lunedì 12 novembre 2007


Due sistemi di pensiero l’un contro l’altro armati si sono confrontati l’ultimo martedì tra i partecipanti alla cenetta flosofica. Da una parte si sono schierati i relativisti secondo i quali ci sono tante verità quanti sono i punti di vista, dall’altra si sono posizionati i realisti che hanno perentoriamente sponsorizzato una realtà "oggettiva" (che, guarda caso, coinciderebbe proprio con la loro).
Ci sono stati momenti di vera tensione tra le opposte tifoserie quando il realista Augusto ha usato, a proposito della verità, la parolaccia "assoluta", con la scusa che lui la proclamerebbe con pacatezza ed umiltà: "sono aperto al dialogo ed all’ascolto- ha assicurato - e disposto anche a mettere in discussione la mia verità, quantunque sia l’unica che esiste". Di fatto, però, ha accusato noi relativisti di aprire la strada al nichilismo ed al vuoto di valori: senza criteri "oggettivi" di riferimento a cui ancorarsi – ci ha avvertito - non resterebbe che il terrorismo per risolvere i problemi di convivenza tra gli uomini!
Ma le minacce di Augusto, non hanno intimorito i relativisti che, con Marcella, hanno vivamente protestato contro la pretesa di una Verità assoluta e, quindi, non modulata a seconda dei contesti; una verità, quindi, che si pretende abbia fondamento e valore "oggettivi" a prescindere dai luoghi, dai tempi, dalle culture e dai punti di osservazione: "terroristi sarete voi realisti- ha ribattuto Marcella - che cercate di intimorire i filosofi laici al grido: se non c’è una verità oggettiva tutto è permesso!
Malauguratamente, però, con Augusto si è subito schierato Alberto secondo cui noi relativisti proveremmo fastidio per il realismo solo perché ci costringe a confrontarci con i fatti: "non si può sostenere tutto e, contemporaneamente, il contrario di tutto", ha incalzato e, sfruttando bassamente le sue conoscenze scientifiche in campo neurologico, ha spiegato che le persone sane si distinguono da quelle disturbate proprio perché sono capaci di uno sguardo oggettivo sul mondo e non confondono le loro visioni con la realtà, con ciò praticamente diagnosticando a noi relativisti disturbi di cognizione e sintomi di scollamento dalla realtà.
Solo un pacato intervento di un’altra specialista della mente, Maria Ales, ha impedito che dalle offese verbali si passasse ai fatti, ricordando come anche le persone sane vivono nella contraddizione dato che sentono in un modo e agiscono in un altro, mentre la loro comunicazione si svolge, molto spesso, tra riserve mentali e bugie, tra il dire una cosa e pensarne un’altra. La contraddizione, ha concluso acutamente Maria (sempre più simpatica), è costitutiva proprio di ciò che noi chiamiamo realtà.
Ma il saggio intervento di Maria non è bastato per placare gli animi delle due fazioni ed Augusto, sempre più spazientito, ha insistito: non parliamo a vanvera, le cose o sono o non sono; Dio, ad esempio, o c’è o non c’è " ed ha chiosato: "terzium non datur", sperando così di metterci in soggezione con l’unica frase latina che conosce. A questo punto opportunamente Giovanni La Fiura ha provato a mediare, con un’abilità degna di Veltroni: "una terza via esiste - ha spiegato - in base alla quale Dio c’è e, nello stesso tempo non c’è. E’ vero – ha proseguito - che Dio esiste ma è anche vero che non esiste: Dio siamo noi, o meglio gli uomini del futuro, quando ci evolveremo e realizzeremo tutte le nostre potenzialità". Troppo bello, abbiamo pensato i relativisti: Dio, dunque, non è un dato di fatto noioso e scontato ma appartiene ad un regno del possibile che dipende da noi realizzare. Gli uomini, insomma - o almeno i più relativisti tra di loro - possono "generare" Dio (sarà questo che intendono dire le scritture quando parlano del "Figlio" dell’Uomo?).
Ma mentre una divina euforia si diffondeva già tra noi relativisti che vedevamo finalmente riconosciuto il ruolo creativo dell’uomo, ecco che viene fuori Francesco Palazzo a sbatterci in faccia una realtà molto più prosaica, con un’argomentazione che tradisce le sue ormai note fobie nei confronti dei materiali lapidei "non potete fare discorsi così generici- ha obiettato - esistono solo cose concrete, come il muro, duro e pesantemente oggettivo, che vi si parerà davanti quando andrete via in machina da qui, e se non lo scanserete in tempo vi ci fracasserete contro in un modo per nulla relativistico ma dolorosamente reale".
Di fronte a quest’ennesima intimidazione l’incanto si è rotto definitivamente ed a nulla è valso il poetico tentativo di Donatella ("forse il mondo è una bolla di sapone; oppure noi siamo solo i personaggi di un giochino informatico…") di fronte alla scelta di campo "realistica" che, alla fine, ha fatto anche Giovanni ribattendo: "se noi siamo solo personaggi virtuali di un giochino informatico, vuol dire che ci saranno delle persone ben reali che in questo momento stanno giocando con noi…").
Così non è rimasto che decidere in modo bipartisan di rivederci martedì prossimo 13 novembre per l’ultimo commento al libro di Augusto (da leggere sino alla fine).
Vi invito, intanto, a frequentare il nostro Blog (
http://cenettefilosofiche.blogspot.com/ ) dove le discussioni tra realisti e relativisti sono proseguite anche dopo quest’ultima cena; potrete così misurare l’intolleranza dei realisti che, approfittando slealmente del fatto che la realtà, con i suoi muri da evitare, si fa spesso complice del loro gretto riduzionismo, irridono alla poetica creatività di noi relativisti (basti dire che Alberto mi chiama sarcasticamente Luca perché tanto – spiega sghignazzando - Pietro non esiste oggettivamente).
Vi lascio, come al solito, con alcune famose citazioni (la prima l’ho trovata sul nostro blog ed è stata scritta da un noto realista in un momento di lucidità)
Ciao Pietro
"Nell'evo moderno, le verità assolute e basilari dal punto di vista ontologico , sono tramontate. Da Kant in poi l'unica verità certa è quella del soggetto che crede di conoscere una realtà oggettiva , ma che in realtà non va oltre le proprie categorie conoscitive…è tramontato il concetto oggettivo di verità…"(Alberto Spatola);
"Il fenomeno non è staccato dall'osservatore ma intrecciato ed intessuto con la sua individualità" (Goethe).
" Uno solo è il percorso che può consentirmi di esplorare davvero la realtà, ed è il viaggio interiore, almeno sinchè non mi riparano l’auto". (un Guru di oggi).

Pietro, dove seì?

Insomma, da quando c'è questo blog voliamo alto. Siamo giunti sino all'anima. Tutto molto stimolante. L'unica cosa che mi preoccupa è che non vedo ancora la consueta circolare di Pietro. In genere appariva il venerdì precedente l'incontro e siamo a lunedì. Già la mia piccola parte di cervello funzionante comincia ad avvertire una crisi d'astinenza.

sabato 10 novembre 2007

Neuroscienze e filosofia

Sul numero di novembre della rivista Mente & cervello si può leggere il resoconto di un interessante dialogo tra il fisiologo Vittorio Gallese (quello dei neuroni specchio) e la filosofa Roberta De Monticelli, i quali cercano di gettare un ponte tra i saperi andando al di là dei riduzionismi scientisti e dei pregiudizi teoretici verso le scienze. Gallese si pronuncia contro «la metafisica dello “scatolino”» e cioè la ricerca dei diversi gruppi di neuroni che da soli spiegherebbero ogni cosa, dal carattere alla storia di ciascuno, dalla timidezza al senso per gli affari, dal linguaggio all’amore…una metafisica che avrebbe «viziato molta parte delle neuroscienze del Novecento e pure un filone del programma dell’intelligenza artificiale» (p. 74). I due studiosi concordano anche sulla centralità del Corpo. «Il paradigma logocentrico e cartesiano del cognitivismo classico –afferma Gallese recuperando la terminologia di Jacques Derrida- si rifiuta di vedere l’importanza della presenza corporea, della dimensione pragmatica dell’esistenza, in cui il soggetto è costitutivamente intersoggettivo. Siamo ancora in pochi a dire queste cose» (p. 74). Lo scienziato conclude osservando che «tutti fanno filosofia, anche chi fa scienza. c’è chi lo fa in modo consapevole e chi no. Nel momento in cui iniziamo a parlare di intersoggettività, empatia, emozioni, libero arbitrio, bisogna mettersi d’accordo su che senso dare a questi termini. Su queste tematiche la fenomenologia può dire cose interessanti anche per un neuroscienziato. È imprescindibile un rapporto con la filosofia, perché queste domande devono essere formulate in modo corretto per presumere di avere risposte corrette» (p. 75).

(Su Cybersofia ho scritto una recensione un po' più ampia di questo numero di M&C)

giovedì 8 novembre 2007

Il cervello del XXI secolo


Come consigliava caldamente Pietro in una sua nota in questo blog, sono andato a leggere l’ottima recensione di Alberto Biuso a “Il cervello del XXI secolo” di Steven Rose.
Il recensore in parziale accordo/ disaccordo con il recensito ci ricorda che il cervello non è un organo unico e monocorde ma rappresenta un insieme plastico e variegato di strutture, «un insieme di processi dinamici, parzialmente correlati e parzialmente indipendenti», riprende ‘l’emotio, ergo sum’ di Damasio, ci parla del ricordo come evento attivo e critica il riduzionismo organicista della ‘scienza ufficiale’ incapace di avvicinarsi alla complessità del corpo – mente – cervello, e prosegue su tante altre cose interessanti alle quali vi rimando. Ho appena scritto che il cervello è plastico: sì, ma quanto plastico? Qui preme soffermarmi su una storia in cui sono inciampato (ma si trattava di una riscoperta) quando alla fine dell’articolo di Alberto sono passato doverosamente alla lettura dei commenti; e in quello sapido e frizzante del prof. Raciti stava incastonata appunto la Storia dell’uomo che visse senza un cervello o quasi (e si scioglie l’enigma della ‘radiografia’ di Homer Simpson in apertura).

Nel 2003 un paziente di Marsiglia viene ricoverato in ospedale con una diagnosi di idrocefalia; il cervello si presenta letteralmente compresso sulla parete della scatola cranica e le sue dimensioni sono ridotte al minimo. Nonostante ciò, assicura il neurologo Lionel Feuillet (quasi un collega di Rose), “l’uomo riesce a condurre una vita normale”.

Il caso è apparso sull’autorevole rivista medica londinese The Lancet. Sposato e padre di due figli, a questo impiegato pubblico di 44 anni è stata diagnosticata una idrocefalia non-comunicante (un aumento della quantità di liquido cefalo-rachidiano). Gli esami (scanner, IRM) hanno rivelato delle immagini molto inconsuete, con “delle cavità ventricolari enormi”. Il cervello, sia la sostanza grigia che quella bianca, costituiva un sottile strato appiattito sulle pareti della scatola cranica. Per i medici la discordanza tra immagini tanto inquietanti e una vita quasi normale, è ‘un messaggio di speranza’: il cervello del paziente, che è stato curato efficacemente nella prima infanzia, ha avuto modo di adattarsi plasticamente alla patologia, con il solo scotto di un piccolo ritardo intellettuale (q.i. 75). E parliamo di una massa cerebrale ridotta di un buon 80-90%...

Che si possa vivere senza usare il cervello, appare un dato incontrovertibile, se ci guardiamo attorno, però questa è solo una battuta, e non delle migliori…

Attingendo fin dai tempi pionieristici all’inesauribile riserva del meraviglioso che è internet, avevo letto diverse volte di storie simili: persone con un cervello ridottissimo, quasi inesistente che conducevano una vita normale, alcuni di loro con un alto quoziente intellettivo.

