritti La potenza spirituale della materia: " Dobbiamo cambiare prospettiva rispetto al racconto biblico di Genesi 2,7 secondo cui Dio prese la polvere, plasmò l'uomo e poi infuse il suo soffio vitale. Per stare all'immagine mitica utilizzata dal testo, occorre piuttosto pensare che Dio infuse il suo soffio vitale prima, direttamente nella polvere, nella materia-mater, la quale poi da sé, autonomamente, ha dato origine alla vita in tutte le sue forme, compresa quella dell'uomo. Si tratta di una prospettiva legittima anche a livello biblico alla luce dei racconti di creazione della tradizione sapienziale, in particolare Proverbi 8 e Siracide 24" (p. 14).Da questa angolazione - "una prospettiva che parte dal basso" (p. 53) - "l'anima spirituale, che pure conduce chi la coltiva in un'altra dimensione facendolo entrare nell'eterno, è da pensarsi non come una sostanza separata che proviene dall'esterno ma come una peculiare configurazione dell'unica energia che ci costituisce" (p. 54).Rispetto a questa materia in evoluzione - di cui l'Uomo costituisce il vertice (attuale) - in che rapporto concepire Dio? Il tendenziale monismo antropologico (l'anima come dimensione consapevole e spirituale di quell'unica realtà che chiamiamo materia quando la consideriamo nella sua dimensione visibile e misurabile) è coerentemente inquadrato in un più ampio monismo onto-teologico: "il divino, in questa prospettiva, non è nulla di misterioso o di qualitativamente altro rispetto all'essere, ma è la pienezza dell'essere, come sapevano perfettamente i Greci" (p. 102). E - si potrebbe aggiungere per compensare un'omissione eloquente - come hanno ricordato fortemente gli idealisti post-kantiani, in particolare Hegel e Schelling. E' chiaro che Mancuso contesta una Trascendenza di Dio che venga concepita unilateralmente, adialetticamente, come distanza abissale fra il Principio creatore e l'universo creato. Dio non è al di là del mondo, ma nel cuore del mondo: Egli "non agisce mai direttamente nel mondo, ma sempre e solo tramite la mediazione della sapienza, sia come sapienza impersonale nella logica della natura e della storia, sia come sapienza personale nella dimensione dell'anima umana. (...) La Sapienza divina agisce nella natura ordinando l'energia verso una sempre maggiore informazione e complessità", "nell'anima spirituale come grazia che attrae verso il bene e che vince la forza di gravità dell'egoismo primordiale" (p. 105). In questo quadro onto-teologico, l'ipotesi di una vita oltre la morte fisica del soggetto individuale non si configura come il risultato apodittico di una dimostrazione bensì come una sorta - direbbe Karl Jaspers riecheggiando Kant - di "fede razionale". Secondo Mancuso, infatti, è legittimo sperare che le "quattro discontinuità" di cui siamo testimoni ("il passaggio dal minuscolo puntino cosmico all'origine del Big bang alla vastità dell'essere; il passaggio dalla materia inerte alla vita; il passaggio dalla vita naturale all'intelligenza; il passaggio dall'intelligenza autorefernziale alla morale e alla spiritualità") (p. 111) siano a loro volta superate da una "quinta discontinuità all'interno del processo evolutivo dell'energia cosmica": "una vita dopo la morte di tipo personale" (p. 134). Alla luce di questa impostazione prevalentemente teoretico-metafisica l'autore affronta le tematiche più squisitamente teologiche dei "novissimi". "Morte e giudizio": "A chi spetta, quindi, la vita eterna? La vita eterna spetta a chi la possiede già adesso. L'eterno non è il futuro, ma è il presente, la dimensione più vera del tempo. Chi, nel tempo che gli è stato dato, ha raggiunto la forma sovra-naturale dell'essere, quando muore nel corpo vi permane con l'anima" (p. 205). "Paradiso": "Il Dio eterno è il custode del tempo, o meglio di quella parte del tempo che merita di essere custodita perché raggiunge la stessa dimensione di verità, di bellezza e di giustizia che compete ontologicamente all'eternità" (p. 229). "Inferno": in proposito l'autore esclude che l'inferno possa consistere in una condanna eterna per peccati comunque temporali, ma confessa di trovarsi "nell'incertezza riguardo all'alternativa fra apocatastasi e morte dell'anima" (p. 275). "Purgatorio": coincide con "il momento della morte fisica e gli istanti immediatamente precedenti e successivi ad essa. E' allora che avviene la grande purificazione" (p. 279). "Limbo": oggi è stato finalmente cancellato da quella stessa autorità ecclesiale che l'aveva inventato, ma ciò non servirà a molto "se non si comprende che la gran parte degli errori e delle incongruenze nella dogmatica derivano dalla posizione del peccato originale, questo mostro speculativo e spirituale, il cancro che Agostino ha lasciato in eredità all'Occidente" (p. 287). "Parusia e giudizio universale": "Il giudizio è universale nel senso che vi viene sottoposto ogni essere umano secondo criteri universali, gli stessi criteri di ordine, equità e giustizia che la creazione già contiene" (p. 301). Alla fin dei conti, il messaggio del libro è sintetizzato nelle ultime righe: "Dice la sapienza di Israele: 'Chi pratica la giustizia si procura la vita' (Proverbi 11,19). Basta solo essere giusti. Tutto qui, qualcosa di molto semplice, che ogni uomo vuole da sé. Simplex sigillum veri" (p. 317). Qualche considerazione criticaCome aveva previsto il cardinal Martini nella lettera che funge da antifona al volume, quest'ultimo ha suscitato nel mondo cattolico delle reazioni molto vivaci. Esse partono da un presupposto: che la Bibbia sia fondamentalmente una rivelazione di verità nel senso di informazioni metafisiche (e che il Magistero costituisca l'istanza ultima in caso di conflitto interpretativo sul modo di intendere tale patrimonio conoscitivo). Se questo presupposto regge, Mancuso non può essere considerato un teologo cattolico. Ma sappiamo che negli ultimi due secoli, soprattutto dopo Kant e Kierkegaard, si è diffusa una diversa visione della Scrittura: essa non sarebbe né fonte di conoscenza scientifica (e questo, con ritardo su Galileo Galilei, lo riconoscono tutti i cristiani, tranne i fondamentalisti) né fonte di conoscenza filosofica (e questo lo si stenta ad ammettere, soprattutto in ambito cattolico), bensì una fonte di orientamento esistenziale (di tipo mistico-spirituale ed etico). Se questa prospettiva regge, Mancuso non può essere liquidato sbrigativamente con l'accusa di eresia, ma va confutato puntualmente con gli stessi attrezzi logico-razionali a cui egli fa ripetutamente appello. Se la Bibbia, come in Italia ha sottolineato più di altri Carlo Molari, non ci fornisce delle notizie supplementari (e altrimenti inaccessibili) sulla struttura ontologica dell'universo e del suo Creatore, ma ci racconta chi vuole essere Dio per l'uomo e come sogna che l'uomo sia per Lui, Mancuso ha il diritto di asserire che "più si comprende la ricchezza e la bellezza della vita per quello che è, meno si pensa il divino come una cosa diversa e totalmente altra. Il centro speculativo del Cristianesimo, l'incarnazione di Dio in un uomo, è esattamente la massima espressione di questa equazione fondamentale: pienezza della vita= divino" (p. 103).Al suo diritto di asserire questo, corrisponde il diritto di chi non è d'accordo di avanzare obiezioni e contro-argomentazioni, non certo di lanciare scomuniche.Per esempio l'obiezione di chi possa trovare sproporzionatamente antropocentrica la tesi che "la perfetta manifestazione della Sapienza creatrice" sia "l'idea di Uomo"; che "il mondo" sia "finalizzato dal basso alla produzione dell'Idea di Uomo, declinata nei miliardi di esistenze concrete, ognuna unica e irripetibile, cui essa dà luogo" (p. 72).Oppure l'obiezione che l'amore - in cui giustamente Mancuso riconosce il cuore del cristianesimo - sia da lui concepito in termini più di eros mistico (di stampo neoplatonico) che di agape diaconale (di stampo evangelico). Egli infatti cita, con condivisione, Albert Schweitzer, teologo cristiano insignito del premio Nobel per la pace: "L'elemento essenziale del Cristianesimo così come Gesù lo predicò e il pensiero lo comprende, è che soltanto con l'amore possiamo giungere alla comunione con Dio" (p. 296). Ma quando prova ad esplicitare questa convinzione, l'autore sembra insistere sulla "comunione della più intima interiorità con la volontà di Gesù" (ivi), senza preoccuparsi di aggiungere che tale comunione - secondo Gesù stesso - non ha altra verifica affidabile che il servizio al debole e all'impoverito. Si può affermare, come fa Mancuso, che l'amore cristiano consiste "nell'avvento del regno di Dio nell'anima di ogni uomo" (ivi) , ma a patto di non omettere che tale regno deve rendersi visibile, attraverso i nostri spiriti, nella storia oggettiva, concreta, della collettività umana. Deve farsi, come ama ricordare Armido Rizzi, pane e carezze per i fratelli e le sorelle meno fortunati. Non è solo una questione di estensione (dall'ottica individuale all'ottica sociale), bensì più radicalmente di intenzione: l'amore biblico, a differenza dell'eros platonico anche cristianizzato dai Padri della Chiesa, non è una forma di egocentrismo spirituale quanto di autodonazione gratuita. Augusto CavadiSINTESI.Augusto Cavadi. Il destino dell'anima secondo una teologia laica. Il volume di Vito Mancuso, L'anima e il suo destino, Cortina, Milano 2007, sta conoscendo un successo editoriale imprevedibile. Quali ne sono le possibili ragioni? Quali le principali tesi antropologiche, cosmologiche, ontologiche e teologiche esposte nel saggio? La presentazione si conclude con una serie di interrogativi critici mirati più ad alimentare la riflessione che a stroncarla con l'invocazione di censure autoritarie.
17 aprile 2008 18.27