John Lorber, il neurologo inglese tra i pochissimi al mondo ad avere approfondito il caso degli idrocefali intelligenti fin dalla metà degli anni ‘60, ha posto provocatoriamente la questione se il cervello è veramente necessario .. Uno dei primi casi portati alla sua attenzione riguardava un giovane con un q.i. di 126, premiato per le sue doti matematiche, ma privo virtualmente di cervello; un esame non invasivo (cat scan) chiarì che alle pareti del suo cranio aderiva uno strato di cellule cerebrali non più spesso di un millimetro; il resto della cavità cranica era occupato da fluido cerebrospinale; il ragazzo continuò la sua vita normalmente, eccetto che per la nuova consapevolezza di non avere cervello. Evidenze aneddotiche come queste sono comparse spesso nella letteratura medica. Merito di Lorber è stato lo studio sistematico di questi casi. Ne ha raccolti più di 600 e li ha divisi a seconda della gravità:

- quelli con un cervello quasi normale

- quelli con una capacità ridotta al 50-70%

- quelli con una capacità ridotta al 70-90%

- quelli più gravi, con la cavità cranica riempita al 95% di fluido

Dell’ultimo gruppo, che comprendeva circa il 10% del campione, la metà era gravemente ritardata. L’altra metà aveva un q.i. superiore a 100. Gli scettici hanno attribuito i risultati a errori di lettura dei cat-scan e certo, ammette Lorber, ‘smorfiarli’ è abbastanza difficoltoso; “io non so se lo studente di matematica aveva un cervello di 50, 100 o 150 grammi. So però che era ben lontano dal chilo e mezzo della media”. Si attribuisce il merito di queste prestazioni mentali apparentemente impossibili alla ‘ridondanza’ del cervello e alla sua capacità di riassegnare le funzioni, anche se, ammettiamolo, sono risposte che non spiegano molto.

Le anomalie, che poi sono la punta visibile di complesse fenomenologie e non scherzi di natura, vengono spesso marginalizzate, perché esigono risposte che oggi la scienza non è in grado di dare, e questo avviene in vari settori, pensiamo agli esperimenti che hanno confermato l’esistenza della fusione fredda (di fatto ignorati o ridicolizzati) o alle evidenze osservative che contraddicono la teoria del big bang (gli eretici sono stati banditi dai grandi telescopi) ; viene più comodo confermare le vecchie certezze, e i relativi assetti di potere, chiudendo le carte scomode dentro un cassetto.

Tornando al punto, forse è stata sovrastimata l’importanza della corteccia cerebrale: si è fatta anche l’ipotesi che funga da libreria di consultazione, mentre le strutture profonde del cervello avrebbero un ruolo più decisivo; forse al contrario è proprio il neopallio, lo strato più esterno della corteccia che in molti idrocefali si salva (anche ridotto a un millimetro ma ‘spalmato’ su una vasta superficie), ad assicurare le funzioni intellettive; vero è che il cervello ha una grande capacità di adattamento alle patologie e alle lesioni, e gli spendidi libri di Oliver Sacks ce lo dimostrano. E vero è, soprattutto, che non sappiamo come il cervello produca la sua mente, ammesso che “la mente sia semplicemente ciò che il cervello fa” (Minsky). Non sappiamo come si ricrei immediatamente e momento per momento l’unità della coscienza e della nostra vita interiore.

martedì 6 novembre 2007

Il quasi-reale, ovvero: ipnosi e principio di verità

Noi e l'ipnosi
L’ipnosi è un possibile stato della coscienza. Potremmo anche definirlo “alterato”, ma di fatto l’esperienza del mondo attuale, con l’uso diffusissimo di linguaggi e di simbolismi “ipnotici” da parte della pubblicità, della politica e dei media, ci dimostra che in questo stato ci ritroviamo molto spesso. Per cui è difficile dire quando lo siamo o no. Non ce ne siamo accorti? E’ proprio quello che volevano! Chi sono “loro” ? Semplice, i detentori di un qualsiasi potere sulla massa. Pensaci. Stai guidando, e mentre la tua parte razionale è intento, e crede di guidare, la tua vera coscienza legge perfettamente, e recepisce, cosa c’è scritto nei grandi cartelloni pubblicitari, lettera per lettera. In realtà, siamo guidati, e molto spesso anche.

L’ipnosi come ricerca ha altri scopi. Innanzitutto esplora un terreno traballante, ancorato sul famoso interrogativo se può esistere una “verità comune” su cui potremmo essere tutti d’accordo. Ebbene, praticando l’ipnosi su svariati soggetti (consenzienti !) è curioso osservare che si arriva per necessità di cose al principio espresso da Alfred Korzybski, di cui raccontava Giovanni. Questo principio, definito secondo una corrente terminologia ipnotista adottata da alcune scuole, si chiama “quasi-reale”.

Caratteristiche del quasi-reale
Il quasi-reale di una persona altro non è che la sua personale rappresentazione del mondo esperienziale, unica ed irripetibile, ma fedele a sé stessa, entro archi di tempo prefissati e sufficientemente lunghi. Al suo interno possono coesistere contraddizioni e paradossi ma il soggetto, di fronte a determinate domande, sarà coerente con sé medesimo nelle risposte. Il gatto può essere bianco e nero nello stesso momento, ma per lui/lei sarà sempre così, fino a quando non trova una motivazione profonda per sostituire quella particolare rappresentazione.

L’altra caratteristica fondamentale che si osserva, è che tutto ciò che il soggetto percepisce come facente parte del suo mondo interiore è per lui assolutamente “vera”. Un ipnotista che non tenesse conto di questo principio, rischierebbe di far seriamente male al suo interlocutore. Se hai davanti a te un soggetto che, durante lo stato di ipnosi, “vede” davanti a se una tigre che sta per sbranarlo, non puoi dirgli -“Ma no, non ti preoccupare ! Stai sognando!”. Dal momento che per lui la tigre è assolutamente reale, rischieresti di entrare in rotta di collisione col suo essere e di combinare guai. Che ne so, dovrai dirgli magari: “Guarda alla tua destra, vedrai una porta stretta: rifugiati velocemente lì dove la tigre è troppo grande per passare !”. Il suo quasi-reale ha il concetto di porta stretta, per cui egli la visualizzerà velocemente, e sarà altrettanto “vera”, ed il gioco sarà fatto.

Il quasi-reale è quindi la rappresentazione, la mappa del mondo di ciascuno, e risulta formato da un insieme di ricordi, di concetti, di attributi possibili e di valori assegnati. In generale non è un casellario squadrato. Ogni volta che si ripete l’esperimento con la medesima persona, in generale non si riuscirà a tornare nello stesso punto seguendo il medesimo percorso. Poiché nel frattempo qualcosa sarà mutato, essendo la mappa in aggiornamento ed estensione costante. Il quasi-reale delle persone non è rigido, può essere modificato usando alcuni “trucchi”, anzi viene comunque continuamente modificato in questo modo. Quante volte ci è successo di entrare in un grande magazzino con l’intento di comperare alcune cose, ed alla fine di uscirne con altre completamente diverse? Quando abbiamo comprato la nostra auto, perché abbiamo scelto proprio quella?

Qualcuno ha fatto giustamente notare (PNL) che la mappa non è il territorio. Se davvero esista uno ed un solo territorio indipendente da noi e pertanto “vero” non può saperlo nessuno essendo, il nostro personale punto di osservazione, ancora una volta, un quasi-reale come tanti altri. La verità assoluta potrebbe assimilarsi al concetto di infinito, un limite estremo che è possibile solo concepire teoricamente ma forse non raggiungere e verificare, almeno a partire dalla condizione umana in cui ci troviamo.

Un'altra caratteristica interessantissima del quasi-reale, individuabile attraverso l’ipnosi, è che il soggetto riesce ad interagire con effetti fisici consistenti nel mondo esterno, su di sè o su gli altri, usando la propria personale interpretazione. Quindi l’input e l’output hanno la stessa “forza” incisiva nella materia.
Ciò ci ricorda, molto umilmente, che non è necessario avere in mano la “verità assoluta” per produrre gli effetti desiderati, ma che bastano il desiderio profondo, la volontà, l’energia. Tutte cose che si scaturiscono normalmente dal quasi-reale di ciascuno.
Potenzialità dello stato ipnotico cosciente
Una persona in stato ipnotico è di per sé felice; è perfettamente in grado di controllare sé stesso di calmare i dolori, arrestare una emorragia, ed in gran parte di rigenerarsi energeticamente e fisicamente in poco tempo. Questo è sempre verificato biunivocamente, nella relazione tra soggetto ed ipnotista: per questo l’ipnosi può funzionare terapeuticamente, ma senza certezze di ottenere gli effetti desiderati da entrambi. Per raggiungere un risultato si deve trovare la strada giusta.
In ipnosi è normale ricordare perfettamente ogni momento della propria vita andando indietro nel tempo, fino a sei giorni prima di nascere. Basta dare data ed ora, e chiedere “Cosa stai facendo in questo momento?”. Il soggetto è anche in grado di rivisitare altre “vite”, collocabili in un passato storico (Sono sue? Non lo sono? Certamente sono per lui “vere”. Entreremmo qui nel campo delle interpretazioni, e ciascuno avrà le sue. Quindi lasciamo stare…).

A confronto di tutto ciò, un individuo “in normale stato di veglia”, quasi normalmente è già fortunato se riesce a sentirsi né stanco né stressato. Di solito non vede bene, o non sente bene, e i suoi muscoli di occidentale benestante sono quasi completamente atrofizzati. E’ distratto, o ha il mal di testa. Non respira e non digerisce correttamente; non si nutre, correttamente. Se non mangia o non beve o non dorme o non fa l’amore “ai suoi propri orari”, allora soffre. Se questo è un Uomo “sveglio”, ditemi voi….
Cognizione della realtà ed ipotesi "oniriche"
Tornando adesso a rivisitare la questione dal punto di vista filosofico o scientifico o esistenziale, ci chiediamo: cosa possiamo conoscere davvero? Tentare di rispondere a questa domanda (forse) è il vero motivo per cui ci troviamo qui. Da un lato vi sono i filosofi, dall’altro i poeti, dall’altro ancora gli scienziati ed i matematici e ciascuno ammira il mondo dai balconi dal proprio personale palazzo.
Vi è però un saggio (sarà forse un maestro, un illuminato ?) che parla attraverso i miti. I miti sono più flessibili, ed hanno la capacità di contraddirsi, senza che questo costituisca un problema. Così come ci piaceva che la mamma ci raccontasse le favole prima di andare a letto, e non ci importava per niente se fossero vere o inventate, allo stesso modo molti “maestri dello spirito” hanno parlato sull’argomento della verità in questo particolare modo. E forse, con umiltà, ci hanno insegnato che il sogno non è per noi meno importante del ragionamento o dell’arte.

Uno ha detto una volta: “l’Essere è Verita, la Verità è l’Essere.”
Un altro invece ha raccontato che una grande, immensa Divinità si sia frantumata nel Mondo delle Forme dopo averlo creato, per tentare un esperimento grandioso: ampliarsi e ricomprendere sé stesso a partire dalla molteplicità, cortocircuitando la propria assoluta unità primeva. Una sfida che può anche perdere, se non si ritrova “in tempo e nel tempo”. Cosa succederebbe se non ci riuscisse? Non si sa, poiché la Divinità non era stupida (speriamo!). Se avesse predeterminato qual’era la fine del film, si sarebbe annoiata. Invece ha pensato di entrare in un numero infinitamente grande di esseri individuali, dotandoli del potere più grande che può esistere: la libertà di scelta e di creazione (o distruzione). Individui che possono popolare liberamente ogni angolo dell’Universo conosciuto e di tutti gli Universi del possibile. Sta a loro riconoscere, o meno, la propria unità e la propria origine. Se questo dovesse mai avvenire il Mondo delle Forme sarebbe “divinizzato”, e la partita vinta. Altrimenti la materia, l’energia e le forme scomparirebbero nel nulla dal quale sono emerse.
Non dovrebbe stupirci allora il constatare che in giro nell’universo vi siano molte forme di vita distruttive, verso sé e verso altre specie.
Verità assoluta e verità relative non si contraddicono...
Secondo questa particolare visione, l’Uomo non è costretto a riconoscere Dio, ma le so facesse, “potrebbe” anche convenirgli. Come fare? Attraverso un atto di volontà, innanzitutto. Ma certamente non può bastare. Ma la fine del film non è data, perché ciascuno ha la propria, ed attraverso la propria può vedere e modificare, se vuole, il mondo. Può aprire delle porte "molto particolari".
Viceversa puoi anche pensare che la materia sia sempre esistita, che il nostro pensiero è prodotto dalla materia, e che alla fine tutto scomparirà comunque. Dobbiamo scegliere: siamo noi il creatore al Centro dell'Universo: creeremo ciò che desideriamo, la vita o la morte sono in nostro potere, che intendiamo usarlo o meno. Chi desidera l’annullamento totale, riuscirà certamente ad accontentare se stesso. Se una parte di noi desidera approcciare una ipotesi di “Vita Eterna” deve farlo qui ed ora, perché nessuno ha il diritto di influenzare il film personale di qualcun'altro, e perché nessun altro ha il diritto di rispondere al posto nostro alla nostra intima domanda. Quando il film (personale e collettivo) sarà finito non sappiamo nemmeno cosa succederà. Fa parte delle regole del gioco, ma soprattutto della nostra esperienza ontologica.

Se tutto ciò fosse “vero”, o semplicemente desiderato, vorrebbe dire che per conoscere meglio qualcosa del mondo abbiamo bisogno di mettere in comune ciò che “abbiamo visto, sentito e compreso” con tutti gli altri esseri umani. Senza di ciò non potremmo consolidare dei risultati. Il mondo è innanzitutto il mondo interiore di ciascuno. Non esisterebbero allora punti di vista più “veri” di altri, ma solo punti di vista, che però sarebbero tessere di un unico grande mosaico che ciascuno può scegliere liberamente di condividere per uno scopo più grande, diverso da quello egoistico. Ogni tessera potrebbe essere quindi dotata di una propria funzione particolare in un contesto più ampio, che può essere riconosciuto solo individualmente. Sembra perverso, ma per me è bellissimo.
Il mio colore ha bisogno del tuo...
Come la luce che entra in un cristallo si scompone in un raggio di arcobaleno, in modo inverso se tu unisci il tuo proprio colore con quello degli altri otterrai, otterrete, otterremo, la Luce.
Attenti però, se guardata direttamente da vicino, la luce fa male agli occhi!

“…Verrà il giorno in cui il Filosofo, il Poeta, il Fisiologo, parleranno la stessa lingua, e si comprenderanno…”

E. Schurè
(da “i Grandi Iniziati”)

sabato 3 novembre 2007

Ancora contraddizione


Secondo Aristotele la metafisica riguarda lo studio dell’essere, l’ontologia: il principio di non contraddizione ne è il più fermo sostegno. Senza di esso non possiamo conoscere nulla di ciò che conosciamo e non possiamo demarcare la materia e il soggetto di alcuna scienza, come la biologia o la matematica. Se è per questo, non potremmo neanche distinguere tra loro un uomo e un coniglio, né dire se sono bianchi o neri. L’incapacità di fare distinzioni renderebbe impossibile qualunque discussione razionale. Il principio di non contraddizione insomma è la base della ricerca scientifica, come del ragionare comune e di ogni tipo di comunicazione.

il principio di non-contraddizione afferma la falsità di ogni proposizione implicante che una certa proposizione A e la sua negazione, cioè la proposizione non-A, sono entrambe vere allo stesso tempo e nello stesso modo. Secondo le parole di Aristotele, "Non è lecito affermare che qualcosa sia e non sia nello stesso modo ed allo stesso tempo." (voce wiki ita)

Si può dire anche così:

Un sistema logico dove siano valide le comuni regole di inferenza e dove sia anche presente una contraddizione, ossia sia VERA (completamente vera) una affermazione e anche la sua negazione, è privo di logica, di struttura e di informazione, poiché tutte le affermazioni sono vere (comprese le loro negazioni). E quindi non può essere interessante poiché non comunica informazione. (voce wiki ita).

Pietro si chiedeva l’altra volta se per caso nel contesto gnoseologico aperto dalla fisica quantistica non fosse andato in crisi anche il principio di non contraddizione. Ora, a mio modesto avviso, la logica comune, quella che permette di andare avanti nella vita, di scambiare informazioni, di ragionare, come diceva Aristotele (e di cui non godono certe persone, purtroppo, come gli schizofrenici) e come ribadisce giustamente Alberto, non è certamente sovvertita dalla nuova fisica: non posso predicare del mio paracqua che è bianco e nero nello stesso modo e nello stesso tempo, senza accusare con questo anche qualche problemino, quantomeno visivo. Non credo a questi sprechi, ma ammettiamo pure per un attimo che siano vere le teorie di Everett, Deutsch e altri: che ad ogni momento, ad ogni infinitesima scelta si dipartano dal nostro universo mille e mille altri universi in cui si realizzano tutte le possibili alternative che non si sono realizzate da noi (la teoria del multiverso: molto parca nelle assunzioni teoriche e però prodiga di universi). Ma questo non vuol dire che all’interno di ogni universo succitato non valgano più alcune regole logiche (che poi sono onto-logiche) fondamentali. Non si può vivere in un posto in cui non si può distinguere un essere dall’altro, un tavolo da un precipizio, e forse non si può nemmeno immaginare un simile luogo, e pensare in un simile luogo. Non ci riusciremmo di sicuro noi umani, ma solo, forse, il Dio di Spinoza, quello della coincidentia oppositorum.

Nulla è andato in crisi allora, dopo il 900, il secolo breve della fisica, e di tanti altri sconvolgimenti? Non credo proprio. Forse si è come attenuata la natura dell’essere delle cose, il loro stare al mondo, per così dire. Non si può più usare il verbo essere come una volta. Già nel 1933 Alfred Korzybski ha proposto di evitare per quanto possibile il verbo ‘è’ dell’identità, quello che si usa in proposizioni come “Joe è un comunista”, “Mary è una stupida commessa”, “l’universo è una grande macchina”. Il linguaggio che evita il verbo essere serve come antibiotico, secondo Korzybski e i suoi emuli (come l’acuto ed eccentrico R.A. Wilson da cui traggo queste notazioni) verso il pensare demonologico, farcito di stranezze e superstizioni, a cui costringe la grammatica identitaria. Secondo il piano della General Semantic, ci si propone di sostituire al quadro essenzialista del buon vecchio Aristotele, un linguaggio operativo/ esistenziale. Facciamo alcuni esempi in liguaggio essenzialista e traduciamoli in stile operativo:

Il fotone è un’onda – il fotone si comporta come un’onda se viene misurato da certi strumenti.

Il fotone è una particella - il fotone appare come una particella se viene misurato da certi altri strumenti.

John è infelice e irritabile – John in ufficio sembra infelice e irritabile.

John è brillante e allegro – John sembra brillante e allegro in vacanza sulla spiaggia.

La macchina coinvolta nell’incidente era una Ford blu – a mia memoria penso di ricordare che la macchina coinvolta nell’incidente fosse una Ford blu.

Questa è un’idea fascista – a me sembra un’idea fascista.

Beethoven era meglio di Mozart – nel mio attuale stato, sospeso tra educazione musicale e ignoranza, Beethoven sembra meglio di Mozart.

L’erba è verde – alla maggior parte degli esseri umani, l’erba appare verde.

Il primo uomo ha colpito il secondo con un coltello – penso di aver visto che il primo uomo colpisse il secondo con un coltello.

Notiamo subito che la prima e la seconda proposizione (“il fotone è un’onda”, “il fotone è una particella”) si contraddicono a vicenda, se scritte nel ‘linguaggio dell’essere’, né più né meno come se scrivessimo “Robin è un ragazzo” e “Robin è una ragazza”. Nondimeno, alla fine del diciannovesimo secolo i fisici si trovarono a dibattere accanitamente su queste proposizioni, finché, all’inizio degli anni ’20, non divenne ovvio che il risultato sperimentale dipendeva dagli strumenti, o meglio dal set-up strumentale, dal progetto dell’esperimento stesso. Un tipo di esperimento dimostrava ogni volta la natura ondulatoria della luce, e un altro la sua natura particellare. Questa contraddizione causò una notevole costernazione nella piccola comunità dei fisici. Qualche teorico dei quanti cominciò a scherzare sulle ‘ondicelle’. Altri proclamarono affranti che ‘l’universo non è razionale’, e intendevano dire che l’universo non seguiva la logica dell’essere. Altri ancora restarono in attesa speranzosi dell’esperimento definitivo che avrebbe provato se il fotone è un’onda oppure è una particella. E ancora aspettano. Con la traduzione operativa delle due proposizioni, paradossi e irrazionalità spariscono dall’universo: poiché la logica operativa ci ha costretto a parlare di ciò che nello spazio-tempo dell’esperimento è effettivamente avvenuto (una misurazione, nello specifico), mentre il linguaggio dell’essere, per così dire, ci lasciava fantasticare su qualcosa che nello spazio-tempo non è stato mai osservato: il come è del fotone , la sua essenza.

La debolezza (o la forza) del ragionamento aristotelico sta nell’assunzione che delle ‘cose’ dimorano nella realtà, che al fondo di ogni oggetto si acquatti ciò che il cinico filosofo Max Stirner chiamava uno ‘spettro’. L’universo aristotelico presume appunto un assemblaggio di ‘cose’ con ‘essenze’ o ‘spettri’ al loro interno, mentre l’universo della scienza presume solo una rete di relazioni strutturali. Ma questo non significa che il ragionare non richieda più una logica stringente, proprio il contrario semmai.

L’ultima proposizione, che non contiene il verbo essere, e potrebbe quindi andar bene per la logica operativa, introduce però nuove sottigliezze. Infatti se la riferiamo a un famoso (per la sua infidia) esperimento psicologico, rivelerà ancora una volta la spassosa fallacia del linguaggio comune.