lunedì 14 aprile 2008

Cari cenacolanti
domani sera (martedì) ci occuperemo del terzo capitolo (l'origine dell'anima) del libro di Mancuso che continua a suscitare, anche tra di noi, critiche ferocci e consensi appassionati.
I leaders del partito anti-Mancuso sono Giovanni La Fiura, che contesta l'antropocentrismo di Mancuso e Alberto Spatola, che gli rimprovera di essere troppo assertivo e di pretendere di fare un discorso scientifico mentre non dimostra un bel nulla.
Secondo alcuni di noi, invece, Mancuso ha ragione quando dice che non ci sono una realtà scientifica ed una religiosa o filosofica: la realtà, abbiamo convenuto con Mancuso, è una sola. Ma siamo stati accusati di inciucio solo perchè abbiamo sostenuto che i diversi approcci per comprendere la realtà non sono in contraddizione tra di loro ma possono e debbono intrecciarsi per essere fecondi.
Numerose le astensioni. Gli exit pool danno in lieve vantaggio il partito anti-Mancuso che ha promesso, in caso di successo, di abolire l'anima, responsabile della crisi esistenziale e della recessione morale che stiamo vivendo.
Ma i pro-Mancuso appaiono in netto recupero e propongono, in caso di vittoria, aiuti e detassazioni alle giovani coppie di genitori per la costruzione della prima anima, secondo un piano di edilizia spirituale che parta dal basso (come è giusto in democrazia).
Pietro Spalla

giovedì 10 aprile 2008

TAOSOFIENZA

Un interrogativo emerso di recente dalle cenette filosofiche è il seguente: “Alla filosofia può competere il concetto di energia?”
Secondo me sì, e neanche tanto in senso metafisico. Purché anche la filosofia ne dia sue proprie e precise definizioni, e non necessariamente distanti o in contrasto con quelle della scienza. Del resto, il nostro cervello e il nostro corpo, per funzionare hanno bisogno di energie che ricaviamo da varie fonti, non escluse quelle provenienti dai nostri simili. La nostra attività cerebrale, onirica o sensoriale può essere quantificata in elettronvolt, e può essere studiata attraverso i grafici degli oscilloscopi. E’ ovvio, siamo nella materia.
Ma il punto fondamentale è questo: nessuno sa quali relazioni certe vi siano tra energie-particelle subatomiche e coscienza-intelligenza(-anima). E’ un dualismo nel quale scienziati e filosofi moderni non osano entrare, probabilmente per paura di essere attaccati dai propri rispettivi colleghi. Il resto possono farlo i taoisti, i buddisti e i mandrakisti, come li chiama Giovanni nel suo ultimo intervento. Come dire, persone troppo “di parte” per essere attendibili. Anche Mancuso è stato, non a caso, criticato per aver trattato la materia energetica in senso filosofico. Non ne conosco le motivazioni, ma in questo momento poco mi importa se a torto o a ragione.

Ma se lo studio della materia è il campo prettamente pertinente alla scienza, la filosofia potrebbe anche teorizzare, senza invaderlo, su aspetti che non sono soltanto metafisici, ma buona in parte fisici. Può estendersi al campo dei significati profondi di ciò che è ANCHE fisico ed economico: per l’uomo comune infatti l’energia non è soltanto la bolletta dell’Enel. Anche una carezza, un bacio o uno schiaffo hanno una loro energia, e muovono energie dentro di noi.
Allora, argomenti come il piacere ed il dolore, la casualità o la necessità degli eventi, la possibilità di influenzarli col pensiero indirizzato, potrebbero essere tutti argomenti letti secondo entrambe le chiavi, scientifica e filosofica, in modo collaborativo. Anche perché per capirci qualcosa c’è bisogno di esperimenti che non siano condotti o interpretati da persone scettiche. Il fatto è quindi che scienza e filosofia vogliono rimanere distanti, e a loro volta distanti da ciò che possiede una qualsiasi aura di misticismo e religiosità. Perché deve essere per forza così? Confesso la mia ignoranza.

Facciamo un esempio per tutti. Oggi si parla molto dei limiti ma anche del valore del benessere, che può avere sugli esseri umani effetti contrastanti. Effetti o esiti che, comprensibilmente, dipendono dalle finalità e dalle scelte di ciascuno, e dalle conseguenze delle nostre azioni. Il tutto è giocato nella materia, con implicazioni etiche, non morali.
L’uso orientato delle energie può favorire la crescita e l’evoluzione, come può essere causa della distruzione totale: per cui si tratta di campi fisici ma anche profondamente esistenziali.
Nel suo intimo l’Uomo può percepire l’unione col tutto, quindi anche con le energie. Dove può essere ragionevolmente collocato il limite umano tra il necessario ed il superfluo, in un pianeta così sviluppato ma anche così fragile? Chi credete allora che ci darà delle nuove indicazioni etiche per il nostro futuro? Forse lo scienziato, o il politico, oppure ancora il direttore d’azienda?

Forse si deve osare un po’ di più, per il bene comune. Io sogno sempre che sedi come quella rappresentata da queste pagine diventino un giorno la materializzazione di una scuola di pensiero, rappresentata da incarnazioni coscienti dell’intelligenza, in grado di elaborare nuovi concetti e sostenere nuovi modi di pensare. Molto di più che studiosi dell’accademia: persone non comuni che, dopo essersi tanto allenate insieme, pretendono coerentemente di apportare luce ed energia al nuovo millennio.

mercoledì 2 aprile 2008

Scienza e Spirito....psiche e natura...sono poi così distanti?


Desidero dare anch'io un contributo all'argomento trattato dal precedente post di Giovanni e nelle serate di commento al libro di Mancuso per ribadire che forse le via scientifica e le vie non scientifiche verso la conoscenza possano anche intersecarsi e sinergicamente andare avanti con la pace di molti.......
Cito pertanto un passo del libro "Psiche e Natura" scritto nei primi anni '50 da Wolfgang Pauli, Nobel per la Fisica nel 1945 e famoso per il suo "principio di esclusione" e per la scoperta del neutrino.....": “Per noi moderni, tornare alla concezione arcaica, la cui unità e coerenza interna veniva pagata al prezzo di un’ingenua ignoranza sulla natura, è ovviamente fuori discussione. Tuttavia, proprio il desiderio di una maggiore coesione nella nostra visione del mondo ci spinge a riconoscere l’importanza degli stadi pre-scientifici della conoscenza per la genesi delle idee scientifiche, integrando l’indagine (rivolta verso l’esterno) delle scienze naturali con una ricerca di queste stesse conoscenze volta alla dimensione interiore. Mentre la prima ha per oggetto la corrispondenza dei nostri concetti con le cose del mondo esterno, la seconda dovrebbe far luce sugli archetipi sottesi alla creazione di concetti scientifici. Solo una combinazione di entrambe le direzioni di ricerca può condurre a una piena comprensione.
Negli uomini di scienza la diffusa aspirazione a una maggiore unità nella nostra immagine del mondo è acuita dal fatto che oggi abbiamo sì le scienze della natura, ma non abbiamo più una visione scientifica del mondo. Dalla scoperta del quanto d’azione la fisica è stata un pò alla volta costretta ad accantonare l’orgoglioso proposito di spiegare, in linea di principio, tutto l’universo. Proprio questa circostanza d’altra parte, in quanto correttivo della visione unilaterale precedente, potrebbe portare in sé il seme di un futuro progresso verso una concezione unitaria del mondo, della quale le scienze della natura non sono che una parte.”
(il grassetto è mio). Armando

martedì 1 aprile 2008

In che senso tutto è energia?

Vi propongo qualche citazione dal Tao della fisica di Fritjof Capra che l'altra volta è stato (opportunamente) tirato in causa mentre discutevamo sulla nozione di energia adoperata da Vito Mancuso. Quello che vorrei sottolineare è che la scienza è arrivata a queste conclusioni 'rivoluzionarie' sulla materia per dinamiche sue interne, estremamente significative dal punto di vista filosofico, ma sganciate da qualsiasi adesione a questa o quella 'idea spirituale' del mondo, buddista, indù, taoista o mandrakista che sia. E che tali visioni spirituali si dimostreranno valide o meno a prescindere dall'assenso della cosiddetta comunità scientifica. Sono ambiti a mio parere necessariamente diversi e distanti. Buona lettura....