Nell’esperimento due uomini irrompono in una classe della facoltà di psicologia, lottando e strepitando, finché uno fa la mossa di accoltellare l’altro, che crolla esanime. La maggioranza degli studenti, ovunque l’esperimento sia stato provato, dichiarano di aver visto un coltello nella mano dell’aggressore. In effetti, costui non ha usato un coltello. Ha usato una banana.

venerdì 2 novembre 2007

Archè tes antifaseos (principio di contraddizione)

La genesi del famosissimo principio logico, che nella tradizione posteriore è passato con il nome di principio di identità e di non-contraddizione, è nella metafisica aristotelica (se non ricordo male nel libro gamma) . Tale principio è un assioma logico, cioè in sostanza Aristotele dice : "E' impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo ,appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e nella medesima relazione " , per cui se A è A non puo essere nel contempo non A e Tertium non datur . In effetti Aristotele parla più propriamente , come si evince dal titolo, (archè tes antifaseos) , di principio di contraddizione, ed allude ad i termini contradditori. Cioè quando parliamo , e affermiamo qualcosa , non possiamo contemporaneamente dire di una cosa o di un soggetto , che è una cosa particolare , e nel contempo dire che non è quella cosa particolare. Se diciamo ad esempio che un gatto è bianco , non possiamo dire nel contempo che lo stesso gatto non è bianco.Augusto ha fatto l'esempio di Dio , che o c'è o non c'è , ed anche qui tertium non datur. ( non vale la simpatica obiezione dell'alunno che dice che Dio c'è per chi ci crede , perchè sostanzialmente equivale a dire che Dio non c'è ) . Ora la validita del " principio di contraddizione " o archè tes antifaseos, è una validità "logica " , cioè permette che i nostri discorsi ed enunciati siano di senso compiuto e comprensibili. E' fuor di dubbio che si può parlare senza senso alcuno, che si possono emettere suoni e parole senza alcun significato, che si può dire qualcosa di incomprensibile, come ad esempio purtroppo accade in alcuni gravi stati psicotici, ma ciò costituisce una sofferenza del dialogo e dell'umano relazionarsi , non altro.Volenti o nolenti non si può per nulla rinunziare al principio aristotelico, pena l'assurdo , che sì, può pure essere una scelta esistenziale , ma non porta da nessuna parte. (e comunque anche i filosofi che propendono verso il cd “assurdismo”, come Camus , Sartre et al , si esprimono compiutamente e sensatamente ) Va chiarito tuttavia a mio avviso, che l'affermazione del principio più noto nella storia della logica, poco o nulla ha a che vedere con il dogmatismo, l'autoritarismo, o il pensiero "forte".Nulla vieta che più interlocutori, che si esprimano dialogicamente attorno ad un problema , piccolo o grande che sia , la pensino in modo diverso. In questo senso , data anche la complessità infinita del reale, un certo relativismo è assolutamente fisiologico e fa parte della storia del pensiero filosofico e scientifico. Ammettere quindi la validità dell'archè tes antifaseos, vuol dire solo concepire il fatto che i dialoganti si esprimano in modo "logico " , non dicano una cosa e nel contempo la cosa contradditoria. Si può concepire tutto al più, ed accade di continuo, che dopo un certo periodo , anche breve di tempo , si possa cambiar parere, e ciò rappresenta l'evoluzione del pensiero, ma tale cambiamento è sempre dire una cosa sola , non due cose contradditorie insieme ed allo stesso tempo. Non si capisce perchè martedì sera, nella nostra bella riunione di cenacolanti, veniva fuori dalla discussione che ammettere il principio aristotelico era quasi ammettere una verità assoluta. In realtà il concetto di verità è, ad avviso di molti nella storia della filosofia, problematico , infinitamente poliedrico, inesauribile, e limitatamente attingibile nel senso di K. Jaspers.(v.) Concludo pertanto dicendo che in realtà le uniche poche verità condivisibili ( di minima ) sono quelle legate al senso comune (v.) e senza le quali non potremmo neppure parlare tra di noi: p.esempio provo a sintetizzarne alcune: 1) se si parla è per farsi capire e perchè si vuol dire qualcosa che ha un senso . 2) qualcosa c'è fuori e/o dentro ciascuno di noi 3) sento eticamente il rispetto per .l'altro/a 4) esiste il contrasto sanità/malattia e l'aspirazione alla felicità in tutti noi . Qualcuno obbietterà che anche questi pochi punti non sono da tutti condivisi , c’è chi parla volutamente in modo oscuro, o per raggirare e non far capire le proprie intenzioni. C’è chi pure, un po’ allucinato , arriva a dubitare, come Pirrone.(v) lo scettico, dell’esistenza di tutto (vedi i concetti di acatalepsia ed atarassia conseguenti). C’è poi chi non si cura di rispettare gli altri e la loro libertà , e c’è chi vuol morire e non aspira più ad alcuna felicità. Ma in realtà a tutte queste obiezioni si risponde che , per quanto ci sia di tutto a questo mondo , non sfugge a nessuno la differenza tra senso e non senso , tra aspirazione al bene (pur variamente e liberamente interpretata) e senso del male e della sofferenza , e soprattutto non sfugge a nessuno che “normalmente “ (sarebbe troppo lungo approfondire ora il concetto difficile di “normalità “, ma è impossibile in pratica rinunziare a tale concetto, soprattutto di fronte a gravi fatti di alienazione mentale) tutti aspiriamo alla salute ed alla felicità. E ,tra l’altro, come anche accenna Francesco Palazzo alla fine del suo intervento, tali aspirazioni , “normalmente” accomunano l’uomo della strada , e l’uomo colto.

giovedì 1 novembre 2007

Le Cenette segnalate

Carissimi,
sul mio sito personale segnalo periodicamente gli spazi della Rete che secondo me valgono una visita.
Ho indicato quindi molto volentieri queste vostre/nostre cenette palermitane.
Spero che la motivazione che ho inserito non ne tradisca lo spirito ma sono pronto -se volete- a modificarla!
Ecco l'indirizzo: www.biuso.it

mercoledì 31 ottobre 2007

Una discussione "certa"

Certamente ieri sera abbiamo discusso. Non c'è dubbbio, si potrebbe sostenere che era solo un sogno, che non c'eravamo. O che eravamo lì e nello stesso tempo da un'altra parte. Che, insomma, il vecchioAri(stotele), con il suo principio di noncontraddizione è roba 
per coloro
 che oggettivano 
tutto, che si 
chiudono la porta alle sorprese, alla creatività che scorre, dentro di 
noi, con un'infinita di 
contraddizioni comunicative, non verbali e persino logiche. Il muro 
che Alberto 
avrà trovato 
all'uscita (a sinistra o a destra?) era reale o si poteva attraversare con l'auto?
Chissà. Alberto,
se
è
arrivato integro a casa, (se leggi è ormai inutile che ti tocchi), ci racconterà
come ha affrontato la cosa. O forse non ci dirà niente. Il muro era lì in quel
momento o dall'altra parte della strada? Quesito senza soluzione, anche per chi ha
bevuto ieri sera solo coca cola. A proposito. Sul tavolo c'erano cose da bere  o  soltanto il realismo senza inventiva di chi aveva sete o pensava di sentire questo bisogno le ha viste?
 Mi sembra di poter dire che è proprio il principio di 
noncontraddizione che ci consente di
vivere con 
serenità la nostra dimensione di libertà, ancorati come siamo, 
vorrei
dire piantati, che lo vogliamo ammettere o no, alle radici della quotidianità 
che è una garanzia,
non banale ma profonda, per il nostro vivere e per il nostro filosofare. 
 

lunedì 29 ottobre 2007

Ho trovato questo riferimento in internet e lo riporto, perchè pur non essendo una trattazione dotta ed esaustiva, mi pare interessante rispetto a quello che è stato portato fin'ora nel Blog. Spero possa ravvivare ed ampliare la discussione, e farci tirar fuori i nostri convincimenti personali a proposito di numeri, per capire da dove derivano (le nostre idee, non i numeri!).


I numeri, creazione degli dei o creazione dell’uomo?
Articolo tratto da:
http://www.mtb.netsons.org/2004/06/12/i-numeri-creazione-degli-dei-o-creazione-delluomo/
Venerdi 16 Gennaio 2004 ore 23:08:14


Secondo il matematico tedesco Leopold Kronecker “Dio ha creato i numeri naturali, il resto è opera degli uomini”.
Invece per il suo contemporaneo Richard Dedekind i numeri “sono una libera creazione della mente umana”.Non a caso una sua opera, pubblicata nel 1888, s’intitola Che cosa sono i numeri e a che cosa servono?
Da allora matematici, logici, filosofi, etnologi hanno formulato numerose teorie che tentano di rispondere a queste domande fondamentali, ciascuna delle quali si propone di stabilire con certezza le fondamenta dell’impero dei numeri.Nessuna teoria è riuscita a tanto, nessuna ha ottenuto un generale consenso.
Una definizione impossibile
Dopo sei millenni di familiarità quotidiana con il numero, l’uomo non è ancora capace di darne una definizione soddisfacente.
Nella sua disarmante semplicità, il numero sfugge a tutti i tentativi di ridurlo a una definizione che renda conto in modo completo della sua essenza, e appare quindi come un irriducibile del pensiero, un costituente primario.
Già nel V secolo a.C. il filosofo greco Filolao affermava:”Senza il numero, non comprendiamo e non conosciamo nulla”.
Venticinque secoli dopo, il filosofo Alain Badiou controbatte con questa affermazione, che ci appare condivisibile:” Il contenuto di verità fedele di un avvenimento non può mai essere contato e non ha mai potuto esserlo”.
(Da L’impero dei numeri di Denis Guedj)

Questi sono gli interrogativi: ma provate ad entrare nel mondo dei numeri. E’ una fantastica avventura senza ritorno!

domenica 28 ottobre 2007

A proposito di arte




Rispondo ad Alberto che chiedeva, in un commento ad un precedente post, dove avessi preso lo sfondo di una foto; in effetti è stato lo sfondo a prendere me.
E' un'opera ancora esposta, sino all'11 novembre, alla Biennale di Venezia, che a me, credo ormai sia abbastanza chiaro, piace sempre vedere ogni volta che mi è possibile. Aggiungo un'altra opera dello stesso autore, che però non ricordo. Si, perchè quello che mi piace di questa mostra è la quantità enorme di cose esposte, spesso con l'autore in un tavolinetto vicino, senza che nessuno magari vi presti attenzione, mentre sono proprio le cose esposte a colpire l'interesse e far fermare o no. L'impostazione a cui siamo stati abituati, invece, è quella di andare in vecchi palazzi, con il naso in su, in cerca di empatia con immagini mitologiche distanti ed un pò sciupate dal tempo solo perchè affrescate da gente con un nome, come Tintoretto.
A questo proposito vi riporto che c'è per ora, alla Biennale, una sala in cui le opere esposte sono delle gigantografie di schede, tutte verdi, tutte battute a macchina, in cui sono riportati diversi esami autoptici, una scheda per ogni esame, quindi, una per ogni persona. Raccontarvi che, mentre c'ero io, mi sono fermata solo io a guardare, oltre un ragazzo di non più di venticinque anni (pure un pò "sfasciatizzo" nell'aspetto), fa tutt'uno con il provare ad immaginare cosa passasse o non passasse nella mente dei tanti che non si fermavano e continuavano con passo leggiadro, ma monotono, a sfilare da una sala all'altra: disgusto? ironia? disinteresse?non provare neanche a capire? Non voglio farne un tormentone, però erano schede che riguardavano "persone", che avevano avuto una vita, degli affetti, dei gusti, dei dolori: è questo oggi l'atteggiamento che abbiamo verso le "persone"? Bene. L'opera, nella sua assurdità mi è piaciuta e ben vengano modalità espressive anche da pugno nello stomaco.
La foto che invece allego nell'angolino in alto a sinistra riporta l' "installazione" del padiglione della Corea (non ricordo nord, sud?): per guardare l'opera bisogna accoccolarsi ad un'estremità di una lunga pedana al termine della quale, unico oggetto illuminato nel buio pesto, è sospeso ciò che è riportato nella foto; ognuno la vivrà come vuole, io stessa non ci ho fatto su tante riflessioni: l'unica cosa che vi posso dire è che ho dovuto "per forza" "interagire" con essa per vederla e così per tante altre installazioni.
Per non parlare, poi, dei tanti cortometraggi esposti che se permettono di far riposare un pò le gambe, dall'altro offrono inviti alla pazienza, se si è alla ricerca di un " che vuole dire?". Spesso,però, sono immagini di un impatto fortissimo, anche se solo prese di passaggio che costringono a fermarsi e quasi quasi si forma la coda (quello della Russia era tecnicamente geniale e... bellissimo.. per uno struggente senso di ineluttabile decadenza che mi ha trasmesso...mi piacerebbe tanto farvelo vedere,perchè è, secondo me, di una rarissima forma di "poesia" ma non ce l'ho).
Per concludere, in leggerezza..., in alto a destra, è proprio lei la Litizzetto: un' "artista" (badate bene all'apostrofo) non ricordo di quale nazione, ha pensato di far leggere una mail, ricevuta da una donna, a centodieci altre donne, variamente note nei campi della politica, della cultura, dell'arte, dello spettacolo, dello sport, e darne un'interpretazione, una sorta di "che ne pensi?", "che faresti al posto suo?"; in questa mail il suo uomo comunica di voler interrompere il loro rapporto, pur dicendo di amarla. Credetemi, non è decrivibile l'unica voce fatta da brani al pianoforte, da discorsi, da quadri, da foto, da canzoni e...dalla nostra Litizzetto che lascio a tutti voi immaginare, mentre legge il testo della mail, pelando cipolle nella sua cucina.
Donatella.

venerdì 26 ottobre 2007

Augusto liberato per difendersi dalle critiche

Cari Filosofanti delle nostre cene
Come ampiamente previsto (data l'assenza di Augusto) in questo secondo incontro sono giunte le prime critiche, anche aspre, al libro ed all'autore.
Ha iniziato Anna Gulì che ha citato varie idee di Augusto che, a suo dire, sono assolutamente non condivisibili, come quella secondo la quale, se con la filosofia comprendiamo il "perchè" delle cose, possiamo attrezzarci anche per il "come" (farle). Non è vero, ha proseguito Anna, guardandosi attorno come per assicurarsi che Augusto effettivamente non c'era, che la filosofia ci aiuta, dato che la conoscenza può confonderci ancora di di più e persino portarci alla disperazione! (il commento di Anna ha riecheggiato il "per conoscere occorre coraggio" di Nietzsche, n.d.r.). Ed Augusto sbaglia, ha incalzato Giovanni la Fiura, anche quando scrive che se ascolto musica me la godo senza chiedermi perchè ed a a prescindere dall'autore mentre per godermi un pensiero filosofico devo riconoscerlo almeno plausibile ed apprezzare la coerenza del filosofo. Invece, ha spiegato Giovannni, anche il pensiero filosofico ha un suo suono, un'armonia che può piacermi a prescindere dalla sua coerenza logica, dalla stessa rigorosità dell'argomentazione che lo sorregge: è il caso, ad esempio, del pensiero di Nietzsche che ci trascina e coinvolge anche se non è sempre "logico".
Ed a proposito di un'altro parte del libro, non sempre, secondo Giovanni ed Alberto, gli scienziati si chiedono solo le cause immediate e non le cause prime della realtà, ed hanno citato un matematico molto profondo, di cui spero vorranno ricordarci il nome, che si chiedeva sicuramente il senso più profondo del proprio lavoro e si poneva domande come quella, accennata da Augusto, se i numeri sono un'invenzione umana o solo una "scoperta". I filosofi sono presuntuosi, ha confermato l'altro Giovanni (il Burgio redivivo) forse pensando ad Augusto, con questa loro pretesa di essere gli unici ad occuparsi di cose profonde.
Donatella ha poi sottolineato (ma qui senza volerlo ha forse sponsorizzato il pensiero di Augusto) che non è vero che l'arte soddisfa bisogni estetici ed emotivi mentre la filosofia solo bisogni celebrali: secondo Donatella possiamo avere "fame" intellettuale ed essere coinvolti emozionalmente e fisicamente da questo bisogno proprio come per altri bisogni meno cerebrali, dato che il razionale e l'irrazionale si tengono insieme ed entrambi ci costituiscono.
Abbiamo continuato così a demolire le tesi di Augusto sino al punto che ha cominciato a serpeggiare l'idea di eliminare dalle nostre cenette il testo e lo stesso Augusto. Ma poi ci siamo realisticamente rassegnati alla notizia del suo ritorno in patria dalla Colombia, ritorno favorito dagli stessi guerriglieri locali che, dopo averlo incautamente rapito, si sono dovuti subire, ogni sera per cena, i suoi discorsi filosofici ipercelebrali (I guerriglieri sono gente abituata a soffrire ma non ce l'hanno fatta a sopportare l'ennesima cena filosofica e, pur di liberarsi di Augusto, hannno accettato di pagare un contro-riscatto salatisssimo per riconsegnarlo alle autorità colombiane, che l'hanno subito estradato).
Per concludere, ci è parso interessante il dialogo tra Elisabetta Lo Bue, che ci ricordava come, per Aristotele, la curiosità intellettuale è profondamente iscritta nella natura umana ed esprime un bisogno primario (anche se spesso rimosso, n..d.r.) e Marcella Alletti che ha notato come questa curiosotà, questa fame di conoscenza si nutrono ed esprimono liberamente nei bambini, ma solo sino a che non cominciano ad andare a scuola! Anche a me sembra che la scuola si incarichi di uccidere curiosità e meraviglia. E così la cultura, da piacere naturale, diventa una costrizione, un fastidio, un corpo estraneo.
Per fortuna, ha poi concluso la sig.ra Carla, ad una certa età, quando la società ha smesso di stritolarci con le sue richieste di omologazione, funzionalità ed efficenza, ritornano la voglia d'imparare e di capire.
Martedì prossimo commenteremo la seconda parte del libro di Augusto Cavadi "E per passione la filosofia", ossia sino a pag. 115. Essendo di nuovo presente l'autore auguriamoci che la diplomazia e l'affetto che, nonostante tutto, nutriamo per lui, non annacquino il libero confronto con le sue idee.
Vi lascio con un bel pensiero di Simone Weill, coerente con l'ultimo tema:
"La volontà, contrariamente all'’opinione corrente, non ha quasi alcuna parte nello studio. L’'intelligenza può essere guidata solo dal desiderio… La gioia di imparare è indispensabile agli studi quanto lo è la respirazione per i corridori".
Ciao Pietro

giovedì 25 ottobre 2007

Una bella intervista di Augusto

Tania Molina. Perché Tania?
Perché mio padre è comunista e nella decade in cui sono nata c'era una forte effervescenza nel processo rivoluzionario salvadoregno, il popolo stava surfeggiando l'onda rivoluzionaria. I modelli di riferimento erano altri fratelli che avevano lottato in altre zone del Continente, come Che Guevara e la sua compañera Tania: da qui la decisione di un trentatreenne che era al colmo del suo entusiasmo quasi romantico. Non so se lo sapeva, ma in qualche modo segnava il mio destino.
Tania la guerrillera: quando hai iniziato a seguire questa vocazione?
Da che ho memoria, mi accompagna la coscienza di un mondo diseguale, ingiusto e non di rado assassino. Già a tre anni fummo mandati in esilio dal Salvador in Nicaragua (mio padre era gravemente minacciato di morte, il partito gli ordinò di espatriare per organizzare dall'estero il sostegno alla lotta rivoluzionaria e la nostra famiglia fu la prima ad essere accolta come "rifugiata politica" dai sandinisti ) e a cinque anni mi iscrissi nei "pioneros" (l'organizzazione dei bambini figli dei membri del partito comunista salvadoregni in esilio) e nel gruppo analogo dei bambini sandinisti. Anche alle scuole superiori partecipavo alle attività parallele dei giovani comunisti e dei giovani sandinisti. Nel 1990, a poco meno di tredici anni, tornammo in Salvador e qui fui contattata da un dirigente: mi comunicò che ero stata designata dal partito per ricostituire il movimento studentesco. Così mi incorporai nella cellula, incominciai a ricevere i rudimenti della preparazione politico-militare, a lavorare clandestinamente per appoggiare il lavoro della guerriglia urbana. Poi fu quasi naturale passare nelle file dei guerriglieri che vivevano nelle montagne circostanti. Per fortuna, questo genere di lotta durò poco: nel 1992 fu stipulata la firma degli accordi di pace.
Finita la fase ufficiale della guerra civile (dico la fase ufficiale perché non passa mese - tuttora - che non venga assassinato un militante di sinistra), mi sono concentrata sull'obiettivo di non diventare pazza. Infatti dovetti fare i conti con la sproporzione fra il mio idealismo e le situazioni storiche effettive, fra la mia coscienza abbastanza immaginaria di far parte della banda dei buoni alla Robin Hood e la constatazione che non tutto nella militanza del partito era altrettanto puro. Mi sono accorta che il carattere rivoluzionario del nostro partito - per me sacrosanto - era stato messo fortemente in crisi da alti dirigenti e da quadri medi: il poeta Roque Dalton era stato assassinato, per esempio, da Joaquin Villalovos, il capo dell' ERP, cioè a dire dell'esercito rivoluzionario del popolo. Sul piano più ordinario, fui sconcertata dall'atteggiamento della maggioranza dei militanti: quando arrivarono i dollari dell'AID (un organismo di sostegno finanziario internazionale supportato certamente dal governo statunitense), si pensò prima di tutto a salvare se stessi e i propri cari. La delusione per me fu traumatica: all'inizio dell'adolescenza, il crollo dei miei idoli mi fece sentire come sperduta nel mondo. Per quasi due anni fuggii in Nicaragua, quasi per cercare conforto psicologico nell'ambiente amicale che mi aveva accolto da piccola bambina profuga politica. Ma i miei genitori mi vennero a riacciuffare quasi per i capelli e mi riportarono in Salvador.
Questa delusione ha comportato il tuo allontanamento dal partito?
Sì, abbandonai il mio posto nella direzione nazionale della gioventù dell'FMLN (Fronte "Farabundo Martì" per la liberazione nazionale), ma sono rimasta a collaborare ad ogni progetto concreto: purché non vada contro i miei principi. Intanto mi sono avvicinata a quegli ambienti intellettuali, soprattutto artistici, che mi hanno aiutato a individuare i metodi e gli strumenti più idonei alla mia personalità per continuare l'impegno rivoluzionario. Avevo già quindici, sedici anni: ero assetata di cultura, di conoscenza. Un ottimo biglietto di presentazione fu per me il conseguimento del primo premio del settore 'poesia' nel Certame centro-americano di letteratura femminile giovanile. Ideai e organizzai, nel 1996, la prima mostra nazionale di arte erotica - "Erotismo versus necrofilia" - cui parteciparono ottanta fra i più apprezzati artisti del Salvador: per quindici giorni di seguito conferenze di sociologi ed altri accademici si alternarono con mostre di pittura, di scultura, di fotografia, di film. In vista di quell'appuntamento, un gruppo di pittori della mia città mi chiese di prestarmi come modella: accettai con orgoglio.
Ma questa fase della tua vita ha comportato le sue delusioni?
Veramente sì. Entrai nel giro degli artisti, ancora una volta con una grande fiducia nei loro discorsi sulla pratica rivoluzionaria dell'artista e ne uscii abbastanza delusa, non senza aver acquisito molti loro vizi. Imparai ad ubriacarmi, a fumare marihuana, a scopare con chi capitava, ma - peggio di tutto - imparai l'egolatria: come loro, più di loro, mi affezionai ai complimenti e agli applausi, alle adulazioni. La pubblicazione della mia raccolta di poesie El espejo del àngel (in edizione bilingue spagnolo-italiana) segnò l'apice della mia carriera pubblica come poetessa, ma anche l'abbandono della scena pubblica. Avevo bisogno interiore di esperienze più autentiche, più vere. Così mi decisi a partire e alcuni operatori italiani che lavoravano in Salvador per conto del Cric ("Centro regionale di intervento per la cooperazione") fecero da ponte per il mio sbarco a Reggio Calabria. Veramente, più che uno sbarco mi sembrò un naufragio: avevo sognato di arrivare nella culla del Rinascimento, mi ritrovai nel covo della 'ndrangheta, in una città che era passata dal feudalesimo al consumismo senza conoscere l'Umanesimo. Mi trovai in un contesto urbanistico brutto, deturpato: non capivo se fosse costruita a metà o distrutta per metà. Per fortuna, però, ho trovato delle bellezze naturali e antropologiche affascinanti: lo stretto di Messina, l'Aspromonte, le tradizioni etniche, la musica. Per non parlare del dialetto, anzi dei dialetti meridionali in genere (ho percorso in bicicletta, con una sorta di circo di strada, tutte le coste della Sicilia - isola di cui mi sono innamorata senza scampo - e sono arrivata sino in Grecia): i dialetti sono di una sonorità e di una varietà da provocarmi veri e propri orgasmi linguistici. Conobbi anche un bel esemplare di calabrese e rimasi incinta: Athos, il bambino bello e intelligente che è nato, è stato poi affidato dalle autorità italiane al padre ma io posso ospitarlo qui in Salvador per alcuni mesi ogni anno.
Come mai non sei rimasta in Italia?
Devo dire innanzitutto che attraversare l'Atlantico mi ha regalato la coscienza che l'ingiustizia del sistema capitalistico è molto complessa proprio perchè costruisce nel tempo un modello di società nel quale il soggetto diventa un acomodador della realtà - uno che manipola e aggiusta le cose - in funzione del proprio apparente benessere individuale. Dunque, mi resi conto che non potevo rimanere in una regione che, per quanto arretrata, fa parte del Nord del pianeta: fa parte, cioè, di quella porzione del mondo che sfrutta le grandi maggioranze per permettersi il lusso di avere tre automobili o di gettare il cibo superfluo. Una porzione del mondo che, pur sapendo che esiste una enorme disuguaglianza con il resto dell'umanità, preferisce conservare il proprio status quo e non ha nessuna intenzione di ribellarsi e di lavorare per il cambiamento. Nel tuo Paese ho iniziato la mia attività di artista di strada, in particolare ho imparato a fare circo di strada e ad adottare metodi di educazione attiva secondo l'indirizzo del CEMEA del Lazio ("Centro di esercitazione ai metodi dell'educazione attiva", di matrice francese) la cui presidente è Paola Della Camera. Ma ho avvertito l'esigenza di tornare in Salvador per costruire qualcosa di più consistente e di più duraturo rispetto a ciò che mi poteva permettere una vita nomade. Qui ho ritrovato le mie radici: non per regresso nostalgico, ma come linfa vitale. Una mia nonna era irlandese, ma un'altra - la madre di mio padre - india: camminava scalza ed era molto attaccata alla sua lingua e ai suoi costumi. Sai che le donne nahuat hanno sofferto, sino ad anni recenti, per resistere al divieto di indossare el refajo, la loro gonna tradizionale? Ho scoperto nella mia terra varie mie progenitrici morali, come una donna india, Prudenzia Ayala, sprezzantemente chiamata Prudenzia la pazza perché nel 1932, per la prima volta nell'Ispanoamerica, osò candidarsi - lei donna e per giunta india e ragazza madre- alla presidenza della Repubblica salvadoregna. Anch'io, nel mio piccolo, sono considerata pazza, sia quando vengo marchiata per le mie trasgressioni sia quando vengo complimentata per qualche frutto della creatività. In vista di uno spettacolo sto approfondendo il mito della Siguanaba, il nostro popolo è naturalmente religioso. Chiese e sette proliferano perché il divino, dalle nostre parti, non è una questione cerebrale: lo sentiamo nelle viscere. Io stessa, la sera, non vado a dormire senza prima concedermi una lunga pausa di orazione: cosa che faccio secondo la mia tradizione, ben diversa da quella cattolica. Adesso sto lavorando ad una scuola per artisti di strada in modo da promuovere la formazione di operatori sociali attraverso le arti che possano distribuirsi nel mio Paese, soprattutto per rinforzare l'auto-organizzazione delle comunità locali. E' chiaro che questa azione avrebbe delle conseguenze positive sia, in prospettiva, per la costruzione di una coscienza rivoluzionaria (e dunque per la tensione verso una società più giusta) sia, nell'immediato, per contrastare il fenomeno della delinquenza giovanile e dell'abbandono minorile.
Dunque la tua è ormai una battaglia senza idoli e senza eroi?
In un certo senso sì, perché so che la rivoluzione è un processo sociale. Però mantengo chiari i miei due fari nella vita. Il primo: la mia cosmovisione, secondo la quale gli esseri umani facciamo parte della grande piramide dell'universo e la lotta interiore è vera solo se è contro l'orgoglio, l'ambizione, l'egoismo, la menzogna, l'ignoranza e l'ingratitudine. Ho vissuto anni molto intensi, ma adesso mi pare di avere raggiunto un certo equilibrio. Non vivo solo di slanci emotivi, cerco di pensare e soprattutto di tornare sui miei pensieri. Mi sento liberata da molti attaccamenti e, perciò, da molte paure. Non temo di perdere né beni materiali né affetti, credo di non temere neppure la morte. Ma, intendiamoci, non significa che vivo senza passioni (mi piacciono quasi tutti i maschi, almeno quelli che hanno un cuore generoso); solo che non sono più governata dalle mie passioni. Sarà questa gioia di vivere intensamente la giornata, momento per momento, la vita eterna di cui ha parlato Gesù nei vangeli? Il secondo: l'impegno morale verso tutte e tutti coloro che sono morti lungo la storia fedeli alla lotta per un mondo migliore.