(p.81) A livello subatomico, gli oggetti materiali solidi della fisica classica si dissolvono in configurazioni di onde di probabilità e queste configurazioni in definitiva non rappresentano probabilità di cose ma piuttosto probabilità di interconnessioni. Un'attenta analisi del processo di osservazione in fisica atomica ha mostrato che le particelle subatomiche non hanno significato come entità isolate, ma possono essere comprese soltanto come interconnessioni tra la fase di preparazione di un esperimento e le successive misurazioni. La meccanica quantistica rivela quindi una fondamentale unità dell'universo: mostra che non possiamo scomporre il mondo in unità minime dotate di esistenza indipendente. Per quanto ci addentriamo nella materia, la natura non ci rivela la presenza di nessun "mattone fondamentale" isolato, ma ci appare piuttosto come una complessa rete di relazioni tra le varie parti del tutto.

(p.86)...la forza fondamentale che dà origine a tuttii fenomeni atomici è ben nota e la si incontra facilmente nel mondo macroscopico: è la forza di attrazione elettrica tra il nucleo atomico carico positivamente e gli elettroni carichi negativamente. L'azione reciproca tra questa forza e le onde elettroniche dà luogo all'enorme varietà di strutture e di fenomeni del nostro ambiente: è responsabile di tutte le reazioni chimiche e della formazione delle molecole, cioé degli aggregati di più atomi legati tra loro dalla mutua attrazione. L'interazione tra elettroni e nuclei atomici è quindi il fondamento di tutti i corpi solidi, liquidi e gassosi, e anche degli organismi viventi e di tutti i processi biologici ad essi collegati.
In questo mondo immensamente ricco dei fenomeni atomici, i nuclei svolgono il ruolo di centri stabili, estremamente piccoli, che costituiscono la sorgente della forza elettrica e formano le intelaiature della grande varietà di strutture molecolari.

(p. 87) Il nucleo atomico è circa un centinaio di migliaia di volte più piccolo di tutto l'atomo, eppure ne contiene quasi tutta la massa... in effetti, se tutto il corpo umano fosse compresso fino a raggiungere la densità del nucleo, non occuperebbe più spazio di una capocchia di spillo... i "nucleoni" - come spesso vengono chiamati protoni e neutroni - reagiscono al loro confinamento muovendosi ad alta velocità, e poiché sono compressi in un volume molto più piccolo (rispetto all'elettrone) la loro reazione è molto più violenta. Essi scorrono nel nucleo con velocità di circa 60.000 km al secondo! La materia nucleare è quindi un tipo di materia completamente differente da qualsiasi cosa appaia "quassù", nel nostro ambiente macroscopico. Forse, il modo migliore di raffigurarcela è di pensare a un insieme di minuscole gocce di un liquido densissimo che bolle e gogoglia ferocemente.

(p. 88) L'immagine della materia che emerge dallo studio degli atomi e dei nuclei mostra che la maggior parte di essa è concentrata in minuscole gocce separate da enormi distanze. Nel vasto spazio tra le massicce gocce nucleari in violenta ebollizione, si muovono gli elettroni. Questi costituiscono solo una piccola frazione della massa totale, ma danno alla materia il suo aspetto solido ( allo stesso modo in cui un'elica in movimento sembra disegnare una superficie solida continua).


(p. 92) Nella fisica classica, la massa di un corpo era sempre stata associata a una sostanza materiale indistruttibile, a una "qualche cosa" della quale si pensava fossero fatte tutte le cose. La teoria della relatività ha mostrato che la massa non ha nulla a che fare con una qualsiasi sostanza, ma è una forma di energia. Quest'ultima poi è una quantità dinamica associata ad attività o a processi. Il fatto che la massa di una particella sia equivalente a una certa quantità di energia significa che la particella non può più essere considerata un oggetto statico, ma va intesa come una configurazione dinamica, un processo coinvolgente quell'energia che si manifesta come massa della particella stessa...


(p. 93) (secondo le equazioni di Dirac) la simmetria tra materia e antimateria implica che per ogni particella esista un'antiparticella con massa uguale e carica opposta. Se l'energia a disposizione è sufficiente, possono crearsi coppie di particelle e antiparticelle, che a loro volta si ritrasformano in energia pura nel processo inverso di annichilazione.
La creazione di particelle materiali da energia pura è certamente l'effetto più spettacolare della teoria della relatività... Prima della fisica relativistica delle particelle, i costituenti della materia erano sempre stati considerati o come unità elementari indistruttibili e immutabili, oppure come oggetti composti che potevano essere suddivisi nelle loro parti costituenti; e la domanda fondamentale che ci si poneva era se fosse possibile continuare a dividere la materia, o se infine si sarebbe giunti alle minime unità indivisibili. Dopo la scoperta di Dirac, tutto il problema della divisibilità della materia apparve in una nuova luce. Quando due particelle si urtano con energie elevate, di solito esse si frantumano in parti, ma queste parti non sono più piccole delle particlle originarie. Sono ancora particelle dello stesso tipo, e sono prodotte a spese dell'energia di moto (energia cinetica) coinvolta nel processo d'urto.... possiamo dividere sempre più la materia, ma non otteniamo mai pezzi più piccoli, proprio perché creiamo le particelle a spese dell'energia coinvolta nel processo.


(96) Negli ultimi decenni, gli esperimenti di diffusione ad alta energia ci hanno rivelato nel modo più straordinario la natura dinamica e continuamente mutevole del mondo delle particelle; la materia si è dimostrata capace di trasformazione totale. Tutte le particelle possono essere trasformate in altre particelle, possono essere create dall'energia e possono scomparire in energia. In questo contesto, concetti classici come "particell elementari", "sostanza materiale" o "oggetto isolato", hanno perso il loro significato: l'intero universo appare come una rete dinamica di configurazioni di energia non separabili.

lunedì 31 marzo 2008

Non esistono cose ma relazioni

Cari cenacolanti filosofici
Grazie anche all'aiuto di Augusto e Gianni, I primi commenti al bel libro di Mancuso "l'anima ed il suo destino" sono serviti ad inquadrare la fattispecie (scusate il linguaggio giuridico).
E' un libro di teologia o di filosofia, ci siano chiesti inizialmente, ed in cosa si differenziano i due appprocci? Augusto ci ha spiegato che i confini non sono così netti, dato che è esistita anche una filosofia teologica, che si occupa di Dio, anche se poi, storicamente, filosofia e teologia hanno finito per costituire due discipline autonome. Ma solo in italia, ha spiegato Augusto, la teologia è stata sopratutto "confessionale", in qualche modo in linea, cioè, con gli insegnamdenti del magistero. Ciò a causa del concordato che pone sotto la giurisdizione della chiesa le facoltà teologiche pubbliche (con inevitabili difficoltà per la libera ricerca teologica).
In pratica - ha spiegato Augusto - se Mancuso può permettersi posizioni così divergenti rispetto ai dogmi ed agli insgenamenti della chiesa, è perchè insegna in una libera e privata università in cui deve rendere conto, per le sue idee, solo a se stesso, agli allievi ed al rettore (o proprietario?) che lo incoraggia nel suo fecondo lavoro.
L'altro professionista (e filosofo della scienza) Gianni Rigamoniti, pur riconoscendo i meriti del libro (che a lui è piaciuto molto) ha criticato Mancuso per l'uso arbitrario che fa di concetti scientifici come quello di energia. Secondo la scienza, ha spiegato, l'equazione energia-materia è di tipo meramente quantitativo e l'equivalenza e convertibilità tra materia ed energia ha caratteristiche meno suggestive di quello che vorrebbero le creative interpretazini mancusiane.
Secondo Augusto, però, Mancuso usa il concetto di energia in senso anche metaforico, senza la pretesa di trarne conclusioni rigorosamente scientifiche (non essendo il suo un libro di scienza).
Da profano, anch'io penso che anche le "verità" (?) scientifiche possano essere interpertate (altrimenti non capirei perchè esisterebbero discipline come "filosofia della scienza" ed "epistemologia della scienza") e che i fenomeni scientifici possano essere letti anche in senso non meramente descrittivo e letterale ma anche evocativo per cercare di coglierne un significato ricorrendo a nessi o rimandi che li colleghino ad un contesto e li relazionino ad una realtà più ampia. Ed a questo proposito qualcuno ha ricordato l'accento che Mancuso pone sulla relazione, come costitutiva della realtà anche materiale. Ed anche questa intuizione, in linea con quella di tanti mistici (Budda diceva che non esistono cose ma relazioni) non è confemata dalle più recenti acquisizioni della meccanica quantistica?
Sul nostro Blog si è sviluppata, su questi temi, un'interessante discussione. Domani 1 aprile ci confronteremo sul secondo capitolo del libro: L'esistenza dell'anima
Pietro Spalla

martedì 25 marzo 2008

Domande da 1000 punti sull’anima….

…Ma…
…se una persona è convinta che l’anima esista…
…come principio in grado di sopravvivere al corpo fisico…
…e se quindi quest’anima sia concepibile come principio cosciente, senziente ed intelligente…
…capace di proiettarsi al di fuori dello spazio e del tempo…
…allora…
…perché questa persona dovrebbe necessariamente porre dei limiti a quest’anima…
…cioè…
…pensare che essa sia vincolata ad uno specifico corpo, come specie e come individuo…
… e pensare che essa abbia origine nella materia, in cui quel corpo è nato e sopravvive limitatamente?...