domenica 21 ottobre 2007

Bisogna saper parlare...

Grazie a Giovanni la Fiura, ad Alberto ed al prof. Biuso che mi hanno portato un pò chiarezza.

N.B. il seguente post è stato realizzato in caratteri fruibili da miopi, presbiti, ipermetropi, astigmatici, ...assonnati e distratti.

venerdì 19 ottobre 2007

Augusto, il filosofo "cajiero"

Care e cari tutti,
qui è già giovedì 18 ma non ho ancora ricevuto il resoconto di Pietro relativo alla cenetta filosofica dell'altro ieri sera: immaginate la mia ansia, sapendo che vi sareste scatenati - come contro tutti gli altri autori ben più illustri di me ! - in assenza dell'interessato...
Comunque vorrei dirvi che vi penso con simpatia e che la nostra esperienza 'palermitana', per quanto modesta, è stata accolta da queste parti (le università di Bogotà e di Medellin, in Colombia, ma anche i pub di San Salvador) con una grande attenzione.
Ho ascoltato interventi di filosofi di varie parti del mondo che insistono, con toni e da angolazioni differenti, sulla necessità di portare la filosofia fuori dalle stanze ovattate delle accademie e farla diventare fermento ispiratore della prassi: una prassi che, per ragioni storiche e sociali, non viene considerata prevalentemente (come da noi) dal punto di vista personale ed esistenziale, ma collettivo e politico. Qui infatti le ingiustizie sociali sono ancora più marcate ed evidenti che per le nostre vie. Nel Salvador, poi, le cicatrici della guerra civile fra militanti comunisti e regime fascista sono ancora sanguinanti (il trattato di pace è del 1993 ma ancora oggi gli squadroni della morte uccidono sindacalisti, artisti, politici che combattono per una società più equa).
Avrei mille cose da raccontarvi e mille emozioni da comunicarvi, ma ho bisogno di tempo per metabolizzarle.
Non mancheranno certo le occasioni per farlo.
Intanto, per non tradire lo spirito dei resoconti di Pietro, vi segnalo almeno due piccole curiosità.
La prima è che un filosofo franco-portoghese, Daniel Linz, ha insistito sul modo in cui bisogna leggere i testi con esempi e metafore che sarebbero piaciute a diversi di voi: il lettore deve fare surfing sui testi di filosofia, dunque sfruttarne l'onda ma per andare avanti. Deve prendere a man bassa le idee che gli servono, senza preoccuparsi di essere un ladro: è, se mai, un "inculatore" dell'autore e non è detto che all'autore...dispiaccia.
La seconda è che, con Tania, la mia bravissima traduttrice qui in Salvador, abbiamo trovato una formula per sintetizzare che cosa fa uno come me che cerca di filosofare (e di sollecitare i non-filosofi a fare altrettanto) tra cenette e vacanze, fra centri sociali e team di operatori sanitari: fa il filosofo "cajiero", il filosofo "di strada" (qua ci sono già artisti di strada e predicatori di strada...).
Spero tanto di potervi riabbracciare martedì 30 ottobre (se non faccio male i conti...).
Augusto

giovedì 18 ottobre 2007

Incompletezza



Si discuteva l'altra sera sui limiti della conoscenza scientifica e sulla sua capacità o meno di pensarsi senza ricorrere eventualmente a saperi a essa esterni. A me pare che ogni scienza possa riflettere su se stessa con i mezzi che le sono propri, e nel mentre continuare a confrontarsi con la grande tradizione di pensiero che ha contribuito a crearne le basi, quando, lontano nel tempo, il sapere non era spezzato in mille specializzazioni. Questo mi pare il caso di Kurt Gödel e dei suoi teoremi dell'incompletezza. Mentre rimando alle voci di Wiki che ho linkato chi fosse interessato ai particolari della vicenda umana di Gödel e alla dimostrazione e discussione dei suoi teoremi, qui mi limiterò ad argomenti più alla mia portata. La sua, in fondo, è stata una battaglia contro il formalismo e a favore del significato, condotta interamente con gli strumenti rigorosi della logica matematica. Come afferma Roger Penrose
La convinzione che si possa fare a meno del significato di enunciati matematici, considerandoli nient'altro che sequenze di simboli in qualche sistema matematico formale, è il punto di vista matematico del formalismo. Qualche persona ama quest'idea, per cui la matematica diventa una sorta di gioco senza significato. Io non la trovo però affatto gradevole. E' infatti il significato -e non un cieco calcolo algoritmico- a dare alla matematica la sua sostanza. Per fortuna, Gödel inflisse al formalismo un colpo devastante!

L'enunciazione semplificata del primo teorema è la seguente:

In ogni formalizzazione coerente della matematica che sia sufficientemente potente da poter assiomatizzare la teoria elementare dei numeri naturali — vale a dire, sufficientemente potente da definire la struttura dei numeri naturali dotati delle operazioni di somma e prodotto — è possibile costruire una proposizione sintatticamente corretta che non può essere né dimostrata né confutata all'interno dello stesso sistema.


In altre parole, scopo del teorema è trovare una proposizione vera che non ha una dimostrazione all'interno di un sistema formale non costruito così male da permettere di dimostrare proposizioni false. Se un sistema matematico è coerente, vi si troveranno proposizioni che non hanno dimostrazione al suo interno. E che quindi rimanderanno a qualcosa che si trova fuori dai confini del sistema stesso. O possiamo dire, con Penrose, che

Qualunque sistema formale (consistente) si usi per l'aritmetica, ci sono enunciati della cui verità possiamo renderci conto chiaramente ma ai quali non viene assegnato il valore-di-verità vero dal procedimento proposto dal formalista

Per esser certi che il sistema faccia in modo corretto ciò che deve fare, abbiamo bisogno di usare percezioni intuitive dall'esterno del sistema, che in quanto tali non possono essere sistematizzate, e anzi devono essere esterne a qualsiasi calcolo. Esse risalgono a un procedimento noto ai logici come principio di riflessione

... così, riflettendo sul significato del sistema di assiomi e delle regole procedurali, e convincendosi che questi forniscono effettivamente motivi validi per pervenire a verità matematiche, si può essere in grado di codificare questa percezione intuitiva in ulteriori enunciati matematici veri, non deducibili da quegli stessi assiomi e regole...la verità matematica è qualcosa che va al di là del mero formalismo (poiché) nel decidere sulle regole da adottare dobbiamo sempre farci guidare dalla comprensione intuitiva di ciò che è evidentemente vero, dati i significati dei simboli del sistema.

Il richiamo a Platone è molto forte e si potrebbe (ri)cominciare a discutere se gli oggetti del pensiero matematico abbiano una qualche forma di esistenza o se sia solo il concetto di verità matematica a essere assoluto. Quello che lo stesso Penrose si sente di affermare è che le macchine calcolanti possono darci solo approssimazioni a una struttura che ha un'esistenza propria più profonda e indipendente dal computer. In realtà il messaggio che viene dal teorema di Gödel non è in negativo: egli non ci dice che ci sono regioni del mondo platonico a noi inaccessibili, quanto che esistono nuovi mezzi di accesso a certe verità matematiche che certe particolari regole formali non sono abbastanza potenti da derivare. L'incompletezza appartiene dunque al formalismo, non al sapere e alla verità che possiamo comunque perseguire.

Le citazioni di Roger Penrose sono tratte da La mente nuova dell'imperatore



mercoledì 17 ottobre 2007

E' colpa della Biennale!! Sono solo "non sensi"?


Capisco che questo blog è molto giovane (nel senso che è nato da poco), per cui la proposta o il suggerimento che sto per enunciare può suonare prematura.
Su www.myblog.it lo spazio messo a disposizione è più agevole e flessibile. Mi piace il fatto che si possano caricare e visualizzare facilmente interi album fotografici e filmati, ma soprattutto la possibilità di creare sezioni tematiche, che agevolano la lettura e rendono le pagine meno lughe quando si accumulano molti contributi. Si possono creare blog paralleli da parte dello stesso o degli stessi autori, e persino proteggere l'accesso con password a blog riservati. Ogni blog ha tre giga a disposizione.
Che ne direste di spostarci lì, o di creare lì anche una sezione parallela? I più smanettoni provino a giocarci un po', e poi ci dicano...
Un caro saluto a tutti.

martedì 16 ottobre 2007

Che confusione!!

Mi chiedo del momento in cui sapremo che pensano gli altri di noi, che leggano o non leggano (?) questo blog.
Intanto con il bagaglietto di confusione torno a casa dalla cenetta, perchè non è facile dire e discutere del fatto che la filosofia segue lo stesso filo dei bisogni e dei sensi e cioè, nel caso, la necessità primaria dell'istinto alla conoscenza..anche.. "del senso"; il che, poi, come tutti i sensi e tutti gli istinti a qualcosa serve. Secondo me la dissonanza ed il malessere che, io per prima, mi scopro nel pensare questo, sta dentro di noi, che in fondo non vogliamo rinunciare a nessuna forma di aristocrazia, per cui siamo pronti a dire che "semo i mejo".. e troveremo sempre qualcuno a cui non attribuire il nostro "nobile" registro. Aspetto l'autore del libro che abbiamo "per le mani", (come dice Armando) per avere "conforto"..in fondo lui dice che anche quelli che negano la filosofia e credono solo "nell'olio bono" (cifr. pag.27) hanno una filosofia. Ed in fondo sta proprio nella capacità dell'autore di trovare filosofia anche in tribù fantozziane da "rutto libero" o in salotti all'insegna del "fair play" la sua forte convinzione democratica ed egualitaria dell'uomo.
Che confusione! Sensi / ragione... Testo scritto / piacevolezza e fisicità del piccolo volume..Occorrerà leggerlo sino in fondo... Aspetto al varco possibili riflessioni su ciò che è bene,.. per me? per l'altro?
Ultima riflessione: la biennale d'arte di Venezia quest'anno si intitola "Pensa con i sensi, senti con la mente"..
A me piace come titolo.. Ma che confusione..

Un saluto

Anche se con un po' di ritardo, entro molto volentieri nel blog delle Cenette.
Spero di partecipare di persona almeno a uno degli incontri (in primavera) ma intanto un abbraccio e i complimenti per il livello già molto complesso/divertente delle discussioni :-)

A presto!
Alberto (Biuso)

giovedì 11 ottobre 2007

La filosofia è inutile?

Cari cenacolanti

Martedi due ottobre abbiamo ripreso i lavori con una cenetta eccezionale perché, oltre alle solite pizze, abbiamo gustato il vino di Mario, la frutta martorana di Maria e, anche, i dolci e lo spumante di Augusto e Alberto che hanno festeggiato con noi il loro ennesimo compleanno. Tutto molto buono. E poi dicono che la filosofia non serve a niente!

Siamo passati, quindi, all’entusiastica introduzione di Armando al libro di Augusto "e per passione la filosofia".

Per dimostrare la profondità ed acutezza del pensiero di Augusto sull’importanza ed il ruolo della filosofia Armando ha letto alcuni brani del libro che però, curiosamente, contenevano solo pensieri di altri filosofi e nessuno di Augusto.

Eppure, ha poi spiegato Armando, nonostante la bellezza del contenuto, quello che più lo ha affascinato del libro è la sua fisicità, il suo essere piacevole al tatto: il libro, ha spiegato eccitato, si fa "possedere", è remissivo, si lascia toccare con complicità ed arrendevolezza e comunica ai sensi un vero piacere fisico.

Nonostante qualche imbarazzo per questo passaggio un po' feticistico, il discorso di Armando è piaciuto molto, tanto da riscuotere anche un convinto ed allegro applauso finale da parte di tutti (non era mai successo nelle nostre sobrie cenette!). Davvero una meritata gratificazione per Armando che lo ha aiutato a superare l'amarezza per quanto successo qualche giorno prima, quando la moglie lo ha sorpreso a letto mentre mugolava di piacere palpeggiando una bella e sensuale pagina del libro di Augusto (le solite penose giustificazioni di circostanza "cara, non è come sembra, la stavo solo spogliando, volevo dire sfogliando..." hanno classicamente finito per peggiorare la situazione).

Ci ha piacevolmente colpiti l'unanimità di consensi da parte di quanti hanno già letto il libro, soprattutto se consideriamo le critiche anche feroci di cui abbiamo investito gli autori scelti in precedenza per le cene (Platone, Spinoza, Marx, Feuerbach etc.) che pure non erano dei dilettanti. Marcella e Donatella hanno anche letto altri brani del libro (che stavolta contenevano il pensiero di Augusto) sull’importanza di imparare a pensare criticamente e sul coraggio di cambiare idea per amore della verità (il confronto dialettico, scrive più o meno Augusto, è utile ma non dev’essere competitivo, se il mio interlocutore mi fa cambiare idea, mi con-vince, vinciamo insieme, anche io con lui, nel percorso verso la conoscenza).

Ci siamo, quindi, confrontati sulla funzione della filosofia "amica della verità" (Gregorio) e sulla sua "inutilità", nel senso della sua gratuità, in quanto a servizio solo di una ricerca disinteressata e non strumentale. Infine, grazie alle sollecitazioni di Alberto, Mario, Francesco, Augusto e altri, abbiamo riflettuto anche sulla necessità che alla base della riflessione filosofica ci siano anche le verità scientifiche. Abbiamo poi sottolineato l’importanza di un’autoeducazione che ci porti ad avere un "atteggiamento" ricettivo ed aperto di fronte alla complessità dell’esperienza conoscitiva. Qualcuno scriveva che bisogna imparare a vedere con occhi sempre nuovi anche quello che ci è già noto, capacità che speriamo induca anche Gianni a partecipare alle nostre prossime riflessioni sui fondamenti della filosofia (ne abbiamo sentito la mancanza).

Il prossimo martedì potremo sicuramente permetterci commenti più sinceri sul libro di Augusto dato che l'autore sarà assente perché impegnato in un giro di conferenze in America latina, dove tenterà di divulgare le sue idee sulla filosofia contestualizzandole appropriatamente. In particolare in Colombia, presso la sede dell’associazione "dopolavoro trasportatori e corrieri internazionali" terrà un seminario sul tema: la filosofia è il nuovo oppio dei popoli? E se è così, non conviene organizzarsi per coltivarla e diffonderla?

Come contrappunto rispetto al sin troppo pratico approccio colombiano alla filosofia, chiudo trascrivendo il bellissimo brano di Feuerbach citato nel libro di Augusto e ricordatoci da Armando:

"La luna, il sole, le stelle gridano all'uomo "conosci te stesso"...la bestia è sensibile solo al raggio di luce necessario alla vita, l'uomo invece gode anche del raggio inutile della stella più remota...in quella piccola luce che nè giova nè nuoce, che nulla ha in comune con la terra e con i suoi bisogni, l'uomo scopre la propria natura, la sua propria origine.Il Cielo stellato rammenta all'uomo il suo destino. Gli rammenta che non è chiamato solo ad agire, ma anche a contemplare". FEUERBACH, l'essenza del Cristianesimo


L’appuntamento è, dunque, per martedì 16 ottobre presso il mio studio, alle ore 20,30 per chi cena con noi e alle 21 per gli altri. Commenteremo insieme la prima parte del libro, sino a pag. 42.

Pietro

mercoledì 10 ottobre 2007

Il teorema delle scimmie infinite parte seconda

La nostra civiltà, dicevamo, ama i giochi apparentemente fini a se stessi.
Nelle pieghe del bilancio di un’università ben disposta si sono trovati i fondi per un esperimento sulla produzione letteraria di vere scimmie. Sei macachi crestati sono stati forniti di una tastiera e osservati, anche via web naturalmente, per un mese. Uno dei ricercatori ha giustificato la spesa giudicandola inferiore a quella di un reality, ma con risultati ben più stimolanti e affascinanti. Nel periodo di osservazione le scimmie hanno prodotto solo cinque pagine di testo, consistente quasi per intero della lettera s; il compenso il maschio dominante ha percosso la tastiera con una pietra emettendo feroci urla, e tutti i macachi hanno fatto a turno i loro bisogni sulla malcapitata periferica.
Sappiamo bene però che le scimmie (meritevoli di ben altri studi e attenzioni) sono solo un prestesto per parlare del posto che il caso e l’ordine hanno nel nostro mondo, e per chiedersi se l’ordine può discendere dal caso, e in quale senso, eventualmente.
Le origini scientifico- filosofiche della nostra controversa storia di scimmie scrittrici risalgono a Ludwig Boltzmann, un grande fisico della seconda metà dell’800, che ha proposto una spiegazione per l’ordine e la diversità che notiamo ammirati nell’universo. Supponiamo che l’informazione che definisce l’universo, e quindi la struttura dell’universo stesso risulti da un processo completamente casuale, come un tiro di dadi, o la classica moneta, testa o croce. Oggi potremmo dire che , se identifichiamo la testa con 1 e la croce con 0, tirare la moneta ripetutamente alla fine produrrà ogni desiderata stringa di bit, inclusa una stringa di bit che descrive l’universo nella sua interezza. Fu il matematico Emile Borel a ideare nel 1913 la vera e propria metafora delle scimmie dattilografe. Che poi si sono fatta strada irresistibilmente nella cultura alta come nella fantascienza, da Isaac Asimov, a Douglas Adams.
L’espressione artistica più magistrale di quello che è diventato un mito della pop culture si deve a Jorge Luis Borges che nel 1939 scrive il saggio La biblioteca totale in cui vagheggia da par suo che una mezza dozzina di scimmie, provviste di macchine da scrivere, possano produrre, in poche eternità, tutta la biblioteca del British museum (strettamente parlando, chiosa, una sola scimmia immortale è sufficiente), per poi spingersi oltre ogni colonna d’Ercole dell’immaginazione:

Qualsiasi cosa potrà trovarsi nei suoi ciechi volumi. La dettagliata storia del futuro. Gli Egiziani di Eschilo. L’esatto numero di volte in cui il volo di un falcone si è riflesso nelle acque del Gange. La segreta e vera natura di Roma, l’enciclopedia che Novalis avrebbe voluto redarre, i miei sogni e le mie dormiveglie all’alba del 14 agosto 1934, la prova del teorema di Fermat, i capitoli non scritti dell’Edwin Drood di Dickens, gli stessi capitoli tradotti nel linguaggio dei Garamantes, i paradossi che Berkeley ideò a proposito del tempo, ma che non pubblicò, il libro d’acciaio di Urizen, le premature epifanie di Stephen Dedalus, che potrebbero essere incomprensibili prima che passino mille anni. Il vangelo gnostico di Basilide, le canzoni che intonano le sirene. Il completo catalogo della Biblioteca, la prova della non accuratezza del catalogo stesso. Qualsiasi cosa: ma per ogni riga dotata di senso o per ogni fatto accurato ci saranno milioni di cacofonie insignificanti, di tiritere e balbettamenti. Qualsiasi cosa: ma tutte le generazioni dell’umanità potrebbero trascorrere prima che i suoi scaffali – scaffali che obliterano il giorno, scaffali abitati dal caos – la ricompensino con una pagina tollerabile.
Ben presto, in questa biblioteca di babele, la segnatura dell’opera, il suo codice di catalogo, diventerebbe più lungo dell’opera stessa….