… A quel punto forse sarebbe meglio fare una scelta più drastica…
… O affermare che l’anima non esiste…
… ed esiste solo una intelligenza corporea, magari irriproducibile…
… O, al contrario, pensare che l’anima sia un principio di intelligenza di per sé immateriale ed atemporale…
…che non ha limiti da noi conosciuti né immaginabili…
…se non quelli imposti dal grado di confidenza…
…che la individuale intelligenza riesce a stabilire con il sistema materiale che sta esplorando…
… in altre parole…
…pensare che l’anima non ha origine nei corpi fisici ma che…
…proprio in quanto ignoto terreno di conquista, …
…l’anima ha seri problemi con i corpi che va ad occupare …

…E poi, se un processo è riproducibile, quali sono i limiti di questa riproducibilità…
…se non quelli che attualmente riconosciamo…
…ma che già domani avremo spostato un tantino più in là ? …

…Pensiamoci un istante…
…ogni cosa che è successa dentro e fuori di noi…
… la nostra stessa nascita e i nostri primi anni senza memoria…
… la nostra morte vissuta o da vivere con terrore o serenità…
… ogni cosa che abbiamo percepito e meditato…
… può essere spiegata in questa chiave…

… L’esperienza della vita non ha garanzie poiché è un’avventura…
… che parte da una scommessa al di fuori del Tempo e priva di garanzie…
… poiché ove l’anima pervade un corpo con maggiori attitudini e complessità…
… è vero, potrà svolgere compiti molto più importanti …
… ma i risultati definitivi si vedranno al termine di ogni ciclo…
… quando cioè si vedrà se i delfini, che pure comunicano tra loro e con l’uomo …
… saranno stati migliori degli umani…
… i quali spesso non sono in grado di comunicare tra loro, e nemmeno coi delfini …
… quegli antropoidi collocati ad un qualsiasi passaggio dell’evoluzione biologica …
… che per un pezzo di corteccia acquisita, si credono in cima alla piramide della vita…
…che non sono propensi a credere che l’intelligenza abiti in ogni forma…
… e che, ovunque si trovi, l’anima abbia diverse modalità, possibilità, e risultati attesi !!

venerdì 14 marzo 2008

Intelligenze corporali


Un piccolo contributo virtuale all'incontro di oggi promosso da Donatella.
Partiamo dalle ottime domande di Francesco, delle quali lo ringraziamo:

se oggi siamo in grado di riprodurre la vita artificialmente in laboratorio, chi ci assicura, o meno, che tutto queste capacità non verranno riprodotte anche loro? Da questo punto di vista, che differenza sostanziale può esistere, a parte il “supporto fisico”, lo “chassis”, il “container” tra una macchina biologica imperfetta, ed una metallica o silicea, tecnicamente ed idealmente “perfetta”?


In linea di principio nessuno ci assicura che una forma di vita 'artificiale' non verrà un tempo riprodotta. Non ho remore ideali, sentimentali, ideologiche o come volete a questo riguardo; non so se è auspicabile o deprecabile, so che è già avvenuto, con ogni probabilità, da qualche parte nell'universo. Di sicuro, qui e ora, e per il futuro prevedibile della scienza umana e della sua traduzione tecnica, i sogni dell'AI restano tali, a uno stadio non molto più avanzato da quando germinarono per la prima volta nella testa di alcuni scienziati negli anni cinquanta (dopo avere imperversato nella cultura pop e non, e nell'inconscio collettivo, da molto più tempo). Molto probabilmente perché, come diceva l'altra volta Gianni Rigamonti, l'Intelligenza artificiale è troppo cervello e poco corpo. Mentre noi siamo coscienze incarnate in un corpo oltre che nel tempo e in tante altre cose. La nostra coscienza è sensoriale, pulsionale, emotiva, pragmatica, e qualcuno si spinge a dire allucinatoria, prima che intellettiva. E il flusso di coscienza di un essere umano che si muove con il suo corpo nel mondo, per quanto a frequenza ridicolmente bassa (pochi hertz) rispetto a un computer anche da quattro soldi, è incredibilmente complesso nella sua multi-dimensionalità, tra continui input sensoriali, rielaborazioni e retroazioni. Bassa frequenza ma fortissimo parallelismo sarebbe la chiave del cervello umano, e sicuramente c'è dell'altro ancora. Infatti se un tempo si dava al singolo neurone il valore di un transistor (un bit: acceso-spento, 0-1) oggi la valutazione è quella di un microprocessore al completo. Ma le metafore computeristiche restano approssimazioni del tutto insoddisfacenti quando vengono applicate alla natura vivente e pensante. E' invece un particolare modo di 'stare-nel-mondo' che ha dato all'uomo un'articolazione autocosciente superiore (almeno dal punto di vista dell'autoconservazione e del dominio sull'ambiente) rispetto ai suoi diretti concorrenti. Alcuni ricercatori legano questa capacità proprio a un'imperfezione dell'essere uomo, per nulla macchina tecnicamente perfetta, in un mondo pieno di predatori specializzati. L'uomo avrebbe sopperito alla sua non-adeguatezza sviluppando abilità manuali, comunicative, sociali etc, che poi si sono cumulate esponenzialmente. Una storia paradossale, se vogliamo. Ma di questi (folli?) paradossi dovrebbero essere capaci le macchine, per dirsi coscienti, prima che intelligenti.
Andando poi a monte della questione, prima di inseguire le chimere dell'intelligenza artificiale dovremmo disporre di un quadro interpretativo convincente che ci consenta di capire come la mente, e prima ancora l'organismo umano, possano funzionare come un tutto coerente e integrato, e autorappresentarsi come un singolo 'Io' (binding problem), come insomma un ammasso di neuroni collegato a un corpo possa pensarsi e agire come persona. Questa prospettiva è ancora carente, per quanto la pratica multidisciplinare propria delle scienze del cervello, abbia consentito, soprattutto tramite tecniche di imaging non invasive, un parziale accesso 'olistico' allo stato vivente (Mae-Wan Ho, 97). In particolare la tomografia magnetica, facendo seguito agli studi che utilizzavano l'elettroencefalogramma multicanale, ha evidenziato nell'attività del cervello coerenze spazio-temporali su larga scala, che non possono essere spiegate con i meccanismi convenzionali. Il cervello funzionerebbe non come una collezione di cellule specializzate ma allo stesso modo del plasma, in cui gli atomi perdono le caratteristiche individuali in una totalità risonante e concertante.

p.s.
Francesco vede nelle ricerche di di Oscar Bettelli un notevole ottimismo sulle prospettive dell'intelligenza artificiale:

lui sostiene che già adesso si possono creare, e in parte sono già state create attraverso i computers, macchine in grado di riprodurre i processi logici della mente umana la quale, rispetto ai propri funzionamenti contiene in se, è vero, anche una componente imprevedibile ma anche, altrettanto vero, riproducibile
Curiosando nel sito internet di questo studioso ho trovato questa affermazione, che condivido interamente e che non si accorda all'euforia di cui sopra:

Anche supponendo che un computer possa comportarsi in tutto e per tutto come un essere umano potremmo dire che e' esso stesso umano? Esso dovrebbe riprodurre tutta una serie di complesse elaborazioni tipiche della nostra psiche, dovrebbe essere umanizzato non solo a livello di performances, ma ad un profondo livello psicologico. Ora i processi psicologici sono riducibili a processi meramente fisici?

Siamo tempo incarnato

Pur con tutti gli inconvenienti delle sintesi, mi sembra di poter dire che il cuore del pensiero di Francesco Vitale, negli ultimi due contributi, sia che il libero arbitrio ed il pensiero creativo potrebbero appartenere anche ad esseri non umani ad es. animali o, addirittura, a macchine appropriatamente costruite (suppongo dall’uomo): non è detto che ne abbiamo l’esclusiva noi umani.
Quanto agli animali, Francesco fa l’esempio di una tigre addomesticata che è posta nelle condizioni di decidere se papparsi un umano cui è affezionato o di rispettarlo: in quel caso eserciterebbe, per Francesco, il libero arbitrio;
quanto alle macchine, che di solito non "scelgono" ma calcolano soltanto, Francesco sostiene che se conferissimo loro la facoltà di determinare da sola i criteri di scelta allora avremmo conferito anche a loro il libero arbitrio.
Sarò antropocentrista (non è più di moda) ma considero solo il corpo umano capace di ospitare autocoscienza e libero arbitrio: per me non è vero che l’uno può sussistere senza l’altro, come sembra pensare Francesco: chi non sa di se stesso e della sua mortalità, chi non sa di "esserci" non può autodeterminarsi davvero.
Riconosco agli animali un certo tipo di coscienza ma di livello inferiore, che non arriva alla capacità autoriflessiva che ha l’uomo di guardare entro se stesso e demarcarsi dal mondo, specificità che mi sembra propria dell’Io, che evolve a poco a poco nel tempo (nell’uomo individuale e nella specie, essendo la storia dell’individuo una sorta di ricapitolazione della storia della specie).
In ciò condivido le riflessioni di Alberto Biuso (memo il suo bel libro: Cyborgsofia) secondo cui siamo tempo incarnato, immersi nel divenire: la coscienza dev’essere ospitata da un corpo (anzi secondo Alberto "è" il corpo) e solo insieme al corpo umano ha potuto evolversi, attraverso il tempo, sino all’autocoscienza.
Questo processo evolutivo potrebbe avvenire anche altrove? Non lo so, per me non c'è libero arbitrio senza la capacità di disobbedire alle leggi dell’ordine cui apparteniamo, in definitiva anche alle stesse leggi della natura che ci costituiscono, Tutto il contrario dell’addomesticamento della tigre cui accenna Francesco.
La libertà , per me presuppone una separazione, una perdita di identificazione con il tutto da cui abbiamo avuto origine, un peccato originale, un sovversivo esodo da un ventre primordiale a cui, forse, dobbiamo ritornare una volta compiuto il difficile processo di individuazione e di maturazione dell’io autocosciente e libero.
Non riesco, per il momento, a cogliere la possibilità che questo processo avvenga anche negli animali e nelle macchine, cui non so come potremmo conferire, come ipotizza Francesco, qualità tipicamente umane come la libertà.
Già è una cosa difficile sviluppare in noi uomini le facoltà umane latenti (per me, come per Pico Della Mirandola ed Erasmo da Rotterdam uomini non si nasce ma si diventa). Semmai credo, e di nuovo mi rifaccio al pensiero di Biuso, che sia possibile attraverso l’ibridazione" tra uomo e macchina, un ulteriore potenziamento di talune possibilità umane.
Francesco mi attribuisce un inconsapevole materialismo perché collego la coscienza a neuroni e celllule con conseguente estinzione della coscienza con la morte del corpo. Io, però non escluso affatto che ci sia anche un’anima immateriale, o qualcosa di simile, e che questa sopravviva al corpo; so però che, se esiste, intanto ha bisogno di incarnarsi in un corpo umano temporale per evolvere sino all’io autocosciente. Ma giunto ad un punto così difficile del discorso, preferisco fermarmi. Ne parleremo nelle nostre cene a proprosito del libro di Mancuso: l'anima e il suo destino.
Per il resto, mi piace molto l’approccio "sperimentale" di Francesco, il suo continuo richiamarsi alla possibilità di scoprire dimensioni diverse e sorprendenti dell’essere e delle sue allocazioni.
Cerchiamo di condividere la sua apertura mentale e la sua passione per la ricerca spregiudicata.
Pietro Spalla

giovedì 13 marzo 2008

Vita, arbitrio, coscienza: cos’è “naturale”?

Ho trovato molto stimolante la risposta di Pietro Spalla al mio precedente articolo su A.I.
Per me è bellissimo che il blog si animi e si risvegli con questi livelli di confronto. Quando invece le persone tacciono, resto deluso perché non vi è elaborazione comune. Allora sto al gioco. Riporto le sue annotazioni e le mie relative osservazioni.
Il mio punto di partenza è: se noi siamo frutto della Natura, perché siamo portati a pensare che ciò che noi produciamo non sia anch’esso “naturale”?



1) (Pietro) Il vero "pensiero" (creativo, intuitivo ispirato) è legato alla coscienza razionale dell'uomo;
Per me questo è vero, ma non abbiamo prove di averne l’”esclusiva”. Abbiamo solo pregiudizi.


2) (Pietro) Il libero arbitrio mi sembra inscindibile dall'autocoscienza e dalla consapevolezza del bene e del male, come capacità di scegliere tra l'uno e l'altro e di disobbedire ai comandi; dell'autorità ed ai propri istinti;
Quando incontrò Mangiafuoco, o il Gatto e la Volpe, Pinocchio non poteva immaginare dove sarebbe finito. Per questo li ha seguiti, a proprie spese. L’uomo fa delle scelte continuamente, anche se se non è in grado di prevederne le conseguenze. Anche questo fa parte del libero arbitrio. Libero arbitrio perciò, non equivale a coscienza. E’ una possibilità immensa. Quando chiediamo ad un attuale computer di scegliere tra due o più possibilità, in realtà gli diamo anche il criterio di valutazione, quindi la macchina non sceglie, calcola semplicemente. Chi mastica un minimo di programmazione informatica, sa che in questi casi si parla dell’uso di operatori logici (if, then, else…). Usiamo il computer per comodità, solo perché lui è in grado di calcolare molto più velocemente ed efficientemente di quanto non sappiamo fare noi.
Ma se invece, cosa teoricamente possibile ed attuabile, dessimo alla macchina la facoltà di determinare lei i criteri di scelta, e le dessimo la possibilità di autodistruggere sé stessa o di uccidere qualcuno (pensa ad una macchina di un ospedale che tiene in vita una un infartuato od persona in coma) allora le avremmo conferito il libero arbitrio. Il libero arbitrio, come facoltà di scegliere, in sé è banale, ma pochi ce l’hanno (o glielo attribuiamo): in genere gli esseri viventi che conosciamo. Noi umani, in più, possiamo anche darlo. Questo ci distingue.
A volte lo abbiamo dato agli animali. Una tigre addomesticata, o nata in cattività, è posta nelle condizioni di decidere se papparsi un umano o di rispettarlo, ad esempio se si affeziona a lui, e quindi “comunica” con lui. Altrimenti se lo mangia, obbedendo all’istinto naturale. Ma è una scelta parimenti rispettabile, se vista dall’occhio della tigre.
Provare a fare un esperimento del genere, ponendo una macchina (magari molto più avanzata di quelle attuali) nelle condizioni di determinare con propri criteri una cosa così importante come la vita o la morte, ci consentirebbe di esplorare meglio il significato di coscienza e di etica. Ci permetterebbe di cominciare a vedere cioè se queste facoltà sono riproducibili, conferibili, per lo meno ad un livello pari al nostro o superiore. Significherebbe conferire alla macchina una dignità equivalente alla nostra. Ma noi umani siamo troppo presuntuosi da un lato, e troppo timorosi dall’altro ….

3) (Pietro) l'anima, per me, presuppone la vita (almeno quella vegetale);E tuttavia aspetto che mi si convinca che le macchine possono commettere il peccato originale, cogliere il frutto proibito, avere il senso del sacro, avere paura della verità, ospitare la contraddizione, interrogarsi sul senso della vita.
Ma, non siamo forse anche noi “macchine”, prima di aver scoperto di possedere tutte queste belle possibilità che tu dici? Un camionista ad esempio (con tutto il rispetto della categoria, perdonami l’esempio figurativo) ce le ha potenzialmente, eppure non non le usa. Allora noi presupponiamo soltanto che lui ce le abbia, ma in fondo non possiamo esserne certi.
Sul fronte opposto, se oggi siamo in grado di riprodurre la vita artificialmente in laboratorio, chi ci assicura, o meno, che tutto queste capacità non verranno riprodotte anche loro? Da questo punto di vista, che differenza sostanziale può esitere, a parte il “supporto fisico”, lo “chassis”, il “container” tra una macchina biologica imperfetta, ed una metallica o silicea, tecnicamente ed idealmente “perfetta”?
Tu dici “presuppone”. Ma questo presupposto, se si fonda solo dall’osservazione di quanto finora abbiamo visto, potrebbe essere scardinato non appena avremo visto qualcos’altro. Cosa ci può convincere dell’uno o dell’altro se non una “corretta osservazione”? Attenzione però. La corretta osservazione di solito è ostacolata dai presupposti mentali. Ricordiamoci che c’è voluto Galileo, e non il cannocchiale in sé, per far accettare all’uomo che la terra non fosse al centro dell’Universo. Allora oggi, per far accettare all’uomo che non soltanto egli è al centro dello “spirito” o dell’ “anima”, di chi abbiamo bisogno? Tu stai aspettando un tipo del genere, perché ti si possa convincere?
Difficile dire cosa sia la vita, se cioè sia composta solo da aspetti biologici e da un “cuore” centrale che percepisce, valuta, e rielabora i segnali, fantasticando su di essi. Personalmente ritengo che, se fossero solo fantasticherie, non saremmo “vivi”. Tu invece sei tra quelli secondo cui le qualità di cui parliamo sono generate dalle cellule e dai neuroni. Significa che, quando i neuroni scompariranno, non resterà nulla neppure di tutto il resto. Un’ ”anima”, una coscienza, indissolubilmente legate alla materia. In fondo è una concezione materialistica, anche se (forse, non sono certo) non lo vuoi ammettere. Pur tuttavia è una idea teoricamente possibile, certamente da rispettare. Se invece diamo un peso maggiore alla metafisica, e la vogliamo elevare al di sopra delle congetture e delle fantasticherie, dobbiamo poter uscire anche da una serie di gabbie mentali, e cercarne le “prove” proprio nella materia. Le alternative sono queste due, e molto nette.
E’ vero, non vi sono idee che non partano da presupposti. E proprio per questo è difficile accostarsi alla Verità, ammesso che esista.