Il primo argomento esplicito contro la crezione di lunghi testi tramite processi completamente casuali è molto più antico dei nostri autori, risale infatti a Cicerone. Nel suo De Natura Deorum, il personaggio Balbo lo stoico così si oppone agli atomisti, come Democrito, che avevano fatto risalire l’ordine della natura alla collisione accidentale tra gli atomi:
“Non posso che meravigliarmi che ci sia qualcuno che davvero si persuade che atomi fatti di materia che si muovono per forza di gravità possono costruire questo mondo meraviglioso ed elaborato a forza di collisioni fortuite. Se credono questo, perché non credere anche che se innumerevoli copie delle lettere dell’alfabeto vengono mescolate e poi gettate come si fa con i dadi, esse comporranno l’intero testo degli Annali di Ennio. Io dubito che la fortuna ne faccia venir fuori anche un solo verso!”.

In effetti, come abbiamo visto la volta scorsa, la possibilità che un cosmo ordinato possa emergere da qualcosa come il tiro di una moneta è così bassa da essere effettivamente zero. Secondo Seth Lloyd la combinazione di probabilità infinitamente basse con lo spazio e il tempo finito del nostro universo visibile rendono non credibile la generazione casuale dell’ordine. Se l’universo fosse infinito in età o estensione, allora, si potrebbe arguire, da qualche parte o qualche volta, ogni possibile schema, testo o stringa di bit sarà stato generato. Ma anche in un universo infinito l’argomento di Boltzmann fallisce. Se l’ordine viene generato a caso ogni volta che si manifesta nuova informazione sarebbe astronomicamente alta la probabilità di imbatterci in disordine e insensatezza. Ma non è così: i nuovi bit rilevati dall’osservazione al contrario hanno molto raramente una natura del tutto casuale. Basta andare alla finestra o addentare una mela. O guardare il cielo: in astronomia vengono alla luce continuamente nuove galassie e nuove strutture cosmiche. Se l’argomento della completa casualità avesse valore dovremmo vedere quasi solo arrangiamenti sconclusionati della materia, una specie di poltiglia cosmica, invece degli oggetti sia pur misteriosi ma ordinati che cataloghiamo. Nell’universo in cui tutto sorge a caso, il nostro prossimo respiro è anche l’ultimo, poiché gli atomi che costituivano il nostro corpo si sono già riconfigurati.

E’ molto interessante seguire Lloyd nel seguito del suo ragionamento: assodato che Boltzmann aveva torto, questo non significa che Cicerone avesse ragione. Non abbiamo bisogno di una intricata costruzione o del disegno intelligente o della divinità per spiegare la presenza dell’ordine e della complessità nell’universo. Se concepiamo l’universo come un computer che ‘impara’ a programmarsi (computa se stesso) e a poco a poco costruisce le sue leggi e le sue forme per tentativi ed errori abbiamo risolto il problema dell’ordine e della complessità partendo da basi in apparenza molto semplici: gli atomi e le particelle elementari, gli elementi base della computazione (quantistica) universale. In questo tipo di universo, l’informazione, una volta creata, tende a diffondersi irresistibilmente: come un’epidemia condivisa istantaneamente che si fa spazio, energia, gravitazione e poi materia. Così la fisica si fa chimica e quindi vita. La vita, programmata dall’evoluzione, dà luogo prima o poi a un Shakespeare; programmato dall’intelligenza, dall’esperienza e dalla passione, Shakespeare inizia a scrivere l’Amleto: “Who’s there? …”

venerdì 5 ottobre 2007

Il teorema delle scimmie infinite


Approfitto dell’ospitalità incautamente accordatami (finalmente posso sistemare i miei appunti da qualche parte) per discettare su un argomento su cui rimuginavo dai tempi di Arquata, ma anche prima, perché è venuto fuori per la prima volta mi pare quando abbiamo letto il libro di Orlando Franceschelli sull’evoluzione. Si tratta delle famose scimmie che battono a casaccio su una tastiera e ne traggono i capolavori della letteratura, prima o poi. Metafora del caso creatore e ordinatore. Sarò prolisso e noioso. Prevedo varie puntate.

Enunciazione del teorema delle scimmie infinite

Una scimmia che batta a caso sulla tastiera di una macchina da scrivere per un tempo virtualmente infinito (quasi) sicuramente produrrà un particolare testo scelto, ad esempio un’opera di Shakespeare, l’Amleto. In tale contesto ‘quasi sicuramente’ è un termine matematico con un preciso significato (probabilità appunto matematica) e ‘scimmia’ è una metafora per una macchina teorica che produce una sequenza casuale di lettere ad infinitum.

Discussione

Ignorando punteggiatura, spaziatura e maiuscole, una scimmia che batta a caso ha una probabilità su 26 (numero dei tasti dell’ipotetica macchina da scrivere) di scrivere la prima lettera dell’Amleto e una su 676 di scrivere le prime due (26x26). Poiché la probabilità diminuisce in maniera esponenziale con l’aumentare delle lettere da scrivere, a 20 lettere la chance è 2620, vicina a quella di comprare quattro biglietti della lotteria consecutivamente e vincere ogni volta il primo premio. Nel caso dell’intero testo la probabilità è così incredibilmente piccola che molto a stento può essere concepita in termini umani. Posto che il testo è composto da circa 130.000 lettere, esiste una probabilità su 3.4x10183946 di ottenere l’Amleto al primo tentativo. Il numero medio di battiture che occorre effettuare prima che il testo abbia una possibilità (statistica) di apparire è lo stesso. Per avere un termine di paragone esistono solo 1079 atomi nell’universo conosciuto e 1080 elettroni, mentre sarebbero trascorsi 1021 minuti dal supposto Big Bang (circa 14 miliardi di anni). A cento parole al minuto occorrono 1040.000 minuti per avere una probabilità di ottenere ‘per caso’ la nostra sudata copia dell’Amleto. Anche se avessimo a disposizione un’armata cosmica di scimmie, una per ogni elettrone dell’universo al lavoro dall’inizio dei tempi, la probabilità di riuscire sarebbe ancora solo una su 10183800.

Si, ma le scimmie sono lente, cento parole al minuto, bazzecole: e se le sostituissimo con un computer molto molto potente? Le sfide vanno prese sul serio. Andiamo al bersaglio grosso: prendiamo un computer delle dimensioni dell’universo stesso, con tutta la sua materia e la sua energia al servizio della computazione, e facciamolo più veloce che si può: la sua capacità può essere calcolata in base a leggi abbastanza collaudate.

Prima di ogni cosa, l’energia e la velocità stanno in preciso rapporto. L’ammontare di energia nell’universo visibile può essere definita accuratamente. La maggior parte di essa è imprigionata nella massa degli atomi. Se contiamo gli atomi di tutte le stelle e le galassie, e ci aggiungiamo la materia delle nubi interstellari, troviamo che la densità di materia dell’universo equivale a un atomo di idrogeno per metro cubo.

Esistono poi altre forme di energia: quella della luce per esempio. La velocità di rotazione delle galassie suggerisce l’esistenza di ulteriori e invisibili fonti di energia; si parla inoltre di una ‘quintessenza’ legata all’anomala velocità di espansione dell’universo, e di altre forme ancora più bizzarramente denominate (machos, wimp, winos).

L’ammontare totale dell’energia in queste forme esotiche si calcola, un po'a spanne, come dieci volte superiore a quella standard contenuta nella materia direttamente osservabile. Naturalmente, ogni atomo contribuisce secondo la formula E = mc 2. Da questo conteggio ricaviamo che l’energia dell’intero universo ammonta a 1071 joules. Per ottenere la massima velocità di calcolo che questo computer cosmologico può sviluppare si applica il teorema di Margolus- Levitin: (energia x 4): costante di Planck (h = 6,626068 x 10–34 joule-sec, un numero piccolissimo che regola gli eventi quantistici).

Conclusione provvisoria

Ne risulta che ogni secondo un computer che usa tutta l’energia e la materia dell’universo compie 10105 operazioni. In 14 miliardi di anni, ne ha fatte 10122.

Per scrivere casualmente l’Amleto occorrono 3.4x10183946 operazioni. Se assegniamo al nostro universo una vita di 30 miliardi di anni, il cosmo-computer dovrà funzionare per biliardi di miliardi di miliardi di cicli cosmici, (e speriamo che non vada mai in crash…) prima di poter mostrare se la probabilità matematica assunta inizialmente si è tradotta o meno in realtà. E già: tutto questo ambaradan è senza certezza alcuna di riuscita. Non esiste qualcosa come una probabilità certa.

Se poi questi cicli cosmici sono in qualche modo ricorsivi, se essi presentano elementi di ripetizione e correlazione, se insomma il mito dell’eterno ritorno non è solo un mito, se non si dà una stringa casuale infinita come un fiume eterno mai uguale a se stesso, ma la reiterazione di stringhe finite, alla scimmia verrà negata anche quella probabilità abissale rimasta e potrà solo comporre, tra un eone e l’altro, solo qualche verso, magari sempre gli stessi. L’esperienza accumulata con i generatori di numeri causali indica che questa possibilità (seriazione, prevedibilità) non è remota come sembra.

Morale della favola, se vogliamo fare i seri: l’universo immaginato come una macchina generatrice di eventi casuali è incapace di elaborare in uscita una stringa complessa fornita come chiave della computazione in un tempo finito, anche se molto grande (ciclo cosmico) e può solo rinviare la resa dei conti su un piano (super ciclico, super cosmico) inattingibile dai mezzi di cui la ragion scientifica dispone e dai quadri concettuali che si è data, che non permettono oggi di andare oltre la nascita (e la morte) dell’universo quale singolarità irripetibile e inspiegabile, e quindi di pensare un altro o altri cicli cosmici, e tantomeno le possibili connessioni tra di essi.

Il limite della computazione, già indicato da Roger Penrose sul raffinato versante algoritmico, si dimostrerebbe qui anche nella rozza prospettiva del rimescolamento ‘brute-force’.

Pausa. Questo gioco che sembra (ed è anche) una stupidaggine appartiene alla schiera dei giochi mentali ‘come se’ così tipici ai nostri giorni: comportiamoci come se l’universo fosse una macchina o come se una scimmia fosse l’universo, come se l’eternità fosse calcolabile o un poeta simulabile.

Oggi non si danno più giochi di scena, di sfida, di specchio, giochi duali. Ma giochi estatici e solitari, in cui il piacere non è più estetico e scenico, ma aleatorio, psicotropico, dalla fascinazione pura: giochi di vertigine.
Questo l’ha pensato Roger Caillois.


continua...