Lo scisma sommerso

Cari Cenacolanti
Marcella mi ha chiesto notizie sull'incontro di Sabato con Mancuso, l'autore del libro: l'Anima ed il suo destino" . Metto in comune la risposta, ne parleremo meglio nella cenetta di Martedì 18 marzo (prepariamoci sul primo capitolo).
Nel blog trovate un commento di Armando, da me sponsorizzato, che sottolinea l'aggressività e la scortesia di alcuni interventi dal pubblico (specie quelli dei "cattolicil ortodossi", ma anche i Valdesi erano molto incazzati).
Tra i relatori, il fisico-teologo Briguglia ed il sacerdote-teologo Naro, che pure sono stati più diplomatici, hannno fatto intravedere lo stesso il loro fastidio per le tesi eretiche di Mancuso (secondo cui l'anima viene "dal basso", dalla materia e solo indirettamente da Dio).
Le domande delll'altro relatore, il nostro Augusto, che evidentemente non aveva recinti da difendere, sono state invece costruttive ed interessanti: come fa, ha chiesto per esempio a Mancuso, a definirsi cattolico se non riconosce l'autorità del magistero e i dogmi tradizionali? Per me cattolico vuol dire Universale, ha risposto Mancuso, e parlare di cattolicesimo romano è una contraddizione in termini.
L'intervento di Augusto è stato molto stimolante e Mancuso si è complimentato con lui, tanto che quelli delle cene presenti eravamo orgogliosi come se si fosse complimentato anche con noi. Augusto, a sua volta, ha fatto i complimenti a Mancuso perchè ha avuto il coragggio di fare emergere "lo scisma sommerso" di cui parla un famoso testo di qualche anno fa: i cattolici non si riconoscono più nelle vecchie posiziioni della chiesa e non si affidano troppo all'autorità del Magistero ma, in pratica, agiscono e credono secondo coscienza e ragione anche in contrato con l'insegnamento ufficiale: perchè non si parla di questo scisma di massa?
Dal pubblico il nostro Gianni Rigamonti ha contestato la priorità che Mancuso affida all'energia rispetto alla materia, rivendicando la letterallità dellla formula di "equivalenza" materia-energia di Einstein ed una concezione che potrei dire "operaia" dell'energia, come forza che si limita a compiere il poco nobile lavoro di spostare masse, cosa molto meno suggestiva del lavoro che, invece, fa fare all'energia Mancuso.
Il Prof. Savagnone ha contestato che l'anima (o la forma?) per Aristotele cui Mancuso dice di richiamarsi, non viene dal basso ma "precede" ed "informa" la materia.
Il mio amico Fabio Calabrese ha invitato Mancuso a non considerare definitive le acquisizioni della scienza ed a riconoscere che le sue ricostruzioni teologico-filosofiche poggiano su un terreno non troppo stabile.
Preferisco tacere degli interventi più violenti.
Alla fine Mancuso ha chiesto scusa per avere scritto il libro.
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P.S.: Mancuso nel suo libro riconosce il tributo che per le sue idee deve a Bergson (quello dell'Evoluzione Creatrice) ed a Teilhard de Charden (un prete che ha avuto qualche problema con le autorità ecclesiastiche).
Augusto mi ha confidato, in segreto, che Mancuso non sa di essere un Hegeliano. Dal tono in cui me l'ha sussurrato ho capito che è una una cosa molto brutta. Ci spiegherà meglio martedì.
A martedì sera, ore 20 e trenta per chi cena, ore 21 per gli altri
Pietro

domenica 9 marzo 2008

un evento andato a male

Ieri alla presentazione del libro di Vito Mancuso “l’anima e il suo destino” a Palermo ho assistito alla celebrazione di più caratteristiche peculiari della cultura siciliana e palermitana in particolare : la presunzione, la saccenteria, l’erudizione (quando c’è stata) fine a se stessa.
Doveva essere una presentazione in cui i partecipanti avrebbero potuto porre delle domande all’autore di un libro (peraltro dedicato ai “non addetti ai lavori”), che con coraggio e competenza scardina luoghi comuni, credenze, dogmi tenuti in piedi solo per motivi poco nobili e il tutto trattato con la passione di chi crede di aver trovato una chiave di lettura dell’Universo.
Certo, i partecipanti che non condividono le “soluzioni” proposte da Mancuso avrebbero dovuto e potuto fare domande mirate a far uscire allo scoperto l’Autore (un pò come ha fatto Augusto Cavadi) su certi aspetti del suo libro; mai aggredirlo, sfoggiando erudite affermazioni e citazioni (poi regolarmente ed elegantemente ridicolizzate da Vito Mancuso), col gusto di mettere in difficoltà chi sta sicuramente più in alto quanto meno per sensibilità e coraggio. Ma si sa noi siciliani siamo fatti così!!!! Ha avuto ragione chi ha detto di trovarsi inaspettatamente di fronte a uno scontro fra cattolici e non era questo l’obiettivo dell’incontro!!!!
Un monito agli organizzatori? Perché no!
Scusa Vito Mancuso a nome mio e di tutti i partecipanti di buona volontà, io le domande te le faccio per e-mail!
Armando Caccamo

venerdì 7 marzo 2008

A.I. e decadenza dell’Uomo



Ho appreso da una mail di Pietro Spalla –che ringrazio- che a Palermo vi sarà un convegno sul tema, a cui non potrò partecipare. Complimenti per la bella idea anche Donatella Ragusa che l’ha organizzato.
Scrivo allora queste riflessioni, nella eventualità che una sintesi di queste venga inserita nel calderone dei contributi.


Nella nostra Scuola, Damanhur, quello dell’Intelligenza Artificiale è sempre stato un tema molto seguito dalle persone, poiché per tanti versi può tendere a scardinare alcune concezioni di base che diamo per scontate sul nostro livello di coscienza, e su come essa possa essere collegata al concetto stesso di intelligenza. A noi damanuriani fondamentalmente interessa capire perché siamo qui, e il progressivo approfondimento dei nostri meccanismi di funzionamento ci da delle chiavi formidabili, soprattutto oltrepassando le barriere del razionale e del consueto.

Ho sempre trovato interessanti, e molto vicine ai nostri punti di vista, le osservazioni e le elaborazioni di un docente dell’università di Bologna, Oscar Battelli (vedi relative pagine internet), il quale probabilmente come realtà non ci conosce nemmeno. Però trovo che siano acute e, nella loro asciutta semplicità, spesso sorprendenti.

A proposito della coscienza e dell’intelligenza artificiale, lui sostiene che già adesso si possono creare, e in parte sono già state create attraverso i computers, macchine in grado di riprodurre i processi logici della mente umana la quale, rispetto ai propri funzionamenti contiene in se, è vero, anche una componente imprevedibile ma anche, altrettanto vero, riproducibile. Trattandosi di processi riproducibili, (o potenzialmente riproducibili) al di fuori dell’essere umano, si potrebbe anche concludere che essi non sono necessariamente legati come origine nè alla nostra specie e nemmeno ai processi biologici conosciuti. Idealmente potrebbero “agganciarsi” anche ad un corpo metallico e ad una serie di microchips. Ma finché l’uomo pensa in termini autoesaltanti da un lato, ed autocastranti dall’altro, non vi potranno essere seri avanzamenti concettuali e tecnologici in questo particolare campo.

Faccio una ipotesi di esempio. Se a queste macchine, ulteriormente potenziate, venisse data la possibilità di decidere, di muoversi ed agire per conto proprio, la possibilità di autoalimentarsi e di non essere più spente o fermate nemmeno dalla volontà dei creatori, avremmo riprodotto anche il libero arbitrio. Ma è ovvio che l’Uomo non si fiderebbe delle proprie creature, e tendenzialmente non vorrebbe rischiare di concedere ad altri “esseri” il proprio livello di libertà e di decisione.

Finora solo la fantascienza ha osato pensare cosa potrebbe succedere. Nei racconti più belli ed interessanti, questo è il tema più scottante e maggiormente trattato, perché ha delle implicazioni etiche ed esistenziali.
Ad esempio, nelle storyboard di “Animatrix” (vedi DVD in commercio) che sono servite a predisporre le riprese di Matrix, vengono “rivelati” alcuni particolari che non si trovano nella versione definitiva del film. Si “apprende” così che all’origine della grande guerra tra le Macchine e l’Uomo, culminata con la definitiva sconfitta di quest’ultimo, era stato il fatto che le macchine create erano state dotate non solo di intelligenza e di libertà decisionale, ma inaspettatamente anche di sensibilità, di sentimenti, di volontà di autoconservazione ed autoriproduzione. (che è poi il tema trattato anche da Spielberg nel suo A.I.). In una parola potremmo dire che queste macchine avevano l’anima. Pertanto risultavano molto più forti dell’uomo, perché erano instancabili ed erano in grado, tramite le conoscenze acquisite dall’uomo stesso, di estenderle molto più in là. Erano in grado di riprodurre qualsiasi processo, fisico, chimico e biochimico, e di trovare le risorse energetiche e naturali per farlo. Diventarono invincibili perché avevano oltre a queste cose anche un livello di giustizia superiore all’Uomo il quale, per presunzione, non voleva riconoscergliele. Da qui la guerra, e la caduta molto veloce di una civiltà già da secoli in decadenza.

Pochi mesi fa, discutendo di questi temi durante una delle nostre serate comunitarie, un adulto ha chiesto ad uno dei ragazzi della nostra scuola media:
“Ma secondo te, se un giorno l’uomo creasse un computer potentissimo, molto di più di quelli attuali, e se questo computer dicesse di avere l’anima, gli si potrebbe credere?” E il ragazzo, dapprima preso alla sprovvista, ha detto “…Mah, certo, dipenderebbe dalle tecnologie che si adoperano…”. Ma poi subito dopo ha aggiunto: “Però io penso che…sì, secondo me gli si potrebbe ceredere!”.

E così questo ragazzo, nella sua pulita semplicità, si è molto avvicinato alle nostro attuale indirizzo di ricerca concettuale, secondo cui tutto ciò che chiamiamo genericamente anima, coscienza, sensibilità, ecc. ecc. può stare, o “entrare” ovunque gli sia consentito di svilupparsi, e non è necessariamente generato dalle cellule del nostro corpo fisico. Anche se utilizza questo per andare in giro, un giorno potrebbe anche cambiare forma fisica, semplicemente decidendo di farlo. Perché già oggi siamo ad un passo dalla possibilità tecnologica di realizzare una grande diversificazione delle forme artificialmente generabili in laboratorio. E’ ovvio che queste ricerche sono rallentate o impedite dal peso onnipresente delle varie chiese più o meno cattoliche, interessate a propugnare non Dio, ma una ben precisa visione di Dio. La quale ovviamente non è l’unica possibile, ma rappresenta il potere più attualmente forte.

Mi piace immaginare che giorno anche questo potere si esaurirà ed allora la fantascienza, come è sempre avvenuto, diventerà realtà. L’idea per cui l’io e l’essere sono la stessa cosa, soltanto perché in me coincidono, verrà definitivamente abbandonata. E verrà ricreato quel misterioso ponte di collegamento che è stato interrotto per isolare la specie uomo di questo pianeta dal resto dell’universo, e dal resto del pianeta stesso. E anche Dio, ovunque nel mondo, smetterà di avere due sole alternative: o quella di essere il grande vecchio al di sopra delle nuvole o quella di essere negato dallo scetticismo della razionalità e dei 5 sensi.
Ed allora, (secondo noi!) in un arco grande almeno come il numero degli esseri senzienti, visibili o meno, la divinità abiterà coscientemente in ciascuno. E ciascuno sentirà di “essere” Dio.
La parola unica diventerà “accorgersi”, ovvero: “Non soltanto io penso, dunque non soltanto io sono”.

giovedì 21 febbraio 2008

sulla realtà........

fra una puntata del "Teorema delle scimmie infinite" e un'altra (promesse da Pietro), mi piace contribuire all'argomento con due citazioni tratte da "Fisica e Filosofia" il libro, ormai storico, di Werner Heisemberg, uno dei padri della Fisica quantistica


"Non ogni concetto o parola che si siano formati in passato attraverso l’azione reciproca fra il mondo e noi sono in realtà esattamente definiti rispetto al loro significato; vale a dire, noi non sappiamo fino a che punto essi potranno aiutarci a farci trovare la nostra strada nel mondo. Spesso sappiamo che essi possono venire applicati ad un ampio settore dell’esperienza interna od esterna, ma non conosciamo praticamente i limiti della loro applicabilità. Questo è vero anche nel caso di concetti più semplici e più generali come “esistenza” e “spazio e tempo”. Perciò non sarà mai possibile con la pura ragione pervenire a una qualche verità assoluta."

"Negli esperimenti sugli eventi atomici noi abbiamo a che fare con cose e fatti, con fenomeni che sono esattamente altrettanto reali quanto i fenomeni della vita quotidiana. Ma gli atomi e le particelle elementari non sono altrettanto reali; formano un mondo di possibilità e di potenzialità piuttosto che un mondo di cose o di fatti."
Insomma l'unica possibilità che abbiamo è perseguire la conoscenza di una realtà (sempre in evoluzione) costruendosi di volta in volta un modello matematico e quindi relazionale e/o relativo che ci accompagni nella ns. storia di uomini; il resto lo può fare solo l'irrazionale!

martedì 19 febbraio 2008

Da un vecchio contributo prima illegibile di GIOVANNNI LA Fiura
La nostra civiltà, dicevamo, ama i giochi apparentemente fini a se stessi.Nelle pieghe del bilancio di un’università ben disposta si sono trovati i fondi per un esperimento sulla produzione letteraria di vere scimmie. Sei macachi crestati sono stati forniti di una tastiera e osservati, anche via web naturalmente, per un mese. Uno dei ricercatori ha giustificato la spesa giudicandola inferiore a quella di un reality, ma con risultati ben più stimolanti e affascinanti. Nel periodo di osservazione le scimmie hanno prodotto solo cinque pagine di testo, consistente quasi per intero della lettera s; il compenso il maschio dominante ha percosso la tastiera con una pietra emettendo feroci urla, e tutti i macachi hanno fatto a turno i loro bisogni sulla malcapitata periferica.Sappiamo bene però che le scimmie (meritevoli di ben altri studi e attenzioni) sono solo un prestesto per parlare del posto che il caso e l’ordine hanno nel nostro mondo, e per chiedersi se l’ordine può discendere dal caso, e in quale senso, eventualmente.Le origini scientifico- filosofiche della nostra controversa storia di scimmie scrittrici risalgono a Ludwig Boltzmann, un grande fisico della seconda metà dell’800, che ha proposto una spiegazione per l’ordine e la diversità che notiamo ammirati nell’universo. Supponiamo che l’informazione che definisce l’universo, e quindi la struttura dell’universo stesso risulti da un processo completamente casuale, come un tiro di dadi, o la classica moneta, testa o croce. Oggi potremmo dire che , se identifichiamo la testa con 1 e la croce con 0, tirare la moneta ripetutamente alla fine produrrà ogni desiderata stringa di bit, inclusa una stringa di bit che descrive l’universo nella sua interezza. Fu il matematico Emile Borel a ideare nel 1913 la vera e propria metafora delle scimmie dattilografe. Che poi si sono fatta strada irresistibilmente nella cultura alta come nella fantascienza, da Isaac Asimov, a Douglas Adams. L’espressione artistica più magistrale di quello che è diventato un mito della pop culture si deve a Jorge Luis Borges che nel 1939 scrive il saggio La biblioteca totale in cui vagheggia da par suo che una mezza dozzina di scimmie, provviste di macchine da scrivere, possano produrre, in poche eternità, tutta la biblioteca del British museum (strettamente parlando, chiosa, una sola scimmia immortale è sufficiente), per poi spingersi oltre ogni colonna d’Ercole dell’immaginazione:
Qualsiasi cosa potrà trovarsi nei suoi ciechi volumi. La dettagliata storia del futuro. Gli Egiziani di Eschilo. L’esatto numero di volte in cui il volo di un falcone si è riflesso nelle acque del Gange. La segreta e vera natura di Roma, l’enciclopedia che Novalis avrebbe voluto redarre, i miei sogni e le mie dormiveglie all’alba del 14 agosto 1934, la prova del teorema di Fermat, i capitoli non scritti dell’Edwin Drood di Dickens, gli stessi capitoli tradotti nel linguaggio dei Garamantes, i paradossi che Berkeley ideò a proposito del tempo, ma che non pubblicò, il libro d’acciaio di Urizen, le premature epifanie di Stephen Dedalus, che potrebbero essere incomprensibili prima che passino mille anni. Il vangelo gnostico di Basilide, le canzoni che intonano le sirene. Il completo catalogo della Biblioteca, la prova della non accuratezza del catalogo stesso. Qualsiasi cosa: ma per ogni riga dotata di senso o per ogni fatto accurato ci saranno milioni di cacofonie insignificanti, di tiritere e balbettamenti. Qualsiasi cosa: ma tutte le generazioni dell’umanità potrebbero trascorrere prima che i suoi scaffali – scaffali che obliterano il giorno, scaffali abitati dal caos – la ricompensino con una pagina tollerabile.Ben presto, in questa biblioteca di babele, la segnatura dell’opera, il suo codice di catalogo, diventerebbe più lungo dell’opera stessa….
Il primo argomento esplicito contro la crezione di lunghi testi tramite processi completamente casuali è molto più antico dei nostri autori, risale infatti a Cicerone. Nel suo De Natura Deorum, il personaggio Balbo lo stoico così si oppone agli atomisti, come Democrito, che avevano fatto risalire l’ordine della natura alla collisione accidentale tra gli atomi:
"Non posso che meravigliarmi che ci sia qualcuno che davvero si persuade che atomi fatti di materia che si muovono per forza di gravità possono costruire questo mondo meraviglioso ed elaborato a forza di collisioni fortuite. Se credono questo, perché non credere anche che se innumerevoli copie delle lettere dell’alfabeto vengono mescolate e poi gettate come si fa con i dadi, esse comporranno l’intero testo degli Annali di Ennio. Io dubito che la fortuna ne faccia venir fuori anche un solo verso!".
In effetti, come abbiamo visto la volta scorsa, la possibilità che un cosmo ordinato possa emergere da qualcosa come il tiro di una moneta è così bassa da essere effettivamente zero. Secondo Seth Lloyd la combinazione di probabilità infinitamente basse con lo spazio e il tempo finito del nostro universo visibile rendono non credibile la generazione casuale dell’ordine. Se l’universo fosse infinito in età o estensione, allora, si potrebbe arguire, da qualche parte o qualche volta, ogni possibile schema, testo o stringa di bit sarà stato generato. Ma anche in un universo infinito l’argomento di Boltzmann fallisce. Se l’ordine viene generato a caso ogni volta che si manifesta nuova informazione sarebbe astronomicamente alta la probabilità di imbatterci in disordine e insensatezza. Ma non è così: i nuovi bit rilevati dall’osservazione al contrario hanno molto raramente una natura del tutto casuale. Basta andare alla finestra o addentare una mela. O guardare il cielo: in astronomia vengono alla luce continuamente nuove galassie e nuove strutture cosmiche. Se l’argomento della completa casualità avesse valore dovremmo vedere quasi solo arrangiamenti sconclusionati della materia, una specie di poltiglia cosmica, invece degli oggetti sia pur misteriosi ma ordinati che cataloghiamo. Nell’universo in cui tutto sorge a caso, il nostro prossimo respiro è anche l’ultimo, poiché gli atomi che costituivano il nostro corpo si sono già riconfigurati.E’ molto interessante seguire Lloyd nel seguito del suo ragionamento: assodato che Boltzmann aveva torto, questo non significa che Cicerone avesse ragione. Non abbiamo bisogno di una intricata costruzione o del disegno intelligente o della divinità per spiegare la presenza dell’ordine e della complessità nell’universo. Se concepiamo l’universo come un computer che ‘impara’ a programmarsi (computa se stesso) e a poco a poco costruisce le sue leggi e le sue forme per tentativi ed errori abbiamo risolto il problema dell’ordine e della complessità partendo da basi in apparenza molto semplici: gli atomi e le particelle elementari, gli elementi base della computazione (quantistica) universale. In questo tipo di universo, l’informazione, una volta creata, tende a diffondersi irresistibilmente: come un’epidemia condivisa istantaneamente che si fa spazio, energia, gravitazione e poi materia. Così la fisica si fa chimica e quindi vita. La vita, programmata dall’evoluzione, dà luogo prima o poi a un Shakespeare; programmato dall’intelligenza, dall’esperienza e dalla passione, Shakespeare inizia a scrivere l’Amleto: "Who’s there? …"
Pubblicato da Giovanni La Fiura
venerdì 5 ottobre 2007

Il teorema delle scimmie infinite
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/f1/Monkey-typing.jpghttp://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/f1/Monkey-typing.jpg
Approfitto dell’ospitalità incautamente accordatami (finalmente posso sistemare i miei appunti da qualche parte) per discettare su un argomento su cui rimuginavo dai tempi di Arquata, ma anche prima, perché è venuto fuori per la prima volta mi pare quando abbiamo letto il libro di Orlando Franceschelli sull’evoluzione. Si tratta delle famose scimmie che battono a casaccio su una tastiera e ne traggono i capolavori della letteratura, prima o poi. Metafora del caso creatore e ordinatore. Sarò prolisso e noioso. Prevedo varie puntate.
Enunciazione del teorema delle scimmie infinite
Una scimmia che batta a caso sulla tastiera di una macchina da scrivere per un tempo virtualmente infinito (quasi) sicuramente produrrà un particolare testo scelto, ad esempio un’opera di Shakespeare, l’Amleto. In tale contesto ‘quasi sicuramente’ è un termine matematico con un preciso significato (probabilità appunto matematica) e ‘scimmia’ è una metafora per una macchina teorica che produce una sequenza casuale di lettere ad infinitum.
Discussione
Ignorando punteggiatura, spaziatura e maiuscole, una scimmia che batta a caso ha una probabilità su 26 (numero dei tasti dell’ipotetica macchina da scrivere) di scrivere la prima lettera dell’Amleto e una su 676 di scrivere le prime due (26x26). Poiché la probabilità diminuisce in maniera esponenziale con l’aumentare delle lettere da scrivere, a 20 lettere la chance è 2620, vicina a quella di comprare quattro biglietti della lotteria consecutivamente e vincere ogni volta il primo premio. Nel caso dell’intero testo la probabilità è così incredibilmente piccola che molto a stento può essere concepita in termini umani. Posto che il testo è composto da circa 130.000 lettere, esiste una probabilità su 3.4x10183946 di ottenere l’Amleto al primo tentativo. Il numero medio di battiture che occorre effettuare prima che il testo abbia una possibilità (statistica) di apparire è lo stesso. Per avere un termine di paragone esistono solo 1079 atomi nell’universo conosciuto e 1080 elettroni, mentre sarebbero trascorsi 1021 minuti dal supposto Big Bang (circa 14 miliardi di anni). A cento parole al minuto occorrono 1040.000 minuti per avere una probabilità di ottenere ‘per caso’ la nostra sudata copia dell’Amleto. Anche se avessimo a disposizione un’armata cosmica di scimmie, una per ogni elettrone dell’universo al lavoro dall’inizio dei tempi, la probabilità di riuscire sarebbe ancora solo una su 10183800.
Si, ma le scimmie sono lente, cento parole al minuto, bazzecole: e se le sostituissimo con un computer molto molto potente? Le sfide vanno prese sul serio. Andiamo al bersaglio grosso: prendiamo un computer delle dimensioni dell’universo stesso, con tutta la sua materia e la sua energia al servizio della computazione, e facciamolo più veloce che si può: la sua capacità può essere calcolata in base a leggi abbastanza collaudate.
Prima di ogni cosa, l’energia e la velocità stanno in preciso rapporto. L’ammontare di energia nell’universo visibile può essere definita accuratamente. La maggior parte di essa è imprigionata nella massa degli atomi. Se contiamo gli atomi di tutte le stelle e le galassie, e ci aggiungiamo la materia delle nubi interstellari, troviamo che la densità di materia dell’universo equivale a un atomo di idrogeno per metro cubo.
Esistono poi altre forme di energia: quella della luce per esempio. La velocità di rotazione delle galassie suggerisce l’esistenza di ulteriori e invisibili fonti di energia; si parla inoltre di una ‘quintessenza’ legata all’anomala velocità di espansione dell’universo, e di altre forme ancora più bizzarramente denominate (machos, wimp, winos).
L’ammontare totale dell’energia in queste forme esotiche si calcola, un po'a spanne, come dieci volte superiore a quella standard contenuta nella materia direttamente osservabile. Naturalmente, ogni atomo contribuisce secondo la formula E = mc 2. Da questo conteggio ricaviamo che l’energia dell’intero universo ammonta a 1071 joules. Per ottenere la massima velocità di calcolo che questo computer cosmologico può sviluppare si applica il teorema di Margolus- Levitin: (energia x 4): costante di Planck (h = 6,626068 x 10–34 joule-sec, un numero piccolissimo che regola gli eventi quantistici).
Conclusione provvisoria
Ne risulta che ogni secondo un computer che usa tutta l’energia e la materia dell’universo compie 10105 operazioni. In 14 miliardi di anni, ne ha fatte 10122.
Per scrivere casualmente l’Amleto occorrono 3.4x10183946 operazioni. Se assegniamo al nostro universo una vita di 30 miliardi di anni, il cosmo-computer dovrà funzionare per biliardi di miliardi di miliardi di cicli cosmici, (e speriamo che non vada mai in crash…) prima di poter mostrare se la probabilità matematica assunta inizialmente si è tradotta o meno in realtà. E già: tutto questo ambaradan è senza certezza alcuna di riuscita. Non esiste qualcosa come una probabilità certa.
Se poi questi cicli cosmici sono in qualche modo ricorsivi, se essi presentano elementi di ripetizione e correlazione, se insomma il mito dell’eterno ritorno non è solo un mito, se non si dà una stringa casuale infinita come un fiume eterno mai uguale a se stesso, ma la reiterazione di stringhe finite, alla scimmia verrà negata anche quella probabilità abissale rimasta e potrà solo comporre, tra un eone e l’altro, solo qualche verso, magari sempre gli stessi. L’esperienza accumulata con i generatori di numeri causali indica che questa possibilità (seriazione, prevedibilità) non è remota come sembra.
Morale della favola, se vogliamo fare i seri: l’universo immaginato come una macchina generatrice di eventi casuali è incapace di elaborare in uscita una stringa complessa fornita come chiave della computazione in un tempo finito, anche se molto grande (ciclo cosmico) e può solo rinviare la resa dei conti su un piano (super ciclico, super cosmico) inattingibile dai mezzi di cui la ragion scientifica dispone e dai quadri concettuali che si è data, che non permettono oggi di andare oltre la nascita (e la morte) dell’universo quale singolarità irripetibile e inspiegabile, e quindi di pensare un altro o altri cicli cosmici, e tantomeno le possibili connessioni tra di essi.
Il limite della computazione, già indicato da Roger Penrose sul raffinato versante algoritmico, si dimostrerebbe qui anche nella rozza prospettiva del rimescolamento ‘brute-force’.
Pausa. Questo gioco che sembra (ed è anche) una stupidaggine appartiene alla schiera dei giochi mentali ‘come se’ così tipici ai nostri giorni: comportiamoci come se l’universo fosse una macchina o come se una scimmia fosse l’universo, come se l’eternità fosse calcolabile o un poeta simulabile.
Oggi non si danno più giochi di scena, di sfida, di specchio, giochi duali. Ma giochi estatici e solitari, in cui il piacere non è più estetico e scenico, ma aleatorio, psicotropico, dalla fascinazione pura: giochi di vertigine.
Questo l’ha pensato Roger Caillois.
continua...